Chie Yoshii 🌹

Alcune opere di Chie Yoshii, pittrice di origine giapponese, quelle che più mi sono piaciute 🌟

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Lode alle donne

E poi ci sono quei giorni in cui vieni ingoiata da uno stato di tristezza, direi quasi vicino alla depressione, se non che ti accorgi che è normale, sì, normale: sono i giorni che precedono l’arrivo della Signora Rossa. In questi giorni, c’è a chi viene una voglia matta di mangiare, e a chi invece viene meno per poi tornare quando arriva la Signora, mentre altre perdono la voglia proprio con l’arrivo di quest’ultima.
Così, ella arriva e ti prende a botte, te le dà di Santa Ragione! Ti gonfia – seno, pancia, sedere -, ti pesta a sangue! Quel sangue che quasi ti fa schifo, eppure, è il tuo. E son dolori eh, alla testa, alla pancia, in fondo alla schiena, che durano per circa due, tre, quattro, talvolta cinque giorni, ma per ognuna è diverso seppur simile, perché ad ognuna viene a farle visita una diversa Signora.
Poi, finalmente, arriva il bello, anzi, la resurreazione, il miracolo. Perché davvero è una rinascita: torni leggera, sparisce qualche brufolo che ti aveva portato in dono la Signora Rossa, e sei di nuovo tu, allegra, pimpante, piena di energia e con la voglia di fare… eppure, chi l’avrebbe mai detto?! E se pensi, poi, che questa morte-resurrezione accade ogni mese… ecco, solo a pensarlo, personalmente, adoro la forza delle donne.

Ma poi anche solo stare in una stanza tutta al femminile, non c’è silenzio, l’atmosfera è tutta colorita! E quando dico colorita, intendo che qualche settimana fa, mentre ero in attesa in una stanza tutta al femminile, sentii dire, da parte di una donna, nei confronti di un’altra, “Tu sei una donna con le pa**e!”, mentre un’altra se ne uscì, improvvisamente, dicendo, ad alta voce, “Ma stanotte io sentivo un caldo! Così caldo che ho dormito nuda, senza il pigiama!”.

Ecco, sarà pure che mi trovavo in una stanza tutta al femminile sì, però del Sud, e al Sud si dice della prevalenza di persone urlanti, comunque, credo che la donna dipinga di se stessa ovunque vada… ed è una cosa meravigliosa, magica.

Microstorie

Oggi vi propongo due mie microstorie con le quali partecipai ad un contest indetto, nel settembre dell’anno scorso, da Il Palombaro. Nello specifico, bisognava creare delle microstorie cominciando, però, con un incipit, ossia: “Un uomo entra in un caffè…”.

Premetto che non avevo mai creato microstorie prima di allora, anzi, non ne sapevo nemmeno l’esistenza di questo micro mondo! Ma se volete saperne di più, e magari cimentarvi anche voi nella creazione di storielle mini, vi invito a leggere un articolo, del Palombaro stesso, che spiega cosa sono e come si creano.

✒✒✒ Di seguito, le mie due microstorie.

Titolo: APPARENZE

Un uomo entra in un caffè, per un sorriso dorato! Eppure, amaro.

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Titolo: SPIACEVOLI INCONTRI

Un uomo entra in un caffè, come una mosca nello zucchero: amare sorprese.

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Che dire? Ci ho messo un pochino a crearle, non so se in effetti ci sia quella sorpresa che una microstoria richiede, ma è stato divertente, ed è questo che conta!

Vi consiglio anche di visitare il blog del Palombaro, dove troverete altre microstorie da lui create. Il suo blog contiene, inoltre, anche tanto altro: interviste ad autori emergenti, recensioni, articoli riguardanti figure leggendarie, consigli sullo scrivere e… e, poi, se volete saperne di più, visitate il suo spazio!

Nel mare di Giulia

Giulia è una bambina allegra, in fondo giocherellona, seppure un po’ timida e molto silenziosa. Frequenta l’ultimo anno delle elementari, non va pazza per la scuola, tutt’altro, aspetta con ansia l’arrivo dell’estate, stagione in cui va al mare con i suoi.
In verità, Giulia non ci tiene particolarmente al mare, anzi, diciamo la verità delle verità: non le piace alzarsi presto, nonostante la bellezza della destinazione. Per fortuna, una volta in macchina, scompare la pigrizia che fa posto alla voglia di costruire castelli di sabbia, di tentare di catturare i pesciolini piccoli in riva al mare, di stare ore e ore in acqua – per uscirne poi con le dita raggrinzite – perché vorrebbe imparare, tutta da sola, a nuotare.
Arrivati al mare, è il momento di spogliarsi, e per Giulia è anche il momento di legare i suoi capelli tenedoli poi in alto con un mollettone, cosicchè la mamma possa spalmarle la crema protettiva anche lungo la schiena, dove lei non arriva. Quel momento, per Giulia, è davvero rilassante: le carezze della mamma sono lunghe e morbide, mentre sotto al naso sente il profumo delicato e penetrante della crema. Vorrebbe che quel momento non finisse mai, tanto che, alla domanda della mamma, “basta così?”, Giulia dice sempre “un altro po’!”, fingendo di averne ancora bisogno, quando invece sa benissimo che basta così, solo, sono le carezze a non bastare mai.
Nel frattempo, il papà è già in riva al mare, a saggiare con la punta delle dita dei piedi la temperatura delle acque. E prima che torni sotto l’ombrellone, per dare notizia della temperatura marina, Giulia già ne conosce l’esito, poiché è uguale per ogni estate: “È freddissima!”, esclama suo padre; dunque, assecondando il suo papà, come fosse lui ora il bambino, corre anche lei in riva al mare e, dopo aver immerso in acqua, per qualche secondo, le dita dei piedini, urla: “È vero! È proprio fredda!”, e sorride, sorniona, quasi ride sotto i baffi.
Il Sole ha appena raggiunto la metà della metà del mezzogiorno, e la spiaggia è ancora semivuota. Il papà di Giulia sparisce, disteso al sole, sulla sedia a sdraio, riapparendo, poi, solo quando gli verrà in mente di esortarla a fare un tuffo in mare; nel frattempo, lei si guarda intorno e gode di tanta pace accompagnata dal brusìo del mare in lontananza. Tuttavia quella pace è sempre rapida a morire, nell’abbraccio del vociare dei bagnanti che man mano affollano la spiaggia; allora, Giulia continua a guardarsi intorno, ma stavolta un po’ si nasconde dietro il tettuccio pieghevole della sedia a sdraio e si sente tanto protetta, al sicuro, tranquilla, quasi potente, perché può sbirciare chiunque senza essere vista.
Alcuni volti le sono ormai familiari, come il signore dai capelli brizzolati che porta con sé una donna poco più giovane, ed una bambina di colore con la quale, per ore ed ore, passa il tempo lunga la riva a raccogliere conchiglie, tanto che, all’ora di pranzo, i loro lettini ne sono pieni. Ci sono poi quelli che Giulia definisce “gli impavidi”, un gruppo, fra giovani e meno giovani, che arriva e si piazza con le sedie a sdraio lungo la riva, senza alcuno ombrellone, sotto il sole cocente.
Da due anni poi, poco più o poco meno, Giulia ha notato anche la presenza di uomo alto e slanciato, con un fisico sportivo, i capelli corti corti e gli occhi vispi. L’uomo arriva sempre in compagnia della sua donna altrettanto giovane, bruna, forse bella: ecco, Giulia si rende conto di non averne mai visto il volto. Secondo Giulia, non sembrano una coppia, perché non si parlano mai: tutto il tempo, lei sta stesa a pancia all’aria, mentre lui a pancia in giù, con lo sguardo rivolto verso l’ombrellone di Giulia, e solo ogni tanto lui rinfresca il corpo della sua lei spruzzandole dell’acqua. L’uomo guarda spesso Giulia, e lei pure, in verità, ricambia lo sguardo; quelle attenzioni un poco la imbarazzano, ma un poco sembra quasi che stia giocando ad un qualche gioco dei grandi. Percepisce qualcosa, come un potere esercitato dal proprio corpo, un potere che lei stessa ancora non sa come gestire.
Però, un giorno, in cui partecipa a quel gioco di sguardi, accade che l’uomo le fa un occhiolino e abbozza un sorriso, così, imbarazzata, Giulia distoglie lo sguardo, e decide di non giocare mai più a quel gioco che ora le appare troppo grande. Tra l’altro, nei giorni e nelle estati a seguire, non rivide più quella coppia al “loro” lido. Sì, il “loro” lido, perché è il preferito del papà da molte estati, tanto che sembra un vero e proprio ritrovo dove, però, Giulia ha la sensazione come se lei sola si ricordi degli altri, mentre nessuno sembrava ricordarsi di lei. Beh, certo, trascura comunque un dettaglio: sta crescendo, crescendo e cambiando, e, a volte, persino i volti i quali, un tempo, furono familiari, si dimenticano.

Nelle estati a seguire, Giulia non fece più caso al ricordo di quell’uomo, presa dalla presenza di un ragazzo: un giovane magro, bruno, con una pelle abbastanza chiara, che di tanto in tanto la osservava.
Allora riprese quel gioco che qualche anno prima iniziò con quell’uomo, stavolta, però, si sentiva alla pari: questo ragazzo poteva avere più o meno la sua stessa età, e, poi, non era insistente, al contrario, sembrava anche lui un po’ timido come lei.
Giulia non sentiva più quel forte desiderio di passare ore e ore nel mare, ma preferiva starsene seduta sotto l’ombrellone, a gambe incrociate, e, per darsi forse un po’ l’aria da intellettuale, prendeva una rivista fingendo di esserne interessata, oppure, quando proprio si scocciava, prendeva una penna e un foglio e abbozzava qualche profilo, mentre ogni tanto alzava un poco lo sguardo, scoprendo a volte che il ragazzo la stava osservando, altrimenti, lei comunque lo teneva d’occhio. Talvolta, i loro sguardi si incrociavano, e lei si sentiva felice quanto quasi quasi divertita.
Una volta, sentì discutere il ragazzo con un suo amico, perché l’amico gli pregava di andare a fare un giro per altri lidi, ma lui rifiutava dicendo che non ne aveva voglia: Giulia, in cuor suo, si sentì lusingata, come se quel ragazzo stesse rifiutando per lei!

Così, dunque, passarono le stagioni: in inverno sognava, provava una dolce mancanza nei confronti di quel ragazzo, di cui non seppe, peraltro, mai il nome, mentre in estate lo cercava con gli occhi pieni di paura, perché temeva di non trovarlo, di dimenticare il suo volto, di non riconoscerlo, o, magari, di non essere lei stessa riconosciuta e ricordata da lui. Per qualche estate ancora, continuò a ritrovarlo, sentendo così il suo cuore riempirsi di gioia ogni volta, e, quanto alle carezze della mamma, ora, apparivano sempre abbastanza.
Intanto, Giulia pensava solo all’attimo presente di quelle emozioni, trascurando un futuro in cui non avrebbe più avuto l’occasione di conoscere per davvero quel ragazzo: conoscerlo ben oltre un semplice, seppure profondo, scambio di sguardi. Fu così travolta, in malo modo, dallo stesso presente quando, in una mattina d’estate, nel raggiungere il mare con la sua famiglia, si imbatterono in un cartello su cui era riportata scritta la chiusura del “loro” lido. Una notizia che sommerse il cuore di Giulia in un dispiacere così forte, tanto che temette di affogarne, se non che, in quegli stessi tempi, cominciò a vedere il suo corpo poco attraente.
Non aveva più la pelle pura e liscia di quando era una bambina: erano spuntati tanti punti neri e qualche brufolo sulla pelle; sulle gambe si rendevano visibili quei peli che prima erano biondini e quasi trasparenti, ancor prima non ce ne era nemmeno l’ombra! Inoltre si vedeva grassa, brutta. Insomma, il suo corpo non era più quello bello, piatto e pulito di una bambina, ma non era nemmeno ancora quello di una donna già bella e formata. E Giulia non lo sapeva, non sapeva che di lì a poco, piano piano, sarebbe fiorita, così, nel frattempo, ne soffriva silenziosa, come silenziosamente sbocciano i fiori, di notte, sotto lacrime di brina.

Divagare: da fiori ad api, di donne e di uomini

La donna è un fiore, poiché ha bisogno del nutrimento di un terreno amore, ma al tempo stesso sente il bisogno di innalzarsi in alto, di avvicinarsi al cielo. E, se la donna è un fiore, l’uomo non può che essere un’ape che gira intorno ad essa, ed è sua natura volare di fiore in fiore anche solo per sentirne, di ognuno, l’odore. Ma se l’uomo è un’ape, cioè un insetto, non ci vorrebbe mica tanto a schiacciarlo! Ma no, no.
La donna è un fiore, bello seppure immobile (avendo terra e cielo, cosa mai le manca?), come fosse una statua – allora – le piace farsi adorare, odorare, ed anche le piace orare, soprattutto se percepisce il potere insito nelle sue essenze rare.
D’altra parte, l’ape ha qualcosa del fiore: le sue ali appaiono come petali, una volta strappati perderebbe bellezza (come appunto un fiore senza petali), andrebbe in contro alla morte del suo essere. Ma dell’ape anche il fiore ha qualcosa, nonostante non sia prerogativa di tutte le “specie”: punge, dunque, fa male… che sia pur solo per difendersi da mani umani (che l’hanno strappato), andando poi in egual modo a morire, proprio come l’ape.

E, cosa rappresentano le mani umane, dinanzi alla donna fiore e all’uomo ape, se non i casi della vita? Gli imprevisti e gli ostacoli.