In prosa & poesia

Anima d’acqua di fiume

Mia giovane anima,
in apparenza
sei tranquilla e serena

come un fiume
che in silenzio scorre
e mai dispera,

eppure, ancor
non si disseta.

Penso al giorno
in cui affogherai
questa tua pena

ove persino
il sole s’annega:
in mare aperto,

saggiando finalmente
l’orizzonte e parte del cielo.

Allora saranno salate
queste tue lacrime
che ora son dolci
come da fiume:

non bruciano gli occhi,
ma viziano il palato
con grandi sogni;

sogni per i quali,
talvolta, raggiungi la piena
e straripi dal tuo letto,
ma come cadendo,
toccando il terreno:

così meno vera t’appare la meta,
lontano è il mare, mentre il sole
stavolta t’acceca.

immagine reperita dal web
In prosa & poesia

Tenerezze

A volte le persone suscitano in noi tenerezze che non credevamo di possedere.

(semicit. da un libro in lettura)

Foto personale. Alla Villa Floridiana, Vomero (Napoli).

Poesie altrui

Fuggire lontano

Fatemi fuggire
da questo paese strano,
ve ne prego con le mani
giunte, fatemi
andare lontano.
Dove la gente parla
in modo buono e sereno,
dove nessuno mente,
dove nessuno trema.
In Islanda, forse,
o dove comincia il Polo,
il freddo terribile rende
gli uomini sereni e buoni.
Dove c’è il sole non posso,
non me la sento di stare,
e dove c’è folla non voglio,
non posso più abitare.
Tutte queste macchine atroci,
queste parole di minaccia,
queste scene di beffa,
questi patiboli in piazza.
L’uno a vedere come
muore l’altro. Dante vide
queste cose settecento
anni fa.
Era profeta, o grande
cronista del Futuro?

•••

Ingannarci
non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

(Anna Maria Ortese)

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Questo mondo non mi piace…

Figliuolo alle Regioni: “Fornire entro il 15 luglio il numero degli over 60 che rifiutano dosi“.

Come lo chiamiamo questo?

Facciamo parlare La Storia:

Ci stiamo inoltrando in un’epoca agghiacciante.

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Messaggio di speranza

Mi sento un po’ il Papa con questo titolo, ma credo sia la frase perfetta per ciò che voglio raccontarvi.

Non so quanti di voi sappiano dell’esistenza di un gruppo Facebook che cura i malati di Covid. E bene, vorrei invitarvi a iscrivervi a questo gruppo per farvi leggere con i vostri occhi le testimonianze di persone che sono state seguite e curate tramite proprio questo gruppo che vi mette in contatto con medici e professionisti (psicologi, fisioterapisti, dietisti, ecc.).

La pagina Facebook è invece “Terapia domiciliare C-19“, e vi lascio questo link che secondo me sintetizza il tutto e risponde alle domande più frequenti.

E voglio portarvi una sola delle tante testimonianze, non una qualsiasi, bensì una di quelle più significative; ovviamente ho oscurato i nomi dei medici per motivi di privacy.

“Salve a tutti, dopo circa due mesi sono qui a fare un post di ringraziamento meritatissimo. Prima però vorrei raccontare brevemente la mia storia: era la mattina del 15 aprile quando mi svegliai sentendomi strano. Avevo capito che qualcosa non andava, perché io non mi ammalavo mai, quindi era chiaro che avessi il covid. Mio padre da qualche giorno lamentava di avere freddo e di non sentirsi benissimo, quindi andò subito a farsi fare un tampone che risultò, chiaramente, positivo: la mia teoria di essere infetto risultò azzeccata. Da quel momento iniziò il calvario totale. Io, la mia ragazza (che ancora vive con me al piano sotto quello dei miei genitori), mio padre e mia madre eravamo positivi. La notte fra il venerdì e il sabato non chiusi occhio in preda al panico più totale; 160 battiti al minuto continui che non scendevano mai. Nonostante avessi passato il giovedì e il venerdì a cercare rassicurazioni da amici, parenti e un amico medico (il quale chiaramente affermò che non c’era altro da fare se non prendere la tachipirina se saliva la febbre, monitorare la saturazione e, nel caso fosse scesa troppo, chiamare il 118) non mi sentivo sicuro. Avevo un brutto presentimento.

Decisi di scrivere durante l’insonnia a questo gruppo: dopo vari tentativi mi scrisse in chat (nome cognome dottoressa) che mi aiutò ad ottenere il contatto e, la mattina del sabato, ALLE 5 DI MATTINA, mi contattò in chat facebook il meraviglioso dottor (nome cognome), un angelo sceso da cielo pronto a vegliare su tutta la mia famiglia. Verso le 9 di mattina ci sentimmo al telefono e mi spiegò tutto quello avrei dovuto fare, farmaci da prendere, i test da fare ecc. Il problema è che, il giorno successivo, ossia la domenica, mio padre iniziò a desaturare ed a sentirsi male sul serio. Ma questo non fermò lo splendido dottore, che prontamente reimpostò la terapia la quale, dopo pochi giorni di panico dove mio padre ebbe due crisi di tosse con saturazione scesa ad 86, lo farà rimettere in piedi come se non avesse avuto niente.

Durante tutto il periodo di sofferenza psicologica che ho passato mi è venuta in soccorso la dottoressa (nome cognome), la quale è riuscita ad aiutarmi nei momenti più bui, dandomi degli strumenti che utilizzo ancora oggi per far fronte alle difficoltà quotidiane.

Non sarò mai abbastanza grato a tutti voi per tutto il lavoro che avete fatto, che state facendo e che farate. Un immenso grazie a chi mi ha aiutato ed un altrettanto grazie a chi sta aiutando altre persone a fronteggiare questa orribile piaga.

Ad oggi l’unico ad essere ancora positivo è mio padre, ma non è un problema. Dal momento che i farmaci fecero effetto e che la malattia smise di perpetuare i suoi sintomi, la mia paura è cessata.

Ps. il medico di base si è risentito della cura che abbiamo intrapreso, tanto da affermare che l’eparina, farmaco utilizzato ogni giorno dai medici ospedalieri per prevenire anche la minima complicazione post operazioni (invece col covid con il quale serve davvero, no. È pericoloso) avrebbe potuto causare emorragie interne a mio padre. Io dico che, per fortuna, la mia forza di volontà non ha voluto credere a queste scemenze ed infatti il mio papà è guarito. Sorte differente quella subita dal suo collega dal quale ha contratto il virus: lui purtroppo non ce l’ha fatta. Un’altra vittima dell’ignoranza e della convizione che non esista una via per curare questo male.”

Curiosità

Immagina un albero… non ci riesci? Allora soffri di afantasia

L’afantasia, condizione poco nota ma abbastanza diffusa, è il non riuscire a vedere con l’occhio della mente, ovvero l’incapacità di visualizzare consciamente qualcosa.

Chiudi gli occhi e immagina la strada dove abiti. La vedi? Vedi le finestre della tua casa? Puoi contarle? Vedi le macchine parcheggiate in fondo alla strada?

Quasi tutti voi ci siete riusciti senza sforzo o quasi, al contrario di coloro che soffrono di afantasia, i quali non posso richiamare alla mente nemmeno il volto dei propri familiari che hanno anche solo appena visto alcuni minuti prima. Li riconoscono, ovviamente, ma non riescono a “rivederli” in mente. Se chiedete a coloro che soffrono di afantasia di pensare e quindi di immaginare una mela, nel cervello di queste persone si aprirà una sorta di enciclopedia mentale alla voce “mela”; sanno che una mela è tonda, è dolce, ha i semi al suo interno, ecc., ma non ci sarà alcuna immagine in mente, bensì soltanto il buio.

L’afantasia non è così rara, e infatti si stima ne sia affetto minimo il 2-3% della popolazione, ma è stata riconosciuta ufficialmente dalla comunità scientifica solo nel 2015. In rarissimi casi può essere causata da lesioni cerebrali, ma per molti è una condizione congenita, con cui si convive fin dalla nascita e spesso senza rendersene conto.

Tuttavia l’afantasia fu scoperta già da qualcuno, nel lontano 1880.
Francis Galton, pioniere della statistica e intellettuale vittoriano a 360 gradi, aprì un sondaggio tra i propri conoscenti per capire quanto vivide fossero, in media, le loro immagini mentali. Chiese loro di immaginare la scena della propria colazione e riportare quanto fosse viva l’immagine che potevano mettere insieme. Con sua costernazione, numerosi dei suoi contatti risposero un po’ piccati che, ovviamente, “immagine mentale” era un modo di dire, e che il signor Galton avrebbe dovuto smetterla di prendere in giro degli affermati gentiluomini. Allo stesso tempo, per molti altri “vedere” il tavolo della colazione nitido in mente, come se il loro cervello proiettasse un film, era del tutto banale. Un gran numero si trovò nel mezzo, con qualche tipo di immagine, ma sbiadita e poco dettagliata. Galton scoprì così che esiste una gamma enorme di immaginazione visiva.

Però l’articolo di Galton, sia pure considerato un classico della psicologia, fu stato di fatto ignorato per lungo tempo. Quasi tutti i neuroscienziati hanno dato per scontato che, sia pure in gradi diversi, tutti potessero avere immagini mentali, probabilmente perché chi pensa per immagini – inclusi gli studiosi del cervello – non riesce a sospettare che qualcuno possa non farlo.

Non abbiamo modo di entrare nelle teste altrui, di sapere come ci si sente a essere un pipistrello, per dirla con il filosofo Thomas Nagel. Siamo quindi costretti ad assumere che, all’incirca, funzioniamo tutti allo stesso modo. Certo, è ovvio che non siamo tutti uguali, ma diamo per scontato che i nostri procedimenti mentali interni siano grossomodo condivisi da tutti. Cuciniamo ricette diverse, ma pensiamo di avere tutti padelle e coltelli in cucina.

Allo stesso modo, per chi è afantasico è assolutamente sconcertante scoprire quanto sia importante l’immaginazione visiva: è come se tutti gli altri avessero una sorta di superpotere senza che lui ne sappia l’esistenza né sospetti che a lui sia stata negata una cosa che, per l’appunto, non riesce neanche lontanamente a immaginare. Così, per un afantasico, un bel po’ di affermazioni le pensa come metafore, come modi di dire un po’ coloriti.

Contare le pecore? Per un afantasico diventa un modo di dire per “mettersi a contare finché non ti addormenti dalla noia”.
Se devi parlare in pubblico, immagina che siano tutti in mutande davanti a te… Sì, una frase simbolica per ricordarsi che siamo tutti umani e perciò capita di avere l’ansia da palcoscenico.
Jon Snow, nella serie tv, non è come lo immaginavi nei libri? Certo, nel senso che trovavi più coerente col personaggio un altro tipo di aspetto fisico. L’idea che si possano immagine le pecore, il pubblico in mutande, i personaggi dei libri che leggiamo, non passa neanche per la testa di un afantasico.

Una delle cose interessanti dell’afantasia è proprio la sua invisibilità. Essere tagliati fuori da una capacità mentale così comune e fondamentale nella vita di tutti i giorni dovrebbe essere una cosa seria. Invece no: scoprire di essere afantasico, fondamentalmente spiegherà il perché la persona in questione fa fatica a volte a leggere fiction (non riesce a tenere a mente tutti i personaggi perché non vede un “film”, quindi deve tenere conto solo dei nomi), così come farà fatica con la meditazione.

Ad ogni modo, in generale, gli afantasici non sono disabili, di fatto funzionano bene come o più degli altri; ci sono addirittura afantasici che fanno gli architetti o gli artisti, e ciò ha sconcertato i neuroscienziati che stanno studiando l’afantasia.

Le cause dell’afantasia non sono ancora note, ma quello che sta saltando fuori è che gli afantasici semplicemente arrivano agli stessi risultati usando altre strade.
Prendiamo un test di rotazione mentale, in cui si confrontano figure e si deve concludere se sono la stessa figura, ma ruotata, o se sono figure diverse, come questo:

È fatto noto agli psicologi che, di norma, il tempo necessario a risolvere il test dipende da quanto è ruotata la figura di partenza rispetto a quella da confrontare, perché serve tempo per girare letteralmente la figura geometrica nella nostra testa. Quando Adam Zeman e colleghi all’Università di Exeter hanno chiesto a “MX”, un paziente diventato afantasico dopo un’operazione, hanno visto che invece ci mette sempre circa lo stesso tempo. MX analizza la figura e giunge a una conclusione senza far piroettare immagini, questo per dire, ancora, che il cervello può prendere molte strade.

Alla luce di questo, anche nella storia della psicologia e della filosofia della mente, si riscontrano teorie opposte su come funziona il pensiero, derise per secoli, dove erano semplicemente cervelli differenti che urlavano l’uno all’altro “Tu funzioni come funziono io!”.

Secondo Aristotele, le immagini mentali (phantasmata) erano necessarie per il pensiero, ed era convinto che fondamentalmente le parole fossero i simboli di immagini mentali interne.
Per Berkeley, un pensiero privo di immagine era inconcepibile: il concetto di “persona”, è un’immagine mentale specifica di una persona, o un insieme di essa.

Viceversa, nel ventesimo secolo ci sono stati vari pensatori che hanno ridimensionato o negato il ruolo delle immagini mentali. Wittgenstein e Sartre erano tra questi, così come lo psicologo padre del comportamentismo, John Watson, per cui l’idea di poter rievocare in mente la casa dove si è nati e cresciuti è una “toccante, ma totale sciocchezza. Stiamo semplicemente facendo melodramma”.
Uno dei principali filosofi della mente contemporanei, Daniel Dennett, dedica un intero capitolo del suo libro Contenuto e coscienza (1969) a negare l’esistenza delle immagini mentali, ritenendole un assurdo mito, un modo in cui diamo un nome a una descrizione verbale.

In verità nessuno di loro ha del tutto ragione o del tutto torto, semplicemente descrivono il funzionamento di menti differenti. Oliver Sacks, forse il più grande narratore della neurodiversità, affermò di avere una capacità di visualizzazione molto scarsa, ma attribuiva grande importanza alle immagini mentali, rendendosi conto di quanto fossero radicate nei processi mentali della maggior parte delle persone.

Anche gli afantasici non sono tutti uguali. In alcuni casi il deficit è così profondo da impedire di sognare, mentre altri fanno sogni vividi. Tra l’altro, spesso non è solo l’immaginazione visiva a essere coinvolta: c’è anche chi manca di un “monologo interno”, ovvero, non “sente” la propria voce pensare; c’è chi non riesce a risentire nella sua testa una canzone che ha ascoltato, o anche Il sapore del suo cibo preferito, o l’odore dei familiari che non esiste se non lo si avverte. Ci sono tuttavia afantasici che non hanno problemi con il rievocare altri sensi in grado diverso; per alcuni il deficit è solo nelle immagini volontarie, per altri invece è totale, con varie gradazioni in mezzo.

Adam Zeman, il principale ricercatore sull’argomento, ha riconosciuto l’afantasia congenita solo dopo che un articolo del 2010 sul paziente MX diventò virale e venne contattato da numerose persone che scoprivano per la prima volta di avere una mente anomala. Oggi varie comunità di afantasici su Facebook, Reddit, Twitter e altre piattaforme permettono loro di venire a patti con la propria condizione e allo stesso tempo sono una miniera per gli scienziati che vogliono reclutare soggetti per comprenderne le radici e la complessità. Il 6 e 7 aprile 2019, gli afantasici e il loro opposto, gli iperfantasici, coloro che hanno un’immaginazione sensoriale estremamente vivida, furono invitati a partecipare al primo incontro sui confini dell’immaginazione di Exeter, in Inghilterra.

Una nuova ricerca, pubblicata su Scientific Reports, ha rivelato che questa condizione crea anche altre differenze cognitive.
“Abbiamo scoperto che l’afantasia non è solo associata a immagini visive assenti, ma anche a un modello diffuso di cambiamenti ad altri importanti processi cognitivi”, afferma il neuroscienziato cognitivo Alexei Dawes dell’Università australiana del New South Wales (UNSW Sydney). A 667 persone (267 di loro che si sono auto-identificate con questa condizione) gli scienziati hanno presentato una serie di otto questionari su visualizzazione, memoria, sogno e risposta al trauma.
“Le persone con l’afantasia hanno riportato una ridotta capacità di ricordare il passato, immaginare il futuro e persino sognare. Ciò suggerisce che le immagini visive potrebbero svolgere un ruolo chiave nei processi di memoria”, spiega Dawes. Oltre a sognare di meno, i loro sogni erano meno vividi e avevano dettagli sensoriali inferiori. “Ciò suggerisce che qualsiasi funzione cognitiva che coinvolge una componente visiva sensoriale, volontaria o involontaria, rischia di essere ridotta con questa condizione”, sottolinea il neuroscienziato cognitivo Joel Pearson, direttore del Future Minds Lab dell’UNSW.

Sappiamo già che non esiste una mente umana standard, ma una gamma di neurodiversità, alcune più facili da identificare, altre meno. Nel caso di condizioni come lo spettro autistico, o la totale mancanza di empatia degli psicopatici, queste diversità emergono nel comportamento. In altri casi, come nell’afantasia, possono rimanere quasi completamente invisibili. Se è così, quali altre possibili differenze nel modo di percepire e pensare il mondo esistono e non ri-conosciamo? Quanto siamo diversi e nonostante tutto umani?

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L’arte di ricominciare (Paola Turci)

Imparerò da un tramonto a salutare, imparerò
E da ogni uomo che aspetta a ritornare, imparerò
Imparerò dal silenzio la tua canzone
E da una foglia che trema a lasciare andare
Dalla mia pelle e dai tagli imparerò, imparerò

Un vuoto nel petto
L’istante in cui stai per crollare
Imparerò a ricominciare

E se l’amore è un atto di coraggio
Tra le tue braccia ricomincia il mondo
È una rivoluzione naturale
L’arte di ricominciare
L’arte di ricominciare

Imparerò dalla storia e da ogni storia imparerò
Imparerò che alla fine non c’è un finale
E dal passare del tempo a perdonare
Imparerò che fa male
Ora lo so, ora lo so

Un fiore che rompe la terra
Lo senti il rumore?
È l’arte di ricominciare

E se l’amore è un atto di coraggio
Tra le tue braccia ricomincia il mondo
È una rivoluzione naturale
L’arte di ricominciare
L’arte di ricominciare

Imparerò cosa serve e cosa devo lasciare qui

E se l’amore è un atto di coraggio
Tra le tue braccia ricomincia il mondo
È una rivoluzione naturale
L’arte di ricominciare
L’arte di ricominciare
L’arte di ricominciare…

Curiosità, Lezioni da vite

Chi era la madre di Italo Calvino?

Sembravo timida ma non lo ero per niente.
Dentro di me sentivo una gran voglia di imparare.
Non avevo ancora idea di cosa avrei fatto,
però sapevo che desideravo scoprire per essere utile.
A chi o a che cosa lo ignoravo,
ma l’idea di diventare qualcuno
mi accompagnò sempre in quegli anni.

Giuliana Luigia Evelina Mameli, detta Eva, nasce il 12 Febbraio 1886 a Sassari, da una famiglia alto-borghese, quarta di cinque figli: la madre è Maria Maddalena Cubeddu, il padre Giovanni Battista è colonnello dei carabinieri. La famiglia Mameli è molto unita e l’educazione dei figli si basa su principi quali il valore dello studio e il massimo impegno nella vita e nella professione. Infatti Eva frequenta un liceo pubblico, tradizionalmente “riservato” ai maschi, e in seguito, particolarmente interessata alle scienze, s’iscrive al corso di Matematica presso l’Università di Cagliari, dove si laurea nel 1905. Alla morte del padre, alla quale è particolarmente legata, si trasferisce con la madre a Pavia presso il fratello maggiore, Efisio (1875-1957), uno dei futuri fondatori del Partito Sardo d’Azione, e già docente universitario, con il quale ha condiviso, nell’infanzia, lunghe passeggiate nei boschi e l’interesse per la natura. A Pavia Eva, ricordata come una donna brillante, appassionata, grande lavoratrice, frequenta il Laboratorio crittogamico di Giovanni Briosi (1846-1919), che si occupa di piante “inferiori”, studi ancora abbastanza unici in Italia. Eva si appassiona a tal punto da proseguire le sue ricerche come assistente volontaria anche dopo la laurea in Scienze Naturali nel 1907. Nel 1908 consegue nel frattempo il diploma presso la Scuola di Magistero e, due anni dopo, l’abilitazione per la docenza in Scienze Naturali per le scuole normali dove insegna per due anni. Ottiene la cattedra di Scienze presso la scuola normale di Foggia, chiede e ottiene il distaccamento presso il Laboratorio crittogamico dell’Università di Pavia. Vince però anche due borse di studio di perfezionamento che le permettono di continuare l’attività di ricerca. Nel 1911 le viene infatti assegnato il posto di assistente di Botanica e nel 1915, prima donna in Italia, consegue la libera docenza in questa disciplina. Il suo primo corso universitario ha come titolo La tecnica microscopica applicata allo studio delle piante medicinali e industriali.
La sua fama scientifica oltrepassa i confini nazionali, ma evidentemente non è il suo solo pensiero. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale si attiva infatti come crocerossina e viene più volte decorata.
È l’immediato dopoguerra a metterla di fronte a scelte difficili: ha 34 anni, il suo maestro Briosi è morto e il fratello Efisio è tornato in Sardegna, per insegnare Chimica farmaceutica all’ateneo di Cagliari. La svolta decisiva è rappresentata, nell’aprile del 1920, dall’incontro con Mario Calvino (1875-1951), conosciuto alcuni anni prima grazie ad uno scambio epistolare su questioni di carattere scientifico. Mario è ricordato per il carattere serio e taciturno, e per i molteplici impegni scientifici, educativi e sociali: un “apostolo agricolo sociale”, lo definirà Eva nella sua biografia.
Mario è sanremese di nascita, ma nel 1908 si trasferisce in Messico e poi a Cuba, a Santiago de las Vegas, dove dal 1917 dirige una Stazione Agronomica sperimentale per la produzione di canna da zucchero. Calvino cerca un valido collaboratore di Genetica Vegetale. Senza indugi Eva Mameli accetta sia la sua proposta di matrimonio sia il trasferimento nel nuovo mondo: i due da questo momento iniziano un cammino comune caratterizzato costantemente dalla ricerca scientifica. A Cuba il 15 ottobre 1923 nasce il loro primogenito, Italo Giovanni, seguito da Floriano, nato nel 1927, in Italia. Nel 1925 la coppia ritorna infatti a San Remo, dove si occupa della nascente Stazione sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo”. Portano con loro palme, pompelmi e kiwi, che arrivano in Italia per la prima volta. I coniugi acquistano anche Villa Meridiana, a quei tempi quasi fuori città, il cui ampio giardino viene messo a disposizione della Stazione. Qui Eva ricopre il ruolo d’assistente e vicedirettrice, ma non rinuncia ad una vita professionale autonoma. Nel 1927 infatti vince il concorso per la cattedra di Botanica presso l’Università di Catania e poco dopo presso quella di Cagliari: viene nominata “professore non stabile” e direttrice dell’Orto botanico dell’Università degli Studi.
Dopo due anni però abbandona la carriera universitaria per dedicarsi esclusivamente alla Stazione sperimentale. Durante la seconda Guerra Mondiale, Eva e Mario «amanti delle sfide scientifiche e civili» (cfr. Mameli-Calvino, 2011) mentre i due figli salgono in montagna per combattere nella Resistenza, offrono asilo ai partigiani e nascondono alcuni ebrei, ragione per la quale Mario Calvino trascorre quaranta giorni in prigione ed Eva deve assistere a due “fucilazioni simulate” del marito da parte dei fascisti. Dopo anni caratterizzati da un costante impegno anche nella divulgazione scientifica, nel 1951, alla morte di Mario, la direzione della Stazione passa nelle mani di Eva per otto anni. Sempre coltivando i suoi interessi floristici (è del 1972 il Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiore e ornamentali, opera unica tra i testi di botanica del nostro secolo), Eva, «la maga buona che coltiva gli iris» – come la chiamava il figlio Italo – muore a San Remo il 31 marzo 1978, all’età di 92 anni.

La prima di una lunga serie di pubblicazioni (oltre 200) di Eva Mameli Calvino risale al 1906. Si è occupata, con i suoi scritti, prima di lichenologia, micologia e fisiologia vegetale, poi di genetica applicata alle piante ornamentali, fitopatologia e floricoltura. Nel 1930 fonda assieme al marito la Società italiana amici dei fiori e la rivista «Il Giardino Fiorito», che dirigeranno dal 1931 al 1947. Nell’opera veramente esaustiva a cura di E. Macellari, edita a Perugia nel 2010, Libereso Guglielmi riesce a mettere bene in luce, nella Prefazione, il profilo di questa donna tenace, che ha dovuto lottare molto per affermarsi come scienziata e come accademica e in seguito per difendere la Stazione sperimentale dall’aggressione edilizia che comunque causerà una drastica riduzione della sua estensione. Ha forse dovuto lottare anche con i suoi figli, come dimostrano le parole lapidarie di Italo nel racconto La Strada di San Giovanni (1962): «Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva». O ancora sentenzia, con una imminente nostalgia: «Mia madre era una donna molto severa, austera, rigida nelle sue idee tanto sulle piccole che sulle grandi cose […] L’unico modo per un figlio per non essere schiacciato da personalità così forti era opporre un sistema di difese. Il che comporta anche delle perdite: tutto il sapere che potrebbe essere trasmesso dai genitori ai figli viene in parte perduto».
Non troppo tenero con Eva Mameli è anche Libereso Guglielmi, l’uomo dal nome esperanto, giardiniere e naturalista, allievo prediletto di Mario Calvino, quasi un sostituto dei figli che avevano preferito altre professioni. Un gran personaggio, con una barba lunga e un modo di parlare semplice e coinvolgente. Figlio di anarchici, cammina spesso scalzo, scorrazzando nel giardino di villa Meridiana, entra in casa con i piedi inzaccherati di fango, gioca con le bisce e i rospi (come lo ricorda Italo in uno dei primi racconti, Un pomeriggio, Adamo). Eva lo sgrida di continuo e infatti lui la considera una donna severa, raccontandola così, in modo ironico e sferzante, in un’intervista rilasciata a Ippolito Pizzetti: «La madre era un po’ carognetta […] Eva Mameli Calvino, una piccolina [….], con quei bei grandi rotoli di capelli,[..]. Una volta me la sono trovata davanti con tutti i capelli sciolti e mi sono spaventato: sembrava un fantasma!» Anche se poi il nostro dichiara : «Era una grande botanica […] una delle potenti, però non era proprio botanica pura, faceva più la ricercatrice, era più biologa, una delle grandi biologhe italiane (…)».
Eppure appare chiaro quanto il figlio Italo, fra i maggiori scrittori italiani del ‘900 abbia ereditato da una madre così. Come viene ricordato nel volume AlbumCalvino: «Di lei [Eva Mameli] si ricorda che parlava un italiano di grande precisione ed esattezza, immune dall’approssimazione linguistica, grammaticale e sintattica che fatalmente accompagna la comunicazione orale: e anche questo è un dettaglio importante per spiegare l’economicità espressiva del figlio, il suo rifiuto di quanto è inesatto, opaco, sfuocato».
Negli ultimi anni Eva Mameli ottiene i giusti riconoscimenti e molti sono gli studi e le pubblicazioni che valorizzano la vita, le scoperte e le ricerche di questa donna che «dal giardino, e più complessivamente dalle consuetudini, uscì spesso, e per lidi lontani». Tessitrice di competenze attraverso gli oceani, scienziata rigorosa quanto attenta agli aspetti sociali del proprio lavoro, si prendeva però il tempo per dire a una bambina: «Vieni, ti faccio vedere una chimera…», anche se si sottovaluta quanto la fama della riviera dei fiori di Sanremo in particolare debba al suo lavoro. Il 17 Marzo 1972, confidava in una lettera a Olga Resnevic – Signorelli : «Da più di due anni sto imbastendo un lavoro di etimologia botanica e ne avrò per altrettanti. Siccome ho compiuto gli 84 faccio più conto delle mie scartoffie che dei pesanti pasticci televisivi. Soltanto ciò che riguarda figli e nipotini mi attira. Ho 4 gioielli tra i 5 e i 12 anni tutti buoni e belli […]».

Eva Mameli Calvino, botanica, naturalista, ricercatrice e viaggiatrice.

Fonte: Enciclopedia delle donne

Poesie altrui

Cinque poesie di Massimo Ferretti

BALLATA INTERROTTA

Gioia infinita di sentirsi
nel coro; di dire: anch’io canto
con loro. Non sono belle le loro
canzoni, ed essi hanno
la voce stonata. Eppure ora tace
la capra stranita legata
all’albero magro. Non è il frastuono
che strozza i belati: anch’essa ha visto
quelle ironiche bocche far saltare
l’allegria lungo i campi.
– Non m’ammazzare, bionda, sono giovane!
– Coraggio! Pedala: scopri i ginocchi!
– Hei bionda, svicola: e avrai cento amanti!
Ma passa la bionda ciclista
e viene una siepe di filo
di ferro che senza sfiorarmi
mi squarcia la carne e il cuore mi sfibra:
rammenta una sorte. E non sono
nel coro. Io sono solo.

SONO UN ANIMALE FERITO

Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda.
Ero nato per la morte immutabile della farfalla: e l’acqua che mi crepò il cuore m’avrebbe solo bagnato.
Ero nato per la felicità della solitudine e il panico vergine dell’incontro: e mi sono ritrovato in una folla di eroi incatenati.
Ero nato per vivere: e m’avete maturato nella morte autorizzata dalla legge, nell’orgoglio delle macchine, nell’orrore del tempo imprigionato.
Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi
organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole: per la morte veloce delle bombe, per la morte lenta degli orologi delle seggiole dei telefoni.
Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare.

ANCH’IO SONO IL MARE

Spolperanno le montagne fino allo scheletro del corallo
ruberanno la fiamma al fuoco
e violeranno l’aria fin dove sospira,
ma il mare resterà il mare:
l’eterna emozione
l’elemento senza futuro.

Si sanno le piaghe aperte dalle navi
i delitti delle reti
e i tatuaggi carnali dei pescatori di perle,
ma il mare non cambia colore.

Non dico questo
perché ho segreti di conchiglie ribelli,
e l’amo perché la sua bellezza non mi fa soffrire.

Da piccolo mi ci portavano per farmi crescere forte
ma la mia stella incrociava altre acque
e nel libro del buio stava scritto
che il volto delle meduse
lo avrei trovato nella gente di terra:
e gli sono cresciuto lontano
con la misera invidia per i suoi sereni peccati
fatti di sole e di carne spogliata,
e ho accettato la sua potenza,
i lividi muri alzati tra nuvolo e abisso,
e l’onda del nord senza sogni.

Ma non ho avuto pazienza:
e l’acqua è rimasta col sale;
non ho avuto pazienza
perché anch’io sono il mare.

LODE D’UN AMICO POETA

Tu sei della stirpe di chi vince:
il male che scalfisci non ti tocca,
la tua maturità non ha timori –
ma non ripetermi che qui è la foresta,
che l’uomo è sempre una rivolta in atto,
che il verbo del poeta è la pietà:
una rondine sottratta alla corrente.

E un giorno non mi capirai.

Entrerò nella turba dei Falliti
con l’umiltà che sempre mi ha distinto;
brucerò tanta rabbia dentro il cuore
che l’inferno tremerà nel riscaldarmi:
e avrò anch’io un duro contrappasso:
sarò il bullone d’un ponte americano.

La tribù degli eroi delle parole,
ripiegata sui freddi tavolini
dove la carta brucia nella penna,
si presta a certi sbagli disumani:
ed ecco i fumatori di matite,
i coppieri dei calamai ammuffiti,
gli alfieri delle «leggi» del partito,
i sacrestani delle muse benedette:
una folla assurda e senza volto
che nuota nell’inchiostro
con la scienza della carta-calcante.
E la marea li mescola agli onesti:
ai profeti della giustizia anchilosata,
alle trombe medievali della Croce,
agli amanti delle immagini rapite.

Ma il tuo sangue non vive in questi lacci:
e io brucio stelle pel tuo canto vergine
turbato solamente dalla vita!
Io brucio stelle pel tuo verso barbaro
fermato nelle canzoni verdi
dell’uomo vivo, immerso nella terra.
Il vento di Provenza che lo scuote
è il rifiuto della pace degli antichi,
l’insulto alla vergogna del ricatto sociale,
l’urlo per la misura della morte.

Ma l’ansia di toccare il cuore al mondo
t’ha piegato al torpore della Lingua
che hai destato in difficili rime.
E l’Italia salvata nelle origini
rivive nel profumo della luce:
ed ecco i fiumi inquieti dell’infanzia,
la cupa adolescenza delle ombre,
gli ardori consumati nel silenzio,
i passi svuotati nelle strade,
la costante follia della Chiarezza,
la nostalgia invincibile dell’alba,
la solitudine accettata come un pegno
da risolvere in numeri di vita.

La tua origine è un’onda mostruosa
che ha radici negli abissi della luna,
il tuo pianto è una luce senza limiti
che libera dal buio esseri veri,
e il tuo furore critico
che incendia foreste filologiche
e scava negli angoli dell’anima
in fondo non conosce che una meta:
il tropico del canto corrisposto
dove il cuore è il calore della terra
e il popolo il palpito del mondo.

I COLORI DEL GELO

Nella mia vita il viaggio resta il segno
di ciò che doveva essere la vita
se l’avessi capita troppo tardi.
Ma ho capito tutto troppo presto
e ogni viaggio è uno spostamento
da una solitudine a un silenzio:
da un’attesa a un tacito possesso.

Non posso non fermarmi al corridoio
d’un rapido treno della notte,
pieno di tedeschi d’ogni sesso
e di reclute del nostro nuovo esercito.

– Dal congedo delle insegne luminose
dal patetico gergo dei consigli
salva, frau, questo provinciale!:
la tenerezza che sale da un abisso
è una luce che mi fa tremare,
la rivolta d’un reietto è una canzone,
il sole è il calore d’un relitto.

Sì, questa notte non sono entrato
perché sono un maschio in borghese
e non sono più un ragazzo
(«militari e ragazzi metà prezzo»):
sarò un alpino e avrò una penna nera,
non starò più attaccato a un finestrino
a decifrare teoremi neutrali
su estetiche statali e militari.

L’esercito amava alle mie spalle,
ma io non sono un soldato dell’esercito:
io sono un soldato della vita
e stanotte ho giocato una partita
molto più dura di quelle che faranno
i soldati che stanotte ti hanno avuta
e quelli che dormivano beati
nelle scomode amache improvvisate
con le retine dei portabagagli
e quelli incastrati nei sedili
tra tedeschi saturi di birra
e l’incenso dei piedi senza scarpe.

Davanti al vetro in cui ti specchi
per pettinare in pace i tuoi capelli
e mi chiedi perché non sono entrato
e mi dici che sarò un alpino,
stanotte ho guardato il mio destino.

La mia provincia verde di colline
la mia valle torbida di nebbia
il paese dove sono nato
la casa che mi ha cresciuto –
tornarono nel buio del paesaggio
che il treno divorava nella corsa:
venivo da loro e a loro ritornavo,
ma loro non mi offrivano la vita:
m’offrivano il teatro di me stesso
per monologare all’infinito
lucidando l’archivio degli errori,
vitali colori del mio gelo.


«Il mio complesso è una tragedia antica:
devo scrivere e vorrei ballare.»

(In “trattoria”, da “Allergia”)

A sette anni inizia ad avvertire i sintomi di una grave malattia: l’endocardite reumatica, una disfunzione cardiaca che si manifesta con forti dolori al petto e febbre altissima, che lo costringerà a continui ricoveri in ospedale e lunghi periodi a letto. Secondo la sua stessa interpretazione, questa malattia lo costrinse a sperimentare una forma di «alienazione particolare» che si tradusse poi in quella «professionale» della scrittura, dove Ferretti nasce come poeta con un libro notevole che oggi la casa editrice Giometti & Antonello ci permette di rileggere: “Allergia”, per l’appunto, che nella sua prima edizione autoprodotta del 1955 reca il sottotitolo Prefazione ad una giovanezza e una nota in cui l’autore spiega ciò che l’ironica deformazione del titolo ungarettiano per eccellenza dovrebbe suggerire istantaneamente ai lettori: «Questa “allergia”», scrive Ferretti, «va intesa come immunità possibile e necessaria d’una malattia ben diagnosticata: la storia, insomma, d’una presenza delusa ma non sconfitta».

Massimo Ferretti nasce il 13 febbraio 1935 a Chiaravalle, nelle Marche, da una famiglia della media borghesia. Il padre Aurelio è geometra e la madre Jole è maestra elementare. Nel 1939 nasce Maurizio, unico fratello, compagno di giochi e poi confidente di una vita.

Nel 1942 anche a Chiaravalle la guerra si fa sentire attraverso feroci e distruttivi bombardamenti. La famiglia Ferretti è costretta a sfollare in un convento nella vicina Belvedere Ostrense (AN). L’impatto con la guerra è terribile per un bambino che deve convivere con la paura, immobile in un letto, ma è in questo periodo che scopre nella scrittura un potere terapeutico che lo aiuta a superare le sue difficoltà. Inizia a scrivere un diario che poi distruggerà a dodici anni in un momento di rabbia. Nel 1951 la famiglia decide di trasferirsi a Jesi, lontana da Chiaravalle pochi chilometri, ma sentita subita estranea da Ferretti.

Qui frequenta il ginnasio con scarsi risultati tanto che viene bocciato alla licenza ginnasiale. La sua può essere definita una formazione da autodidatta con letture dei poeti tipici della sua generazione: Rimbaud, Eliot, Montale. Scopre così la sua vocazione poetica ed inizia a comporre versi. Nascono su questo terreno i primi conflitti con il padre, che in parte asseconda la sua vocazione ma predilige per lui studi che lo possano avviare ad una professione con sicuri guadagni.

Ancora studente di liceo pubblica il suo primo poemetto (Deoso, Siena, Casa editrice Maia, maggio 1954). L’anno successivo stampa, sempre a proprie spese, una plaquette di versi Allergia (Jesi, Tipografia Civerchia, 1955). In quello stesso anno spedisce le due plaquettes a diverse riviste di letteratura. L’unico a entusiasmarsene è Pier Paolo Pasolini che decide di pubblicarne una scelta su “Officina” (febbraio ’56). Nel novembre del 1957, dietro pressione del padre, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, a Perugia. Nel dicembre dello stesso anno incontra per la prima volta a Roma Pasolini, col quale peraltro aveva già avviato un fitto carteggio. Nell’ottobre del 1959 decide di trasferirsi all’Università di Camerino a causa dei risultati disastrosi che fino a quel momento aveva conseguito a Perugia. A Camerino gli giungerà la terribile notizia del suicidio del cugino venticinquenne. Questa tragedia lo scuoterà al tal punto da diventare materia del suo primo romanzo.

Sempre nel ’59 su interessamento di Pasolini pubblica su “Botteghe oscure”, rivista curata da Giorgio Bassani, il poemetto La croce copiativa scritto nel 1957. Esasperato dalle continue bocciature all’università e dagli scontri con il padre, nel 1961 si trasferisce a Roma in cerca di “pane e libertà”. Qui vive precariamente presso degli affittacamere scrivendo recensioni per il quotidiano romano “Paese Sera”.

Frequenta con moderazione l’ambiente letterario romano, soprattutto amici di Pasolini, tra i quali Attilio Bertolucci, il figlio Bernardo ed Enzo Siciliano. Con questi ultimi partecipa ad un concorso per programmisti RAI, supera sia le prove scritte che quelle orali ma non verrà assunto per mancanza di idoneità fisica.

Nel 1962 ottiene un incarico professionale presso la casa editrice Longanesi per un periodo piuttosto breve, contemporaneamente inizia la sua collaborazione alla pagina culturale de “Il Giorno” che durerà fino al novembre del 1963.

Nello stesso anno si trasferisce in un piccolo appartamentino acquistato per lui dal padre nel quartiere Montesacro. Qui si dedica alla stesura già avviata del suo primo romanzo Rodrigo. In questi anni si dedica inoltre alla revisione delle sue poesie che, in un’edizione comprendente componimenti poetici scritti fino al ’62, riuscirà a pubblicare nel febbraio del ’63, sempre con il titolo di Allergia presso la casa editrice Garzanti. Pochi mesi più tardi, in maggio, viene pubblicato sempre da Garzanti anche Rodrigo. Nell’agosto del ’63 vince il premio Viareggio “opera prima” nella sezione poesia. Nell’ottobre partecipa a Palermo al primo convegno del Gruppo ’63 dove legge un capitolo del suo nuovo romanzo, iniziato nel dicembre dell’anno precedente e ancora in fase di elaborazione. Con l’adesione al Gruppo 63 si rovinano irrimediabilmente i rapporti con Pasolini, mentre inizia a frequentare Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani e stringe una profonda amicizia con Antonio Porta, testimoniata da un breve e fitto carteggio. Nel 1964 partecipa in veste di spettatore al secondo convegno del Gruppo 63 che si tiene a Reggio Emilia.

Nel 1965 è costretto a ritornare a Jesi a causa dell’improvvisa scomparsa del padre e dalla necessità di proseguire l’attività commerciale ereditata insieme al fratello.

Nell’aprile del 1965 decide di pubblicare Il gazzarra, suo secondo romanzo, presso la casa editrice Feltrinelli, casa editrice ufficiale del Gruppo 63, causando la definitiva rottura con Pasolini. A settembre, nello stesso mese dell’uscita de Il gazzarra, partecipa al terzo convegno del Gruppo 63 a Palermo in cui si discutono le problematiche del romanzo sperimentale. Torna dal convegno deluso per la tiepida – in alcuni casi assente – attenzione dedicata al suo romanzo.

Deluso dalla critica, dal mondo letterario in genere e da quello editoriale che pensa all’opera letteraria solo in termini di mercato, decide di ritirarsi dall’attività di scrittore e dedicarsi esclusivamente alla sua attività commerciale nel settore dei prefabbricati edilizi. Nel 1966 inizia a studiare sistematicamente la lingua inglese; nel luglio-agosto dell’anno successivo soggiorna a Londra per perfezionarne la conoscenza. Nella primavera del 1968, sentendo il commercio come una costrizione alla sua vocazione letteraria, lascia Jesi e torna definitivamente a Roma dove inizia l’attività di traduttore dall’inglese. Traduce per lo più testi di psicologia e antropologia per la casa editrice Astrolabio dell’editore Ubaldini di Roma, traduce inoltre un romanzo di Christine Brooke-Rose: Tra, pubblicato da Feltrinelli nel 1971. All’insaputa di tutti inizia la stesura di un nuovo romanzo Trunkful. Scrive i primi tre capitoli ma, probabilmente viene interrotto dalla morte che arriva improvvisa, nel sonno, nella notte del 20 novembre 1974, a soli 39 anni, nella sua casa di Roma. La salma viene traslata due giorni dopo nel cimitero di Jesi.

In prosa & poesia

Ponti

La maggior parte delle persone non è altro che un ponte: ti accompagna dall’altra parte del fiume, dall’altra parte delle paure, talvolta dall’altra parte del tuo stesso pensiero. Tuttavia, alla fine, non si va oltre: come finiscono i ponti, così finisce anche la loro compagnia, lasciandoti solo dall’altra parte del fiume, con solo qualche pensiero in più che, a volte, si fa esperienza e ricordo.

(11 maggio 2016)

Estratti di letture

La sensibilità

La sensibilità, quella vera, non ha la voce grossa, non urla, non tenta di imporsi ad ogni costo. La sensibilità è timida. Non ha bisogno di proclamarsi, non è becera. Spesso si nasconde sotto un’apparenza scostante e dura. E’ come una donna bellissima ma poco appariscente: bisogna guardarla bene per lasciarsi inondare dalla sua grazia, dalla sua insaziata profondità. Una volta un amico mi disse che essere sensibili è come avere un’arpa interiore e sentire “vibrare” le sue corde… Io dico che è questo, ma anche di più. Essere sensibili è anche saper toccare le corde dell’arpa interiore degli altri. Anche se, spesso, ad udirsi sono solo disarmonie.

Angie Siniscalchi

Poesie altrui

Tre poesie di Antonia Pozzi

(Preghiera alla Poesia)

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

••

(Scambio)

Continueremo così:
io a darti poesia e la prima margherita
da mettere davanti alla tua mamma;
tu ad arginarmi la vita
con certezze di fiamma.

••

(Pioggia)

Stasera la mia sonnolenza
a gravare sopra un divanetto scomodo
invincibilmente
e la corrosione tremula della pioggia
in un canale troppo vicino
a incidermi nell’anima
penosamente
il balenìo delle tue lacrime.

(Antonia Pozzi, “Poesia, mi confesso con Te. Ultime poesie inedite 1929-1933”.)

In prosa & poesia

L’anima della sera

Fiorisci malinconica e fresca,
sei l’ultima della festa
Tu che sei luce e ombra,
il riposo delle membra.

(21 aprile 2016)

Immagine reperita dal web.

In prosa & poesia

Nella morsa della bellezza

La potenza della bellezza sta nel distoglierci dall’inconscia e costante attenzione volta al nostro ego che, dinanzi ad essa, torna nella sua piccola e umile dimora. Si potrebbe dire, allora, che l’ego getti la spugna – strizzata nella morsa della bellezza, mentre quest’ultima nutrirà, riempirà e libererà il cuore.

Una lunga esposizione sotto il sole della Bellezza, non potrà che rendere maturo il frutto – il nostro cuore – il cui albero saremo noi protesi verso le altezze dell’Animo.

Pro-tendersi per tendere, infine, una mano.

In prosa & poesia

Nell’immaginar, danzare

Non saprai ballare,
ma sai far danzare le dita
sulla chitarra che imbracci
come fosse una ballerina
che reggi con grazia.

E vorrei essere io ella
che vibri tra le tue braccia
e suoni sulle note di “Un amore
così grande”, com’è grande
il mio desiderio il quale tace,

eppur, silente t’avvolge.

“Elegant Lady with Music Score” di Fernand Toussaint (Bruxelles 1873 – 1956). Olio su tela. Collezione Privata.