Estratti di letture

Di Rebecca West

Dal romanzo di Rebecca West, “Quel prodigio di Harriet Hume”.

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In prosa & poesia

Nell’immaginar, danzare

Non saprai ballare,
ma sai far danzare le dita
sulla chitarra che imbracci
come fosse una ballerina
che reggi con grazia.

E vorrei essere io ella
che vibri tra le tue braccia
e suoni sulle note di “Un amore
così grande”, com’è grande
il mio desiderio il quale tace,

eppur, silente t’avvolge.

“Elegant Lady with Music Score” di Fernand Toussaint (Bruxelles 1873 – 1956). Olio su tela. Collezione Privata.

In prosa & poesia

La prima luce del mattino

Bianca è la prima luce
del mattino, fresca
come acqua che bagna
e sveglia il viso.
Cinguettano gli ambasciatori
della vivida stagione,
pronti per corteggiare
le future spose
alate.
Ordunque il lieve vento
sospinge le campanule
– viola, blu,
azzurre, bianche –
annunciando così le nozze,
in mezzo a fiori di ciliegio
e peonie: è il principio dell’amore
e delle nascite, più nella buona
che nella cattiva sorte.

Scatti personali: piante di viburno i cui bianchi fiori disegnano cuori 🙂🤍💕

In prosa & poesia

In fumo il presente

Seduta al tavolo di una
cartomante
sotto ai miei occhi ella
mescola le carte

Così scorrono veloci:
tra le sue mani,
le mie giornate.

Io la osservo e studio
le sue mosse,
come se servisse
a cambiare la mia sorte.

<< Mescola, mescola! >>,
la esorto, e quasi mi diverto
anche io: così distante
è ora il mio presente

perso fra queste carte
che, se solo bruciassero,
mi riscalderebbero.

Poesie altrui

Nove poesie di Lorenzo Calogero

Angelo della mattina
risvegliami ancora
per la nuova fulgente aurora
che s’arrossa sull’orizzonte o s’incrina.

Io sono uno strano mendicante
che chiede amore e parole,
sono un solitario emigrante
verso le terre della luce e del sole.

Vienimi coi tuoi fulgori,
angelo che non ristai,
coi tuoi infiniti fulgori
colle movenze che tu sai,

e crescimi delle meraviglie,
di quanto raccogli negli occhi neri,
degli infiniti misteri
che tu celi dentro l’arco dei cigli.

Fammi conoscere ciò che tu conosci
i riflessi della tua bocca chiara;
mutevolmente nel mio cuore già amara
è una musica una magica forma, in una pioggia che scrosci.

•••

Vergini in puro sonno ali oscillano.
Questo è lo schermo della luna.
L’esile lume giuoca sul tuo collo
come un’onda danzante e riverbera i disegni,
i segreti delle stagioni sui vapori
delle stelle come un’esigua acqua
che lascia schiuma.

Ritorna il bivacco
su la dardeggiante cruna
e la marea come un’alta cima
asciuga lo scirocco
sopra una ventata calda
di cenere bionda e bruna.

Si accende il disco
della candida faccia a raggi
della bianca implorante luna
ai passi dello sperduto viandante
che ha smarrito la strada.

Ali vergini di puro fumo in sonno
su lande solitarie oscillano, puri fiocchi
aperti ai tuoi sogni divengono.

•••

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.

Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.

Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

•••

Cielo di cenere o sanguinoso
come una macchia di sangue,
timido o capriccioso
come anima che langue

aperta all’infinito.
Io vedo pensante
passare dentro un mito
nell’anima sognante

un sogno che s’avvera.
Un volto perduto in due mi guarda
tenue com’è una sfera
sfuggita che s’attarda

e che si riempie di dolore.
Misuro e traccio del volto
una forma angelica in amore
nel mio segreto sepolto.

Esser lo stesso per tutti continenti,
l’inchinarsi del moto cui soggiacciono
sempre i più lontani venti
è come un eremitaggio.

Sognare quel che si sogna di vela
in vela verso i confini dell’oceano
è come se sperduta nave anela
verso altezze cui le rive traggono.

Anche meraviglioso
è il cielo della vita.
L’istinto suo grandioso
vergine m’invita

verso una folata di vento
attinta a profondità abissali
per un nuovo combattimento
per nuove più fulgide ali.

•••

Silenzi vergini e il canto mutato
senz’orme e questo vano agglomerarsi
delle colline che ti colpì come un grido,
un volo di rondine; e il fiume
è così enorme come una voce
in cui è vano specchiarsi. Dentro una voragine
tacito il tagliaboschi dritto
guarda e pei campi irrompe.
E un passo aereo si fa sempre più rado
passato a caso da un capo all’altro
in questo paese,
in un viottolo su e giù per le valli di confine.
Ecco ti porto un segno
intessuto sul tuo mantello
come fra tacite spire
tesse il ragno e il suo richiamo
è un fantasma dolce a seguire.

•••

Zefiro autunnale. Schiudersi. Intirizzita
è la materia come il soffio che spira.
Sono miracoli ardui ceruli diradati
i merli sopra le colonne
e lucciole scivolano leggere
sul viso gentile delle donne.

Felice novità! Spicca il volo aereo
sereno senza confine il sonno dell’aldilà
e sono presaghe le nubi sopra le colombe.
Appassita flora dei segni dei giardini.
Duri lembi di ali
e le movenze intrecciate
come archi di vimini
sui davanzali involgono di ora in ora
e un corpo grave e biondo affiora.
Gioie senza voglie nella penombra affacciate
sul viso delle donne appaiono
nell’unico sorriso che il sonno della morte
pensosa talvolta addolora.

•••

… E quel che mi rimane
è un poco di turbine lento di ossa
in questo orribile viavai

dove è alzato anche
un palco alla morte.
Ma io mi sento sempre spento.
Un poco di nebbia mi assale.

Ed io ho amato un fiore di biancospino
nelle tue giunture, nelle tue ossa,
nelle aperte contrade. Guarda
non piú di ieri; e la sagoma amata
dorme accanto ai futuri cipressi
colla giovinezza della tua gloria.

Ma dimmi; e perché mi ami?
la tua giovinezza passata
e futura era una foglia
e perché da un lembo stai.

Ma tanto, quel che ho amato
era la tua giovinezza scorsa
e remota come un canto
nel canto imminente della sera.

•••

Se per poco odo e tolgo a la voce
non mi resta che un’immagine
per finire. Fu scaturigine
quieta la tua vita come acqua,
cosí partecipe esigua la spiegazione.
Il taciturno lento svolgersi delle stagioni
ti si addice. Non so in quale artefatto
rarefatto moto dei monti o pressoché simile
umile era fatto alle origini. Pure potevano
svilupparsi il silenzio, una migrazione
gelida, un puro spazio
in pure pause di ombre.
Uguale lievita e riecheggia la brezza
e risponde. Il mattino sul colle inclemente
era la causa dei sogni.

•••

Se leggera ti voglio non è mattina
che non si vede, non è sanguinante
col passo il tuo labbro
che si avvicina. Donde provenga
parvenza non vera dell’alba
gelida non so. Tuo è il suo orgoglio,
inquinato ricordo che più non si scorge
o l’esilio nel suo passato o uno spiraglio
nel vuoto, perché se non più si ama
e si spegne lentamente un uomo
non più io ti domando. A mezzanotte
livido è il tuo fianco. Sale a le stormenti
fronde di un albero o è rigido.
Serena e pura una gioia
si spande al tuo labbro.
Fredda e sicura l’imitazione
dell’immagine di lei, vivida
dentro un cristallo, nelle pieghe
della sua struttura una lacrima rade.

•••

BIOGRAFIA

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica.

Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. È di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie.

Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. È sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: “sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.

Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza. Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, ma l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino, ma Einaudi è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. È sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste, che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero, che rimarrà inedito. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia.

Scrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta Parole del tempo, che contiene 25 Poesie, Poco Suono, Parole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Qui si innamora di un’infermiera, Concettina, l’ultima figura intorno alla quale ha cercato di costruire il suo mondo etereo e che nei versi da lei ispirati, appare come una figura angelica, celestiale: «Tu levigata eri nella tua veste dolcissima/ nell’azzurra chiarità dello spazio/ o in una veste amata,/ perché di tutto in te tutto ritrovo, bianchissima!».

Nel ’56 tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi.

Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi, G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli presenzia alla premiazione. Tuttavia, durante la premiazione, era come inebetito; il fratello lo portava sottobraccio, come si fa con un malato, ed egli andava ripetendo «sono qui per non offendere nessuno. È tardi per tutto questo, il premio, il resto. Cerco questo, ma è tardi. La vita ha perso già».

Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa incomprensione.

Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo.
Nel luglio 1959, quando il poeta si ritirò definitivamente nella sua casa di Melicuccà, dopo il secondo ricovero a Villa Nuccia, il suo fisico era ormai logorato definitivamente, tanto da non consentirgli quasi di uscire da casa, e forse conscio di essere ormai vicino alla fine scrisse i versi di Inno alla morte: «Ma non m’interessa più della vita,/ oggi mi curo della morte./ Fra poco e alla svelta morrò…».
Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo.

La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici (e non “Canti della morte” come pensò il poeta), editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria.

Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte.

Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:

<< Vi prego di non essere sotterrato vivo.>>

Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero, ancora oggi inedito, insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900.

Lorenzo Calogero, per anni, aveva inutilmente elemosinato un giudizio benevolo e la pubblicazione dei suoi versi, «Datemi quel tanto che mi spetta/ e me ne vada:/ ho le labbra arse secche:/ schiuma di cavalli./ Sono vano per troppo aspettare./ Sento la mia pupilla affogare/ In un labile pianto…»
ma ormai stanco e disilluso dagli uomini, quando cominciava a giungere qualche riconoscimento, pur continuando a scrivere poesie, si rinchiuse in totale isolamento, alternando i suoi giorni tra la clinica per malattie nervose “Villa Nuccia” e le mura di quella casa in cui fu trovato morto all’alba del 25 marzo 1961: «tra le mura della mia casa/ al mio deserto focolare/ a pascere di ombre morte/ la falsa rimembranza/ che non è più mia ma del destino».

Le somiglianze tra il poeta di Melicuccà e lo scrittore russo Michail Bulgakov, anche lui medico e come Calogero condannato alla morte psicologica (manicomio ed espulsione dal consesso degli Scrittori), sono impressionanti: tutti e due scrissero e riscrissero, isolati dal mondo circostante, le loro opere, racchiudendo in esse tutta la loro immaginazione e la loro stessa ragione di vita, coltivando il sogno di vederle pubblicate, costretti ad accontentarsi, in vita, dell’apprezzamento di una cerchia assai ristretta di estimatori.

L’opera dello scrittore russo, però, attese solo un ventennio e, dopo la pubblicazione, Il Maestro e Margherita ha immediatamente ottenuto una popolarità senza precedenti, diventando, in patria e nel mondo, il romanzo russo contemporaneo forse più conosciuto; i versi di Calogero, invece, sono rimasti “sepolti” per più di mezzo secolo e solo pochi in Italia hanno avuto modo di accostarsi alla sua opera, nonostante il suo nome, negli anni sessanta del secolo scorso, sembrava doversi imporre definitivamente come quello di uno dei più grandi poeti europei.

Dopo la sua morte, in seguito alla pubblicazione, nel 1962, del primo volume di Opere poetiche, è esploso ‘il caso letterario Lorenzo Calogero’: i particolari della sua vita sventurata e martoriata, offerti da tutta la stampa nazionale, hanno fatto di lui un poeta maledetto degno di Rimbaud e di Baudelaire, anche se, in realtà, nella sua vita tormentata non sono riscontrabili gli elementi caratterizzanti del maledettismo: non ha mai, infatti, rifiutato i valori esistenziali, non è stato provocatorio, né pericoloso, né asociale, anche se considerava gli altri tanto diversi da sé.

Una tale immagine, però, serviva forse al lancio editoriale ed i giornalisti, come ebbe a dire Giuseppe Fantino, «hanno fatto il loro gioco … hanno scritto i loro articoli tenendosi a mezzo tra realtà e fantasia …» anche se «nelle vicende esterne di Lorenzo Calogero non si possono cogliere elementi da accostarlo ai Rimbaud e ai Verlaine ma piuttosto – sempre con le debite cautele perché egli non ebbe né la gobba né la misantropia – a Leopardi».

Anche la poetessa Amelia Rosselli, considerata da qualcuno l’erede di Lorenzo Calogero, in un suo intervento alla Pietra Serpentina di Via Galvani a Roma, in anni più recenti, nel 1982, quando il clamore generato dal “caso Calogero” si era ormai da tempo sedato, affermando di essere convinta che al momento del lancio editoriale la vita di Lorenzo Calogero sia stata un po’ drammatizzata, ha espresso qualche dubbio sul suicidio del poeta di Melicuccà.

Da quel brulichio d’interventi, generato dopo la sua morte, comunque, come affermò Mario Luzi, «Calogero ne uscì come una creatura dall’ombra, una piovra che tendeva i suoi tentacoli nella sua stessa solitudine e nella sua stessa impotenza: monstrum insospettato».

L’operazione editoriale di Lerici, ineccepibile nel momento in cui Calogero era praticamente sconosciuto, è consistita nella pubblicazione di un florilegio dell’opera più matura, al fine di presentare quello che era ritenuto il meglio del poeta, estratto da quel mare magnum di circa ottocento quaderni pieni di versi scritti con una grafia minuta e tormentati da ripetuti interventi correttivi, ma della sua produzione poetica solo una piccola parte è stata pubblicata a testimonianza di ciò che aveva prodotto un uomo che aveva rinunciato alla sua vita per amore della poesia in cui «credeva come ad una necessità per lo spirito».

Dopo l’impatto sconvolgente mirante alla creazione del ‘caso letterario’, quando era apparso ormai chiaro a tutti che Lorenzo Calogero, nella ricerca continua di mezzi capaci di esprimere il suo profondo tumulto interiore, era riuscito a produrre una poesia che costituisce un unicum nel panorama letterario del Novecento, tanto da sfuggire ad ogni tentativo di inquadramento nell’ambito di correnti e di scuole, sarebbe stato necessario proporre tutta la sua opera, ordinata cronologicamente, in maniera che apparisse il travaglio che, in un ordinato procedere, aveva fatto di lui un grande poeta.

Successe esattamente il contrario: dopo la pubblicazione, nel 1966, del secondo volume di Opere poetiche, la casa editrice Lerici pose fine alla sua attività editoriale e si ebbe subito l’impressione che le vicende aziendali dell’editore avrebbero inevitabilmente influito sul futuro critico del poeta di Melicuccà, così come era stato profetizzato su «Lo Specchio» del 21 luglio 1963 in un articolo dal titolo emblematico: Calogero in cantina, Lerici in quarantena.

I due eleganti volumi rilegati in tela rossa, accatastati nelle librerie Remainders, furono immediatamente esauriti e il dibattito su Calogero, anche se non si è mai arrestato, si è inevitabilmente rallentato anche a causa della mancata pubblicazione degli scritti rimasti inediti per tanti anni.

La mancata pubblicazione degli inediti aveva fatto supporre che dopo l’intensa stagione giovanile, tra il 1935 e il 1946, Calogero avesse trascurato la poesia forse nel tentativo di affermarsi professionalmente come medico. Il poeta stesso, però, aveva confessato a Vittorio Sereni che la professione medica è sempre stata per lui soltanto «una distrazione per la ineliminabile noia della vita», e non faceva mistero di aver esercitato quella professione più per contentare la sua famiglia, ed in particolare sua madre, che per sua libera e volontaria elezione.

Nel corso della giornata di studi svoltasi a Melicuccà il 13 aprile 2002, il Prof. Antonio Piromalli ha reso conto di decine di quaderni contenenti manoscritti, posteriori al 1935, in cui l’opera di Calogero si conferma come «enunciazione fluviale … inesauribile diario intellettuale»; in esse, però, acquistano un particolare significato «le motivazioni religiose e il rapporto tra arte e religione» e si ha quasi l’impressione che la critica, proprio a causa della frammentarietà di quanto pubblicato fino ad ora, abbia trascurato di valutare adeguatamente l’aspetto religioso nella poesia calogeriana.

In realtà dalla lettura delle poesie giovanili di Lorenzo Calogero, già pubblicate nelle raccolte 25 poesie, Poco suono e Parole del tempo, emerge la figura di un giovane che crede fermamente in Dio, tanto da affermare: «La legge di Dio/ è penetrata nella mia profonda/ mia intima carne / come acciaio rovente».

Egli è convinto che «il vero poeta è un asceta che ha fede in Dio e che è emblema della vita morale».

La scelta della rivista letteraria «Il Frontespizio» non è stata casuale, ma indicativa della formazione cattolica di Lorenzo Calogero.

La fede religiosa gli derivava sì dalla formazione familiare, ma si è rivelata frutto di personale convincimento e, durante la dittatura fascista, negli anni in cui Mussolini rivendicava a sé il diritto di formare i giovani, contrastando le associazioni cattoliche, egli non si omologava, ma aderiva all’Azione Cattolica.

Per lui la poesia è stata, come si legge in un quaderno inedito, «espressione … di quello che [è] il senso etico permanente nella coscienza”, tanto che del clamore delle camice nere e delle imprese fasciste “poco suono” giunse al suo orecchio “assorto in ascoltazione dell’eterno».

Come ha affermato Paolo Martino concludendo i lavori della giornata di studio a Melicuccà, il 13 aprile 2002, «È chiaro che c’è in Calogero un anelito inesausto che s’identifica col poetare. Ed è anelito religioso. Religiosa è la ricerca di verità attraverso l’auscultazione delle “parole del tempo”: il conflitto tempo-eternità è tematica squisitamente religiosa.»

Con il passare degli anni, l’incondizionata fiducia in Dio e nella poesia lascia il posto alla tristezza che diventa via via sempre più cupa, tanto che il volto della morte comincia ad apparire con una certa insistenza e nei momenti di sconforto, che diventano sempre più frequenti, è possibile scorgere immagini che caratterizzano l’opera matura: «Non so più quanto né come/ ho perduto e svanito il ricordo/ d’una vita presente che accordo/ al mio lugubre pesante nome.»

Nel 1940, però, trovava ancora nella fede motivi di conforto se da Sellia Marina, in Provincia di Catanzaro, dove è stato medico condotto ad interim tra il 1940 e il 1941, in una lettera indirizzata al padre, informava la famiglia di andare a messa ogni domenica, anche se molto probabilmente era già cominciato quel travaglio interiore che lo ha portato ad allontanarsi da tutto e da tutti.

In quegli anni le sue patofobie si accentuarono sempre più fino a quando, appunto, nel 1942, tentò per la prima volta il suicidio, sparandosi in direzione del cuore.

Nel corso della sua esistenza, Lorenzo Calogero declamò spesso la morte, come già nel suo primo libro di poesie, “ Poco suono”, pubblicato nel 1936 all’età di 26 anni, dove afferma: «Morte mi chiama/ col suo passo leggero/ come in un sogno». E sempre nella stessa raccolta giovanile sostiene che la vita «…ha il suo compimento/ più duraturo/ nella morte». Nella raccolta Sogno più non ricordo, la morte diventa addirittura ospitale, «di bianco e di seta vestita».

Questa familiarità con la morte ha fatto sì che la tesi del suicidio, avvalorata dai due precedenti tentativi del 1942 e del 1956, avvenuti in due momenti particolarmente drammatici, fosse comunemente accettata e i giornali non esitarono a titolare “Scoperta di un poeta suicida”, nonostante l’ufficiale sanitario di Melicuccà, nel suo referto, avesse affermato che quella morte era avvenuta per «infarto del miocardio» e non avesse ritenuto necessario procedere all’autopsia per ulteriori accertamenti.

Non è stata valutata neppure l’ipotesi che il poeta, che da anni si alimentava di caffè, barbiturici e sigarette, si sia lasciato morire per denutrizione.

Non c’è alcun dubbio che Calogero sentisse ormai prossima la fine e, nella sua solitudine, non ha trovato alcun conforto.

Poco più di una settimana prima della morte così si sfogava nei suoi versi: «e sembra un sogno, ma non ho nessuno./ O anima, o madre dei poeti/ e al tuo benigno regno, io poveruomo,/ forse nessuno. E languisco nelle tenebre/ che mi ha lasciato il tuo smaltato/ smalto; io due volte, pronto,/ sul punto di uccidermi …».

Il 18 marzo, tre giorni prima della sua scomparsa, in quella che viene comunemente indicata come la sua ultima lettera, così scriveva a Giuseppe Tedeschi: «Dopo due volte che ho tentato quasi un suicidio, o ho tentato di suicidarmi, credo che non mi verrà più un’idea del genere per la terza volta».

Sono del 1960 alcuni frammenti di una lettera inedita, indirizzata al Papa e molto probabilmente mai spedita, nella quale, chiedendo ingenuamente aiuto per ottenere una pensione che gli desse i mezzi di sopravvivenza, pur tra mille contorcimenti dialettici, con un linguaggio a volte incomprensibile, che conferma la particolare confusione psicologica che ha vissuto negli ultimi tempi della sua vita, cerca di chiarire la sua posizione di fede ed afferma testualmente che la sua «posizione rispetto alla Chiesa [è] quella fondamentale e specifica propria di ogni comune credente».

Soltanto qualche mese dopo aver scritto quelle note, nel momento più tragico della sua vita, quando le speranze umane erano definitivamente svanite, il forte combattimento interiore che stava vivendo lo ha indotto a cercare, all’alba di martedì 21 marzo 1961, un lungo dialogo con il parroco di Melicuccà, ché certo nelle sue intenzioni era l’ennesimo grido di aiuto.
I vicini di casa lo hanno visto per l’ultima volta, quella mattina, al ritorno dalla chiesa in cui lo zio, suo omonimo, aveva per anni esercitato il suo ministero sacerdotale, dove si era recato per fare la Comunione.
Il suo corpo esamine fu scoperto tre giorni dopo, steso sul letto della sua camera.

Qualcuno ha interpretato quel gesto come l’esito di un lungo travaglio che lo aveva portato a ravvivare, dopo un’indifferenza quasi ventennale, i sentimenti religiosi, a conferma che le esperienze giovanili non erano state superficiali.

Subito dopo la morte, qualche giornalista ha sperato che fosse il confessore a gettare luce sull’enigma della sua morte, ma don Michele Dell’Arena, l’allora parroco di Melicuccà, non venne mai meno al vincolo del segreto della confessione.

Mi piace ricordare che, durante le sue prime esperienze poetiche, di sé scriveva di sentirsi ancora come «frumento/ che giace sepolto/ nella terra/ per crescere/ per diventare un mare di spighe».

Fonti del materiale:

Lorenzo Calogero

Vengo dal sud

Wikipedia

Per le poesie, ricerca attraverso il web e raccolta poetica in pdf.

I libri che ho letto

Libri letti nel 2020

  • Vicino al cuore selvaggio, Clarice Lispector (anno: 1943; genere: romanzo).
  • L’innocente, Gabriele D’annunzio (anno: 1892; genere: romanzo).
  • Un amore, Dino Buzzati (anno: 1959; genere: romanzo).
  • Il ventre di Napoli, Matilde Serao (anno: 1884; genere: romanzo/cronaca).
  • Canne al vento, Grazia Deledda (anno:1913; genere: romanzo).
  • L’isola di Arturo, Elsa Morante (anno: 1957; genere: romanzo).
  • Storia di due anime, Matilde Serao (anno: 1904; genere: romanzo).
  • Delitto e castigo, F. Dostoevskij (anno: 1866; genere: romanzo psicologico).
  • Il tunnel, Ernesto Sabato (anno: 1948; genere: romanzo psicologico).
  • ll gatto, Simenon (anno: 1966; genere: romanzo psicologico, umorismo nero).
  • Lezione di tango, Sveva Casati Modignani (anno: 1998; genere: romanzo rosa).
  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese (anno: 1953; genere: narrativa – raccolta di racconti).
  • I quaderni di Malte Laurids Brigge, Rainer Maria Rilke (anno: 1910; genere: romanzo autobiografico).
  • Note per una metamorfosi, Enrico R. A. Giannetto (anno: 2011; genere: saggio filosofia).
  • L’incoscienza del letargo, Mario Famularo (anno: 2018; genere: poesia).

Direi che sul podio salgono tre libri, eppure, in ordine di “maggiore piacere”: L’innocente di Gabriele D’Annunzio, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Canne al vento di Grazia Deledda. Questi ultimi due hanno in comune una cosa: mi sono parsi entrambi lenti nelle prime pagine, per poi trovare un più ampio respiro nel mezzo e nel finale.

Ora continuerò con mie breve opinioni secondo l’ordine di lettura.

“Vicino al cuore selvaggio”, di Clarice Lispector. Non l’ho letto rapidamente perché nelle sue pagine, se non fai attenzione, rischi di perderti fra i suoi pensieri particolari, eppure, a volte non sono lontani da quelli che ogni tanto hanno accarezzato la mia stessa mente.

Ne “L’Innocente”, di Gabriele D’Annunzio, sono rimasta affascinata dal suo stile che mi è parso come pennellate su di una tela, per uno stile poetico e ricco di immagini; non per nulla D’Annunzio è un poeta, senza andare ad indagare la sua vita privata non così “innocente” (in fondo, chi ha detto che ‘poeti’ sia sinonimo di ‘innocenza’?). Se vogliamo invece rivolgere lo sguardo verso la trama, questa si presenta tragica, fatta di tradimenti e persino di un infanticidio [per questo, la mia morale (?) mi punzecchiava dicendomi “Maria! Non puoi mettere primo in classifica un libro così ‘crudele’ “!]. In effetti, l’infanticidio emerge subito fra le pagine del romanzo, ma il protagonista ci guiderà nei suoi pensieri attraverso una vera e propria confessione che, in ogni caso, non lo assolve.

Con “Un amore” di Dino Buzzati, mi avvicino per la prima volta alla penna di questo autore. Il romanzo, inserito nel genere “erotico”, è la storia di un uomo che sembra avere tutto nella vita, eppure, si avvicina al mondo proibito della prostituzione, dove si innamora di una giovanissima ragazza come forse mai si era innamorato in vita sua. Paradossalmente, la ragazza, giovanissima, ha più esperienza di lui e appare, se vogliamo, cinica, mentre lui – 49enne ormai – non ha occhi che per lei. Chi l’avrà vinta? Il cinismo o l’amore? In ogni caso, per me resta un bel romanzo a cui non mi dispiace avergli dedicato il mio tempo. Ovviamente non l’ho trovato poetico confrontato al libro di D’Annunzio, quindi, diciamo che è un romanzo senza infamia né lode.

Matilde Serao, ne “Il ventre di Napoli”, da ottima giornalista, ci espone quella che fu Napoli ai tempi del colera, ma non solo: il libro è suddiviso in tre epoche nettamente differenti. Forse sono io di parte, o forse Matilde è davvero grande (e propenderei per la seconda ipotesi): il dipinto che fa di Napoli è scritto in maniera coincisa, sincera, senza peli sulla lingua come dovrebbero essere gli articoli dei veri giornalisti.

In “Canne al vento”, di Grazia Deledda, ci troviamo stavolta in Sardegna e viviamo passo passo la vita lenta, a volte difficile, dei contadini che allo stesso modo vivono al ritmo del Sole e delle stagioni. Ho ancora impressa le immagini dolci, per certi versi dolorose e commoventi, delle ultime pagine di questo romanzo che, come ho già detto, non mi ha subito coinvolta, ma desiderava probabilmente che anch’io mi adattassi al suo ritmo in maniera paziente, come a farmi cullare, così come si fa cullare la Sardegna in mezzo al mare 🌊.

E così passiamo da un’isola ad un’altra, stavolta fra le pagine di Elsa Morante, con Arturo Girace nato nell’isola di Procida.
Non so spiegarne il motivo, ma nella scrittura di Elsa ho percepito qualcosa di familiare, c’era qualcosa di molto vicino: sarà per gli argomenti che tratta? Ma non solo, anche in certe affermazioni che fa, nelle risposte dei personaggi… No, non si può spiegare, ma ricordo anche una profonda tenerezza che scorre fra le vicende. Trovo inoltre stupefacente la bravura di una donna (Elsa Morante) che si cala non solo nei panni di un maschio, ma di un maschio che è prima bambino e poi adolescente, con dinanzi a sé un mondo tutto da scoprire.

Curiosa nei confronti di Matilde Serao, ho cercato ancora e ho trovato un suo romanzo, mi sembra fra i suoi primi, “Storia di due anime”. Di questo libro mi piace particolarmente la descrizione che ne fa dei personaggi, li leggi e ti sembrano davvero esistiti. Una cosa che mi è piaciuta meno, riguarda il fatto che la storia si consuma, secondo me, in maniera troppo breve, come se mancasse qualcosa, come se ad un certo punto la scrittrice avesse fretta di finirlo.

Non si può dire lo stesso di “Delitto e castigo” di Dostoevskij, dove qui invece notavo come delle ripetizioni. Inutile dire che ogni tanto mi son persa fra i tantissimi nomi russi presenti nel romanzo, ma per fortuna avevo internet in mio soccorso!
È uno di quei romanzi che andava letto, dove anche qui abbiamo un assassino che fa a botte con i propri sensi di colpa. Tra l’altro, a parte il protagonista principale, ci sono altri personaggi molto ben delineati e con una propria personalità; ogni personaggio trova largo spazio nel romanzo per esprimere i propri pensieri più profondi ed il proprio essere in maniera del tutto naturale: questo, forse, è uno dei pregi di Dostoevskij.

Il tunnel, di Ernesto Sabato, è stato il primo romanzo che ho scelto per avvicinarmi a questo autore a me del tutto sconosciuto. Anche qui siamo di fronte ad un romanzo psicologico in cui un pittore un po’ pazzerello (e lo dico con eufemismo) si ossessiona per una donna che sembra l’unica ad aver compreso il significato profondo di un suo quadro. Si tocca con mano l’ossessione dell’artista nei confronti di questa donna, ossessione che lo spingerà ad avvicinarsi a lei… e poi? E poi diciamo che avevo aspettative molto alte rispetto a questo scrittore, però non mi è entrato nel cuore in maniera particolare… diciamo che sento il bisogno di leggere un altro suo libro.

L’impressione verso “Il gatto” di Simenon, invece, mi ha lasciata un tantino delusa. Anche in questo caso non avevo ancora letto niente dell’autore, però sento che non potrebbe darmi chissà quanto.
Il romanzo ha come protagonisti due anziani che evidentemente non sanno più amarsi. A tratti trovai banali alcune scene, a tratti noioso, a tratti forzato. Potrebbe essere anche colpa mia, perché magari non sono entrata in empatia con i personaggi, ma avevano un che di… “finito”, ecco, non è mai arrivato il momento clou, tanto che ad un certo punto volevo interrompere la lettura.

“Lezione di tango” di Sveva Casati: altro primo romanzo che leggo di quest’autrice.
All’inizio l’ho preso per un libro qualsiasi, ma quando poi si è dipanata la matassa, ehm, la trama, allora l’ho apprezzato di più. È un romanzo molto al femminile, come pare lo siano tutti i libri della Casati. Quando dico “al femminile”, intendo che ci sono diverse protagoniste donne, tante sfumature di donne a cui tutto sommato alla fine un po’ ti ci affezioni pure. Si capisce, Sveva Casati è una femminista dichiarata, ciò non poteva non trapelare dai suoi libri, e a me attualmente piace, anche come persona. Ovviamente, il suo libro lo metterei di fianco ad un Buzzati, non vicino a un Dostoevskij né ad un D’Annunzio… perché, per dire, questi ultimi due autori toccano più profondamente le corde dell’anima dei loro personaggi, e si sente, si sente come suonano le loro anime…🎶

Eccola qui, Anna Maria Ortese con “il mare non bagna Napoli”. Mi è cara: la sua scrittura, per me, è magica. La metterei un pizzichino più su rispetto a Matilde Serao, entrambe fantastiche nel dipingere Napoli in tutte le sue sfaccettature, senza cadere in stupidi stereotipi, in maniera cruda, semplice, onesta. “Il mare non bagna Napoli” è una raccolta di racconti, alcuni dei quali ho adorato particolarmente, mentre altri di meno (solo per questo non è risultata sul podio dei preferiti del 2020).
Ah, tra l’altro, di recente ho scoperto che Anna Maria Ortese è stata animalista e quindi difendeva gli animali e riteneva sacra la vita… stesso pensiero l’aveva Elsa Morante! E beh? Ma quante grandi scrittrici italiane abbiamo perso? Quante se ne contano, così, oggi? Creature meravigliose, sensibili e umane.
Vi suggerisco anche una pagina Facebook, gestita da chi ha conosciuto di persona Anna Maria Ortese, dove le interviste alla scrittrice dicono tanto della sua persona.
Pare che comunque i libri di Anna Maria parlino spesso di animali, ma io devo ancora leggere tanto di lei per rendermene conto.

Con “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, di Rainer Maria Rilke, la lettura è andata a rilento. Riconosco la grandezza di Rainer Maria Rilke, grande come poeta e dopo come scrittore, credo. Penso che non sia per tutti; inoltre nel corso della sua vita la sua scrittura ha subìto dei cambiamenti. Ecco, ci sono cose sue che mi piacciono e che comprendo, altre con cui non riesco ad entrare in empatia e così non mi trasmettono molto. La trama di questo suo libro mi entusiasmava, amante io della sfera psicologica dei personaggi e dei loro mondi interiori, tuttavia è stata dura terminare questo romanzo (e infatti non l’ho terminato, eppure, mi mancano solo una trentina di pagine!) perché è un pochetto lamentoso; penso sia troppo volto al proprio io e alla propria infanzia, così tanto che alla fine il lettore ne ricava poco o niente. A suo favore, però, posso dire che ho incontrato parole di cui non ne sapevo l’esistenza, tanto meno il significato; paroline auliche, raffinate, affascinanti come: adusto, algore, afrore… e se sono andata avanti nella lettura, è stato – lo ammetto – soprattutto per trovare altre paroline nuove.

E ora che siamo arrivati alla fine, posso citare i due libri che non ho “scelto” io, ma mi sono stati donati dagli autori stessi: “Note per una metamorfosi”, di Enrico R. A. Giannetto; “L’incoscienza del letargo”, di Mario Famularo. In verità, da loro, e da qualche altro autore, ne ho ricevuto minimo due e massimo tre o quattro, ma perdonino il mio perdermi in troppi lidi…😞

“Note per una metamorfosi” è un libricino breve, un saggio, che ho apprezzato molto per il fatto che dietro ci sono un’accurata ricerca e una passione verso la verità. È un libro dove, più ti ci addentri, più emerge l’amore che l’autore prova per le creature animali e per le quali vorrebbe certamente un mondo migliore; penso che lo scopo del libro sia quello di smuovere le coscienze.

“L’incoscienza del letargo” di Mario Famularo è una raccolta di poesie. La scrittura di Mario è diversa dalla mia, in quanto non inserisce – di proposito – tante punteggiature, al contrario di me. Inoltre il mio modo di fare poesia è molto più “semplice”, mentre le sue a volte hanno dei, insomma, “significati nascosti” che però non arrivano sempre al lettore, perché fanno parte delle conoscenze di Mario che spaziano dalla fisica a giochi di parole. Ciò è almeno quanto posso dire di questa sua raccolta poetica che tratta il vuoto dei nostri tempi, poveri di sentimenti, ma non solo questo: la prefazione del libro dice molto di più, perciò non vorrei arrogarmi il diritto di sintetizzare troppo ciò che è contenuto nella raccolta. Beh… si vede? Si vede la mia difficoltà a recensire una raccolta poetica? È che una raccolta di poesie non si può recensire così come si fa con un libro! O forse dipende solo dal fatto che non sono allenata per una cosa del genere.

In ogni caso, perdonatemi la luuuuunga attesa e l’assenza di questi mesi, ma la tendenza a perdermi in altri lidi è più forte di me, specie ora che, causa zona rossa, si esce poco e l’ispirazione ne risente.
Spero di tornare ad essere più presente, intanto, avrei intenzione di partecipare anche ad un concorso di poesia… Perché credo che la giuria sia seria, perché così mi metto alla prova, per divertimento anche, per curiosità, per farmi conoscere, per provare insomma a sondare più da vicino il mondo dei poeti…

Curiosità

Come nacque il primo mascara moderno

I primi mascara moderni, formulati all’inizio del ‘900, erano delle tavolette (cake) a base di vaselina e polvere di carbone e si applicavano con uno spazzolino inumidito. Tuttavia, quando non si aveva olio di vaselina a disposizione, si sputava per sciogliere il carbone e passarlo così sulle ciglia.

La storia comincia a Chicago, quando una giovane donna di nome Mabel Williams, nei suoi vari tentativi di valorizzare lo sguardo e renderlo più seducente, mischiò polvere di carbone e vasellina. Mabel non se ne rese conto subito, ma quello che aveva appena creato era il primo mascara Maybelline di sempre! L’esperimento di Mabel spinse suo fratello – chimico farmacista – Thomas Lyle Williams, a fondare, nel 1915, un marchio per vendere un incredibile prodotto per ciglia e sopracciglia, a base di vasellina, chiamato “Lash-Brow-Ine”.

Quella che presto sarebbe diventata una gigante della cosmetica, fu chiamata Maybelline, in onore della sorella di Thomas; infatti, partendo dal nome Mabel e aggiungendo la parte finale di “vaseline”, nacque il nome che sostituì l’iniziale Lash-Brow-Ine.

Lash-Brow Ine, che divenne Maybelline nel 1917 .

La leggenda narra che il segreto di bellezza “fatto in casa” da Mabel, non solo surclassò le più importanti aziende cosmetiche dell’epoca, ma le donò anche un grande successo personale perché le permise di conquistare il cuore dell’amato Chet.

Inizialmente, la vendita avveniva solo per posta, ma le clienti iniziarono a richiederlo nelle profumerie e nei grandi magazzini: nel 1932, per rispondere all’enorme domanda, il primo Maybelline Cake Mascara fu introdotto per la vendita al dettaglio. Il prodotto si presentava sotto forma di panetto nero, in una scatoletta, dotata di istruzioni per l’applicazione e spazzolina.

Maybelline cake mascara con la star del cinema muto, Mildred Davis.

Al mascara in cialda, seguì il mascara in “crema”, proposto sotto forma di tubetto da cui si poteva “spremere” un po’ di prodotto sulla spazzolina.

Tra gli anni ’40 e ’50 il cat eye e le ciglia a ventaglio erano un vero trend ed è proprio in quel periodo che il mascara comincia a diventare sempre più simile a come lo conosciamo oggi.

Tuttavia, fino a quel momento, era ancora proposto con una spazzolina per applicarlo, risultando non facilissimo da utilizzare. Fu quindi l’imprenditrice Helena Rubinstein, fondatrice dell’omonima casa di cosmetica, che nel 1957 lanciò sul mercato il suo famoso Mascara-Matic. Venne chiamato “mascara automatico”, perché a differenza della versione con spazzolina, il prodotto veniva prelevato “automaticamente” dall’applicatore che stava nel tubetto. Fu ovviamente una rivoluzione, tanto che il mascara è ancora oggi un tubetto con uno scovolino.

Un altro nome con cui conosciamo il mascara è rimmel, che deriva da Eugène Rimmel, un profumiere francese che nel 1834 si trasferì a Londra, dove aprì la prima profumeria, quando suo padre accettò l’offerta di gestire una profumeria in Bond Street. Eugene lavorava come apprendista per il padre e affinò le proprie abilità come profumiere. A 24 anni, il giovane era ormai un esperto, oltre a essere una sorta di guru della cosmetica, e aprì il suo primo flagship store in Regent Street. Inarrestabile, scrisse una considerevole lista di svolte nel campo della bellezza prima di aver compiuto trent’anni. Dall’introduzione di cataloghi ordinabili per posta, un’idea nuova di zecca nel mondo dei profumi e dei cosmetici, ai ventagli profumati per signore da utilizzare all’opera, in teatro o al balletto e biglietti di San Valentino profumati.

La sua più memorabile e riconosciuta opera è la fontana di profumo creata per la Great Exhibition del 1851: getti profumati di acqua di colonia vengono versati nella fontana, la quale può essere utilizzata per aromatizzare i fazzoletti dei visitatori. Anche secondo gli standard odierni, la fontana è stata un’audace trovata pubblicitaria e di sicuro non ha fallito. Infatti, la sua fontana profumata catturò l’attenzione della regina Vittoria, la quale non solo divenne la patrona di Rimmel, ma lo nominò anche suo profumiere ufficiale. Questa nomina, di conseguenza, diffuse il suo nome e la sua fama in tutto il mondo.

Da vero pioniere, Eugène non si accontentò di formulare e commerciare le sue fragranze e i suoi prodotti di bellezza. Si appassionò all’idea di diventare il “Re dei cosmetici e delle fragranze”, tanto da scrivere e pubblicare il Libro dei Profumi, una delle prime “bibbie di bellezza” che documenta il fascino delle fragranze e il galateo della bellezza. Ma l’autore non si fermò certo a una sola pubblicazione: seguirono infatti l’Almanacco di Profumi di Rimmel, Memorie della Paris Exhibition del 1867 e il best seller vittoriano Scented Valentines.

Fu nel 1860 che Eugène sviluppò il primo mascara non tossico (prima conteneva mercurio), Superfin, anche se inizialmente questo prodotto fu concepito per colorare i baffi, divenendo molto in voga tra gli attori teatrali dell’epoca. Alla fine, la formula fu riadattata e, nel 1917, il prodotto venne lanciato come un mascara da utilizzare solamente su ciglia e sopracciglia.

Superfin.

Per curiosare altre immagini degli storici mascara Maybelline, qui.

Dal quotidiano

Lungo Via Depretis

Camminavo lungo Via Depretis, sotto un cielo di un azzurro tenue, in una giornata nuovamente fredda e umida, priva di una vera luce che non fosse quella filtrata da nuvole bianche e più o meno grigie.

Come dal nulla, in quella via percorsa da poche persone, appare dinanzi a me un uomo alto, molto magro e dai capelli rossi. Prima di dirmi cosa cerca davvero, gli preme raccontarmi chi è lui: un ex detenuto, arrestato perché rubava in giro assieme a sua moglie, al che si ferma e mi sorride, “Ma ora non rubo più!”, mi dice, come per rassicurarmi; mentre lo guardo e annuisco un poco, continua, “Quando dico questo, la gente subito scappa! E tu invece sei ancora qui! Mi stai ascoltando davvero”. Sorride ancora mentre mi dice che ha due figli e che non ha un lavoro, allora si fa più chiara la sua richiesta, così, appena gli dico che non ho monete con me, lui estrae da un fazzoletto tantissime monete e mi dice, “Ma se hai i soldi interi, posso cambiarteli!” entusiasta e ancora sorridente. Nel frattempo, vedo avvicinarsi a noi una donna, probabilmente sua moglie, una donna robusta e dai capelli tinti di biondo, ordinata, con un bel po’ di trucco sul viso, due orecchini, qualche piercing se non erro. La donna, al contrario di suo marito, non mi sorride, però è pronta ad accennarmi, con i suoi occhi grandi e sfiduciati, dei suoi due figli. Il suo racconto durerà qualche attimo e, dopo il mio “mi dispiace”, il marito mi dà una lieve carezza sulla spalla, ancora sorridendomi, e mi dice grazie sinceramente, contento per averlo ascoltato. Li vedo allontanarsi, con l’uomo che ancora ripete alla moglie, che lo ignora, felice e incredulo, “Però mi ha dato ascolto veramente!”. Come se non cercasse altro, come se avesse ricevuto tutto quello di cui aveva bisogno.

Così pensavo conclusa la parentesi di quell’incontro inconsueto quando, di ritorno dalla stessa strada, rivedo la moglie dell’uomo ferma ad una bancarella di un venditore ambulante, intenta a scegliere un nuovo piercing, assicurando al venditore che poi gli riporterà il resto. Più avanti, suo marito, che forse mi ha riconosciuta, distoglie lo sguardo per voltarsi indietro e chiamare con tutta calma sua moglie. Allora ho capito che quest’ultima cercava qualcosa di diverso dall’ascolto, forse dopo aver smesso di credere in esso e nelle persone, aggrappandosi invece ad un oggetto materiale che le darà una felicità certa, seppur fugace, una soddisfazione, un attimo di normalità forse, se non altro di distrazione.

Il mio pensiero si è infine rivolto ai figli di cui mi hanno accennato, figli che non ho visto e di cui non saprò mai la reale esistenza, figli che potrebbero avere i capelli rossi o qualche piercing, figli per i quali mi sono chiesta “dove saranno ora?”, figli di una mamma che non si trascura, figli di un papà che si emoziona per il solo motivo che una sconosciuta ha dato ascolto alla propria storia.

In prosa & poesia

Un girasole mancato

L’ombra dev’essere un girasole mancato, ma assai più furba rispetto al fiore giallo: non si fa strappare, soltanto ammirare, al massimo ci puoi giocare.

Immagine personale.

In prosa & poesia

Sotto il sole

Non è per te che mi struggo,
ma per il mio cuore
che, stupido, si sciolse
come burro sotto il sole.

Io, distesa di mare,
calma, seppur non dolce,
m’illusi di brillare
sotto ai tuoi occhi.

Ma ora il cielo è buio:
sparito il sole, piovono
frammenti a me uguali, gocce

per le quali mi dimeno,
più amara che mai,
contro le dure rocce

come a pretendere
un abbraccio, aggrappandomi
ad un ultimo scoglio,

o infrangendomi su di esse,
per avvertire uno schiaffo
e svegliarmi, forse,

o, più semplicemente,
per imparare da loro
– assomigliandole.

Ma sotto forma di roccia,
al ritorno del sole cocente,
sarò scottata nuovamente

per la sete di brillare:
illusa d’esser luce,
mentre sono solo mare.

Senza categoria

Dream…

In prosa & poesia

Il bisogno di cadere

Talvolta si vorrebbe sfidare il tempo, superarlo senza crescere. Ma strappare una foglia prima che sia cresciuta tutta, e sia giunta al suo termine, non farà sì che l’autunno arrivi prima, improvvisamente.

Talvolta si avverte il bisogno di cadere, come foglie, e di farsi trasportare, per provare l’ebrezza di volare e la carezza del cielo che ti porti fino al mare.

Illustrazione di Diana Pedott.

Arte

L’amore e la vita di René Magritte

René Magritte e la moglie Georgette non ebbero figli, ma tennero uno zoo di animali domestici, con cani, gatti e i tanto amati colombi. In una delle immagini fotografata da Magritte, vediamo Georgette in posa contro un fondo scuro: le braccia sono alte e incrociate davanti al petto, con due uccelli appollaiati sulle sue mani.

La foto di Magritte, Le rendez-vous, Bruxelles, 1938, si nutre dello stesso spirito giocoso e della stessa suggestione magica che caratterizza la fotografia surrealista nel mondo. Fotografò per tutta la vita ed entusiasticamente nell’ultimo decennio utilizzando una cinepresa 8 mm.

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René Magritte e Georgette Berger si conoscono nel 1913, quando hanno rispettivamente 15 e 12 anni. Nel 1914 scoppia la Prima Guerra Mondiale, così i due si allontanano: Magritte, nel 1915, va a vivere a Bruxelles da solo, per studiare all’Accademia Reale di Belle Arti. Tuttavia, nel 1920, i due si incontreranno di nuovo e quel timido amore preadolescente rinasce. Lei lavora come commessa alla cooperativa artistica, un negozio di materiali per la pittura. Si sposano nel 1922.
Georgette diviene la principale musa ispiratrice di René Magritte. Il suo bel volto dolce e la sua figura graziosa sono presenti in innumerevoli quadri, abbozzi e fotografie. L’occhio dissacrante del pittore rivoluzionario si tramuta in un occhio innamorato, che tra l’altro rende benissimo l’altrettanto amore che trapela dagli occhi della sua musa. E così, nei tumulti storici e politici dell’Europa del novecento, nelle profonde trasformazioni dell’arte e del suo modo di vedere la pittura, Magritte manterrà sempre quello sguardo innamorato sulla donna conosciuta bambina, che lo ricambia.
Magritte muore nel 1967, Georgette Berger nel 1986.
I due riposano nel cimitero di Schaerbeek, in una tomba semplicissima e senza nessuna segnalazione che la distingua dalle altre; sulla lapide, solo una scritta, “Georgette et René Magritte”.

René Magritte nasce in Belgio il 21 novembre del 1898. Considerato tra i massimi esponenti del surrealismo, è noto con il soprannome “le saboteur tranquille” per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, non avvicina il reale per interpretarlo, né per ritrarlo, ma per mostrarne il mistero indefinibile. Intenzione del suo lavoro è alludere al tutto come mistero e non definirlo. (Alain Robbe-Grillet, La Belle Captive: A Novel, University of California Press, 1995, p. 179).

Un’opera esemplare di Magritte è “Il tradimento delle immagini” (1929), dipinto in cui viene rappresentata una pipa con una scritta “Questa non è una pipa” perché, in effetti, si tratta dell’ “immagine” di una pipa: un sottile gioco di parole comunicato con un’immagine e una frase.

René Magritte, La Trahison des images (Il tradimento delle immagini), 1928-1929, olio su tela, 63,5×93,98 cm, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles.

A soli quattordici anni, René subirà il trauma del suicidio della madre annegata nel fiume Sambre; la donna verrà ritrovata con la camicia da notte avvolta sulla testa, un’immagine che il giovane Magritte non dimenticherà facilmente, riproducendola in alcune delle sue opere più famose, nonostante egli negò sempre il legame tra questo tipo di rappresentazione e la vicenda materna.

René Magritte, Les Amants (Gli Amanti), 1928, olio su tela, 54×73 cm, MoMA, New York.

Nel 1916 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles e nel 1922 sposa Georgette Berger. Si guadagna da vivere lavorando come grafico, disegnando copertine di album musicali, manifesti pubblicitari e tappezzerie.

La sua vita cambia dopo aver visto su una rivista l’opera “Canto d’Amore” di Giorgio de Chirico. È così che Magritte decide di dedicarsi ad un’arte che rappresenti le idee e non semplicemente “l’estetica della realtà”. Nel 1925 realizza la sua prima opera surrealista: Le Jockey perdu (Il fantino perduto).

Nel 1926, a ventotto anni, conosce André Breton, teorico e leader del movimento surrealista. Entusiasta, Magritte tiene la sua prima personale a Bruxelles, ma viene stroncato dalla critica. Deluso, nel 1927 si trasferisce a Parigi con la moglie.

Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto. Nell’ “Impero delle luci” ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia.

(René Magritte, Intervista a cura di Maurice Bots, 2 luglio 1951)

L’impero delle luci, (1953-54) Peggy Guggenheim Collection, Venezia.

René Magritte, Il figlio dell’uomo, 1964, olio su tela, 116×89 cm, collezione privata.

Purtroppo, la galleria “La Cantaure” di Bruxelles, che gli aveva fatto avere un contratto per dipingere a tempo pieno, chiude e Magritte è costretto a tornare in Belgio e riprendere il lavoro di grafico per guadagnarsi da vivere.

Il suo stile artistico cambia bruscamente negli anni Quaranta, con la dominazione nazista. Per fuggire, Magritte e la moglie si trasferiscono nel sud della Francia, a Carcassone. In questi anni l’artista realizza opere grezze, ironiche e ingenue, tanto che questa sua fase artistica è ricordata come “periodo vache (vacca)”. Probabilmente era un espediente con cui il pittore si lasciava alle spalle gli orrori della guerra. Ovviamente, i critici non lo apprezzarono.

René Magritte (1898-1967), La famine, 1948, Brussels, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten van België.

Magritte raggiunse il successo negli anni Sessanta: un’importante rassegna al Museum of Modern Art di New York lo consacra come artista nel 1965, due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1967.

Il nome di Magritte è diventato celebre dopo gli anni Sessanta, con l’avvento della cultura pop. Il cinema, la musica e il fumetto hanno fatto spesso riferimento alle opere dell’artista belga: il Jeff Beck Group sceglie l’opera La camera d’ascolto (1954) per la copertina dell’album Beck-Ola (1964), mentre la copertina del numero 41 del fumetto Dylan Dog, dal titolo “Golconda”, è chiaramente ispirata all’omonima opera del pittore, realizzata nel 1953.

René Magritte, Golconda, 1953, olio su tela, 1×100 cm, Menil Collection, Houston, Texas.

 

 

“La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione.”

“Io cerco di trasformare in materia l’insensibile.”

“L’arte, come la concepisco io, è refrattaria alla psicoanalisi: evoca il mistero senza quale il mondo non esisterebbe, ossia il mistero che non si deve confondere con una sorta di problema, per quanto difficile sia.”

“Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia.”

Poesie altrui

Sei poesie di Josif A. Brodskij

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

~~

Non dimenticare mai
come sgorga l’acqua nella banchina,
e come è elastica l’aria.

Accanto i gabbiani gridano,
e i panfili guardano nel cielo,
e le nubi volano in alto,
come uno stormo di anatre.

Possa nel tuo cuore
dibattersi vivo e tremare
come un pesce un frammento
della nostra vita a due.

Possa sentirsi il fruscio delle ostriche,
e restare in piedi un cespuglio.
E possa la passione
che affiora fino alle labbra

aiutarti a capire, senza l’aiuto di parole
come la schiuma delle onde del mare,
per arrivare alla terra,
generi alte onde.

~~

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

~~

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori dal ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare “Buona notte”.

~~

I Magi scorderanno il tuo indirizzo.
Non brilleranno stelle sul tuo capo.
E solo del vento il rauco ululato
avvertirai come nei tempi andati.
Leverai l’ombra dalle spalle stanche
spegnendo la candela prima di coricarti
giacché sono più giorni che candele
quello che ci promette il calendario.

Cos’è questa? Tristezza? Chissà, forse.
Un motivo che conosci a memoria.
Che sempre si ripete. E sia.
Che continui così.
E risuoni anche nell’ora estrema,
come la gratitudine degli occhi
e delle labbra per ciò che qualche volta
ci costringe a guardare lontano.

E fissando in silenzio il soffitto,
perché visibilmente la calza resta vuota,
capirai che tanta avarizia è solo indizio
del diventare vecchio.
È tardi ormai per credere ai prodigi.
E sollevando lo sguardo al firmamento
scoprirai sul momento che proprio tu
sei un dono sincero.

~~

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

~~

Josif A. Brodskij, considerato uno dei maggiori poeti russi del ventesimo secolo, ha una vasta e varia produzione poetica che arriva ad essere anche in un certo senso “metafisica”.

Josif Brodskji nasce a S. Pietroburgo il 24 maggio del 1940. Il padre Alexandr era ufficiale della Marina sovietica con la passione per la fotografia. Una passione che diventò un mestiere-ripiego, quando, a causa dell’origine ebraica, sopraggiunse il prepensionamento, perché l’antisemitismo stava diventando dottrina di stato. La madre Maria Volpert, durante la guerra lavorò come traduttrice nei campi di lavoro per prigionieri tedeschi, e finì per fare la contabile.

S. Pietroburgo e quel quotidiano fatto di diversità consapevole, coltivata dalla sua famiglia, in un Paese in cui la regola era essere uguali, daranno il ritmo al suo destino. Una città sospesa, lontana, affollata d’odori, ricordi, densa di personaggi letterari, e mai dimenticata, ritrovata in Venezia, in una sorta di trasposizione fisica e letteraria, di cui ci lascerà la descrizione in “Fondamenta degli incurabili”, attraverso un inimitabile gioco di specchi.

È quella città, insieme con una capacità di raccogliere tutto quello che si sospendeva sulla retina, ad averlo reso grande. Sia la fotografia sia la poesia colgono frammenti di vissuto, ma se la prima coglie l’attimo, la superficie, la seconda guarda all’eterno. Incoraggiato dalla madre, aveva abbandonato la scuola a quindici anni, incominciò a studiare da autodidatta e a comporre le prime poesie.

L’apprezzamento dell’Achmatova e l’eco delle sue letture — in molti accorrevano per ascoltare la sua indimenticabile voce nasale, capace di sollevare le parole e farle danzare — lo rendono inviso al Potere Sovietico. Accusato di fannullaggine sociale, processato, nel 1972 fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove diventò cittadino americano nel 1977. Lì insegnò in diverse università, svolgendo contemporaneamente una vasta attività di pubblicista e poeta. Nel 1991-1992 fu nominato Poet Laureate degli Stati Uniti. La prima persona che volle incontrare, una volta arrivato in Occidente, fu Auden, l’unico che a suo parere, potesse sedersi sull’Enciclopedia Britannica. Della sua condizione d’esule moderno, sospeso nel tempo, nello spazio, ci resta il discorso d’accettazione al premio Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 1987, pubblicato in “Dall’esilio”.

Il problema su cui ruota l’impianto della sua vasta e coerente opera è riuscire a far accettare, non solo percepire, la cultura, e nello specifico la poesia come vettore per la comprensione della realtà.

Ma soprattutto chiarire, in modo definitivo, che l’estetica è la madre dell’etica. Che uno sguardo incapace di riconoscere la simmetria delle cose è anche incapace di essere giusto. L’amore per Austen, Frost, Achmatova, Cvetaeva (l’unica con cui avesse deciso di non competere per il suo tono tragico inarrivabile), la capacità di rimettersi in discussione attraverso le parole e la loro plasticità rendono la sua attività un’opera d’arte pienamente compiuta. La possibilità di scrivere in russo, poesie, e in inglese, saggi, anche se scrisse in inglese un’elegia dal titolo Lowell per rendere omaggio alla memoria del poeta, e di mantenere intatta anche nella traduzione italiana il sottile estetismo della sua mente, lo rendono ineguagliabile. Una parola modulare la sua, come se le due lingue che usava non facessero altro che intersecarsi e comprendersi, quasi a lenire quella lontananza che l’esilio aveva tracciato in maniera definitiva.

Un uomo che riconosceva come unica divinità la lingua. Tutto il resto, corpo compreso, una trappola, capace di una fissità innaturale, una corazza per la parola, parola che in lui risuonava come un’onda.

Morto il 28 gennaio del 1996 a Brooklyn ha trovato finalmente riposo a Venezia.

(biografia reperita da Italialibri.net)

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Dicitencello vuje

Titolo canzone: Dicitencello vuje
Musica: Rodolfo Falvo
Testo: Enzo Fusco
Anno: 1930

Interpretata da: Vittorio Parisi, Gennaro Pasquariello, Roberto Murolo – di cui adoro la canzone “Cu ‘mme” cantata con Mia Martini -, Dean Martin – in inglese -, Alan Sorrenti, Renzo Arbore, Ivana Spagna, Sal Da Vinci, Mario Trevi, Mariella Nava, Mina, Gigi Finizio, Claudio Villa (e tantissimi altri…).

È stata cantata dallo stesso autore, Enzo Fusco, e anche da Rodolfo Falvo la cui voce somiglia un tantino ad un soprano.

Ho ascoltato solo alcune interpretazioni, ma personalmente mi ha conquistata quella di Eddy Napoli che vi riporto di seguito con annessi testo e traduzione.

Dicitencello
a ‘sta cumpagna vosta
ch’aggio perduto ‘o suonno
e ‘a fantasia.

Ch’ ‘a penzo sempe,
ch’ è tutt”a vita mia.
I’ nce ‘o vvulesse dicere,
ma nun ce ‘o ssaccio dì­.

‘A voglio bene
‘A voglio bene assaje.
Dicitencello vuje
ca nun mm’ ‘a scordo maje.

E’ na passione
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema
e nun mme fa campà.

Dicitencello
ch’ è na rosa ‘e maggio,
ch’ è assaje cchiù bella
‘e na jurnata ‘e sole.

Da ‘a vocca soja,
cchiù fresca d”e vviole,
i già vulesse sèntere
ch’è ‘nnammurata ‘e me.

‘A voglio bene.
‘A voglio bene assaje.
Dicitencello vuje
ca nun mm’ ‘a scordo maje.

È na passione
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema
e nun mme fa campà.

Na lacrema lucente
v’è caduta,
dice­teme nu poco:
a che penzate?

Cu st’ uocchie doce,
vuje sola mme guardate.
Levammoce ‘sta maschera,
dicimmo ‘a verità.

Te voglio bene.
Te voglio bene assaje.
Si’ tu chesta catena
ca nun se spezza maje.

Suonno gentile,
suspiro mio carnale,
te cerco comm ‘a ll’aria,
te voglio pe’ campà.

Te voglio pe’ campà!

Traduzione:

Diteglielo
a questa vostra amica
che ho perduto il sonno
e la fantasia.

Che la penso sempre,
che è tutta la mia vita.
Io glielo vorrei dire,
ma non glielo so dire.

Le voglio bene.
Le voglio bene assai.
Diteglielo voi
che non la dimentico mai.

È una passione,
più forte di una catena,
che mi tormenta l’anima
e non mi fa vivere.

Diteglielo
che è una rosa di maggio,
che è molto più bella
di una giornata di sole.

Dalla sua bocca,
più fresca delle viole,
io già vorrei udire
che è innamorata di me.

Le voglio bene.
Le voglio bene assai.
Diteglielo voi
che non la dimentico mai.

È una passione,
più forte di una catena,
che mi tormenta l’anima
e non mi fa vivere.

Una lacrima lucente
vi è caduta,
ditemi un poco:
a cosa pensate?

Con questi occhi dolci,
voi solo mi guardate.
Togliamoci questa maschera,
diciamo la verità.

Ti voglio bene.
Ti voglio bene assai.
Sei tu questa catena
che non si spezza mai.

Sogno gentile,
sospiro mio carnale,
ti cerco come l’aria,
ti voglio per vivere.

Ti voglio per vivere!

~~

Curiosità: Si capisce che il testo parla di un uomo innamorato e che non riesce a confessare il suo amore a colei che ama, così confida il proprio sentimento all’amica di lei. Ma la cosa interessante è il “colpo di scena” finale! Quando, ad un certo punto, l’innamorato si rivolge all’amica stessa per dirle “togliamoci questa maschera, diciamoci la verità…”, allora si capisce che lui è innamorato dell’amica stessa… e probabilmente lo è anche lei di lui.