Dal quotidiano

Lungo Via Depretis

Camminavo lungo Via Depretis, sotto un cielo di un azzurro tenue, in una giornata nuovamente fredda e umida, priva di una vera luce che non fosse quella filtrata da nuvole bianche e più o meno grigie.

Come dal nulla, in quella via percorsa da poche persone, appare dinanzi a me un uomo alto, molto magro e dai capelli rossi. Prima di dirmi cosa cerca davvero, gli preme raccontarmi chi è lui: un ex detenuto, arrestato perché rubava in giro assieme a sua moglie, al che si ferma e mi sorride, “Ma ora non rubo più!”, mi dice, come per rassicurarmi; mentre lo guardo e annuisco un poco, continua, “Quando dico questo, la gente subito scappa! E tu invece sei ancora qui! Mi stai ascoltando davvero”. Sorride ancora mentre mi dice che ha due figli e che non ha un lavoro, allora si fa più chiara la sua richiesta, così, appena gli dico che non ho monete con me, lui estrae da un fazzoletto tantissime monete e mi dice, “Ma se hai i soldi interi, posso cambiarteli!” entusiasta e ancora sorridente. Nel frattempo, vedo avvicinarsi a noi una donna, probabilmente sua moglie, una donna robusta e dai capelli tinti di biondo, ordinata, con un bel po’ di trucco sul viso, due orecchini, qualche piercing se non erro. La donna, al contrario di suo marito, non mi sorride, però è pronta ad accennarmi, con i suoi occhi grandi e sfiduciati, dei suoi due figli. Il suo racconto durerà qualche attimo e, dopo il mio “mi dispiace”, il marito mi dà una lieve carezza sulla spalla, ancora sorridendomi, e mi dice grazie sinceramente, contento per averlo ascoltato. Li vedo allontanarsi, con l’uomo che ancora ripete alla moglie, che lo ignora, felice e incredulo, “Però mi ha dato ascolto veramente!”. Come se non cercasse altro, come se avesse ricevuto tutto quello di cui aveva bisogno.

Così pensavo conclusa la parentesi di quell’incontro inconsueto quando, di ritorno dalla stessa strada, rivedo la moglie dell’uomo ferma ad una bancarella di un venditore ambulante, intenta a scegliere un nuovo piercing, assicurando al venditore che poi gli riporterà il resto. Più avanti, suo marito, che forse mi ha riconosciuta, distoglie lo sguardo per voltarsi indietro e chiamare con tutta calma sua moglie. Allora ho capito che quest’ultima cercava qualcosa di diverso dall’ascolto, forse dopo aver smesso di credere in esso e nelle persone, aggrappandosi invece ad un oggetto materiale che le darà una felicità certa, seppur fugace, una soddisfazione, un attimo di normalità forse, se non altro di distrazione.

Il mio pensiero si è infine rivolto ai figli di cui mi hanno accennato, figli che non ho visto e di cui non saprò mai la reale esistenza, figli che potrebbero avere i capelli rossi o qualche piercing, figli per i quali mi sono chiesta “dove saranno ora?”, figli di una mamma che non si trascura, figli di un papà che si emoziona per il solo motivo che una sconosciuta ha dato ascolto alla propria storia.

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In prosa & poesia

Un girasole mancato

L’ombra dev’essere un girasole mancato, ma assai più furba rispetto al fiore giallo: non si fa strappare, soltanto ammirare, al massimo ci puoi giocare.

Immagine personale.

In prosa & poesia

Sotto il sole

Non è per te che mi struggo,
ma per il mio cuore
che, stupido, si sciolse
come burro sotto il sole.

Io, distesa di mare,
calma, seppur non dolce,
m’illusi di brillare
sotto ai tuoi occhi.

Ma ora il cielo è buio:
sparito il sole, piovono
frammenti a me uguali, gocce

per le quali mi dimeno,
più amara che mai,
contro le dure rocce

come a pretendere
un abbraccio, aggrappandomi
ad un ultimo scoglio,

o infrangendomi su di esse,
per avvertire uno schiaffo
e svegliarmi, forse,

o, più semplicemente,
per imparare da loro
– assomigliandole.

Ma sotto forma di roccia,
al ritorno del sole cocente,
sarò scottata nuovamente

per la sete di brillare:
illusa d’esser luce,
mentre sono solo mare.

Senza categoria

Dream…

In prosa & poesia

Il bisogno di cadere

Talvolta si vorrebbe sfidare il tempo, superarlo senza crescere. Ma strappare una foglia prima che sia cresciuta tutta, e sia giunta al suo termine, non farà sì che l’autunno arrivi prima, improvvisamente.

Talvolta si avverte il bisogno di cadere, come foglie, e di farsi trasportare, per provare l’ebrezza di volare e la carezza del cielo che ti porti fino al mare.

Illustrazione di Diana Pedott.

Arte

L’amore e la vita di René Magritte

René Magritte e la moglie Georgette non ebbero figli, ma tennero uno zoo di animali domestici, con cani, gatti e i tanto amati colombi. In una delle immagini fotografata da Magritte, vediamo Georgette in posa contro un fondo scuro: le braccia sono alte e incrociate davanti al petto, con due uccelli appollaiati sulle sue mani.

La foto di Magritte, Le rendez-vous, Bruxelles, 1938, si nutre dello stesso spirito giocoso e della stessa suggestione magica che caratterizza la fotografia surrealista nel mondo. Fotografò per tutta la vita ed entusiasticamente nell’ultimo decennio utilizzando una cinepresa 8 mm.

~~

René Magritte e Georgette Berger si conoscono nel 1913, quando hanno rispettivamente 15 e 12 anni. Nel 1914 scoppia la Prima Guerra Mondiale, così i due si allontanano: Magritte, nel 1915, va a vivere a Bruxelles da solo, per studiare all’Accademia Reale di Belle Arti. Tuttavia, nel 1920, i due si incontreranno di nuovo e quel timido amore preadolescente rinasce. Lei lavora come commessa alla cooperativa artistica, un negozio di materiali per la pittura. Si sposano nel 1922.
Georgette diviene la principale musa ispiratrice di René Magritte. Il suo bel volto dolce e la sua figura graziosa sono presenti in innumerevoli quadri, abbozzi e fotografie. L’occhio dissacrante del pittore rivoluzionario si tramuta in un occhio innamorato, che tra l’altro rende benissimo l’altrettanto amore che trapela dagli occhi della sua musa. E così, nei tumulti storici e politici dell’Europa del novecento, nelle profonde trasformazioni dell’arte e del suo modo di vedere la pittura, Magritte manterrà sempre quello sguardo innamorato sulla donna conosciuta bambina, che lo ricambia.
Magritte muore nel 1967, Georgette Berger nel 1986.
I due riposano nel cimitero di Schaerbeek, in una tomba semplicissima e senza nessuna segnalazione che la distingua dalle altre; sulla lapide, solo una scritta, “Georgette et René Magritte”.

René Magritte nasce in Belgio il 21 novembre del 1898. Considerato tra i massimi esponenti del surrealismo, è noto con il soprannome “le saboteur tranquille” per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, non avvicina il reale per interpretarlo, né per ritrarlo, ma per mostrarne il mistero indefinibile. Intenzione del suo lavoro è alludere al tutto come mistero e non definirlo. (Alain Robbe-Grillet, La Belle Captive: A Novel, University of California Press, 1995, p. 179).

Un’opera esemplare di Magritte è “Il tradimento delle immagini” (1929), dipinto in cui viene rappresentata una pipa con una scritta “Questa non è una pipa” perché, in effetti, si tratta dell’ “immagine” di una pipa: un sottile gioco di parole comunicato con un’immagine e una frase.

René Magritte, La Trahison des images (Il tradimento delle immagini), 1928-1929, olio su tela, 63,5×93,98 cm, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles.

A soli quattordici anni, René subirà il trauma del suicidio della madre annegata nel fiume Sambre; la donna verrà ritrovata con la camicia da notte avvolta sulla testa, un’immagine che il giovane Magritte non dimenticherà facilmente, riproducendola in alcune delle sue opere più famose, nonostante egli negò sempre il legame tra questo tipo di rappresentazione e la vicenda materna.

René Magritte, Les Amants (Gli Amanti), 1928, olio su tela, 54×73 cm, MoMA, New York.

Nel 1916 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles e nel 1922 sposa Georgette Berger. Si guadagna da vivere lavorando come grafico, disegnando copertine di album musicali, manifesti pubblicitari e tappezzerie.

La sua vita cambia dopo aver visto su una rivista l’opera “Canto d’Amore” di Giorgio de Chirico. È così che Magritte decide di dedicarsi ad un’arte che rappresenti le idee e non semplicemente “l’estetica della realtà”. Nel 1925 realizza la sua prima opera surrealista: Le Jockey perdu (Il fantino perduto).

Nel 1926, a ventotto anni, conosce André Breton, teorico e leader del movimento surrealista. Entusiasta, Magritte tiene la sua prima personale a Bruxelles, ma viene stroncato dalla critica. Deluso, nel 1927 si trasferisce a Parigi con la moglie.

Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto. Nell’ “Impero delle luci” ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia.

(René Magritte, Intervista a cura di Maurice Bots, 2 luglio 1951)

L’impero delle luci, (1953-54) Peggy Guggenheim Collection, Venezia.

René Magritte, Il figlio dell’uomo, 1964, olio su tela, 116×89 cm, collezione privata.

Purtroppo, la galleria “La Cantaure” di Bruxelles, che gli aveva fatto avere un contratto per dipingere a tempo pieno, chiude e Magritte è costretto a tornare in Belgio e riprendere il lavoro di grafico per guadagnarsi da vivere.

Il suo stile artistico cambia bruscamente negli anni Quaranta, con la dominazione nazista. Per fuggire, Magritte e la moglie si trasferiscono nel sud della Francia, a Carcassone. In questi anni l’artista realizza opere grezze, ironiche e ingenue, tanto che questa sua fase artistica è ricordata come “periodo vache (vacca)”. Probabilmente era un espediente con cui il pittore si lasciava alle spalle gli orrori della guerra. Ovviamente, i critici non lo apprezzarono.

René Magritte (1898-1967), La famine, 1948, Brussels, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten van België.

Magritte raggiunse il successo negli anni Sessanta: un’importante rassegna al Museum of Modern Art di New York lo consacra come artista nel 1965, due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1967.

Il nome di Magritte è diventato celebre dopo gli anni Sessanta, con l’avvento della cultura pop. Il cinema, la musica e il fumetto hanno fatto spesso riferimento alle opere dell’artista belga: il Jeff Beck Group sceglie l’opera La camera d’ascolto (1954) per la copertina dell’album Beck-Ola (1964), mentre la copertina del numero 41 del fumetto Dylan Dog, dal titolo “Golconda”, è chiaramente ispirata all’omonima opera del pittore, realizzata nel 1953.

René Magritte, Golconda, 1953, olio su tela, 1×100 cm, Menil Collection, Houston, Texas.

 

 

“La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione.”

“Io cerco di trasformare in materia l’insensibile.”

“L’arte, come la concepisco io, è refrattaria alla psicoanalisi: evoca il mistero senza quale il mondo non esisterebbe, ossia il mistero che non si deve confondere con una sorta di problema, per quanto difficile sia.”

“Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia.”

Poesie altrui

Sei poesie di Josif A. Brodskij

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

~~

Non dimenticare mai
come sgorga l’acqua nella banchina,
e come è elastica l’aria.

Accanto i gabbiani gridano,
e i panfili guardano nel cielo,
e le nubi volano in alto,
come uno stormo di anatre.

Possa nel tuo cuore
dibattersi vivo e tremare
come un pesce un frammento
della nostra vita a due.

Possa sentirsi il fruscio delle ostriche,
e restare in piedi un cespuglio.
E possa la passione
che affiora fino alle labbra

aiutarti a capire, senza l’aiuto di parole
come la schiuma delle onde del mare,
per arrivare alla terra,
generi alte onde.

~~

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

~~

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori dal ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare “Buona notte”.

~~

I Magi scorderanno il tuo indirizzo.
Non brilleranno stelle sul tuo capo.
E solo del vento il rauco ululato
avvertirai come nei tempi andati.
Leverai l’ombra dalle spalle stanche
spegnendo la candela prima di coricarti
giacché sono più giorni che candele
quello che ci promette il calendario.

Cos’è questa? Tristezza? Chissà, forse.
Un motivo che conosci a memoria.
Che sempre si ripete. E sia.
Che continui così.
E risuoni anche nell’ora estrema,
come la gratitudine degli occhi
e delle labbra per ciò che qualche volta
ci costringe a guardare lontano.

E fissando in silenzio il soffitto,
perché visibilmente la calza resta vuota,
capirai che tanta avarizia è solo indizio
del diventare vecchio.
È tardi ormai per credere ai prodigi.
E sollevando lo sguardo al firmamento
scoprirai sul momento che proprio tu
sei un dono sincero.

~~

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

~~

Josif A. Brodskij, considerato uno dei maggiori poeti russi del ventesimo secolo, ha una vasta e varia produzione poetica che arriva ad essere anche in un certo senso “metafisica”.

Josif Brodskji nasce a S. Pietroburgo il 24 maggio del 1940. Il padre Alexandr era ufficiale della Marina sovietica con la passione per la fotografia. Una passione che diventò un mestiere-ripiego, quando, a causa dell’origine ebraica, sopraggiunse il prepensionamento, perché l’antisemitismo stava diventando dottrina di stato. La madre Maria Volpert, durante la guerra lavorò come traduttrice nei campi di lavoro per prigionieri tedeschi, e finì per fare la contabile.

S. Pietroburgo e quel quotidiano fatto di diversità consapevole, coltivata dalla sua famiglia, in un Paese in cui la regola era essere uguali, daranno il ritmo al suo destino. Una città sospesa, lontana, affollata d’odori, ricordi, densa di personaggi letterari, e mai dimenticata, ritrovata in Venezia, in una sorta di trasposizione fisica e letteraria, di cui ci lascerà la descrizione in “Fondamenta degli incurabili”, attraverso un inimitabile gioco di specchi.

È quella città, insieme con una capacità di raccogliere tutto quello che si sospendeva sulla retina, ad averlo reso grande. Sia la fotografia sia la poesia colgono frammenti di vissuto, ma se la prima coglie l’attimo, la superficie, la seconda guarda all’eterno. Incoraggiato dalla madre, aveva abbandonato la scuola a quindici anni, incominciò a studiare da autodidatta e a comporre le prime poesie.

L’apprezzamento dell’Achmatova e l’eco delle sue letture — in molti accorrevano per ascoltare la sua indimenticabile voce nasale, capace di sollevare le parole e farle danzare — lo rendono inviso al Potere Sovietico. Accusato di fannullaggine sociale, processato, nel 1972 fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove diventò cittadino americano nel 1977. Lì insegnò in diverse università, svolgendo contemporaneamente una vasta attività di pubblicista e poeta. Nel 1991-1992 fu nominato Poet Laureate degli Stati Uniti. La prima persona che volle incontrare, una volta arrivato in Occidente, fu Auden, l’unico che a suo parere, potesse sedersi sull’Enciclopedia Britannica. Della sua condizione d’esule moderno, sospeso nel tempo, nello spazio, ci resta il discorso d’accettazione al premio Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 1987, pubblicato in “Dall’esilio”.

Il problema su cui ruota l’impianto della sua vasta e coerente opera è riuscire a far accettare, non solo percepire, la cultura, e nello specifico la poesia come vettore per la comprensione della realtà.

Ma soprattutto chiarire, in modo definitivo, che l’estetica è la madre dell’etica. Che uno sguardo incapace di riconoscere la simmetria delle cose è anche incapace di essere giusto. L’amore per Austen, Frost, Achmatova, Cvetaeva (l’unica con cui avesse deciso di non competere per il suo tono tragico inarrivabile), la capacità di rimettersi in discussione attraverso le parole e la loro plasticità rendono la sua attività un’opera d’arte pienamente compiuta. La possibilità di scrivere in russo, poesie, e in inglese, saggi, anche se scrisse in inglese un’elegia dal titolo Lowell per rendere omaggio alla memoria del poeta, e di mantenere intatta anche nella traduzione italiana il sottile estetismo della sua mente, lo rendono ineguagliabile. Una parola modulare la sua, come se le due lingue che usava non facessero altro che intersecarsi e comprendersi, quasi a lenire quella lontananza che l’esilio aveva tracciato in maniera definitiva.

Un uomo che riconosceva come unica divinità la lingua. Tutto il resto, corpo compreso, una trappola, capace di una fissità innaturale, una corazza per la parola, parola che in lui risuonava come un’onda.

Morto il 28 gennaio del 1996 a Brooklyn ha trovato finalmente riposo a Venezia.

(biografia reperita da Italialibri.net)

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Dicitencello vuje

Titolo canzone: Dicitencello vuje
Musica: Rodolfo Falvo
Testo: Enzo Fusco
Anno: 1930

Interpretata da: Vittorio Parisi, Gennaro Pasquariello, Roberto Murolo – di cui adoro la canzone “Cu ‘mme” cantata con Mia Martini -, Dean Martin – in inglese -, Alan Sorrenti, Renzo Arbore, Ivana Spagna, Sal Da Vinci, Mario Trevi, Mariella Nava, Mina, Gigi Finizio, Claudio Villa (e tantissimi altri…).

È stata cantata dallo stesso autore, Enzo Fusco, e anche da Rodolfo Falvo la cui voce somiglia un tantino ad un soprano.

Ho ascoltato solo alcune interpretazioni, ma personalmente mi ha conquistata quella di Eddy Napoli che vi riporto di seguito con annessi testo e traduzione.

Dicitencello
a ‘sta cumpagna vosta
ch’aggio perduto ‘o suonno
e ‘a fantasia.

Ch’ ‘a penzo sempe,
ch’ è tutt”a vita mia.
I’ nce ‘o vvulesse dicere,
ma nun ce ‘o ssaccio dì­.

‘A voglio bene
‘A voglio bene assaje.
Dicitencello vuje
ca nun mm’ ‘a scordo maje.

E’ na passione
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema
e nun mme fa campà.

Dicitencello
ch’ è na rosa ‘e maggio,
ch’ è assaje cchiù bella
‘e na jurnata ‘e sole.

Da ‘a vocca soja,
cchiù fresca d”e vviole,
i già vulesse sèntere
ch’è ‘nnammurata ‘e me.

‘A voglio bene.
‘A voglio bene assaje.
Dicitencello vuje
ca nun mm’ ‘a scordo maje.

È na passione
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema
e nun mme fa campà.

Na lacrema lucente
v’è caduta,
dice­teme nu poco:
a che penzate?

Cu st’ uocchie doce,
vuje sola mme guardate.
Levammoce ‘sta maschera,
dicimmo ‘a verità.

Te voglio bene.
Te voglio bene assaje.
Si’ tu chesta catena
ca nun se spezza maje.

Suonno gentile,
suspiro mio carnale,
te cerco comm ‘a ll’aria,
te voglio pe’ campà.

Te voglio pe’ campà!

Traduzione:

Diteglielo
a questa vostra amica
che ho perduto il sonno
e la fantasia.

Che la penso sempre,
che è tutta la mia vita.
Io glielo vorrei dire,
ma non glielo so dire.

Le voglio bene.
Le voglio bene assai.
Diteglielo voi
che non la dimentico mai.

È una passione,
più forte di una catena,
che mi tormenta l’anima
e non mi fa vivere.

Diteglielo
che è una rosa di maggio,
che è molto più bella
di una giornata di sole.

Dalla sua bocca,
più fresca delle viole,
io già vorrei udire
che è innamorata di me.

Le voglio bene.
Le voglio bene assai.
Diteglielo voi
che non la dimentico mai.

È una passione,
più forte di una catena,
che mi tormenta l’anima
e non mi fa vivere.

Una lacrima lucente
vi è caduta,
ditemi un poco:
a cosa pensate?

Con questi occhi dolci,
voi solo mi guardate.
Togliamoci questa maschera,
diciamo la verità.

Ti voglio bene.
Ti voglio bene assai.
Sei tu questa catena
che non si spezza mai.

Sogno gentile,
sospiro mio carnale,
ti cerco come l’aria,
ti voglio per vivere.

Ti voglio per vivere!

~~

Curiosità: Si capisce che il testo parla di un uomo innamorato e che non riesce a confessare il suo amore a colei che ama, così confida il proprio sentimento all’amica di lei. Ma la cosa interessante è il “colpo di scena” finale! Quando, ad un certo punto, l’innamorato si rivolge all’amica stessa per dirle “togliamoci questa maschera, diciamoci la verità…”, allora si capisce che lui è innamorato dell’amica stessa… e probabilmente lo è anche lei di lui.

In prosa & poesia

Aneme e corde (dedicata a Napoli)

Chi te sape a fora,
te vede comme na musica
‘e na chitarra ca felice sona.

‘Nce sta po’ chi te trova
comme nu mandulino
c’annanzo è piccerillo
ma tene ‘a panza chiena
ca, annascunnuta ‘a reto,
dice ca nun è ‘o vero.

‘Nce sta pure chi te crede
troppo musicante…
ma che ne vonno sape’?!
D”e allucche d”a gente int”e vasce,
o int’ ‘a Pignasecca addò
se fa ‘o mercato: songhe allucche
ca t’allicordano sultanto
ca là ‘mmiezo
‘a vita passa cu crianza.

Chi te cunosce overamente,
comme te fosse sora, o comme
na cumpagna stretta, sente
ca int”e vichi sonano, forse no na chitarra,
e nemmanco nu mandulino c”a panza,
ma corde ‘e viulino, finî finî,
addò ‘o chianto s’ammesca cu ‘e rrise.

Allora nu poco, nu poco cchiù legge
se fanno ‘e fferite, cchiù fforte
songhe ‘e rradicî, e accussì chiagne,
chiagne felice comme, muorto,
stiss’ ‘int’o Paraviso.

Traduzione: Anime e corde

Chi ti sa da fuori,
ti vede come una musica
di una chitarra che felice suona.

C’è poi chi ti trova
come un mandolino
che davanti è piccolo
ma ha una pancia piena
che, nascosta dietro,
dice che non è vero.

C’è anche chi ti crede
troppo musicante…
ma che ne vogliono sapere?!
Delle grida della gente nei bassi,
o nella Pignasecca dove
si fa il mercato: sono grida
che ti ricordano soltanto
che lì in mezzo
la vita passa con creanza.

Chi ti conosce veramente,
come ti fosse sorella, o come
una compagna stretta, sente
che nei vichi suonano, forse non una chitarra,
e nemmeno un mandolino con la pancia,
ma corde di violino, sottili sottili,
dove il pianto si mescola con il riso.

Allora un poco, un poco più lievi
si fanno le ferite, più forti
sono le radici, e così piangi,
piangi felice come, morto,
fossi dentro al Paradiso.

~~

Note e approfondimenti

Crianza: Il dialetto napoletano assegna a questo termine un’importanza che la variante italiana, “creanza”, chiama solo “buona educazione”: avere “crianza” può voler dire anche essere assennati, capaci di discernere il buono dal cattivo e di comportarsi di conseguenza.

Basso: termine che in dialetto si dice “vascio”, sono piccole abitazioni di uno o due vani poste al piano terra, con l’accesso diretto sulla strada.

Pignasecca: situata sulla direttrice Piazza Carità – Stazione di Montesanto – Ventaglieri, incuneata tra via Toledo e la parte settentrionale dei Quartieri Spagnoli, è uno dei luoghi più popolari, suggestivi e folkloristici di Napoli. Qui si svolge uno dei mercati più antichi della città.

Alluccare: alzare la voce, strillare, gridare, tutti termini che in napoletano vengono rappresentati da questo termine. Vale anche, nella forma transitiva, come “rimproverare”: quindi un bambino irrequieto viene “alluccato” se combina pasticci.
L’origine è sicuramente latino medievale. Infatti si indicava con “alucus” (quindi “alucari” e poi “alluccare“) l’ “allocco”, uccello caratteristico per i suoi strilli ed “allucchi”.

~

Il titolo di questa mia poesia prende spunto da… “La Luteria anema e corde”, sita al centro storico di Napoli, che si occupa della progettazione, costruzione e restauro di strumenti musicali a corda quali Violino, Viola, Violoncello, Mandolino, Mandola, Mandoloncello, Liuto Cantabile e Chitarra classica, acustica ed elettrica. Seguendo a pieno lo spirito creativo dell’artigianato campano, la Liuteria ANEMA E CORDE si propone la diffusione della tradizionale Scuola Liutaia Napoletana, ma al contempo l’introduzione nei modelli classici di elementi personali e originali. Fondamento di questa liuteria è la rigorosa costruzione a mano, imprimendo gusto, tecnica e spirito personali in ogni strumento. -Salvatore e Pasquale Mancino

Vi rimando, qui, ad un carinissimo articolo introdotto da questa stessa liuteria.

~

Quando nella mia poesia parlo di “corde”, mi piace pensare non solo a quelle di strumenti musicali, ma anche a quelle per stendere i panni, o a quelle altre dove sono appese bandierine colorate come in foto: corde che non incatenano né stringono, ma tengono uniti, si danno le mani… e tu che passi sotto quei fili ti senti accolto, quasi al sicuro. Eppure, spesso, quando si parla dei Quartieri Spagnoli li si associa a una zona pericolosa (ammetto che anche a me fu insegnato così), allo stesso modo della Pignasecca la quale non porta una buona nomea. Ma di queste zone, più che pericolose, direi che sono povere (in confronto ai quartieri del Vomero e a Posillipo), eppure, nonostante ciò restano colorate e vive.

Dal quotidiano

Rispetto al disordine di ieri a Napoli, ciò che penso

Fino all’altro ieri, andando a Napoli, vedevo le strade semi vuote, così come le stazioni metropolitane dove, a parte le volte in cui le carrozze sono state più o meno piene, le persone salivano sulle scale mobile una per una, facendo massima attenzione nel distanziarsi l’una dall’altra. Assistetti due o tre volte a scene in cui qualcuno richiamava un altro che non indossava per bene la mascherina, oppure penso anche a chi domandava se potesse occupare un sediolino in metro che in realtà doveva restare vuoto, così, a questa richiesta qualcuno acconsentiva, qualche altro un po’ alzava la voce per dire no, no, deve esserci distanziamento tra due sediolino in metro. Mi ricordo poi anche della scena, sempre in una carrozza metropolitana, di un uomo che, abbastanza invasato, urlava parolacce contro De Luca accusandolo del fatto che la mascherina non aveva senso se il distanziamento non era dei migliori sui trasporti pubblici. Eppure, la gente intorno all’uomo lo lasciò parlare da solo, nessuno immaginò di accodarsi alle sue grida. Perché, intanto, non si possono fare miracoli là dove ci sono mancanze protratte fino ad oggi, ma poi dalle mie parti qualche bus in più l’ho visto, ammesso che non fossero miraggi!

Ma ieri sera? Cos’è successo ieri sera a Napoli? Eravamo partiti con una manifestazione pacifica, in centro storico, una manifestazione che è già andata contro il coprifuoco deciso da De Luca. La folla alla manifestazione si è poi andata disperdendosi sempre più, mentre alcuni giravano tranquilli anche senza mascherina come se non ci fosse alcun rischio di contagio nei paraggi. Poi, da una manifestazione più o meno pacifica, dove si urlava alla libertà come se fossimo sotto a una dittatura, all’improvviso, da altre parti di Napoli sono imperversati in strada dei… dei vandali, sì, solo così possono essere definiti. Persone che chiaramente vivono di notte, non le stesse persone attente, incontrate settimane prima di giorno.

Mi ricordo di quando, nel primo periodo della pandemia, il presidente De Luca richiamò qualche “cinghialone”, ma poi ringraziò anche chi stava collaborando per tentare, nientedimeno, di arginare una pandemia in atto.

Ieri, il presidente De Luca sosteneva che di mamme in vena di protesta, in difesa dei loro bambini che li volevano a scuola, non ne aveva visto l’ombra, a parte quelle a cui si è dato voce in televisione. Tra l’altro, mi chiedevo io: ma, perché, veramente ci sono mamme disposte a mandare i propri figli a scuola rischiando di farli contagiare o di portare il contagio a casa? È stata poi anche attivata la didattica a distanza, cosa che al momento è necessaria e non sarà per sempre.

Fra i commenti sulla pagina facebook di De Luca, mi sono meravigliata, sentita delusa, per le tante persone che facevano complimenti a chi ieri sera ha creato disordini, mentre ho letto rari commenti contrariati. Diversi commenti riportavano inoltre pensieri simili al “moriremo di fame”. Ecco, personalmente, posso immaginare i commercianti in difficoltà per gli affitti e le tasse da pagare, ma questo è da Nord a Sud, quindi più che con De Luca me la prenderei un pochino di più con Conte. Anzi, alla prima ondata, a Napoli, ho visto tanta solidarietà, tra cittadini e associazioni, anche alcuni supermercati, che hanno dato quantomeno l’essenziale; pare però che l’essenziale non basti, alla lunga evidentemente stanca, eppure, questo tristissimo essenziale non è stato e non sarà per sempre. Se c’è solo una cosa che sento di denunciare, rispetto ai metodi degli aiuti, durante la prima ondata, è che di mezzo qualche “ladro dell’essenziale” non è mancato, almeno dalle mie parti, ma ovunque sarà stato così, ovunque qualcuno si è rifornito di beni destinati ai bisognosi, per darli a chi voleva o per tenerli per sé. Dunque, al “moriremo di fame”, risponderei che non si muore mai di fame, semmai di egoismo.

Il punto principale, a mio parere, ma non solo il mio, è che Conte si è mosso e continua a muoversi come se stesse camminando sulle uova, nonostante le cento – cento – lettere allarmate e preoccupate arrivategli da scienziati, insomma, non da impreparati; secondo me, se avesse deciso lui per il lockdown totale, senza lasciare che le responsabilità ricadessero tutte sui presidenti delle regioni, forse il disordine di ieri sera non si sarebbe verificato. Disordine che, ripeto, non era certamente composto dalle persone ordinate che incontrai di giorno, però non si aspettava altro che questo, fare di tutta l’erba un fascio. In fondo, quando fra i banchi di scuola ci sono i soliti tre o quattro alunni a fare baccano, se ne trascinano altri dietro, ma poi la nota sul registro la prende tutta la classe, compresi quelli che sono rimasti seduti ai propri banchi.

Dal quotidiano

Non una poesia, forse una canzone: Giornata in colore

Sulle spalle una chitarra,
indossava una felpa gialla
che col viola delle scarpe
sembrava già suonasse.

Pensai, “scenderà a Dante,
e poi di fila al centro storico,
dove le vie suonano grazie
al Gran Conservatorio.”

Ma mi prese in contropiede,
scendendo a Salvator Rosa:
perché, a far musica coi colori,
non è poi poca cosa.

Stazione Salvator Rosa, Napoli

Poesie altrui

Sei poesie di Carlo Betocchi

UN DOLCE POMERIGGIO D’INVERNO

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

DELL’OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l’ombra di un’albatrella*
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.

Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.

*albatrella: è una pianta e non un uccello, antropomorficamente semidormiente in campagna.

IL DORMIENTE

Io mi destai con un profondo
ricordo del mio sonno.
Dalla mia veglia guardavo
il mio corpo dormiente,
era giorno, era un chiaro
giorno silente.

Quando le sere d’estate
esalan profumate
tenebre sul fiume, un uomo
giace sopra la riva
addormentato dal suono
dell’onda viva.

Passano sopra il suo viso
l’ombre del paradiso
lunare, tra i flessuosi
salici e il lieve vento;
celano gridi amorosi
l’erbe d’argento.

Vento e prati fluttuando
muoiono con un blando
fiotto e là, presso il suo corpo,
come a un’isola viva
da un mare languido e smorto
il flutto arriva.

Presso il suo corpo si rompe
quell’ineffabil fonte;
e il suo respiro leggero
di creatura che dorme
scioglie nell’etereo cielo
azzurre forme.

ORA AD ALTRE SPERANZE

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena

come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.

E le attese e gli eventi
nell’alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,

e in me è tutt’uno
l’animo e questo moto, incerto e bruno.

UNA GIORNATA A GREVE

Batti la falce a freddo, lungo il taglio,
e insisti, o pazientissima mano,
lascia che echeggino i colpi,
e s’empia l’aria del mattino
d’un sottile rumore.
Ché in questo è il paese,
e quando sbagli battuta, e quando
sosti, e quando riprendi
a venare di colpi il timido acciaio
e la pietra,
come somiglia il mattino alla sera,
e il nitore dell’aria al maltito*
apparir della luna,
sui colli, purissima,
tribolata anche lei dall’amore.

*maltito: termine regionale toscano che indica l’essere ammaccato dei frutti e, in senso figurato, l’essere offuscato del cielo.

AVRÒ LA MIA TOMBA; SARAI TU CHE VERRAI

Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai,
morte procace, non squallida come quei timidi
dicono: io son tuo amante, morte, mia morte
che raccogli la vita tra le braccia e la
tramandi, dalle sue spoglie grano traendo,
e vita, nuova vita nel sole dei morti,
invisibile nella loro pace fruttifera,
da cui un’altra né mai diversa vita risorge,
nulla finisce, anzi tutto continua, o morte,
o amata morte, o amata.

~

La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.

Carlo Betocchi

BIOGRAFIA

Nato a Torino il 23 gennaio 1899, Carlo Betocchi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, nonostante poi in vita abbia ricevuto pochi riconoscimenti.

Si trasferisce a Firenze da bambino quando il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato, viene destinato al capoluogo toscano. Rimane orfano del padre nel 1911 e, dopo essersi diplomato perito agrimensore, frequenta la scuola ufficiali di Parma: viene inviato al fronte nel 1917 e tra il 1918 e il 1920 è volontario in Libia.

Successivamente si trova in Francia e in diverse località dell’Italia centro-settentrionale, per rientrare stabilmente a Firenze dal 1928 al 1938. Questo periodo corrisponde alla sua intensa partecipazione, assieme con Piero Bargellini, allo sviluppo della rivista di ispirazione cattolica “Il Frontespizio”: quest’ultima, sulla quale curò a partire dal 1934 la rubrica “La più bella poesia”, sarà il luogo dei suoi primi versi e nelle sue edizioni uscirà anche la sua prima raccolta poetica (Realtà vince il sogno in “Il Frontespizio”, Firenze, 1932).

Nel 1953 Carlo Betocchi è di nuovo a Firenze impegnato nell’insegnamento di materie letterarie presso il Conservatorio Luigi Cherubini.
Dal 1961 al 1977 è redattore della rivista “L’Approdo Letterario”.

L’itinerario della poesia e del pensiero di Carlo Betocchi va da una felice fiducia nella Provvidenza ai forti dubbi e ai dolenti ripensamenti nella vecchiaia dopo una terribile esperienza di dolore.
Lo stesso Betocchi affermava “La mia poesia nasce dall’allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall’allegria. È allegria del conoscere, l’allegria dell’essere e del saper accettare e del poter accettare“.

Dal 1932 sono numerose le raccolte poetiche di Carlo Betocchi con tanti passaggi, mai inutili, da “Realtà vince il sogno” fino all'”Estate di San Martino” del 1961 e “Un passo, un altro passo” del 1967 e a “Prime e ultimissime” del 1974, “Poesie del sabato” (1980).

Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato “Notizie di prosa e poesia” (1947), “Un ponte sulla pianura” (1953), “Poesie” (1955).

In lui l’ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei paessaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo.
È alla fine del suo percorso vitale che che il rapporto con la fede sembra allentare: “Anni di dubbi, di sofferenza e di solitudine, egli arrivò a temere di averla persa, la fede, quella sua gioiosa e spavalda comunione teologale con tutte le creature” (Leandro Piantini). Tra l’altro, Mario Luzi afferma chiaramente che se di perdita di fede si trattava, era solo che Betocchi stava perdendo la sua fiducia nella Chiesa fatta dagli uomini, ben dotata di “teologale ultra superbia”.

Poeta cristiano e popolare, poeta degli affetti e della solidarietà con le creature, scabro essenziale poeta delle cose degli oggetti, dei paesaggi per balzare direttamente sul piano emozionale della voce e del canto, con il massimo, sempre, di controllo: la situazione di vita che Betocchi canta è di povertà (non di miseria). Povertà come si può dire della cucina toscana che è cucina di “cibi poveri”: necessità essenziale, dunque, come essenziali sono le manifestazioni della natura e delle esigenze vitali. Mai il superfluo, mai l’addobbo, mai l’arredamento entrerà a turbare la linea asciutta del suo canto.

Carlo Betocchi muore a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986.

Nel 1999 è uscito “Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti” (Biblioteca Universale Rizzoli) con poesie scelte e molte poesie inedite, curato da Giorgio Tabanelli, con interventi di Carlo Bo e Mario Luzi.

APPROFONDIMENTO, che ho molto apprezzato, dalla rivista on line Nuovi Argomenti:

Poesia come preghiera.

Curiosità

Il rosa è davvero un colore per femmine?

Prima di diventare uno degli stereotipi più conosciuti e diffusi legati alle donne, in passato il rosa era considerato un colore forte, deciso, associato alla passionalità perché prossimo al rosso, però, a differenza di quest’ultimo era meno “bellicoso”, quindi, rimaneva mascolino ma in una variazione più adatta alla vita sociale.

Anche il rosso del sangue durante le battaglie e il colore che assumevano camicie e divise al termine delle guerre era di colore rosa, proprio per questo era considerato un colore maschile.
Nel XVIII secolo era normale per un uomo indossare abiti di seta rosa.

Le donne, invece, vestivano il celeste virginale del velo della Madonna.

I bambini vestivano tutti di bianco per questioni di praticità: era più semplice lavarlo e candeggiarlo.

Per maggiori approfondimenti:

Breve storia del colore rosa.

Il rosa, da ieri ad oggi.

Estratti di letture, In prosa & poesia

Donne 🌸

Donne piccole come stelle
c’è qualcuno le vuole belle
donna solo per qualche giorno
poi ti trattano come un porno.

Donne piccole e violentate
molte quelle delle borgate
ma quegli uomini sono duri
quelli godono come muli.

Donna come l’acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c’è chi invece la prende a botte.

Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.

Donna fatti saltare addosso
in quella strada nessuno passa
donna fatti legare al palo
e le tue mani ti fanno male.

Donna che non sente dolore
quando il freddo gli arriva al cuore
quello ormai non ha più tempo
e se n’è andato soffiando il vento.

Donna come l’acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c’è chi invece la prende a botte.

Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.

(testo del cantautore e chitarrista napoletano Enzo Gragnaniello, interpretato da Mia Martini)

~

“Lezione di tango”, Sveva Casati Modignani (pag. 461)

Aggiungo altre mie due preferitissime canzoni che pure danno voce alle donne 🌸

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Donna, tessitrice d’anima fatta parola,
sta’ attenta alle lusinghe maschili
che gettano al vento i loro fili
i quali tu raccogli, ricami
e li fai sentimenti: i tuoi
più preziosi vestiti.
Donna, gli uomini
hanno mani di forbici,
occhi furbi e maliziosi,
cacciatori di nuovi respiri.
Donna, non sentirti tradita:
ricorda: sei unica,
nuda e senza fili!

Ancheggia la tua anima
in stormi di silenzi
e battiti di voci.
Che la tua essenza echeggi
agli occhi dei ciechi innocenti,
abbattendo le loro fragili mura
rette dalle tue paure di luna.

(poesia scritta il 24 giugno del 2016)

Estratti di letture

Don Giuseppe (Sveva Casati Modignani)

Visto che non vorrei mai “sporcare” i libri, perché mi piace tenerli immacolati, ho scoperto un’app che sottolinea le immagini con tanti evidenziatori colorati 🙆

Dopo questa parentesi, vi lascio a Don Giuseppe…