Curiosità

Il rosa è davvero un colore per femmine?

Prima di diventare uno degli stereotipi più conosciuti e diffusi legati alle donne, in passato il rosa era considerato un colore forte, deciso, associato alla passionalità perché prossimo al rosso, però, a differenza di quest’ultimo era meno “bellicoso”, quindi, rimaneva mascolino ma in una variazione più adatta alla vita sociale.

Anche il rosso del sangue durante le battaglie e il colore che assumevano camicie e divise al termine delle guerre era di colore rosa, proprio per questo era considerato un colore maschile.
Nel XVIII secolo era normale per un uomo indossare abiti di seta rosa.

Le donne, invece, vestivano il celeste virginale del velo della Madonna.

I bambini vestivano tutti di bianco per questioni di praticità: era più semplice lavarlo e candeggiarlo.

Per maggiori approfondimenti:

Breve storia del colore rosa.

Il rosa, da ieri ad oggi.

Estratti di letture, In prosa & poesia

Donne 🌸

Donne piccole come stelle
c’è qualcuno le vuole belle
donna solo per qualche giorno
poi ti trattano come un porno.

Donne piccole e violentate
molte quelle delle borgate
ma quegli uomini sono duri
quelli godono come muli.

Donna come l’acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c’è chi invece la prende a botte.

Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.

Donna fatti saltare addosso
in quella strada nessuno passa
donna fatti legare al palo
e le tue mani ti fanno male.

Donna che non sente dolore
quando il freddo gli arriva al cuore
quello ormai non ha più tempo
e se n’è andato soffiando il vento.

Donna come l’acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c’è chi invece la prende a botte.

Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.

(testo del cantautore e chitarrista napoletano Enzo Gragnaniello, interpretato da Mia Martini)

~

“Lezione di tango”, Sveva Casati Modignani (pag. 461)

Aggiungo altre mie due preferitissime canzoni che pure danno voce alle donne 🌸

~

~

Donna, tessitrice d’anima fatta parola,
sta’ attenta alle lusinghe maschili
che gettano al vento i loro fili
i quali tu raccogli, ricami
e li fai sentimenti: i tuoi
più preziosi vestiti.
Donna, gli uomini
hanno mani di forbici,
occhi furbi e maliziosi,
cacciatori di nuovi respiri.
Donna, non sentirti tradita:
ricorda: sei unica,
nuda e senza fili!

Ancheggia la tua anima
in stormi di silenzi
e battiti di voci.
Che la tua essenza echeggi
agli occhi dei ciechi innocenti,
abbattendo le loro fragili mura
rette dalle tue paure di luna.

(poesia scritta il 24 giugno del 2016)

Estratti di letture

Don Giuseppe (Sveva Casati Modignani)

Visto che non vorrei mai “sporcare” i libri, perché mi piace tenerli immacolati, ho scoperto un’app che sottolinea le immagini con tanti evidenziatori colorati 🙆

Dopo questa parentesi, vi lascio a Don Giuseppe…

In prosa & poesia

Colori dentro al pianto

Volteggiando nel vuoto
del lento cadere
il fiato è sospeso
ma il tempo procede.
Nel mezzo del cambio
della stagione
ne avverto il pianto
sotto forma di foglie
che scendono a gocce,
degli alberi le figlie
le quali s’accendono rosse,
gialle e d’arancio,
lasciando l’origine
al proprio padre.
Questo è quanto
ci lasceranno:
vento senza più canto,
lamenti sordi e rami spogli,
eppur colori nei loro pianti.

Estratti di letture

Sei proprio un belé! (Sveva Casati Modignani)

Passi tratti da “Lezione di tango”, Sveva Casati Modignani.

Pubblicato nel 1998, il romanzo è ambientato a Milano, diviso tra l’oggi ed il passato – quando i tedeschi si preparavano ad invadere la Polonia.

Belé, non il primo termine milanese che incontro fra le pagine di questo libro, pare voglia dire “gioiello”, qualcosa di prezioso. I milanesi di wordpress mi potranno dare conferma!

Non avevo ancora letto alcun libro di Sveva Casati Modignani, ero curiosissima di scoprirla e non mi sta deludendo affatto.

La scrittrice ha molta fama, non saprei se più o meno di Elena Ferrante; entrambe hanno tuttavia riscosso un grande successo. Della Ferrante lessi solo il suo primo libro, “I giorni dell’abbandono”, tra le cui pagine non trovai nulla di eccezionale, anzi, le mie aspettative dovettero ricredersi. Adoro invece la serie televisiva de “L’amica geniale”, tratta dai suoi libri, perché direi che c’è l’anima di Napoli in essa! Ovviamente, una Napoli ambientata in tempi ormai passati, dove la miseria e la violenza dilagavano.
Queste due scrittrici hanno nel cuore, e riportano nei loro libri, le proprie città: l’una Napoli e l’altra Milano. Eppure, tra le pagine di Sveva, nel quartiere milanese di Brera, mi è sembrato di ritrovare le stesse problematiche che troverei anche in una periferia napoletana… segno che le periferie si somigliano tutte, da Nord a Sud.

È interessante leggere qualcosina della biografia dello scrittore che si sta leggendo, così ho cercato qualche notizia riguardo a Sveva e mi sono imbattuta in un video che vi mostro di seguito:

Emerge una donna di carattere, concreta. Non posso che concordare, ahimè, per quanto riguarda la situazione lavorativa in Italia. Mi piace inoltre il discorso che fa sulle donne e sull’importanza di allearsi fra loro piuttosto che entrare in competizione. Nei suoi libri, in effetti, predominano la figura femminile e il mondo delle donne costituito da millemila sfumature.

E, sull’onda del femminismo di Sveva, aggiorno il mio articolo aggiungendo una simpatica e pungente risposta tutta al femminile…

Poesie altrui

Sette poesie ed alcuni pensieri di Gesualdo Bufalino

(Improvviso d’amore)

Losanghe di cieli, cieli di gesso,
vecchio terrore che indosso ogni giorno;
muraglie da cui sempre mi ritorna
questa mia strenua voce d’ossesso;

e libri, voi, paradisi dipinti,
reticolati d’assurdo quaderno,
trionfo e sbarre di carcere eterno,
fughe immobili e nero labirinto:

oh mescetevi, carte, firmamenti,
memorie; fate rissa entro di me,
e inventatemi un nome, un altro viso.

Ora che lei m’ha parlato alla mente,
lei nel suo scialle di sposa di re,
con gli stupori e i corrucci e le risa…

~

(A chi lo sa)

S’io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l’obliquo invincibile sole;
s’io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s’impenna nel ludibrio d’aquilone;
s’io sapessi, s’io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all’erba crudeli dolcezze…
oh allora ogni mattino,
e non con questa roca voce d’uomo,
vorrei dirti che t’amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.

~

(Paese)

Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.

Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s’infiorano mani e la palma
nel cielo si meraviglia.

Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
T’amo come un paese.

~

(Di un difficile oracolo)

E mi stupisco ancora
del tuo sangue violento che mi sfida
e sgrida con voce di vento.

Decifrassi una volta la vermiglia
cantilena che recita,
bando di morte o vita, chi sa dirlo?

Ma io non sono che il drago custode
dei tuoi polsi in burrasca, un pescatore
di maree che origlia dalla riva.

Anche infelice, se non fosse il lampo
che inatteso sorride e mi dà scampo
nella tenace mafia dei tuoi occhi.

~

(Esercizio con sentimento)

Per l’alto cielo odoroso d’arance
e di camicie nude al davanzale,
come caro lo scroscio che m’assale
di sole tardo la povera guancia.
Oh riaprirsi all’affettuosa lancia,
tornare uccello di giovini ali…
vita, puoi dunque ancora non far male,
se mi dài questa incredibile mancia.
Ma tu, cuore, detrito di tempeste
inaccadute, che pensi, che dici,
nel girotondo d’arancia celeste?
Sapessi riparlarne con gli amici,
ritrovare una sera le tue feste,
ingenui moti, vanità felici.

~

(Preghiera di mezzogiorno)

Almeno mi scoppi di grida
la mente nei corridoi
di questa casa da suicida,
piena di corde e di rasoi.
Ma è sempre un altro, è sempre un altro
che si lamenta in vece mia,
e l’angoscia si fa più scaltra,
più volontaria la pazzia.
Datemi un male senza libri,
datemi un pianto senza specchi,
una croce che sopra mi vibri,
fatta solo di vento e di stecchi.

~

(Svolta)

Venga l’autunno a dirci che siamo vivi,
seduti sull’argine rosso
a guardare l’acqua che se ne va.
E tornino le pezze di turchino ai cancelli,
i casti numi di gesso, le rose sdrucite,
le vesti liete dei fidanzati,
tutto rinnovi il tempo il suo mite apparecchio.
Poiché, mentre l’aria rapisce
nel suo sonno le foglie del sangue,
e così piano mi tenta
quest’esule sole la fronte
è bello qui fermarsi per dirti addio,
mia giovinezza, mia giovinezza.

~

Nel leggere le Note dell’introvabile silloge, “L’amaro miele”:

“Questi versi, scritti su carta da macero con un pennino Perry moltissimi anni fa; sopravvissuti solo quasi per caso alle periodiche fiamme di San Silvestro a cui l’autore fu solito un tempo condannare il superfluo e l’odioso dei suoi cassetti; divenuti, invecchiando, patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie; questi versi non vantano probabilmente altro merito per vedere la luce; se non quello, privato, di fare per un momento sorridere, ove ne abbia ancora le labbra capaci, un fantasma di gioventú. Il quale potrà ritrovarvi e riconoscervi, insieme ai relitti di sue antiche pene d’amor perdute in riva al Mediterraneo, le memorie di una lunga attesa e persuasione di morte all’ombra grave della guerra; e le veloci letizie, le lunghe solitudini, dopo il ritorno nel Sud.”

~ Alcuni pensieri dello scrittore tratti da un articolo di Pangea:

La memoria. “Il tema della memoria è, come s’intende, legato strettamente alla morte. Noi ricordiamo per non morire, lo smemorato è un morto, non è più nessuno. D’altronde, la morte è, secondo la sentenza di Seneca, perpetua: ‘moriamo ogni giorno’, la morte non è un futuro che ci minaccia ma un presente che ad ogni attimo conquista una porzione più ampia di noi. Più questo presente si fa passato, più cresce la morte dentro di noi. La memoria è la debole medicina che si oppone alle soprechierie della morte, è una protesi che tenta di sostituire la vita”.

L’amore. “Nella mia opera l’amore è visto generalmente come una commedia d’inganni, non nel senso di una frode maligna, ma come cinema di larve, una specie di sogno ininterrotto e creativo che somiglia al sentimento dell’arte. Con la differenza che non riguarda gli eletti, i vocati ma l’universale, essendo capace di suscitare anche nel più rozzo una fantasia di simulacri e miraggi”.

La malattia. “Virginia Woolf diceva che la malattia è un tema raro nell’universo del romanzo. Non è vero e sarebbe facile provarlo. Anzi direi ch’è il tema centrale d’ogni narrare. Ora la malattia può essere uno strumento di conoscenza, una pratica mistica, una degradazione carnale, una vanità”.

Dio. “Il tema religioso è uno dei temi portanti del mio mondo espressivo. Più che di tema religioso converrebbe forse parlare di un rapporto agonistico con la parola Dio, e con l’eventuale presenza, se non con la certissima assenza”.

L’anomalo. “Mi considero uno scrittore anomalo, per cui il rapporto con la mia opera è un po’ diverso da quello genitore-figlio dello scrittore comune. Per un motivo molto semplice, che appartiene alla mia biografia: per il fatto che io, il mio primo romanzo, La diceria dell’untore, l’ho scritto intorno agli anni ’50, poi l’ho tenuto nel cassetto, l’ho pubblicato nel 1981. Quindi questa convivenza col mio ‘figliolo’ si è protratta per decenni. Non solo. Ma addirittura sarebbe durata fino alla mia morte, se non fossero intervenuti degli elementi puramente fortuiti. Perché io sono diventato scrittore pubblico, da scrittore privato, per una serie di circostanze quasi obbligate alle quali ho dovuto piegarmi”.

Fra parola e silenzio. “Per me non c’è mai una edizione definitiva, ne varietur, e io soffro questa ambivalenza fra parola e silenzio, questa oscillazione fra logorrea e omertà, questo negarmi e offrirmi insieme… Ebbene, le mie opere, prima di pubblicarle, le considero semplici prove, prime stesure, che mi vengono poi strappate dalle mani della vita, continuando a vivere come creature imperfette”.

Il pubblico. “Questo mostro misterioso che è il lettore, questo pubblico sterminato e senza volto per metà mi spaventava, per metà mi disgustava. Avevo la paura che stampando – per fortuna questa paura mi è passata, visto che ho stampato tanto – sarei stato come uno specchio che si spezza in mille pezzi e che in ognuno dei frammenti mi sarei riflesso moltiplicato e deformato. Ancora oggi ricevo delle lettere in cui un’ammirazione si sposa con una totale incomprensione. Per cui io non so che cosa scegliere: se essere lusingato, divertito o furibondo per l’equivoco enorme e la perdita d’identità. Evidentemente sotto gli occhi del mio corrispondente è capitato un frammento di specchio assolutamente infedele. E questo mi mortifica abbastanza”.

La tana. “La tana come rifugio significa innanzitutto il bisogno di esser soli, ma anche il bisogno di proteggersi dalle intemperie della vita, dalle intemperie della socialità, perché la socialità ha due aspetti. Un aspetto positivo, quando conforta la nostra angoscia di essere soli, uno negativo quando ci stringe in una maglia, in un intreccio di rapporti sociali che può essere ed è spessissimo conflittuale”.

~ Biografia

Gesualdo Bufalino (narratore, poeta, saggista, moralista, traduttore)
nasce a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 novembre del 1920. Fin da bambino è affascinato dal mondo della parola scritta e dai libri della piccola biblioteca del padre, Biagio, un fabbro con una grande passione per la lettura.

Frequenta il liceo a Ragusa e a Comiso dove ha come insegnante un valente dantista, Paolo Nicosia. Nel 1939 Bufalino vince per la Sicilia un premio di prosa latina bandito dall’Istituto Nazionale di Studi romani. Sono gli anni degli studi classici, ma anche della scoperta della moderna letteratura europea, in particolare di Baudelaire, e del cinema francese.

Nel 1940 Bufalino si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ma nel ’42 è costretto ad interrompere gli studi per la chiamata alle armi. Nello zaino “porta con sé un grosso quaderno di poesie, una retroversione di Baudelaire… un Montale, fresca scoperta, e un piccolo Dante”. Prima è a Benevento, poi a Fano, per un corso di Allievi Ufficiali. Lì conosce Angelo Romanò (1920-1989), scrittore, giornalista, futuro primo direttore del secondo canale Rai, alto dirigente in Garzanti, Senatore della Repubblica.
I due si riconoscono, nasce un’amicizia di quelle che solo la guerra sa sigillare. “Caro Romanò, ho ritrovato in non so più che tasca avventurosa il tuo indirizzo insieme a pochi altri ricordi di Fano. Ora che gli ultimi avvenimenti hanno disperso i miei vecchi amici, ed io stesso sono divenuto incongruo e provvisorio, entro paesaggi e minuti imprevedibili, il ricordo di te rimane uno dei pochi elementi che possono richiamare un passato recentissimo e amato, ma più plausibile e fissato”. Bufalino scrive la prima lettera il 12 novembre del 1943 da Sacile, Udine. Catturato dai tedeschi dopo l’armistizio, riesce a fuggire, scappa nella campagna friulana, “ospitato nella fattoria del patriarca Silvio Zaghet”. Non si allea ai partigiani per “manifesta inettitudine militare”.

Sacile, 1943.

Nel gennaio del 1944 si ammala di tisi e si ricovera presso l’ospedale di Scandiano. Qui un medico assai colto gli mette a disposizione un’imponente biblioteca. Nella primavera del ’46 si trasferisce in un sanatorio della Conca d’Oro, vicino Palermo, dove vive le esperienze e le emozioni che, debitamente trasfigurate, ritroveremo nel romanzo “Diceria dell’untore”. Durante la degenza collabora, su sollecitazione dell’amico Angelo Romanò, alle riviste lombarde “L’Uomo” e “Democrazia”, pubblicando alcune liriche e qualche prosa.
“Sono in un sanatorio della Conca d’oro… alle spalle ho i monti, dinanzi il golfo, bellissimo. Tutto è molto grande e pulito e silenzioso. Una felicità di chiostro mi attende… Qui dove ti scrivo, già da molti giorni il tempo è d’Estate, entro un cielo d’oro e di veloci bufere; non resiste un rimorso a questo sole calmo del golfo, sulle verande chiare anche i malati, se, per parlarsi adagio, accostano le sedie a ruote, è come inventassero i modi di una liturgia innocente, sono teneri e gai, somigliano a chi recita la prima volta”, scrive Bufalino a Romanò, nel giugno del ’46.

Nel 1947, appena guarito, si laurea in Lettere all’Università di Palermo e rientra a Comiso senza più allontanarsene se non per l’insegnamento, svolto, dapprima, all’Istituto magistrale di Modica e poi, ininterrottamente, in quello di Vittoria.

Scrittore segreto fino al 1978, sarà l’introduzione ad un libro di vecchie fotografie su Comiso a segnalarlo all’attenzione di Leonardo Sciascia e Elvira Sellerio. Sollecitato a pubblicare le sue eventuali composizioni, solo nel 1981 si decide ad estrarre dal cassetto Diceria dell’untore, edita da Sellerio ed insignita, quell’anno, del premio Campiello. Rotti gli indugi, Bufalino inaugura un quindicennio di intensa attività produttiva con editori grandi e piccoli.

Con Leonardo Sciascia e Elvira Sellerio, 1982.

Nel 1982 sposa, dopo lungo fidanzamento, Giovanna Leggio. Nel 1988 vince il premio Strega col romanzo “Le menzogne della notte”, pubblicato da Bompiani. Muore in un incidente d’auto il 14 giugno del 1996.

Con la moglie Giovanna, 1982.
Estratti di letture

Soltanto il caso (Milan Kundera)

(Piacevole è rileggere alcuni passi di libri letti nel passato)

Passo tratto da “L’ insostenibile leggerezza dell’essere”, Milan Kundera

Direi:

La perfezione insita nel fatto casuale, ne fissa la sempiternità nel tempo avvenire, con o senza il sussistere del caso – come l’avere fede, senza nulla sapere, affidandoci al suo essere immortale. Ci lasciamo andare ad esso – forse ci è familiare – così come al sonno ci abbandoniamo, colti sempre impreparati, ma senza mai disturbarci: invitati a sognare.

Poesie altrui

Il mare adesso è tutto quel che resta (Gabriele Galloni)

Poesie altrui

Un poeta è volato via…

Quando ho saputo di questa tristissima notizia tramite il suo account facebook, non ci ho voluto credere subito, perché proprio mesi fa, il poeta fece un esperimento che agitò un bel po’ di persone: si finse femmina e si inventò una storia tutta personale, molto drammatica e cruda (rabbrividii quasi nel leggere alcune di quelle poesie!), intorno alla quale creò una raccolta poetica. Quindi gli editori stavano per pubblicare questa raccolta, affascinati dalla vicenda, la quale sicuramente avrebbero trovato un vasto pubblico, tanti soldini da incassare… se non che il poeta stesso rivelò la farsa e gli editori tornarono sui loro passi.

E invece stavolta è tutto vero: Gabriele Galloni ci ha lasciati veramente, a soli 25 anni, una morte che sembra preannunciata già nei suoi versi, in qualche intervista, e sul suo account facebook dove, il 26 agosto, scriveva:

Comunque, alla mia morte, voglio come epitaffio i seguenti versi:

“Noi fummo l’immagine dell’uomo,
non la creatura breve ma la traccia.”

•••

Morire è solamente
farsi una vita altrove:

non è il Tutto né il Niente.
È intravedere il mare
dietro un canneto; e qualche
casetta sulla costa.

Scoprirsi nudi; e nudi
scoprire gli altri.

La lingua, sai, è la stessa
per tutti. E presentarsi
con il nome più semplice da dire:
ma non il proprio; un altro.

••

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

••

Campo

Un giorno la vedremo intera, questa
stagione. Basterà
un fuoco in spiaggia a memoria di festa
e il bagnasciuga a dire l’aldilà
delle conchiglie mai raccolte:

Controcampo

così tante – ricordi? – Che per tutta
la notte ci hanno tormentato. In sogno
maree su maree di conchiglie.
Il letto ne fu invaso; le lenzuola
ci ferirono per tutto il tragitto fino alla spiaggia.

••

Sono tornato qui – la stessa spiaggia
dove per caso incontrammo tuo padre
a vent’anni, più giovane di noi,
che nascondeva in una buca enorme
gli orecchini di tutte le sue amiche.

La spiaggia è sempre vuota come allora.
La domenica un paio di ombrelloni
lontani, una famiglia che passeggia
sul bagnasciuga – madre e padre nudi,
i bambini coperti dal medesimo
telo giallo che scolorisce al sole.

Vuole il cielo che tutte le parole
dette e ascoltate si perdano, adesso.
La famiglia è lontana in un fruscio
scomposto di giornale spaginato
dal vento. Il telo giallo se lo porta
via l’onda; i due bambini lo rincorrono,
ridono all’acqua e ai loro genitori.

••

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
E nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

••

Ti chiamerò a distanza di molti anni
e avrò da tempo smesso di sapere.

Dunque non parlerò; e non parlerai
nemmeno tu. Ma tornerà per tutti

e due la prima sabbia; illuderemo
l’età giovane che dorme nei nostri letti.

Condividiamo una identica estate;
diremo un corpo che non è stato mai.

••

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

••

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

••

Non so se fu realtà o visione
quello che vidi in una sera estiva
costeggiando la riva del Mignone:

l’acqua brillava come cosa viva –
in cielo sparse nubi di cotone.
Intravisto tra gli alberi, di schiena,

si specchiava un ragazzo sulla riva
del fiume; nudo intero e senza pena.
Lasciava il tempo quello che lasciava.

(inedito)

••

Molte persone si creano un trauma – o anche più traumi, più fardelli – per una semplice questione di identità. Il trauma le legittima; dà loro, in qualche modo, un posto nel mondo che altrimenti non troverebbero. La vera sofferenza non è mai ostentazione; e chi vive con un trauma impiega tutto quel che può per liberarsene – non ci si crogiola, non lo mostra come biglietto da visita.
La nostra è una società in cui, volente o nolente, è la sofferenza a dettare le sue ragioni. Più soffri o dici di soffrire e più sei, almeno agli occhi del mondo, nel giusto. Conosco molte persone che, in assenza di reali traumi, si sono costruite veri e propri alter ego la cui unica ragione di esistenza è il trauma presunto. Così come ne conosco altrettante dalla parte opposta: persone che ogni giorno combattono contro il dolore, con dignità e abnegazione, senza fanfare né proclami. Io sarò sempre dalla parte di queste ultime. Dovremmo imparare a discernere; a godere del beneficio del dubbio – che non è scetticismo, ma semplice conoscenza della natura umana. Vivere *per* un trauma non è vivere *con* un trauma. Ma tante cose dobbiamo ancora scoprire; e la psicologia sociale non ha mai fatto realmente luce su questo problema pernicioso, ciclicamente contraddicendosi a seconda delle correnti ventose, dei vari hashtag di tendenza; un ciclo capriccioso come le fasi lunari. Confido nel tempo.

••

Stavo constatando che per me non esiste musica allegra. Ogni canzone, anche la più felice, nasconde le insidie di una gioia già trascorsa. Una “Twist and shout”, per esempio, emblema della canzone da party, è per me il più nostalgico dei brani. Perché non canta l’allegria presente, ma quella trascorsa – forse idealizzata. E quando ballo, alle feste, e se ballo, io sono già altrove. Tutto è già ricordo in cui crogiolarsi. La mia vita emotiva è così. Il passato non mi lascia mai e tutto è gioia, dolore, abbandono e ritrovo indistinto. Vorrei amare tutti, del mio passato (benché pure serbi rancore; benché pure non sia estraneo alla vendetta), portare sempre con me l’Umano che ho vissuto. E di riflesso l’umanità intera. Scrivo per questo. Non è bontà – ma desiderio di ritrovarsi tutti, un giorno, all’ombra di pini marittimi; e in pace, trascorso ogni rancore, un po’ come in Paradiso; o in sogno. Felici.

Gabriele Galloni

••

Da un’intervista:

– La poesia è una forma di sopravvivenza?

– Poesia come sopravvivenza. Uhm, è una domanda interessante e anche ironica considerando che il mio ultimo libro ha come tema una ipotetica civiltà di morti. La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa. E poi, poesia o non poesia, può darsi che io finisca ugualmente per uccidermi. Dunque per me niente sopravvivenza.

•••

Sono tanti i libri che ha pubblicato, alcune poesie recitate sono rintracciabili su Youtube, diverse le interviste sparse per il web. E sono proprio le interviste e le poesie a raccontare tanto dei suoi pensieri, più di ciò che mostrava, probabilmente.

Qui, una delle sue interviste.

Qui, ciò in cui credeva e qualche sua esperienza.

In memoria di Gabriele, da Pangea.

Addio, ragazzo…

In prosa & poesia

Pensiero fantasioso

Vorrei essere una fragranza, poiché talvolta dai profumi sono segnati i ricordi i quali sono eterni. Ma non sarei un profumo artificiale, né rinchiuso in una boccetta di vetro, ché ho bisogno di aria, e di “prendere”, non di essere presa.

Vorrei essere un profumo leggero, ma al tempo stesso forte, che ti metta, addirittura, l’acquolina in bocca! E la voglia di goderne il sapore.

Il mio luogo ideale sarebbe la strada, dove si intrecciano le storie delle persone, dove talvolta ne nascono, potrei allora perdermi fra di esse senza farmi vedere, soltanto sentire – una specie di spirito errante.

Vorrei inoltre, con la mia fragranza, ricordare alle persone anche cose tenere come un ricordo infantile, se non altro un momento felice; entrerei così nel loro intimo, com’è intimo un bacio che, per la passione, si fa morso ma mai troppo è il dolore.

Ecco, se fossi un profumo, cadrò nel banale, ma vorrei essere quello dello zucchero filato. Sostanza per la quale hai appena il tempo di assaporarne il gusto che fa presto a sciogliersi e sparire, ma non per questo ti lascia l’amaro in bocca, al contrario: ne vorresti ancora, sebbene il sapore sia conosciuto, o forse proprio per questo, non sarà mai abbastanza.

Poiché mai abbastanza è farsi cullare dai ricordi, così come il perdersi nei baci che, seppure dovessero diventare morsi, il loro dolore non somiglierebbe ad altro che… ad un odore.

Estratti di letture

Cinque pensieri di Rudolf Steiner

Non è sufficiente solamente conoscere, ma bisogna “capire con sentimenti” e “sentire con comprensione”.

~

Durante tutta la sua vita l’uomo assorbe in sé, dal mondo esterno, spiriti elementari. In quanto si limita a guardare gli oggetti esterni, lascia semplicemente entrare in sé gli spiriti senza mutarli; se cerca invece di elaborare le cose del mondo esterno nel suo spirito, per mezzo di idee, concetti, sentimenti di bellezza e così via, egli salva e libera quegli spiriti elementari.

~

Se l’uomo non cerca di essere in qualche modo spassionato verso il destino, se non vi si adatta, se nutre rancore nei suoi riguardi e ne è malinconico, se lo ingarbuglia con decisioni soggettive, è come se egli di continuo disturbasse gli dei nella formazione del suo destino. Si può vivere realmente il proprio destino solo sapendo accettare la vita con animo imparziale.

~

Noi non vogliamo più credere, vogliamo conoscere. La fede esige il riconoscimento di verità che non possiamo del tutto penetrare; e ciò che non penetriamo ripugna al nostro individuo che vuol vivere ogni cosa come esperienza interiore profonda. Ci soddisfa solo il sapere, il quale non si sottomette ad alcuna norma esteriore, ma sorge dall’intima vita della personalità.

~

Il Cristo venne per spiritualizzare l’amore, per scioglierlo dei legali del sangue e per infondere la forza, per dare impulso all’amore spirituale.

(Rudolf Steiner)

Senza categoria

Brezza d’essenza riapre i battenti!

Vi avevo lasciati dicendovi che avrei riaperto Brezza d’essenza a metà settembre, e invece? E invece ci ho messo appena una decina di giorni nel spostare gli articoli dal blog Maryland (ora eliminato) a questo qui attuale. Non mi sono limitata a spostare gli articoli: ho eliminato alcuni che non erano così importanti, mentre qualche poesia l’ho tolta solo per riportarla in maniera migliore, aggiungendo magari qualche informazione in più rispetto all’autore.
Mi ha fatto tanto piacere rileggere alcuni poeti e riunire, per esempio, in un solo articolo le poesie di Antonia Pozzi (fra le mie poetesse preferite!) che avevo invece sparse per il blog.
Ho fatto ordine nelle categorie e ho eliminato e/o unito quelle che creavano solo confusione.

Ho cambiato il tema del blog ed anche il colore! Sono passata dall’intenso “blu farfalloso” (lo ricorderete), al “verde acqua floreale” e all’azzurro. Leggevo che il blu è simbolo, tra le cose, di armonia e di calma; il verde acqua invece è simbolo di perseveranza, e lo trovo, in un certo senso, anche spirituale. Mi piace poi pensare che il colore verde acqua riunisca i colori del cielo e del mare, quindi del cielo e della terra (con il verde acqua, infatti, immagino un umile laghetto dove però si specchia l’infinito).

Tra l’altro, il colore dato al blog si abbina perfettamente a quello che ho scelto (e modificato) per il mio nuovo avatar: una donnina piccola e semplice che arriva al cielo accompagnata da una piantina fiorita, sorretta (se non anche abbandonata) in maniera salda alla conoscenza (i libri! Anche se mi piace pensare che in aggiunta ad essi ci siano dei quaderni dove la piccola donnina scriverà i suoi pensieri).

Ci ho messo davvero poco a trovare, anzi, a farmi trovare dalla nuova copertina del blog che è il “Ramo di mandorlo fiorito” di Van Gogh: mi piace moltissimo. Un ramo fiorito che è simbolo di rinascita.

Sono contenta, entusiasta e soddisfatta del risultato, dei colori, dei simboli richiamati… che si rifanno, ovviamente, ai miei gusti, quindi non possono che rappresentarmi!

Ho inoltre anche deciso di ripristinare la Pagina Facebook, nonostante sappia ormai che la visibilità sia scarsa. Nella pagina facebook, però, potrò approfondire le opere d’arte creando appositi album. Mi spiego: qui sul blog non sarebbe, secondo me, comodissimo riportare una trentina di dipinti per ogni articolo (soprattutto a causa dello spazio di memoria limitato), quindi riporterò le biografie dei pittori e alcune loro opere (non più di tre o quattro, credo), e chi vorrà potrà approfondire trovando altre loro opere tramite la Pagina Facebook che linkerò di seguito ad ogni articolo. In pratica, la Pagina Facebook è per me utile per quanto riguarda i dipinti, ma in effetti non è viva quanto il blog qui su wordpress.

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non un… benvenuti nel mio piccolo spazio rinnovato! 🌸

In prosa & poesia

Chiamasi “illuminazione”

La verità la senti chiaramente quando vedi che non c’è più nulla da salvare tranne che la propria pelle.

Estratti di letture

I primi occhiali da vista (Anna Maria Ortese)

Eugenia si era alzata in piedi, con le gambe che le tremavano per l’emozione, e non aveva potuto reprimere un piccolo grido di gioia. Sul marciapiede passavano, nitidissime, appena più piccole del normale, tante persone ben vestite: signore con abiti di seta e visi incipriati, giovanotti coi capelli lunghi e il pullover colorato, vecchietti con la barba bianca e le mani rosa appoggiate sul bastone dal pomo d’argento; e, in mezzo alla strada, certe belle automobili che sembravano giocattoli, con la carrozzeria dipinta in rosso o in verde petrolio, tutta luccicante; filobus grandi come case, verdi, coi vetri abbassati, e dietro i vetri tanta gente vestita elegantemente; al di là della strada, sul marciapiede opposto, c’erano negozi bellissimi, con le vetrine come specchi, piene di roba fina, da dare una specie di struggimento; alcuni commessi col grembiule nero, le lustravano dall’esterno. C’era un caffè coi tavolini rossi e gialli e delle ragazze sedute fuori, con le gambe una sull’altra e i capelli d’oro. Ridevano e bevevano in bicchieri grandi, colorati. Al di sopra del caffè, balconi aperti, perché era già primavera, con tende ricamate che si muovevano, e, dietro le tende, pezzi di pittura azzurra e dorata, e lampadari pesanti d’oro e cristalli, come cesti di frutta artificiale, che scintillavano. Una meraviglia.
Rapita da tutto quello splendore, non aveva seguito il dialogo tra il dottore e la zia. La zia, col vestito marrò della messa, e tenendosi distante dal banco di vetro, con una timidezza poco naturale in lei, abbordava ora la questione del prezzo: – Dottò, mi raccomando, fateci risparmiare… povera gente siamo… – e, quando aveva sentito ottomila lire, per poco non si era sentita mancare.
– Due vetri! Che dite! Gesù Maria!
– Ecco quando si è ignoranti… – rispondeva il dottore, riponendo le
altre lenti dopo averle lustrate col guanto, – non si calcola nulla. E
metteteci due vetri, alla creatura, mi saprete dire se ci vede meglio.
Tiene nove diottrìe da una parte, e dieci dall’altra, se lo volete sapere… è quasi cecata.

Mentre il dottore scriveva nome e cognome della bambina: “Eugenia
Quaglia, vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico”, Nunziata si era
accostata ad Eugenia, che sulla soglia del negozio, reggendosi gli occhiali con le manine sudice, non si stancava di guardare: – Guarda, guarda, bella mia! Vedi che cosa ci costa questa tua consolazione! Ottomila lire, hai sentito? Ottomila lire, vive vive! – Quasi soffocava.

Eugenia era diventata tutta rossa, non tanto per il rimprovero, quanto
perché la signorina della cassa la guardava, mentre la zia le faceva quell’osservazione che denunziava la miseria della famiglia. Si tolse gli occhiali.
– Ma come va, così giovane e già tanto miope? – aveva chiesto la signorina a Nunziata, mentre firmava la ricevuta dell’anticipo; – e anche sciupata! – soggiunse.
– Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata… insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale…
– Tornate fra otto giorni, – aveva detto il dottore, – ve li farò trovare.
Uscendo, Eugenia aveva inciampato nello scalino.

– Vi ringrazio, zi’ Nunzia, – aveva detto dopo un poco; – io sono sempre scostumata con voi, vi rispondo, e voi così buona mi comprate gli occhiali…
La voce le tremava.

– Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo, – aveva risposto con improvvisa malinconia Nunziata.

Neppure questa volta Eugenia le aveva risposto. Zi’ Nunzia era spesso così strana, piangeva e gridava per niente, diceva tante brutte parole e, d’altra parte, andava a messa con compunzione, era una buona cristiana, e quando si trattava di soccorrere un disgraziato, si offriva sempre, piena di cuore. Non bisognava badarle.

Da quel giorno, Eugenia aveva vissuto in una specie di rapimento, in attesa di quei benedetti occhiali che le avrebbero permesso di vedere tutte le persone e le cose nei loro minuti particolari. Fino allora, era stata avvolta in una nebbia: la stanza dove viveva, il cortile sempre pieno di panni stesi, il vicolo traboccante di colori e di grida, tutto era coperto per lei da un velo sottile: solo il viso dei familiari, la mamma specialmente e i fratelli, conosceva bene, perché spesso ci dormiva insieme, e qualche volta si svegliava di notte, e al lume della lampada a olio, li guardava. La mamma dormiva con la bocca aperta, si vedevano i denti rotti e gialli; i fratelli, Pasqualino e Teresella, erano sempre sporchi e coperti di foruncoli, col naso pieno di catarro: quando dormivano, facevano un rumore strano, come se avessero delle bestie dentro.
Eugenia, qualche volta, si sorprendeva a fissarli, senza capire, però, che stesse pensando. Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati, con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c’era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai.

(Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese)

Estratti di letture

Al Banco dei Pegni di Napoli (Anna Maria Ortese)

Spinsi la porta, facendomi cautamente largo tra quei corpi, e mi trovai in una immensa sala dal soffitto altissimo, illuminata da due ali di finestroni, sovrastato ciascuno da un altro finestrone, di forma quadrata, ermeticamente chiuso. Nel vano pendevano, come cenci sottili, lunghe tele di ragno.

Era la sala destinata al traffico degli oggetti preziosi.

Una vasta folla, solo approssimativamente disposta in fila, tumultuava davanti agli sportelli dei Pegni Nuovi. C’era una grande
animazione, perché proprio quella mattina era venuto l’ordine di dare
il meno possibile per ogni pegno.

Certi visi color limone, incappucciati in brutte permanenti, giravano e rigiravano tra le mani, con aria delusa, la grigia cartella del pegno.

Una vecchia enorme, tutta ventre, con gli occhi infiammati, piangeva ostentatamente, baciando e ribaciando, prima di separarsene, una catena. Altre donne e qualche uomo dai visi appuntiti, aspettavano compostamente sulla panca nera appoggiata al muro. Seduti a terra, dei bambini in camicia giocavano. – Nunzia Apicella! – gridava intanto più in là, verso l’esigua schiera di quelli che ritiravano un pegno, la voce di un impiegato; – Aspasia De Fonzo!… – I richiami si susseguivano di minuto in minuto, sopraffatti dal brusìo accorato del popolo che commentava la disposizione nuova, e non riusciva a rassegnarsi. Un agente coi baffetti neri e gli occhi grandi, languidi,
che portava la divisa come una vestaglia, andava su e giù,
indifferente e annoiato, fingendo di tanto in tanto di rimettere in ordine, con le mani, le file. Stava parlando con un tale, quando la grande porta della sala s’aprì con impeto, per lasciar passare una donnetta sui quarant’anni, coi capelli rossi, vestita di nero, che trascinava con sé due bambini bianchissimi. Quella infelice, di cui poi si conobbe nome e mestiere, Antonietta De Liguoro, zagrellara, cioè merciaia, aveva saputo in strada che il Banco dov’era diretta per impegnare una catena, quel giorno chiudeva prima, e non l’avrebbero più fatta passare. Con un viso rosso, congestionato, gli occhi celesti fuori dalle orbite, scongiurava tutti di farle la grazia, aveva bisogno d’impegnare la catena prima della chiusura, perché suo marito doveva partire per Torino, dove il figlio maggiore era gravemente ammalato. Nulla valse a calmarla. Anche quando l’ebbero assicurato che poteva mettersi senz’altro in fila, continuò a singhiozzare e a chiamare: – Mamma del Carmine, aiutatemi –.

Molte di quelle donne, dimentiche della grossa tristezza di poco prima, si occupavano ora di lei, le più lontane mandavano accorati consensi e voti, le vicine le toccavano le spalle, le mani, le rassettavano i capelli con una loro forcina; e non si parla delle premure che rivolgevano ai due bambini, i prolungati e un po’ teatrali core ‘e mamma. Queste due creature, che potevano avere sì e no tre o quattro anni, sottili e bianche come vermi, avevano sul viso di cera certi sorrisetti così vecchi e cinici, ch’era una meraviglia, e ogni tanto guardavano di sotto in su, con un’aria maliziosa e interrogativa, quella loro frenetica madre. Una specie di movimento popolare portò subito quella donnetta, di cui ognuno sapeva ora vita e miracoli, davanti allo sportello, scavalcando la feroce burocrazia del turno. Ed ecco il dialogo che giungeva alle mie orecchie incantate:
IMPIEGATO, dopo aver osservato la catena, asciutto: – Tremila e
ottocento lire –. ZAGRELLARA: – Facìte quattromila, sì? –. IMPIEGATO: – L’ordine è questo, figlia mia –. ZAGRELLARA: – Ma mio marito debbe prendere il treno, ve ne scongiuro, teniamo un figlie malato e questi due piccerille… fatelo per l’Addolorata! – IMPIEGATO, tranquillissimo: – Tremila e ottocento… si ‘e vvulite… – e rivolto a un altro impiegato: – Amedeo, di’ a Salvatore che purtasse n’atu cafè… senza zucchero…

Con gli occhi infiammati, ma ora perfettamente asciutti, Antonietta
De Liguoro ripassò di lì a poco davanti a tutti, trascurando
fieramente, o forse senza affatto vederli, a causa della sua angoscia,
quelli che poco prima le erano stati vicini con la loro cristiana pietà.
La seguivano, attaccati con una manina alla veste, i due bambini di cui lei non mostrava neppure di accorgersi.
– Quella là, – disse l’agente a un giovanotto che aveva l’aspetto di
uno studente, e portava sottobraccio una borsa rossa, da cui usciva la frangia di un asciugamano, –
è un anno che suo marito parte col treno per Torino. Nun tene
nisciuno, a Torino…
Neppure il marito, tiene… nun Vo’ fa’ ‘a fila… e i’ nun ‘a dico niente… – Seguì con gli occhi l’abile zagrellara, che ora, fatta una breve sosta davanti alla cassa, scappava verso la porta, col denaro e il grigio foglio del pegno stretti al petto. Squallida e pietosa, la folla dimenticava se stessa, per accompagnare la presunta vittima con parole di conforto e indignazione contro un’antica ingiustizia, che ora
a tutti trapelava: – Gesù Cristo la deve consolare… quella Mamma
del Carmine l’aiutarrà…
Dio sopra la piaga mette il sale, – e sguardi di un odio astratto agli
sportelli e al soffitto, dove ciascuno vedeva passeggiare, tra le sottili
tele di ragno, le autorità locali e il governo.

Intanto, la voce indifferente di un impiegato aveva ricominciato a
chiamare: – Di Vincenzo Maria… Fusco Addolorata… Della Morte
Carmela…
Improvvisamente, si fece un gran silenzio, poi un mormorìo trasecolato, pieno d’infantile stupore, percorse le tre file dei Pegni nuovi. – Si può sapere che tenete? – chiese l’impiegato affacciandosi allo sportello. Nessuno gli badava.
Una farfalla marrone, con tanti fili d’oro sulle ali e sul dorso, era
entrata, chissà come, dalla porta sulle scale, sorvolando quella ressa di teste, di spalle curve, di sguardi affannati; e ora volteggiava… saliva… scendeva… felice… smemorata, non decidendosi a posare in nessun luogo. – Uh!… uh!… uh!… – mormoravano tutti.
– O’bbi lloco ‘o ciardino! – disse una donna al neonato che piangeva
lentamente con la testa contro la sua spalla. Una vecchia deforme, vicino alla porta, con la bocca piena di pane, cantava.

(Anna Maria Ortese, il mare non bagna Napoli)