(senza titolo)

Il buio della sera mangia la luce
come un cerchio di sangue
che si chiude: segue l’abbraccio
freddo della notte che non vuole
che esprimere, raggelando,
l’indissolubile legame che unisce
la vita alla morte – il buio alla luce.
Il sole che sorge è una macchia
di sangue la quale di nuovo
si espande: goccia a goccia,
l’esistenza scorre e si coagula.

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Dalle ceneri

15 agosto 2017

Ci sono cose che, sarà il tempo, l’abitudine, o semplicemente proprio il fatto che ti hanno scalfito nel profondo, quelle cose non ti toccano più, non ti fanno più male, come se avessero scalfito fin dove potevano, dando forma a ciò che sei oggi, oppure, forse non hanno fatto altro che portare fuori ciò che custodivi dentro; talvolta, quel qualcosa, coincide con il meglio.
Ti ferisce solo ciò che non ti ha scalfito abbastanza, non ancora abbastanza per fare emergere quello che sei veramente.

Come fosse abbastanza

Io ed A. abbiamo frequentato la stessa classe alle scuole elementari, e per un lungo periodo siamo anche stati compagni di banco. Ma compagni di banco si fa per dire, perché A. era quel tipico ragazzino che non amava studiare, ma si divertiva ad interrompere la lezione e a infastidire gli altri. Il maestro decise di farlo sedere vicino a me perché, essendo buona e silenziosa, pensava forse che avrei contagiato anche lui.
Ricordo come se fosse ieri tutti i dispetti di A.; mi spostava la sedia quando dovevo sedermi, si prendeva la penna e la mia gomma per cancellare nascondendosele sotto il suo cappello, mi dava colpe che non avevo, mi diceva parolacce senza alcun motivo. Ricordo che mi faceva arrabbiare, ed ogni volta finivamo col dirci “ti mando all’ospedale!”, “ti faccio volare a Milano!”, e tante altre frasi che ora non ricordo, ma non arrivammo mai alle mani… o forse, al massimo, a qualche pizzicotto.
Ma A. era anche quello che se ne stava solo in classe, era quello che veniva preso in giro perché parlava balbettando, era quello che fu per lungo tempo deriso perché in inverno portava le calzamaglie. Una cosa da femminucce, dicevano. Si raccontava inoltre che la madre, divorziata dal padre, picchiasse A., e lo costringesse a fare pulizie; ma non erano solo voci di corridoio, A. portava spesso dei lividi e dei graffi sulle braccia.
Finite le scuole elementari, A. si iscrisse ad una scuola media diversa dalla mia, e so che poi si è diplomato all’alberghiero, e ora ha un lavoro.
A. abita nel mio quartiere, ed è l’unico – dei miei vecchi compagni di classe – che, quando mi incontra per strada, mi saluta. Spesso porta il cane a passeggiare dalle mie parti, e non ha mai finto di non vedermi, mi ha anzi insegnato – senza saperlo – a vincere l’imbarazzo e a salutarlo per prima!
Ricordo che, diversi anni fa, era con una comitiva, ed io ero seduta un pochino distante da loro, quando A. prese a cantare una canzone, una canzone in cui la “protagonista” aveva proprio il mio nome. Allora lui cantava, e poi si voltava a guardarmi, ma con una di quelle espressioni divertite più che romantica, ed io poi mi ritrovai tutta rossa in viso, come se la cosa mi avesse colpita! Di sicuro, affondata.
Ne è passato veramente del tempo da quella volta, come ne è passato del tempo dall’ultima volta che ci siamo detti più di uno “ciao”. Tornavo da scuola e ci trovammo a percorrere la stessa strada, così iniziò a parlarmi di lui, nello specifico di cosa aveva studiato, delle difficoltà incontrate, e del lavoro che aveva trovato, poi io gli dissi di me.
E poi? E poi niente, lo incontro per strada quasi tutti i giorni, e ci scambiamo quell’onesto e sincero “ciao”, senza aggiungere altro, solo, spesso il suo “ciao” è seguito dal mio nome, e la cosa non mi dispiace.
Questo scambio di “ciao” non è mai stanco, né obbligato: è spontaneo ed educato, umano, a volte accompagnato da un quasi sorriso… e immagino che dietro di esso ci sia un mondo inesplorato, ma che pare rimarrà tale, come se io ed A. ci fossimo già conosciuti abbastanza.