In mezz’ora

Che belle quelle persone chiacchierone e amichevoli, almeno per me che sono più per l’ascolto che per le parole.
Stamattina è stata la volta di una signora, sui quaranta, con la quale ho fatto tuuutto il viaggino per arrivare alla mia destinazione. La signora mi parlava della figlia, ma poi mi dava anche ascolto e consigli riguardo ciò che le raccontavo io. Nel frattempo, è successo che eravamo sulle scale mobili della metro, quando abbiamo sentito arrivare la metro e lei subito mi ha incitata ad affrettarmi, dicendomi, “andiamo, andiamo!”; quindi ci siamo ritrovate a correre sulle scale mobili e abbiamo preso la metro per un pelo! Dopodiché, affannata, ma sorridente, mi dice “non correvo così da una vita!”. Poi, abbiamo continuato a parlare, come fosse la cosa più naturale del mondo, anzi, così dovrebbe essere sempre.
Ovviamente, ad un certo punto, le nostre strade si sono divise, ma ci siamo salutate con grandi sorrisi e augurandoci una buona giornata… come se, poi, non bastasse già, l’aver trascorso quella sola, piacevolissima, mezz’ora insieme.

Caccia al tesoro

Era un 23 febbraio del 2015, mi dirigevo a scuola a passo svelto, dato che ero in ritardo, come al solito.

Uno sconosciuto andava nella direzione opposta alla mia, lungo lo stesso marciapiede; era basso e non troppo grasso, portava in testa un cappellino marroncino che un poco nascondeva i suoi capelli brizzolati, indossava una giacca pesante, dello stesso colore del cappellino, e dei pantaloni di colore un poco più chiaro. Lo sconosciuto era una persona anziana, che stava venendomi in contro agitando le mani e le braccia, pronunciando parole a me incomprensibili. Avevo fretta, ed ero quasi tentata di ignorarlo, mentre lui continuava a camminare nella mia direzione farneticando qualcosa.

Ma quanto tempo avrebbe mai potuto portarmi via, più di quello che avevo già sprecato io, non alzandomi prima dal letto?
Con quale indifferenza avrei finto di non vedere quella persona anziana così bisognosa di aiuto? La mia coscienza non ebbe nemmeno il tempo di aprire bocca, che il mio cuore già sapeva la risposta.

Così, una volta avvicinatosi di più, capii cosa volesse dirmi, mi stava chiedendo aiuto, un aiuto semplice per me, ma non altrettanto per lui: accompagnarlo dall’altra parte della strada.

Gli dissi di sì con un filo di voce e un cenno del capo: non sono sicura di avergli sorriso, data la richiesta d’aiuto improvvisa. Tesi avanti la mia mano, lui si aggrappò teneramente al mio braccio, pensai che in apparenza chiunque avrebbe immaginato fossimo rispettivamente nonno e nipote, la cosa non mi dispiacque affatto.

Il tempo, in quei pochi attimi, sembrò fermarsi, allora lui si voltò a guardarmi e, con voce gioiosa e nemmeno tanto bassa, mi disse: << very much, very much, very very very much…!>>, fu questo il suo modo di ringraziarmi. Me lo disse proprio come l’ho scritto, pronunciato male, ma accompagnato da un sorriso fortissimo, così forte tanto da riflettersi nei suoi occhi, ora, lucidi di felicità – come quelli di un bambino -, che resero perfetta la sua pronuncia errata.
L’espressione del suo viso descriveva apprezzamento e gratitudine nel migliore dei modi, come forse fino ad allora non avevo visto mai.

Allora dissi fra me e me che sono queste le cose che ti fanno sorridere il cuore, che ti fanno venir voglia di vivere forte, che ti fanno sentire importante per qualcuno che nemmeno ti conosce. Sono anche queste le cose per cui vale la pena alzarsi prima, guadagnare del tempo per sé anche per la possibilità di donarlo a chiunque.

E anche se il tempo non torna indietro, molte volte torna indietro il bene reso, quello donato a cuore aperto, per la voglia di farlo, senza aspettarsi alcun premio. Tornasse indietro pure solo sotto forma di un sorriso sincero, in fondo, è quanto basta. Perché, proprio come la bontà d’animo, la gratitudine è una ricchezza grande e, per questo, non facilmente reperibile: tocca scavare nel profondo, osservare attentamente, perdere gocce del proprio tempo… come si fa per una caccia al tesoro, per la quale varrà sempre la pena di sporcarsi le mani per riempire cuori, quello degli altri ed il proprio.

Sotto l’onda che s’alza

La nonna ha l’abitudine di sedere vicino la finestra, sulla sua comoda sedia ricoperta di stoffa. Le piace guardare la gente che passa, alzare ogni tanto gli occhi al cielo e dire in tono gioioso: “Meno male che oggi è uscito il Sole!”, mentre si rattrista quando piove, credendo subito che l’inverno sia tornato (in piena estate), e non potrà più andare a passeggiare.
A volte, però, cade nelle sue fissazioni, così: se vede passare delle persone che non conosce, comincia a dire che hanno guardato dentro casa, e che l’hanno guardata in modo strano, come se avessero pensato di derubarla. Quando dice ciò, è difficile anche solo fingere di ascoltarla, ancora più difficile è convincerla del fatto che le sue sono solo impressioni.
Altre volte, quando vede passare delle persone che invece conosce, lei diventa tutta contenta, aspettando ansiosa che quelle persone la guardino dalla finestra, per poi salutarla. Ma, le persone, anche quelle che un tempo la salutavano, ora pare che abbiano fretta, oppure non hanno più voglia di alzare gli occhi verso la sua finestra; insomma, hanno nuovi pensieri per la testa. Vedo allora spegnersi l’emozione negli occhi della nonna, ma non prima di averla vista intenta a cercare di attirare l’attenzione dei passanti.
Non parla, non urla per farsi sentire, semplicemente: alza la mano e saluta aprendo e chiudendo le dita, come una bambina che imita una luce a intermittenza. Continua seguendo con lo sguardo e con il braccio la persona che in quel momento sta passando di lì, finché questa scompare e, insieme, vedo scomparire l’entusiasmo sul volto della nonna. Quindi si volta a guardarmi e mi dice, con tono triste, che non l’hanno salutata. Altre volte ha un tono arrabbiato, di quelli spontanei che spuntano fuori quando ci si sente offesi; io le dico che non fa niente, oppure, la assecondo con un sommesso “Eehh…”, scuotendo la testa e sospirando, un modo come un altro per dirle “e che ci vuoi fare?”. Altre volte ancora, resta in silenzio, come non fosse successo nulla, così per un po’ rimango a guardarla, talvolta sento invadermi da tutta la solitudine della vecchiaia: mi commuove, mi porta alla mente l’immagine di una grande onda che sempre più si alza, con noi tutti sotto di essa senza più alcuno scampo.

Meno male che oggi è uscito il Sole.

scatto personale

Compito in classe

Citai questa frase in un compito in classe, l’ultimo compito che svolsi al quinto superiore, prima della maturità. E ogni volta che leggo questa frase, ricordo anche un aneddoto, chiamiamolo così, a cui è collegata.
Non ricordo quale fosse la traccia del compito, ma ricordo che feci come facevo per ogni tema in classe. All’inizio avevo come un vuoto, poi piano piano mi apparivano parole in mente, parole che avrei scritto alla fine, o nel mezzo; la parte che ritenevo più difficile era come cominciare, mentre la mia parte preferita era nel finale, quando potevo finalmente esprimere al meglio il mio pensiero. Ma la verità è che, in tutti i temi passati, avevo questa cosa di non scrivere proprio tutto quello che pensavo; un po’ mi sentivo troppo “nuda” e un po’ non volevo “esagerare”, io che nei dibattiti in classe parlavo solo se interpellata, e cioè quasi sempre mai.
Intanto, questo sarebbe stato il mio ultimo compito, l’ultimo ricordo che avrei lasciato alla mia professoressa di italiano (che tra l’altro arrivò nuova al quarto anno), l’ultimo compito in cui avrei potuto esprimere i miei pensieri senza stavolta censurarli. E così feci, mi feci coraggio. Ricordo che ad un certo punto mi ritrovai a scrivere come fossi un fiume in piena, sentivo la mano affaticarsi e la velocità dei miei pensieri che superava quella della penna, ma senza mai perdersi, continuando a tenersi per mano, correndo insieme, fino al suono della campanella che fu come il suono dell’arrivo al traguardo. Allora ricordo che fui soddisfatta, fui felice di aver detto tutto quello che sentivo – perfino un poco tremavo, manco mi fossi spogliata per davvero. Fui felice di avere avuto questo lampo di genio, inserire la citazione di Modigliani che lessi proprio qualche settimana addietro. Fui felice di avere scritto alcune riflessioni illuminanti che non credevo di avere lì, in un ripostiglio della mia mente. Insomma, liberai me stessa, mi liberai da me.
Attesi eccitata il giorno in cui la professoressa ci avrebbe consegnato i compiti, e già immaginavo il voto ma soprattutto il commento che l’insegnante avrebbe lasciato; però mi sbagliavo, perché non fu affatto una bella sorpresa.
Quando l’insegnante entrò in classe, disse subito che, essendo il quinto, e quindi l’ultimo anno, aveva cercato di dare voti alti un po’ a tutti, per aggiustare le medie, ma si rese conto che alcuni testi furono chiaramente copiati da internet; tuttavia ero tranquilla, dato che il mio compito era tutto frutto del mio sacco.
La professoressa chiamava via via i compagni alla cattedra, per consegnare loro il tema, dicendo di volta in volta qualche commento a voce oltre quello che aveva scritto sul foglio. Arrivato il mio turno, mi disse semplicemente “sembra un testo di psicoanalisi”, e sorrise, ma nel suo sorriso percepii qualcosa, come un ghigno. Mi sedetti al mio posto, perplessa, leggendo un voto e un commento che non mi aspettavo, ma che quel sorriso e quella frase mi anticiparono. Proprio così: la professoressa credette che il mio testo l’avessi copiato da qualche parte su internet, come avevano fatto gli altri. Il bello è che, a quei tempi, avevo ancora un telefono giocattolo (leggasi mini) su cui non solo avrei trovato faticoso fare ricerche, ma non avrei mai potuto farle dato che non avevo ancora attivato alcuna promozione per navigare in internet.
Oggi vagamente ricordo di cosa parlai nel compito: della personalità delle persone forse, dell’io sicuramente, dell’ego, dei rapporti umani, delle apparenze e di cosa spesso celano; scrissi ipotesi mie, ragionamenti, unite anche a quelli che erano diventati miei probabilmente solo a seguito di domande e curiosità personali che ogni tanto cercavo di soddisfare. Scrissi anche prendendo spunto dalle reazioni di persone con cui ebbi a che fare, o di cui ne osservai anche solo gli atteggiamenti; scrissi forse anche facendo riferimento a me stessa, una sorta di autoanalisi, ma senza ovviamente scriverlo esplicitamente. In passato, poi, mamma comprava ogni sabato la rivista Sorrisi e Canzoni, su cui lei leggeva le trame di Un Posto al sole e quelle dei programmi serali, mentre io sia quelli che una rubrica, gestita dallo psicologo Paolo Crepet, in cui delle persone comuni ponevano domande di natura personale per ricevere risposte, ovviamente, in chiave psicologica. Col tempo poi non ricordo se persi prima io il gusto di leggere delle risposte non sempre brillanti, o se smise prima mamma di comprare il Sorrisi e Canzoni.
Tanto per chiuderla, dopo aver visionato il commento ed il voto, ricordo che più che rabbia provai delusione, tristezza. Al suono della campanella, aspettai che tutti uscissero dalla classe, poi, restituendo il compito dissi all’insegnante che non avevo copiato da nessuno e che ero seduta anche ai primi banchi, davanti ai suoi occhi. Ricordo di aver sentito molto caldo in faccia, forse diventai rossa e mi sudarono le mani; recitai la parte di una studentessa agitata per mostrare al meglio la mia sincerità, oppure, forse, mi agitai davvero, nel tentativo di trattenere la mia reale agitazione. Nonostante ciò, l’insegnante concluse dicendomi di non preoccuparmi, e che per adesso non aveva ancora trovato alcuna mia frase copiata da internet, ma avrebbe continuato a cercare; mi mostrò un sorriso che allora mi sembrò di sufficienza, e non ne seppi mai più niente.
La cosa che mi dispiacque, fu di passare per una bugiarda; la cosa che mi fece poi sorridere, fu immaginare che, la prof., non trovando mai alcuna mia frase su internet, si sarebbe prima o poi arresa alla mia verità… e avrebbe anche lei sorriso, stavolta magari con un pizzico di nostalgia.

L’intimità del silenzio

Mi chiese cosa avessi di diverso dalle altre, con un’aria che sembrava di sfida, o più che altro divertita se non beffarda, ma non seppi cosa rispondergli, o meglio, non volli: le parole non sarebbero bastate a di-fendermi. Confidai nella purezza del silenzio, che sentivo così mio, intimo, modesto. Ma solo io percepii la forza contenuta in quel silenzio: trascurai il fatto che l’intimità non è un linguaggio comprensibile da chiunque, e che ha bisogno di tempo per maturare ed essere colto come si fa per ogni frutto che non si voglia duro, insapore, acerbo. È necessaria una certa tenerezza per ac-cogliere l’intimità del silenzio.

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Disegnino creato con poco impegno, ma esplicativo. Il calore, proprio come il tempo, renderà maturo il “frutto”.

 

 

La donna dai capelli corvini

Era davanti a me, però, di spalle, quando notai la sua folta capigliatura, mentre eravamo entrambe incastrate fra troppe persone in una carrozza della metropolitana, entrambe in cerca di un poco di spazio per passare e scendere alla prossima stazione.
Stavo contemplando i suoi capelli e cercando di immaginarmi il suo volto, in attesa del momento giusto per chiederle se scendesse alla prossima quando, ad un tratto, si girò a guardarmi e – come se mi avesse letta nel pensiero -, con un bel sorriso e due occhi scuri, rivolta a me, disse: “devi scendere anche tu, vero? Vedrai, ce la faremo!”, stringendo i pugni e alzando le braccia, per quanto potè, verso il cielo.
Il suo gesto così rassicurante, simpatico, carico e spontaneo, mi colse impreparata, tanto che alla sua domanda risposi anche di sì, ma, probabilmente, non sorridendole abbastanza. In ogni caso, mi sentii felice per il suo gesto, come fossimo compagni di battaglie da sempre, contenti di lasciare le trincee; non vedevo anzi l’ora di scendere dalla carrozza per cercare ancora il suo sguardo e farle capire con un sorriso od un gesto che, sì, ce l’avevamo fatta. Ecco, mi piacque il fatto che usò quel verbo al plurale, cosicché chiunque pensasse che eravamo conoscenti, se non proprio amiche, e che fra noi scorreva una certa intesa, un sentimento per il quale le persone attorno a noi, nel notarlo, ne avrebbero goduto.
Eppure, una volta scesa dalla carrozza, la sensazione fu quella di avere attraversato un’altra dimensione.
Della donna dai capelli corvini ne rimase solo l’apparenza dei suoi colori, senza più forme: tolse il sorriso dalla faccia, camminò spedita, spalle alte, diritto lo sguardo. Ed io ero lì, quasi di fianco a lei, che la guardavo, e mi chiedevo a cosa stesse pensando. Camminammo ancora un poco vicino, finché, giunte alle scale mobili, lei era ora davanti a me di nuovo; stavolta però, i suoi capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, smisero di comunicarmi emozioni.
Mi sentii forse abbandonata come lo è un soldato dal suo compagno di trincea, ma non per questo provai rancore: mi sentii abbandonata non nel senso di tradita, più che altro come se la morte – cosa da aspettarsi in una trincea – me l’avesse portata via: non vi erano colpe, solo insperate aspettative.
La donna dai capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, compiuta la sua missione, sarebbe ora andata a fare altro bene altrove.

Come fosse abbastanza

Io ed A. abbiamo frequentato la stessa classe alle scuole elementari, e per un lungo periodo siamo anche stati compagni di banco. Ma compagni di banco si fa per dire, perché A. era quel tipico ragazzino che non amava studiare, ma si divertiva ad interrompere la lezione e a infastidire gli altri. Il maestro decise di farlo sedere vicino a me perché, essendo buona e silenziosa, pensava forse che avrei contagiato anche lui.
Ricordo come se fosse ieri tutti i dispetti di A.; mi spostava la sedia quando dovevo sedermi, si prendeva la penna e la mia gomma per cancellare nascondendosele sotto il suo cappello, mi dava colpe che non avevo, mi diceva parolacce senza alcun motivo. Ricordo che mi faceva arrabbiare, ed ogni volta finivamo col dirci “ti mando all’ospedale!”, “ti faccio volare a Milano!”, e tante altre frasi che ora non ricordo, ma non arrivammo mai alle mani… o forse, al massimo, a qualche pizzicotto.
Ma A. era anche quello che se ne stava solo in classe, era quello che veniva preso in giro perché parlava balbettando, era quello che fu per lungo tempo deriso perché in inverno portava le calzamaglie. Una cosa da femminucce, dicevano. Si raccontava inoltre che la madre, divorziata dal padre, picchiasse A., e lo costringesse a fare pulizie; ma non erano solo voci di corridoio, A. portava spesso dei lividi e dei graffi sulle braccia.
Finite le scuole elementari, A. si iscrisse ad una scuola media diversa dalla mia, e so che poi si è diplomato all’alberghiero, e ora ha un lavoro.
A. abita nel mio quartiere, ed è l’unico – dei miei vecchi compagni di classe – che, quando mi incontra per strada, mi saluta. Spesso porta il cane a passeggiare dalle mie parti, e non ha mai finto di non vedermi, mi ha anzi insegnato – senza saperlo – a vincere l’imbarazzo e a salutarlo per prima!
Ricordo che, diversi anni fa, era con una comitiva, ed io ero seduta un pochino distante da loro, quando A. prese a cantare una canzone, una canzone in cui la “protagonista” aveva proprio il mio nome. Allora lui cantava, e poi si voltava a guardarmi, ma con una di quelle espressioni divertite più che romantica, ed io poi mi ritrovai tutta rossa in viso, come se la cosa mi avesse colpita! Di sicuro, affondata.
Ne è passato veramente del tempo da quella volta, come ne è passato del tempo dall’ultima volta che ci siamo detti più di uno “ciao”. Tornavo da scuola e ci trovammo a percorrere la stessa strada, così iniziò a parlarmi di lui, nello specifico di cosa aveva studiato, delle difficoltà incontrate, e del lavoro che aveva trovato, poi io gli dissi di me.
E poi? E poi niente, lo incontro per strada quasi tutti i giorni, e ci scambiamo quell’onesto e sincero “ciao”, senza aggiungere altro, solo, spesso il suo “ciao” è seguito dal mio nome, e la cosa non mi dispiace.
Questo scambio di “ciao” non è mai stanco, né obbligato: è spontaneo ed educato, umano, a volte accompagnato da un quasi sorriso… e immagino che dietro di esso ci sia un mondo inesplorato, ma che pare rimarrà tale, come se io ed A. ci fossimo già conosciuti abbastanza.