Dal quotidiano

Napoli sona, sona e canta…

Con Pino Daniele che è nell’aria 🎶🎷

~~~

26 giugno 2020
Castel dell’Ovo
La Fontana del Gigante
Piazza del Plebiscito
Nei pressi del Castel dell’Ovo
26 giugno 2020
Dal quotidiano

Sulle spine come fra le rose

Oggi il sole splende sulla città, il cielo è azzurro carico, trasmettendo così la voglia vivace di starsene all’aria aperta, magari in un parco circondati dal verde, oppure di fronte al mare con il suo inconfondibile profumo di salsedine. Talvolta si è travolti da uno stato di grazia e di quiete in cui si spengono la fame e la sete.
La luce estiva, bianca, mi elettrizza: mi sento sulle spine come fra le rose.
Insistente è il profumo dei fiori, delle piante e delle foglie.
È di rosa, di rosso e di arancione, che si tingono i tramonti i quali mi trasportano in uno stato di malinconia dolce: l’aria si rinfresca e mi culla, ma al contempo mi avverte che il lungo giorno, appena trascorso, è perduto per sempre… eppure, il giorno seguente la magia, instancabile, si ripete.

Sulle spine come fra le rose,
si vive così la bella stagione.

Dal quotidiano

Scorci di Napoli (sei scatti + un video)

Vi porto nelle vie storiche di Napoli, in particolare, in Via San Sebastiano: famosa per i suoi piccoli negozi di antiquariato e tanti piccoli negozi di musica. E, a proposito di musica, a pochi passi sarà facile sentire suonare strumenti musicali, perché a pochi metri vi è il Conservatorio di San Pietro a Majella, un istituto superiore di studi musicali fondato a Napoli nel 1808, situato nell’ex convento dei Celestini annesso alla chiesa di San Pietro a Majella. Il complesso è il più antico conservatorio italiano, una delle più prestigiose scuole di musica in Italia, ed ha influenzato la cultura musicale europea contribuendo fortemente allo sviluppo della scuola musicale napoletana.

Ecco, qualche scatto rubato in Via San Sebastiano:

Quelle che sembrano chitarrine a forma di goccia, ma che hanno sul retro come una pancia, sono mandolini.

•••

Antiche caffettiere napoletane in rame.

Dalla penultima foto in poi, invece, ci incamminiamo verso altre famose vie che sono: Via San Biagio dei Librai e San Gregorio Armeno, quest’ultima celebre per le botteghe artigiane di presepi.

Dal quotidiano

Caccia al tesoro

Era un 23 febbraio del 2015, mi dirigevo a scuola a passo svelto, dato che ero in ritardo, come al solito.

Uno sconosciuto andava nella direzione opposta alla mia, lungo lo stesso marciapiede; era basso e non troppo grasso, portava in testa un cappellino marroncino che un poco nascondeva i suoi capelli brizzolati, indossava una giacca pesante, dello stesso colore del cappellino, e dei pantaloni di colore un poco più chiaro. Lo sconosciuto era una persona anziana, che stava venendomi in contro agitando le mani e le braccia, pronunciando parole a me incomprensibili. Avevo fretta, ed ero quasi tentata di ignorarlo, mentre lui continuava a camminare nella mia direzione farneticando qualcosa.

Ma quanto tempo avrebbe mai potuto portarmi via, più di quello che avevo già sprecato io, non alzandomi prima dal letto?
Con quale indifferenza avrei finto di non vedere quella persona anziana così bisognosa di aiuto? La mia coscienza non ebbe nemmeno il tempo di aprire bocca, che il mio cuore già sapeva la risposta.

Così, una volta avvicinatosi di più, capii cosa volesse dirmi, mi stava chiedendo aiuto, un aiuto semplice per me, ma non altrettanto per lui: accompagnarlo dall’altra parte della strada.

Gli dissi di sì con un filo di voce e un cenno del capo: non sono sicura di avergli sorriso, data la richiesta d’aiuto improvvisa. Tesi avanti la mia mano, lui si aggrappò teneramente al mio braccio, pensai che in apparenza chiunque avrebbe immaginato fossimo rispettivamente nonno e nipote, la cosa non mi dispiacque affatto.

Il tempo, in quei pochi attimi, sembrò fermarsi, allora lui si voltò a guardarmi e, con voce gioiosa e nemmeno tanto bassa, mi disse: << very much, very much, very very very much…!>>, fu questo il suo modo di ringraziarmi. Me lo disse proprio come l’ho scritto, pronunciato male, ma accompagnato da un sorriso fortissimo, così forte tanto da riflettersi nei suoi occhi, ora, lucidi di felicità – come quelli di un bambino -, che resero perfetta la sua pronuncia errata.
L’espressione del suo viso descriveva apprezzamento e gratitudine nel migliore dei modi, come forse fino ad allora non avevo visto mai.

Allora dissi fra me e me che sono queste le cose che ti fanno sorridere il cuore, che ti fanno venir voglia di vivere forte, che ti fanno sentire importante per qualcuno che nemmeno ti conosce. Sono anche queste le cose per cui vale la pena alzarsi prima, guadagnare del tempo per sé anche per la possibilità di donarlo a chiunque.

E anche se il tempo non torna indietro, molte volte torna indietro il bene reso, quello donato a cuore aperto, per la voglia di farlo, senza aspettarsi alcun premio. Tornasse indietro pure solo sotto forma di un sorriso sincero, in fondo, è quanto basta. Perché, proprio come la bontà d’animo, la gratitudine è una ricchezza grande e, per questo, non facilmente reperibile: tocca scavare nel profondo, osservare attentamente, perdere gocce del proprio tempo… come si fa per una caccia al tesoro, per la quale varrà sempre la pena di sporcarsi le mani per riempire cuori, quello degli altri ed il proprio.

Dal quotidiano

Spicchi di Napoli (foto e mini video)

Piazza dei Martiri
L’Amicone Imperturbabile che tutto vede e tutto tace.
Castel dell’Ovo, sul lungomare
Ancora lungomare
Ve lo devo ripetere?
Vabbè, ja… l’avete capito. Stavolta, però, a sinistra potete vedere un pezzetto di Capo Posillipo.

Castel dell’Ovo più vicino vicino…

Brevissimi video

La signora osserva, dalla carrozza, cose buone… e non vi dico gli odori! Si stava avvicinando l’ora di pranzo. Pochissimo chiasso in strada, quasi silenzio… finché qualcuno ha rotto la semi pace urlando, per sfottere un altro, “Forza Juuuuuveeeee”… e poi segue un altro che inizia a canticchiare qualche canzone. Nel frattempo, a destra, sul mare, sento una canzone vecchissima, neomelodica, ascoltata da due persone anziane sedute sugli scogli.
Fra pochino avrebbe mangiato…

Ed ora, varissime prospettive che riprendono il Maschio Angioino, detto anche Castel Nuovo…

E, in ultimo, posticino dove i fidanzatini scrivono i loro nomi, su lucchetti, a suggellare il proprio “per sempre”…

Dal quotidiano

Sotto l’onda che s’alza

La nonna ha l’abitudine di sedere vicino la finestra, sulla sua comoda sedia ricoperta di stoffa. Le piace guardare la gente che passa, alzare ogni tanto gli occhi al cielo e dire in tono gioioso: “Meno male che oggi è uscito il Sole!”, mentre si rattrista quando piove, credendo subito che l’inverno sia tornato (in piena estate), e non potrà più andare a passeggiare.
A volte, però, cade nelle sue fissazioni, così: se vede passare delle persone che non conosce, comincia a dire che hanno guardato dentro casa, e che l’hanno guardata in modo strano, come se avessero pensato di derubarla. Quando dice ciò, è difficile anche solo fingere di ascoltarla, ancora più difficile è convincerla del fatto che le sue sono solo impressioni.
Altre volte, quando vede passare delle persone che invece conosce, lei diventa tutta contenta, aspettando ansiosa che quelle persone la guardino dalla finestra, per poi salutarla. Ma, le persone, anche quelle che un tempo la salutavano, ora pare che abbiano fretta, oppure non hanno più voglia di alzare gli occhi verso la sua finestra; insomma, hanno nuovi pensieri per la testa. Vedo allora spegnersi l’emozione negli occhi della nonna, ma non prima di averla vista intenta a cercare di attirare l’attenzione dei passanti.
Non parla, non urla per farsi sentire, semplicemente: alza la mano e saluta aprendo e chiudendo le dita, come una bambina che imita una luce a intermittenza. Continua seguendo con lo sguardo e con il braccio la persona che in quel momento sta passando di lì, finché questa scompare e, insieme, vedo scomparire l’entusiasmo sul volto della nonna. Quindi si volta a guardarmi e mi dice, con tono triste, che non l’hanno salutata. Altre volte ha un tono arrabbiato, di quelli spontanei che spuntano fuori quando ci si sente offesi; io le dico che non fa niente, oppure, la assecondo con un sommesso “Eehh…”, scuotendo la testa e sospirando, un modo come un altro per dirle “e che ci vuoi fare?”. Altre volte ancora, resta in silenzio, come non fosse successo nulla, così per un po’ rimango a guardarla, talvolta sento invadermi da tutta la solitudine della vecchiaia: mi commuove, mi porta alla mente l’immagine di una grande onda che sempre più si alza, con noi tutti sotto di essa senza più alcuno scampo.

Meno male che oggi è uscito il Sole.

scatto personale
Dal quotidiano

Cronaca domenicale

Il caldo è giunto anche qui; te lo senti addosso, ma non dentro come si potrebbe sentire un amore.
Così, ero spalmata sul tavolo, con le braccia tutte allungate, manco fossi un gatto, e con in sottofondo uccellini e cavallette cantanti fuori al balcone – scambiato per un palco. Avendo anche la tv accesa su un documentario, mi sono allora sentita descritta e osservata dalla tv stessa!
Avete capito bene!
*Atmosfera Orwelliana*
Ad un tratto, la signorina in tv ha detto, parlando di non so quale animale, una cosa come:

“Se sembra pigra e ferma, è perché si risparmia. Si protegge dall’estinzione per salvare la specie.”

Più chiaro di così! Altro che pigrizia… sto lavorando per il bene comune, per la salvaguardia della specie!

Dal quotidiano

Compito in classe

Citai questa frase in un compito in classe, l’ultimo compito che svolsi al quinto superiore, prima della maturità. E ogni volta che leggo questa frase, ricordo anche un aneddoto, chiamiamolo così, a cui è collegata.
Non ricordo quale fosse la traccia del compito, ma ricordo che feci come facevo per ogni tema in classe. All’inizio avevo come un vuoto, poi piano piano mi apparivano parole in mente, parole che avrei scritto alla fine, o nel mezzo; la parte che ritenevo più difficile era come cominciare, mentre la mia parte preferita era nel finale, quando potevo finalmente esprimere al meglio il mio pensiero. Ma la verità è che, in tutti i temi passati, avevo questa cosa di non scrivere proprio tutto quello che pensavo; un po’ mi sentivo troppo “nuda” e un po’ non volevo “esagerare”, io che nei dibattiti in classe parlavo solo se interpellata, e cioè quasi sempre mai.
Intanto, questo sarebbe stato il mio ultimo compito, l’ultimo ricordo che avrei lasciato alla mia professoressa di italiano (che tra l’altro arrivò nuova al quarto anno), l’ultimo compito in cui avrei potuto esprimere i miei pensieri senza stavolta censurarli. E così feci, mi feci coraggio. Ricordo che ad un certo punto mi ritrovai a scrivere come fossi un fiume in piena, sentivo la mano affaticarsi e la velocità dei miei pensieri che superava quella della penna, ma senza mai perdersi, continuando a tenersi per mano, correndo insieme, fino al suono della campanella che fu come il suono dell’arrivo al traguardo. Allora ricordo che fui soddisfatta, fui felice di aver detto tutto quello che sentivo – perfino un poco tremavo, manco mi fossi spogliata per davvero. Fui felice di avere avuto questo lampo di genio, inserire la citazione di Modigliani che lessi proprio qualche settimana addietro. Fui felice di avere scritto alcune riflessioni illuminanti che non credevo di avere lì, in un ripostiglio della mia mente. Insomma, liberai me stessa, mi liberai da me.
Attesi eccitata il giorno in cui la professoressa ci avrebbe consegnato i compiti, e già immaginavo il voto ma soprattutto il commento che l’insegnante avrebbe lasciato; però mi sbagliavo, perché non fu affatto una bella sorpresa.
Quando l’insegnante entrò in classe, disse subito che, essendo il quinto, e quindi l’ultimo anno, aveva cercato di dare voti alti un po’ a tutti, per aggiustare le medie, ma si rese conto che alcuni testi furono chiaramente copiati da internet; tuttavia ero tranquilla, dato che il mio compito era tutto frutto del mio sacco.
La professoressa chiamava via via i compagni alla cattedra, per consegnare loro il tema, dicendo di volta in volta qualche commento a voce oltre quello che aveva scritto sul foglio. Arrivato il mio turno, mi disse semplicemente “sembra un testo di psicoanalisi”, e sorrise, ma nel suo sorriso percepii qualcosa, come un ghigno. Mi sedetti al mio posto, perplessa, leggendo un voto e un commento che non mi aspettavo, ma che quel sorriso e quella frase mi anticiparono. Proprio così: la professoressa credette che il mio testo l’avessi copiato da qualche parte su internet, come avevano fatto gli altri. Il bello è che, a quei tempi, avevo ancora un telefono giocattolo (leggasi mini) su cui non solo avrei trovato faticoso fare ricerche, ma non avrei mai potuto farle dato che non avevo ancora attivato alcuna promozione per navigare in internet.
Oggi vagamente ricordo di cosa parlai nel compito: della personalità delle persone forse, dell’io sicuramente, dell’ego, dei rapporti umani, delle apparenze e di cosa spesso celano; scrissi ipotesi mie, ragionamenti, unite anche a quelli che erano diventati miei probabilmente solo a seguito di domande e curiosità personali che ogni tanto cercavo di soddisfare. Scrissi anche prendendo spunto dalle reazioni di persone con cui ebbi a che fare, o di cui ne osservai anche solo gli atteggiamenti; scrissi forse anche facendo riferimento a me stessa, una sorta di autoanalisi, ma senza ovviamente scriverlo esplicitamente. In passato, poi, mamma comprava ogni sabato la rivista Sorrisi e Canzoni, su cui lei leggeva le trame di Un Posto al sole e quelle dei programmi serali, mentre io sia quelli che una rubrica, gestita dallo psicologo Paolo Crepet, in cui delle persone comuni ponevano domande di natura personale per ricevere risposte, ovviamente, in chiave psicologica. Col tempo poi non ricordo se persi prima io il gusto di leggere delle risposte non sempre brillanti, o se smise prima mamma di comprare il Sorrisi e Canzoni.
Tanto per chiuderla, dopo aver visionato il commento ed il voto, ricordo che più che rabbia provai delusione, tristezza. Al suono della campanella, aspettai che tutti uscissero dalla classe, poi, restituendo il compito dissi all’insegnante che non avevo copiato da nessuno e che ero seduta anche ai primi banchi, davanti ai suoi occhi. Ricordo di aver sentito molto caldo in faccia, forse diventai rossa e mi sudarono le mani; recitai la parte di una studentessa agitata per mostrare al meglio la mia sincerità, oppure, forse, mi agitai davvero, nel tentativo di trattenere la mia reale agitazione. Nonostante ciò, l’insegnante concluse dicendomi di non preoccuparmi, e che per adesso non aveva ancora trovato alcuna mia frase copiata da internet, ma avrebbe continuato a cercare; mi mostrò un sorriso che allora mi sembrò di sufficienza, e non ne seppi mai più niente.
La cosa che mi dispiacque, fu di passare per una bugiarda; la cosa che mi fece poi sorridere, fu immaginare che, la prof., non trovando mai alcuna mia frase su internet, si sarebbe prima o poi arresa alla mia verità… e avrebbe anche lei sorriso, stavolta magari con un pizzico di nostalgia.

Dal quotidiano

L’intimità del silenzio

Mi chiese cosa avessi di diverso dalle altre, con un’aria che sembrava di sfida, o più che altro divertita se non beffarda, ma non seppi cosa rispondergli, o meglio, non volli: le parole non sarebbero bastate a di-fendermi. Confidai nella purezza del silenzio, che sentivo così mio, intimo, modesto. Ma solo io percepii la forza contenuta in quel silenzio: trascurai il fatto che l’intimità non è un linguaggio comprensibile da chiunque, e che ha bisogno di tempo per maturare ed essere colto come si fa per ogni frutto che non si voglia duro, insapore, acerbo. È necessaria una certa tenerezza per ac-cogliere l’intimità del silenzio.

20190527_203348-1.jpg
Disegnino creato con poco impegno, ma esplicativo. Il calore, proprio come il tempo, renderà maturo il “frutto”.

 

 

Dal quotidiano

Una favola infantile

C’era una volta Finn, un amico di breve data. Il suo nome deriva dal gaelico e significa “dalla carnagione chiara”.
La storia di Finn è una storia difficile ma felice: selvatico, è fuggito dalla sua terra madre per essere confuso fra i finocchi. E vi chiederete “perché?”, perché mai farsi chiamare finocchio, e non Finn, annullando quindi la sua identità, e rischiare la pelle? Anzi, rischiare i gambi e la chioma verde? Per non parlare del suo tenerissimo cuore croccante!
Eh bene sì, Finn, sapendo che prima o poi sarebbe giunto alla sua fine, aveva comunque il desiderio di conoscere esseri viventi diversi dai suoi simili.
Così, è entrato in una casa di esseri umani per salutare, chiacchierare, conoscere, mettersi in posa e, infine, in una foto, farsi ricordare.
Perché, come bene sappiamo, non esiste la morte nel ricordo di chi ci ha amato. E Finn, sì, lui si è donato.

Ritratto di Finn
Dal quotidiano

Pensavo fosse un incubo… invece era un sogno

Camminavo con i miei fratelli lungo Via Caracciolo, una delle famose vie di Napoli che si affacciano sul mare. Ero serena e mi guardavo attorno, osservavo le rocce e le onde che vi si infrangevano sopra. Poi, ad un tratto, la strada si è affollata sempre di più; andavamo tutti nella stessa direzione, ma era come se non stessi più camminando io da sola, mi stessi piuttosto facendo trasportare dalla gente, come un pesciolino in mezzo ai suoi simili travolti da una corrente.
Camminavamo con passo sempre più svelto, come se stessimo avanzando per un premio, o stessimo fuggendo da qualcosa, finché ci siamo ritrovati su di un palco, sì, un palco di legno.
Il palco non sembrava molto resistente, al contrario: traballava, forse a causa del peso delle troppe persone. Qualcuna cominciò ad agitarsi, qualche altra alzava la voce quando, improvvisamente, scoppiò un incendio da un lato del palco, mangiando il legno pian piano.
Io ero lì, con i miei fratelli vicino, bloccata in mezzo ad una massa di persone, e tentavo di capire cosa fosse giusto fare, come se fossimo tutti una cosa sola, come se la vita di un singolo dipendesse dalla vita di tutti e viceversa.
Una voce urlò: “Dobbiamo muoverci! Non possiamo aspettare che l’incendio si propaghi come l’altra volta!
Un’altra voce: “State calmi, se ci agitiamo l’incendio farà prima a raggiungerci!”
Un’altra voce ancora: “Ma non possiamo restare fermi! Muoviamoci dove le fiamme non sono ancora arrivate!”
E così fu. Ci muovemmo lungo una strada in discesa, seppure stretta e tortuosa, mentre l’incendio spariva alle nostre spalle. Arrivati in una piazza, le persone si dispersero, ognuna verso la propria meta, e non ne vidi più nemmeno una.
Camminai per un poco con i miei fratelli lungo una strada che non ricordavo di conoscere, non affacciava sul mare, e tutto era in ordine. Arrivammo davanti a dei tavoli di un bar, così pensai che se ci fossimo seduti avremmo dovuto ordinare qualcosa ma, nel frattempo, mio fratello stava già avvicinando dei tavoli e delle sedie per stare tutti vicini. Allora ci sedemmo, ero ancora un poco scossa per l’incendio, ma l’atmosfera era calma e mi feci travolgere da quella pace apparente. Arrivò poi un cameriere, nella sua bella divisa, con una tovaglia appoggiata sull’avambraccio, disponendo in ordine posate e piatti, ma senza mai alzare lo sguardo verso di noi, come se non esistessimo.
Alla fine mi guardai attorno, le strade erano vuote, regnava una pace quasi surreale, guardai mio fratello, mia sorella, guardai i piatti pronti sui tavoli, il cameriere che stava andando via solo per tornare a mani piene, probabilmente.
Una voce fuori campo, o forse io stessa nella mia mente pensai: “Ci basta così poco, ma di cos’altro avrei bisogno…”, allora mi commossi, ripensando al pericolo appena scampato e a quanto sia preziosa la vita.
Pensavo fosse un incubo, e invece era un sogno.

Dal quotidiano

La donna dai capelli corvini

Era davanti a me, però, di spalle, quando notai la sua folta capigliatura, mentre eravamo entrambe incastrate fra troppe persone in una carrozza della metropolitana, entrambe in cerca di un poco di spazio per passare e scendere alla prossima stazione.
Stavo contemplando i suoi capelli e cercando di immaginarmi il suo volto, in attesa del momento giusto per chiederle se scendesse alla prossima quando, ad un tratto, si girò a guardarmi e – come se mi avesse letta nel pensiero -, con un bel sorriso e due occhi scuri, rivolta a me, disse: “devi scendere anche tu, vero? Vedrai, ce la faremo!”, stringendo i pugni e alzando le braccia, per quanto potè, verso il cielo.
Il suo gesto così rassicurante, simpatico, carico e spontaneo, mi colse impreparata, tanto che alla sua domanda risposi anche di sì, ma, probabilmente, non sorridendole abbastanza. In ogni caso, mi sentii felice per il suo gesto, come fossimo compagni di battaglie da sempre, contenti di lasciare le trincee; non vedevo anzi l’ora di scendere dalla carrozza per cercare ancora il suo sguardo e farle capire con un sorriso od un gesto che, sì, ce l’avevamo fatta. Ecco, mi piacque il fatto che usò quel verbo al plurale, cosicché chiunque pensasse che eravamo conoscenti, se non proprio amiche, e che fra noi scorreva una certa intesa, un sentimento per il quale le persone attorno a noi, nel notarlo, ne avrebbero goduto.
Eppure, una volta scesa dalla carrozza, la sensazione fu quella di avere attraversato un’altra dimensione.
Della donna dai capelli corvini ne rimase solo l’apparenza dei suoi colori, senza più forme: tolse il sorriso dalla faccia, camminò spedita, spalle alte, diritto lo sguardo. Ed io ero lì, quasi di fianco a lei, che la guardavo, e mi chiedevo a cosa stesse pensando. Camminammo ancora un poco vicino, finché, giunte alle scale mobili, lei era ora davanti a me di nuovo; stavolta però, i suoi capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, smisero di comunicarmi emozioni.
Mi sentii forse abbandonata come lo è un soldato dal suo compagno di trincea, ma non per questo provai rancore: mi sentii abbandonata non nel senso di tradita, più che altro come se la morte – cosa da aspettarsi in una trincea – me l’avesse portata via: non vi erano colpe, solo insperate aspettative.
La donna dai capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, compiuta la sua missione, sarebbe ora andata a fare altro bene altrove.

Dal quotidiano

Come fosse abbastanza

Io ed A. abbiamo frequentato la stessa classe alle scuole elementari, e per un lungo periodo siamo anche stati compagni di banco. Ma compagni di banco si fa per dire, perché A. era quel tipico ragazzino che non amava studiare, ma si divertiva ad interrompere la lezione e a infastidire gli altri. Il maestro decise di farlo sedere vicino a me perché, essendo buona e silenziosa, pensava forse che avrei contagiato anche lui.
Ricordo come se fosse ieri tutti i dispetti di A.; mi spostava la sedia quando dovevo sedermi, si prendeva la penna e la mia gomma per cancellare nascondendosele sotto il suo cappello, mi dava colpe che non avevo, mi diceva parolacce senza alcun motivo. Ricordo che mi faceva arrabbiare, ed ogni volta finivamo col dirci “ti mando all’ospedale!”, “ti faccio volare a Milano!”, e tante altre frasi che ora non ricordo, ma non arrivammo mai alle mani… o forse, al massimo, a qualche pizzicotto.
Ma A. era anche quello che se ne stava solo in classe, era quello che veniva preso in giro perché parlava balbettando, era quello che fu per lungo tempo deriso perché in inverno portava le calzamaglie. Una cosa da femminucce, dicevano. Si raccontava inoltre che la madre, divorziata dal padre, picchiasse A., e lo costringesse a fare pulizie; ma non erano solo voci di corridoio, A. portava spesso dei lividi e dei graffi sulle braccia.
Finite le scuole elementari, A. si iscrisse ad una scuola media diversa dalla mia, e so che poi si è diplomato all’alberghiero, e ora ha un lavoro.
A. abita nel mio quartiere, ed è l’unico – dei miei vecchi compagni di classe – che, quando mi incontra per strada, mi saluta. Spesso porta il cane a passeggiare dalle mie parti, e non ha mai finto di non vedermi, mi ha anzi insegnato – senza saperlo – a vincere l’imbarazzo e a salutarlo per prima!
Ricordo che, diversi anni fa, era con una comitiva, ed io ero seduta un pochino distante da loro, quando A. prese a cantare una canzone, una canzone in cui la “protagonista” aveva proprio il mio nome. Allora lui cantava, e poi si voltava a guardarmi, ma con una di quelle espressioni divertite più che romantica, ed io poi mi ritrovai tutta rossa in viso, come se la cosa mi avesse colpita! Di sicuro, affondata.
Ne è passato veramente del tempo da quella volta, come ne è passato del tempo dall’ultima volta che ci siamo detti più di uno “ciao”. Tornavo da scuola e ci trovammo a percorrere la stessa strada, così iniziò a parlarmi di lui, nello specifico di cosa aveva studiato, delle difficoltà incontrate, e del lavoro che aveva trovato, poi io gli dissi di me.
E poi? E poi niente, lo incontro per strada quasi tutti i giorni, e ci scambiamo quell’onesto e sincero “ciao”, senza aggiungere altro, solo, spesso il suo “ciao” è seguito dal mio nome, e la cosa non mi dispiace.
Questo scambio di “ciao” non è mai stanco, né obbligato: è spontaneo ed educato, umano, a volte accompagnato da un quasi sorriso… e immagino che dietro di esso ci sia un mondo inesplorato, ma che pare rimarrà tale, come se io ed A. ci fossimo già conosciuti abbastanza.

Dal quotidiano

Caduto dal cielo

14 febbraio 2017

Lo osservavo dal suo profilo che mi impediva di guardarlo negli occhi e scorgere il colore delle sue iridi. Aveva una capigliatura folta con dei riccioli biondi, sembrava un angelo! La carnagione della sua pelle era bianca ma non pallida, bianca come il colore di una perla.
Poi, ad un tratto, si voltò a guardarmi, come se il mio sguardo insistente lo avesse sfiorato; come se il mio canto interiore infatuato fosse giunto alla primavera del suo viso. Mi voltai quasi subito – rinunciando al desiderio di perdermi nel colore dei suoi occhi, a me ignoto – mi vergognai, arrossii.
Dentro me mi diedi della stupida e gli chiesi scuse silenti, per la prepotenza dei miei occhi inciampati senza ritegno su di lui.
Ci fu anche un momento in cui sperai che non facesse brutti pensieri, nel guardare il mio atteggiamento così goffo ed il mio sguardo fintamente perso nel vuoto.
Pensai anche che, se avessi potuto decidere dei suoi pensieri, avrei voluto che non si domandassero il perché lo stessi osservando. Ma mi accorsi subito dopo che stavo spudoratamente mentendo a me stessa: avrei voluto che mi avesse pensata bella e avesse anzi apprezzato la mia attenzione rivolta al suo essere.
Tra noi non ci fu una parola né un sorriso, nemmeno una timida smorfia, eppure è rimasto nitido il suo ricordo; un ricordo nato dal nulla e cresciuto nella sola fantasia del mio cuore ingenuo.
A volte, nella mia mente, ancora alimento, e ormai quasi invento, l’immagine di quel giovane dai lineamenti dolci ed altrettanto decisi, chiedendomi se fosse così puro anche dentro, così come lo descrivevano i suoi tratti somatici. Pertanto mi diverto nel sognare di incontrarlo di nuovo, ma ciò non potrebbe mai accadere, se fosse realmente un angelo caduto dal cielo.

Dal quotidiano

Gli alberi

27 ottobre 2016

Nelle notti d’estate, gli alberi sono muti nella loro gioia di sentirsi vivi; soltanto i grilli cantano, consapevoli che non sopravviveranno al prossimo inverno.
Nelle notti d’autunno, i grilli non si sentono più; gli alberi si servono del vento per dar voce al proprio freddo sofferto, lasciando che fruscino e danzino fra loro le ultime foglie. Gli alberi aprono danze, fino all’ultima foglia, anche nel dolore.
Forse è questa l’arte della vita, l’arte del vivere: una voce, anche a corto del respiro, anche al costo dell’ultima foglia. Oppure, forse, è soltanto la forza illusa di un sorriso.