Dal quotidiano

Lungo Via Depretis

Camminavo lungo Via Depretis, sotto un cielo di un azzurro tenue, in una giornata nuovamente fredda e umida, priva di una vera luce che non fosse quella filtrata da nuvole bianche e più o meno grigie.

Come dal nulla, in quella via percorsa da poche persone, appare dinanzi a me un uomo alto, molto magro e dai capelli rossi. Prima di dirmi cosa cerca davvero, gli preme raccontarmi chi è lui: un ex detenuto, arrestato perché rubava in giro assieme a sua moglie, al che si ferma e mi sorride, “Ma ora non rubo più!”, mi dice, come per rassicurarmi; mentre lo guardo e annuisco un poco, continua, “Quando dico questo, la gente subito scappa! E tu invece sei ancora qui! Mi stai ascoltando davvero”. Sorride ancora mentre mi dice che ha due figli e che non ha un lavoro, allora si fa più chiara la sua richiesta, così, appena gli dico che non ho monete con me, lui estrae da un fazzoletto tantissime monete e mi dice, “Ma se hai i soldi interi, posso cambiarteli!” entusiasta e ancora sorridente. Nel frattempo, vedo avvicinarsi a noi una donna, probabilmente sua moglie, una donna robusta e dai capelli tinti di biondo, ordinata, con un bel po’ di trucco sul viso, due orecchini, qualche piercing se non erro. La donna, al contrario di suo marito, non mi sorride, però è pronta ad accennarmi, con i suoi occhi grandi e sfiduciati, dei suoi due figli. Il suo racconto durerà qualche attimo e, dopo il mio “mi dispiace”, il marito mi dà una lieve carezza sulla spalla, ancora sorridendomi, e mi dice grazie sinceramente, contento per averlo ascoltato. Li vedo allontanarsi, con l’uomo che ancora ripete alla moglie, che lo ignora, felice e incredulo, “Però mi ha dato ascolto veramente!”. Come se non cercasse altro, come se avesse ricevuto tutto quello di cui aveva bisogno.

Così pensavo conclusa la parentesi di quell’incontro inconsueto quando, di ritorno dalla stessa strada, rivedo la moglie dell’uomo ferma ad una bancarella di un venditore ambulante, intenta a scegliere un nuovo piercing, assicurando al venditore che poi gli riporterà il resto. Più avanti, suo marito, che forse mi ha riconosciuta, distoglie lo sguardo per voltarsi indietro e chiamare con tutta calma sua moglie. Allora ho capito che quest’ultima cercava qualcosa di diverso dall’ascolto, forse dopo aver smesso di credere in esso e nelle persone, aggrappandosi invece ad un oggetto materiale che le darà una felicità certa, seppur fugace, una soddisfazione, un attimo di normalità forse, se non altro di distrazione.

Il mio pensiero si è infine rivolto ai figli di cui mi hanno accennato, figli che non ho visto e di cui non saprò mai la reale esistenza, figli che potrebbero avere i capelli rossi o qualche piercing, figli per i quali mi sono chiesta “dove saranno ora?”, figli di una mamma che non si trascura, figli di un papà che si emoziona per il solo motivo che una sconosciuta ha dato ascolto alla propria storia.

Dal quotidiano

Rispetto al disordine di ieri a Napoli, ciò che penso

Fino all’altro ieri, andando a Napoli, vedevo le strade semi vuote, così come le stazioni metropolitane dove, a parte le volte in cui le carrozze sono state più o meno piene, le persone salivano sulle scale mobile una per una, facendo massima attenzione nel distanziarsi l’una dall’altra. Assistetti due o tre volte a scene in cui qualcuno richiamava un altro che non indossava per bene la mascherina, oppure penso anche a chi domandava se potesse occupare un sediolino in metro che in realtà doveva restare vuoto, così, a questa richiesta qualcuno acconsentiva, qualche altro un po’ alzava la voce per dire no, no, deve esserci distanziamento tra due sediolino in metro. Mi ricordo poi anche della scena, sempre in una carrozza metropolitana, di un uomo che, abbastanza invasato, urlava parolacce contro De Luca accusandolo del fatto che la mascherina non aveva senso se il distanziamento non era dei migliori sui trasporti pubblici. Eppure, la gente intorno all’uomo lo lasciò parlare da solo, nessuno immaginò di accodarsi alle sue grida. Perché, intanto, non si possono fare miracoli là dove ci sono mancanze protratte fino ad oggi, ma poi dalle mie parti qualche bus in più l’ho visto, ammesso che non fossero miraggi!

Ma ieri sera? Cos’è successo ieri sera a Napoli? Eravamo partiti con una manifestazione pacifica, in centro storico, una manifestazione che è già andata contro il coprifuoco deciso da De Luca. La folla alla manifestazione si è poi andata disperdendosi sempre più, mentre alcuni giravano tranquilli anche senza mascherina come se non ci fosse alcun rischio di contagio nei paraggi. Poi, da una manifestazione più o meno pacifica, dove si urlava alla libertà come se fossimo sotto a una dittatura, all’improvviso, da altre parti di Napoli sono imperversati in strada dei… dei vandali, sì, solo così possono essere definiti. Persone che chiaramente vivono di notte, non le stesse persone attente, incontrate settimane prima di giorno.

Mi ricordo di quando, nel primo periodo della pandemia, il presidente De Luca richiamò qualche “cinghialone”, ma poi ringraziò anche chi stava collaborando per tentare, nientedimeno, di arginare una pandemia in atto.

Ieri, il presidente De Luca sosteneva che di mamme in vena di protesta, in difesa dei loro bambini che li volevano a scuola, non ne aveva visto l’ombra, a parte quelle a cui si è dato voce in televisione. Tra l’altro, mi chiedevo io: ma, perché, veramente ci sono mamme disposte a mandare i propri figli a scuola rischiando di farli contagiare o di portare il contagio a casa? È stata poi anche attivata la didattica a distanza, cosa che al momento è necessaria e non sarà per sempre.

Fra i commenti sulla pagina facebook di De Luca, mi sono meravigliata, sentita delusa, per le tante persone che facevano complimenti a chi ieri sera ha creato disordini, mentre ho letto rari commenti contrariati. Diversi commenti riportavano inoltre pensieri simili al “moriremo di fame”. Ecco, personalmente, posso immaginare i commercianti in difficoltà per gli affitti e le tasse da pagare, ma questo è da Nord a Sud, quindi più che con De Luca me la prenderei un pochino di più con Conte. Anzi, alla prima ondata, a Napoli, ho visto tanta solidarietà, tra cittadini e associazioni, anche alcuni supermercati, che hanno dato quantomeno l’essenziale; pare però che l’essenziale non basti, alla lunga evidentemente stanca, eppure, questo tristissimo essenziale non è stato e non sarà per sempre. Se c’è solo una cosa che sento di denunciare, rispetto ai metodi degli aiuti, durante la prima ondata, è che di mezzo qualche “ladro dell’essenziale” non è mancato, almeno dalle mie parti, ma ovunque sarà stato così, ovunque qualcuno si è rifornito di beni destinati ai bisognosi, per darli a chi voleva o per tenerli per sé. Dunque, al “moriremo di fame”, risponderei che non si muore mai di fame, semmai di egoismo.

Il punto principale, a mio parere, ma non solo il mio, è che Conte si è mosso e continua a muoversi come se stesse camminando sulle uova, nonostante le cento – cento – lettere allarmate e preoccupate arrivategli da scienziati, insomma, non da impreparati; secondo me, se avesse deciso lui per il lockdown totale, senza lasciare che le responsabilità ricadessero tutte sui presidenti delle regioni, forse il disordine di ieri sera non si sarebbe verificato. Disordine che, ripeto, non era certamente composto dalle persone ordinate che incontrai di giorno, però non si aspettava altro che questo, fare di tutta l’erba un fascio. In fondo, quando fra i banchi di scuola ci sono i soliti tre o quattro alunni a fare baccano, se ne trascinano altri dietro, ma poi la nota sul registro la prende tutta la classe, compresi quelli che sono rimasti seduti ai propri banchi.

Dal quotidiano

Non una poesia, forse una canzone: Giornata in colore

Sulle spalle una chitarra,
indossava una felpa gialla
che col viola delle scarpe
sembrava già suonasse.

Pensai, “scenderà a Dante,
e poi di fila al centro storico,
dove le vie suonano grazie
al Gran Conservatorio.”

Ma mi prese in contropiede,
scendendo a Salvator Rosa:
perché, a far musica coi colori,
non è poi poca cosa.

Stazione Salvator Rosa, Napoli
Dal quotidiano

Napoli sona, sona e canta…

Con Pino Daniele che è nell’aria 🎶🎷

~~~

26 giugno 2020
Castel dell’Ovo
La Fontana del Gigante
Piazza del Plebiscito
Nei pressi del Castel dell’Ovo
26 giugno 2020
Dal quotidiano

Sulle spine come fra le rose

Oggi il sole splende sulla città, il cielo è azzurro carico, trasmettendo così la voglia vivace di starsene all’aria aperta, magari in un parco circondati dal verde, oppure di fronte al mare con il suo inconfondibile profumo di salsedine. Talvolta si è travolti da uno stato di grazia e di quiete in cui si spengono la fame e la sete.
La luce estiva, bianca, mi elettrizza: mi sento sulle spine come fra le rose.
Insistente è il profumo dei fiori, delle piante e delle foglie.
È di rosa, di rosso e di arancione, che si tingono i tramonti i quali mi trasportano in uno stato di malinconia dolce: l’aria si rinfresca e mi culla, ma al contempo mi avverte che il lungo giorno, appena trascorso, è perduto per sempre… eppure, il giorno seguente la magia, instancabile, si ripete.

Sulle spine come fra le rose,
si vive così la bella stagione.

Dal quotidiano

Scorci di Napoli (sei scatti + un video)

Vi porto nelle vie storiche di Napoli, in particolare, in Via San Sebastiano: famosa per i suoi piccoli negozi di antiquariato e tanti piccoli negozi di musica. E, a proposito di musica, a pochi passi sarà facile sentire suonare strumenti musicali, perché a pochi metri vi è il Conservatorio di San Pietro a Majella, un istituto superiore di studi musicali fondato a Napoli nel 1808, situato nell’ex convento dei Celestini annesso alla chiesa di San Pietro a Majella. Il complesso è il più antico conservatorio italiano, una delle più prestigiose scuole di musica in Italia, ed ha influenzato la cultura musicale europea contribuendo fortemente allo sviluppo della scuola musicale napoletana.

Ecco, qualche scatto rubato in Via San Sebastiano:

Quelle che sembrano chitarrine a forma di goccia, ma che hanno sul retro come una pancia, sono mandolini.

•••

Antiche caffettiere napoletane in rame.

Dalla penultima foto in poi, invece, ci incamminiamo verso altre famose vie che sono: Via San Biagio dei Librai e San Gregorio Armeno, quest’ultima celebre per le botteghe artigiane di presepi.

Dal quotidiano

Caccia al tesoro

Era un 23 febbraio del 2015, mi dirigevo a scuola a passo svelto, dato che ero in ritardo, come al solito.

Uno sconosciuto andava nella direzione opposta alla mia, lungo lo stesso marciapiede; era basso e non troppo grasso, portava in testa un cappellino marroncino che un poco nascondeva i suoi capelli brizzolati, indossava una giacca pesante, dello stesso colore del cappellino, e dei pantaloni di colore un poco più chiaro. Lo sconosciuto era una persona anziana, che stava venendomi in contro agitando le mani e le braccia, pronunciando parole a me incomprensibili. Avevo fretta, ed ero quasi tentata di ignorarlo, mentre lui continuava a camminare nella mia direzione farneticando qualcosa.

Ma quanto tempo avrebbe mai potuto portarmi via, più di quello che avevo già sprecato io, non alzandomi prima dal letto?
Con quale indifferenza avrei finto di non vedere quella persona anziana così bisognosa di aiuto? La mia coscienza non ebbe nemmeno il tempo di aprire bocca, che il mio cuore già sapeva la risposta.

Così, una volta avvicinatosi di più, capii cosa volesse dirmi, mi stava chiedendo aiuto, un aiuto semplice per me, ma non altrettanto per lui: accompagnarlo dall’altra parte della strada.

Gli dissi di sì con un filo di voce e un cenno del capo: non sono sicura di avergli sorriso, data la richiesta d’aiuto improvvisa. Tesi avanti la mia mano, lui si aggrappò teneramente al mio braccio, pensai che in apparenza chiunque avrebbe immaginato fossimo rispettivamente nonno e nipote, la cosa non mi dispiacque affatto.

Il tempo, in quei pochi attimi, sembrò fermarsi, allora lui si voltò a guardarmi e, con voce gioiosa e nemmeno tanto bassa, mi disse: << very much, very much, very very very much…!>>, fu questo il suo modo di ringraziarmi. Me lo disse proprio come l’ho scritto, pronunciato male, ma accompagnato da un sorriso fortissimo, così forte tanto da riflettersi nei suoi occhi, ora, lucidi di felicità – come quelli di un bambino -, che resero perfetta la sua pronuncia errata.
L’espressione del suo viso descriveva apprezzamento e gratitudine nel migliore dei modi, come forse fino ad allora non avevo visto mai.

Allora dissi fra me e me che sono queste le cose che ti fanno sorridere il cuore, che ti fanno venir voglia di vivere forte, che ti fanno sentire importante per qualcuno che nemmeno ti conosce. Sono anche queste le cose per cui vale la pena alzarsi prima, guadagnare del tempo per sé anche per la possibilità di donarlo a chiunque.

E anche se il tempo non torna indietro, molte volte torna indietro il bene reso, quello donato a cuore aperto, per la voglia di farlo, senza aspettarsi alcun premio. Tornasse indietro pure solo sotto forma di un sorriso sincero, in fondo, è quanto basta. Perché, proprio come la bontà d’animo, la gratitudine è una ricchezza grande e, per questo, non facilmente reperibile: tocca scavare nel profondo, osservare attentamente, perdere gocce del proprio tempo… come si fa per una caccia al tesoro, per la quale varrà sempre la pena di sporcarsi le mani per riempire cuori, quello degli altri ed il proprio.

Dal quotidiano

Spicchi di Napoli (foto e mini video)

Piazza dei Martiri
L’Amicone Imperturbabile che tutto vede e tutto tace.
Castel dell’Ovo, sul lungomare
Ancora lungomare
Ve lo devo ripetere?
Vabbè, ja… l’avete capito. Stavolta, però, a sinistra potete vedere un pezzetto di Capo Posillipo.

Castel dell’Ovo più vicino vicino…

Brevissimi video

La signora osserva, dalla carrozza, cose buone… e non vi dico gli odori! Si stava avvicinando l’ora di pranzo. Pochissimo chiasso in strada, quasi silenzio… finché qualcuno ha rotto la semi pace urlando, per sfottere un altro, “Forza Juuuuuveeeee”… e poi segue un altro che inizia a canticchiare qualche canzone. Nel frattempo, a destra, sul mare, sento una canzone vecchissima, neomelodica, ascoltata da due persone anziane sedute sugli scogli.
Fra pochino avrebbe mangiato…

Ed ora, varissime prospettive che riprendono il Maschio Angioino, detto anche Castel Nuovo…

E, in ultimo, posticino dove i fidanzatini scrivono i loro nomi, su lucchetti, a suggellare il proprio “per sempre”…

Dal quotidiano

Sotto l’onda che s’alza

La nonna ha l’abitudine di sedere vicino la finestra, sulla sua comoda sedia ricoperta di stoffa. Le piace guardare la gente che passa, alzare ogni tanto gli occhi al cielo e dire in tono gioioso: “Meno male che oggi è uscito il Sole!”, mentre si rattrista quando piove, credendo subito che l’inverno sia tornato (in piena estate), e non potrà più andare a passeggiare.
A volte, però, cade nelle sue fissazioni, così: se vede passare delle persone che non conosce, comincia a dire che hanno guardato dentro casa, e che l’hanno guardata in modo strano, come se avessero pensato di derubarla. Quando dice ciò, è difficile anche solo fingere di ascoltarla, ancora più difficile è convincerla del fatto che le sue sono solo impressioni.
Altre volte, quando vede passare delle persone che invece conosce, lei diventa tutta contenta, aspettando ansiosa che quelle persone la guardino dalla finestra, per poi salutarla. Ma, le persone, anche quelle che un tempo la salutavano, ora pare che abbiano fretta, oppure non hanno più voglia di alzare gli occhi verso la sua finestra; insomma, hanno nuovi pensieri per la testa. Vedo allora spegnersi l’emozione negli occhi della nonna, ma non prima di averla vista intenta a cercare di attirare l’attenzione dei passanti.
Non parla, non urla per farsi sentire, semplicemente: alza la mano e saluta aprendo e chiudendo le dita, come una bambina che imita una luce a intermittenza. Continua seguendo con lo sguardo e con il braccio la persona che in quel momento sta passando di lì, finché questa scompare e, insieme, vedo scomparire l’entusiasmo sul volto della nonna. Quindi si volta a guardarmi e mi dice, con tono triste, che non l’hanno salutata. Altre volte ha un tono arrabbiato, di quelli spontanei che spuntano fuori quando ci si sente offesi; io le dico che non fa niente, oppure, la assecondo con un sommesso “Eehh…”, scuotendo la testa e sospirando, un modo come un altro per dirle “e che ci vuoi fare?”. Altre volte ancora, resta in silenzio, come non fosse successo nulla, così per un po’ rimango a guardarla, talvolta sento invadermi da tutta la solitudine della vecchiaia: mi commuove, mi porta alla mente l’immagine di una grande onda che sempre più si alza, con noi tutti sotto di essa senza più alcuno scampo.

Meno male che oggi è uscito il Sole.

scatto personale
Dal quotidiano

Cronaca domenicale

Il caldo è giunto anche qui; te lo senti addosso, ma non dentro come si potrebbe sentire un amore.
Così, ero spalmata sul tavolo, con le braccia tutte allungate, manco fossi un gatto, e con in sottofondo uccellini e cavallette cantanti fuori al balcone – scambiato per un palco. Avendo anche la tv accesa su un documentario, mi sono allora sentita descritta e osservata dalla tv stessa!
Avete capito bene!
*Atmosfera Orwelliana*
Ad un tratto, la signorina in tv ha detto, parlando di non so quale animale, una cosa come:

“Se sembra pigra e ferma, è perché si risparmia. Si protegge dall’estinzione per salvare la specie.”

Più chiaro di così! Altro che pigrizia… sto lavorando per il bene comune, per la salvaguardia della specie!

Dal quotidiano

Compito in classe

Citai questa frase in un compito in classe, l’ultimo compito che svolsi al quinto superiore, prima della maturità. E ogni volta che leggo questa frase, ricordo anche un aneddoto, chiamiamolo così, a cui è collegata.
Non ricordo quale fosse la traccia del compito, ma ricordo che feci come facevo per ogni tema in classe. All’inizio avevo come un vuoto, poi piano piano mi apparivano parole in mente, parole che avrei scritto alla fine, o nel mezzo; la parte che ritenevo più difficile era come cominciare, mentre la mia parte preferita era nel finale, quando potevo finalmente esprimere al meglio il mio pensiero. Ma la verità è che, in tutti i temi passati, avevo questa cosa di non scrivere proprio tutto quello che pensavo; un po’ mi sentivo troppo “nuda” e un po’ non volevo “esagerare”, io che nei dibattiti in classe parlavo solo se interpellata, e cioè quasi sempre mai.
Intanto, questo sarebbe stato il mio ultimo compito, l’ultimo ricordo che avrei lasciato alla mia professoressa di italiano (che tra l’altro arrivò nuova al quarto anno), l’ultimo compito in cui avrei potuto esprimere i miei pensieri senza stavolta censurarli. E così feci, mi feci coraggio. Ricordo che ad un certo punto mi ritrovai a scrivere come fossi un fiume in piena, sentivo la mano affaticarsi e la velocità dei miei pensieri che superava quella della penna, ma senza mai perdersi, continuando a tenersi per mano, correndo insieme, fino al suono della campanella che fu come il suono dell’arrivo al traguardo. Allora ricordo che fui soddisfatta, fui felice di aver detto tutto quello che sentivo – perfino un poco tremavo, manco mi fossi spogliata per davvero. Fui felice di avere avuto questo lampo di genio, inserire la citazione di Modigliani che lessi proprio qualche settimana addietro. Fui felice di avere scritto alcune riflessioni illuminanti che non credevo di avere lì, in un ripostiglio della mia mente. Insomma, liberai me stessa, mi liberai da me.
Attesi eccitata il giorno in cui la professoressa ci avrebbe consegnato i compiti, e già immaginavo il voto ma soprattutto il commento che l’insegnante avrebbe lasciato; però mi sbagliavo, perché non fu affatto una bella sorpresa.
Quando l’insegnante entrò in classe, disse subito che, essendo il quinto, e quindi l’ultimo anno, aveva cercato di dare voti alti un po’ a tutti, per aggiustare le medie, ma si rese conto che alcuni testi furono chiaramente copiati da internet; tuttavia ero tranquilla, dato che il mio compito era tutto frutto del mio sacco.
La professoressa chiamava via via i compagni alla cattedra, per consegnare loro il tema, dicendo di volta in volta qualche commento a voce oltre quello che aveva scritto sul foglio. Arrivato il mio turno, mi disse semplicemente “sembra un testo di psicoanalisi”, e sorrise, ma nel suo sorriso percepii qualcosa, come un ghigno. Mi sedetti al mio posto, perplessa, leggendo un voto e un commento che non mi aspettavo, ma che quel sorriso e quella frase mi anticiparono. Proprio così: la professoressa credette che il mio testo l’avessi copiato da qualche parte su internet, come avevano fatto gli altri. Il bello è che, a quei tempi, avevo ancora un telefono giocattolo (leggasi mini) su cui non solo avrei trovato faticoso fare ricerche, ma non avrei mai potuto farle dato che non avevo ancora attivato alcuna promozione per navigare in internet.
Oggi vagamente ricordo di cosa parlai nel compito: della personalità delle persone forse, dell’io sicuramente, dell’ego, dei rapporti umani, delle apparenze e di cosa spesso celano; scrissi ipotesi mie, ragionamenti, unite anche a quelli che erano diventati miei probabilmente solo a seguito di domande e curiosità personali che ogni tanto cercavo di soddisfare. Scrissi anche prendendo spunto dalle reazioni di persone con cui ebbi a che fare, o di cui ne osservai anche solo gli atteggiamenti; scrissi forse anche facendo riferimento a me stessa, una sorta di autoanalisi, ma senza ovviamente scriverlo esplicitamente. In passato, poi, mamma comprava ogni sabato la rivista Sorrisi e Canzoni, su cui lei leggeva le trame di Un Posto al sole e quelle dei programmi serali, mentre io sia quelli che una rubrica, gestita dallo psicologo Paolo Crepet, in cui delle persone comuni ponevano domande di natura personale per ricevere risposte, ovviamente, in chiave psicologica. Col tempo poi non ricordo se persi prima io il gusto di leggere delle risposte non sempre brillanti, o se smise prima mamma di comprare il Sorrisi e Canzoni.
Tanto per chiuderla, dopo aver visionato il commento ed il voto, ricordo che più che rabbia provai delusione, tristezza. Al suono della campanella, aspettai che tutti uscissero dalla classe, poi, restituendo il compito dissi all’insegnante che non avevo copiato da nessuno e che ero seduta anche ai primi banchi, davanti ai suoi occhi. Ricordo di aver sentito molto caldo in faccia, forse diventai rossa e mi sudarono le mani; recitai la parte di una studentessa agitata per mostrare al meglio la mia sincerità, oppure, forse, mi agitai davvero, nel tentativo di trattenere la mia reale agitazione. Nonostante ciò, l’insegnante concluse dicendomi di non preoccuparmi, e che per adesso non aveva ancora trovato alcuna mia frase copiata da internet, ma avrebbe continuato a cercare; mi mostrò un sorriso che allora mi sembrò di sufficienza, e non ne seppi mai più niente.
La cosa che mi dispiacque, fu di passare per una bugiarda; la cosa che mi fece poi sorridere, fu immaginare che, la prof., non trovando mai alcuna mia frase su internet, si sarebbe prima o poi arresa alla mia verità… e avrebbe anche lei sorriso, stavolta magari con un pizzico di nostalgia.

Dal quotidiano

L’intimità del silenzio

Mi chiese cosa avessi di diverso dalle altre, con un’aria che sembrava di sfida, o più che altro divertita se non beffarda, ma non seppi cosa rispondergli, o meglio, non volli: le parole non sarebbero bastate a di-fendermi. Confidai nella purezza del silenzio, che sentivo così mio, intimo, modesto. Ma solo io percepii la forza contenuta in quel silenzio: trascurai il fatto che l’intimità non è un linguaggio comprensibile da chiunque, e che ha bisogno di tempo per maturare ed essere colto come si fa per ogni frutto che non si voglia duro, insapore, acerbo. È necessaria una certa tenerezza per ac-cogliere l’intimità del silenzio.

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Disegnino creato con poco impegno, ma esplicativo. Il calore, proprio come il tempo, renderà maturo il “frutto”.

 

 

Dal quotidiano

Una favola infantile

C’era una volta Finn, un amico di breve data. Il suo nome deriva dal gaelico e significa “dalla carnagione chiara”.
La storia di Finn è una storia difficile ma felice: selvatico, è fuggito dalla sua terra madre per essere confuso fra i finocchi. E vi chiederete “perché?”, perché mai farsi chiamare finocchio, e non Finn, annullando quindi la sua identità, e rischiare la pelle? Anzi, rischiare i gambi e la chioma verde? Per non parlare del suo tenerissimo cuore croccante!
Eh bene sì, Finn, sapendo che prima o poi sarebbe giunto alla sua fine, aveva comunque il desiderio di conoscere esseri viventi diversi dai suoi simili.
Così, è entrato in una casa di esseri umani per salutare, chiacchierare, conoscere, mettersi in posa e, infine, in una foto, farsi ricordare.
Perché, come bene sappiamo, non esiste la morte nel ricordo di chi ci ha amato. E Finn, sì, lui si è donato.

Ritratto di Finn
Dal quotidiano

Pensavo fosse un incubo… invece era un sogno

Camminavo con i miei fratelli lungo Via Caracciolo, una delle famose vie di Napoli che si affacciano sul mare. Ero serena e mi guardavo attorno, osservavo le rocce e le onde che vi si infrangevano sopra. Poi, ad un tratto, la strada si è affollata sempre di più; andavamo tutti nella stessa direzione, ma era come se non stessi più camminando io da sola, mi stessi piuttosto facendo trasportare dalla gente, come un pesciolino in mezzo ai suoi simili travolti da una corrente.
Camminavamo con passo sempre più svelto, come se stessimo avanzando per un premio, o stessimo fuggendo da qualcosa, finché ci siamo ritrovati su di un palco, sì, un palco di legno.
Il palco non sembrava molto resistente, al contrario: traballava, forse a causa del peso delle troppe persone. Qualcuna cominciò ad agitarsi, qualche altra alzava la voce quando, improvvisamente, scoppiò un incendio da un lato del palco, mangiando il legno pian piano.
Io ero lì, con i miei fratelli vicino, bloccata in mezzo ad una massa di persone, e tentavo di capire cosa fosse giusto fare, come se fossimo tutti una cosa sola, come se la vita di un singolo dipendesse dalla vita di tutti e viceversa.
Una voce urlò: “Dobbiamo muoverci! Non possiamo aspettare che l’incendio si propaghi come l’altra volta!
Un’altra voce: “State calmi, se ci agitiamo l’incendio farà prima a raggiungerci!”
Un’altra voce ancora: “Ma non possiamo restare fermi! Muoviamoci dove le fiamme non sono ancora arrivate!”
E così fu. Ci muovemmo lungo una strada in discesa, seppure stretta e tortuosa, mentre l’incendio spariva alle nostre spalle. Arrivati in una piazza, le persone si dispersero, ognuna verso la propria meta, e non ne vidi più nemmeno una.
Camminai per un poco con i miei fratelli lungo una strada che non ricordavo di conoscere, non affacciava sul mare, e tutto era in ordine. Arrivammo davanti a dei tavoli di un bar, così pensai che se ci fossimo seduti avremmo dovuto ordinare qualcosa ma, nel frattempo, mio fratello stava già avvicinando dei tavoli e delle sedie per stare tutti vicini. Allora ci sedemmo, ero ancora un poco scossa per l’incendio, ma l’atmosfera era calma e mi feci travolgere da quella pace apparente. Arrivò poi un cameriere, nella sua bella divisa, con una tovaglia appoggiata sull’avambraccio, disponendo in ordine posate e piatti, ma senza mai alzare lo sguardo verso di noi, come se non esistessimo.
Alla fine mi guardai attorno, le strade erano vuote, regnava una pace quasi surreale, guardai mio fratello, mia sorella, guardai i piatti pronti sui tavoli, il cameriere che stava andando via solo per tornare a mani piene, probabilmente.
Una voce fuori campo, o forse io stessa nella mia mente pensai: “Ci basta così poco, ma di cos’altro avrei bisogno…”, allora mi commossi, ripensando al pericolo appena scampato e a quanto sia preziosa la vita.
Pensavo fosse un incubo, e invece era un sogno.

Dal quotidiano

La donna dai capelli corvini

Era davanti a me, però, di spalle, quando notai la sua folta capigliatura, mentre eravamo entrambe incastrate fra troppe persone in una carrozza della metropolitana, entrambe in cerca di un poco di spazio per passare e scendere alla prossima stazione.
Stavo contemplando i suoi capelli e cercando di immaginarmi il suo volto, in attesa del momento giusto per chiederle se scendesse alla prossima quando, ad un tratto, si girò a guardarmi e – come se mi avesse letta nel pensiero -, con un bel sorriso e due occhi scuri, rivolta a me, disse: “devi scendere anche tu, vero? Vedrai, ce la faremo!”, stringendo i pugni e alzando le braccia, per quanto potè, verso il cielo.
Il suo gesto così rassicurante, simpatico, carico e spontaneo, mi colse impreparata, tanto che alla sua domanda risposi anche di sì, ma, probabilmente, non sorridendole abbastanza. In ogni caso, mi sentii felice per il suo gesto, come fossimo compagni di battaglie da sempre, contenti di lasciare le trincee; non vedevo anzi l’ora di scendere dalla carrozza per cercare ancora il suo sguardo e farle capire con un sorriso od un gesto che, sì, ce l’avevamo fatta. Ecco, mi piacque il fatto che usò quel verbo al plurale, cosicché chiunque pensasse che eravamo conoscenti, se non proprio amiche, e che fra noi scorreva una certa intesa, un sentimento per il quale le persone attorno a noi, nel notarlo, ne avrebbero goduto.
Eppure, una volta scesa dalla carrozza, la sensazione fu quella di avere attraversato un’altra dimensione.
Della donna dai capelli corvini ne rimase solo l’apparenza dei suoi colori, senza più forme: tolse il sorriso dalla faccia, camminò spedita, spalle alte, diritto lo sguardo. Ed io ero lì, quasi di fianco a lei, che la guardavo, e mi chiedevo a cosa stesse pensando. Camminammo ancora un poco vicino, finché, giunte alle scale mobili, lei era ora davanti a me di nuovo; stavolta però, i suoi capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, smisero di comunicarmi emozioni.
Mi sentii forse abbandonata come lo è un soldato dal suo compagno di trincea, ma non per questo provai rancore: mi sentii abbandonata non nel senso di tradita, più che altro come se la morte – cosa da aspettarsi in una trincea – me l’avesse portata via: non vi erano colpe, solo insperate aspettative.
La donna dai capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, compiuta la sua missione, sarebbe ora andata a fare altro bene altrove.