Poesie altrui

Cinque poesie di Massimo Ferretti

BALLATA INTERROTTA

Gioia infinita di sentirsi
nel coro; di dire: anch’io canto
con loro. Non sono belle le loro
canzoni, ed essi hanno
la voce stonata. Eppure ora tace
la capra stranita legata
all’albero magro. Non è il frastuono
che strozza i belati: anch’essa ha visto
quelle ironiche bocche far saltare
l’allegria lungo i campi.
– Non m’ammazzare, bionda, sono giovane!
– Coraggio! Pedala: scopri i ginocchi!
– Hei bionda, svicola: e avrai cento amanti!
Ma passa la bionda ciclista
e viene una siepe di filo
di ferro che senza sfiorarmi
mi squarcia la carne e il cuore mi sfibra:
rammenta una sorte. E non sono
nel coro. Io sono solo.

SONO UN ANIMALE FERITO

Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda.
Ero nato per la morte immutabile della farfalla: e l’acqua che mi crepò il cuore m’avrebbe solo bagnato.
Ero nato per la felicità della solitudine e il panico vergine dell’incontro: e mi sono ritrovato in una folla di eroi incatenati.
Ero nato per vivere: e m’avete maturato nella morte autorizzata dalla legge, nell’orgoglio delle macchine, nell’orrore del tempo imprigionato.
Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi
organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole: per la morte veloce delle bombe, per la morte lenta degli orologi delle seggiole dei telefoni.
Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare.

ANCH’IO SONO IL MARE

Spolperanno le montagne fino allo scheletro del corallo
ruberanno la fiamma al fuoco
e violeranno l’aria fin dove sospira,
ma il mare resterà il mare:
l’eterna emozione
l’elemento senza futuro.

Si sanno le piaghe aperte dalle navi
i delitti delle reti
e i tatuaggi carnali dei pescatori di perle,
ma il mare non cambia colore.

Non dico questo
perché ho segreti di conchiglie ribelli,
e l’amo perché la sua bellezza non mi fa soffrire.

Da piccolo mi ci portavano per farmi crescere forte
ma la mia stella incrociava altre acque
e nel libro del buio stava scritto
che il volto delle meduse
lo avrei trovato nella gente di terra:
e gli sono cresciuto lontano
con la misera invidia per i suoi sereni peccati
fatti di sole e di carne spogliata,
e ho accettato la sua potenza,
i lividi muri alzati tra nuvolo e abisso,
e l’onda del nord senza sogni.

Ma non ho avuto pazienza:
e l’acqua è rimasta col sale;
non ho avuto pazienza
perché anch’io sono il mare.

LODE D’UN AMICO POETA

Tu sei della stirpe di chi vince:
il male che scalfisci non ti tocca,
la tua maturità non ha timori –
ma non ripetermi che qui è la foresta,
che l’uomo è sempre una rivolta in atto,
che il verbo del poeta è la pietà:
una rondine sottratta alla corrente.

E un giorno non mi capirai.

Entrerò nella turba dei Falliti
con l’umiltà che sempre mi ha distinto;
brucerò tanta rabbia dentro il cuore
che l’inferno tremerà nel riscaldarmi:
e avrò anch’io un duro contrappasso:
sarò il bullone d’un ponte americano.

La tribù degli eroi delle parole,
ripiegata sui freddi tavolini
dove la carta brucia nella penna,
si presta a certi sbagli disumani:
ed ecco i fumatori di matite,
i coppieri dei calamai ammuffiti,
gli alfieri delle «leggi» del partito,
i sacrestani delle muse benedette:
una folla assurda e senza volto
che nuota nell’inchiostro
con la scienza della carta-calcante.
E la marea li mescola agli onesti:
ai profeti della giustizia anchilosata,
alle trombe medievali della Croce,
agli amanti delle immagini rapite.

Ma il tuo sangue non vive in questi lacci:
e io brucio stelle pel tuo canto vergine
turbato solamente dalla vita!
Io brucio stelle pel tuo verso barbaro
fermato nelle canzoni verdi
dell’uomo vivo, immerso nella terra.
Il vento di Provenza che lo scuote
è il rifiuto della pace degli antichi,
l’insulto alla vergogna del ricatto sociale,
l’urlo per la misura della morte.

Ma l’ansia di toccare il cuore al mondo
t’ha piegato al torpore della Lingua
che hai destato in difficili rime.
E l’Italia salvata nelle origini
rivive nel profumo della luce:
ed ecco i fiumi inquieti dell’infanzia,
la cupa adolescenza delle ombre,
gli ardori consumati nel silenzio,
i passi svuotati nelle strade,
la costante follia della Chiarezza,
la nostalgia invincibile dell’alba,
la solitudine accettata come un pegno
da risolvere in numeri di vita.

La tua origine è un’onda mostruosa
che ha radici negli abissi della luna,
il tuo pianto è una luce senza limiti
che libera dal buio esseri veri,
e il tuo furore critico
che incendia foreste filologiche
e scava negli angoli dell’anima
in fondo non conosce che una meta:
il tropico del canto corrisposto
dove il cuore è il calore della terra
e il popolo il palpito del mondo.

I COLORI DEL GELO

Nella mia vita il viaggio resta il segno
di ciò che doveva essere la vita
se l’avessi capita troppo tardi.
Ma ho capito tutto troppo presto
e ogni viaggio è uno spostamento
da una solitudine a un silenzio:
da un’attesa a un tacito possesso.

Non posso non fermarmi al corridoio
d’un rapido treno della notte,
pieno di tedeschi d’ogni sesso
e di reclute del nostro nuovo esercito.

– Dal congedo delle insegne luminose
dal patetico gergo dei consigli
salva, frau, questo provinciale!:
la tenerezza che sale da un abisso
è una luce che mi fa tremare,
la rivolta d’un reietto è una canzone,
il sole è il calore d’un relitto.

Sì, questa notte non sono entrato
perché sono un maschio in borghese
e non sono più un ragazzo
(«militari e ragazzi metà prezzo»):
sarò un alpino e avrò una penna nera,
non starò più attaccato a un finestrino
a decifrare teoremi neutrali
su estetiche statali e militari.

L’esercito amava alle mie spalle,
ma io non sono un soldato dell’esercito:
io sono un soldato della vita
e stanotte ho giocato una partita
molto più dura di quelle che faranno
i soldati che stanotte ti hanno avuta
e quelli che dormivano beati
nelle scomode amache improvvisate
con le retine dei portabagagli
e quelli incastrati nei sedili
tra tedeschi saturi di birra
e l’incenso dei piedi senza scarpe.

Davanti al vetro in cui ti specchi
per pettinare in pace i tuoi capelli
e mi chiedi perché non sono entrato
e mi dici che sarò un alpino,
stanotte ho guardato il mio destino.

La mia provincia verde di colline
la mia valle torbida di nebbia
il paese dove sono nato
la casa che mi ha cresciuto –
tornarono nel buio del paesaggio
che il treno divorava nella corsa:
venivo da loro e a loro ritornavo,
ma loro non mi offrivano la vita:
m’offrivano il teatro di me stesso
per monologare all’infinito
lucidando l’archivio degli errori,
vitali colori del mio gelo.


«Il mio complesso è una tragedia antica:
devo scrivere e vorrei ballare.»

(In “trattoria”, da “Allergia”)

A sette anni inizia ad avvertire i sintomi di una grave malattia: l’endocardite reumatica, una disfunzione cardiaca che si manifesta con forti dolori al petto e febbre altissima, che lo costringerà a continui ricoveri in ospedale e lunghi periodi a letto. Secondo la sua stessa interpretazione, questa malattia lo costrinse a sperimentare una forma di «alienazione particolare» che si tradusse poi in quella «professionale» della scrittura, dove Ferretti nasce come poeta con un libro notevole che oggi la casa editrice Giometti & Antonello ci permette di rileggere: “Allergia”, per l’appunto, che nella sua prima edizione autoprodotta del 1955 reca il sottotitolo Prefazione ad una giovanezza e una nota in cui l’autore spiega ciò che l’ironica deformazione del titolo ungarettiano per eccellenza dovrebbe suggerire istantaneamente ai lettori: «Questa “allergia”», scrive Ferretti, «va intesa come immunità possibile e necessaria d’una malattia ben diagnosticata: la storia, insomma, d’una presenza delusa ma non sconfitta».

Massimo Ferretti nasce il 13 febbraio 1935 a Chiaravalle, nelle Marche, da una famiglia della media borghesia. Il padre Aurelio è geometra e la madre Jole è maestra elementare. Nel 1939 nasce Maurizio, unico fratello, compagno di giochi e poi confidente di una vita.

Nel 1942 anche a Chiaravalle la guerra si fa sentire attraverso feroci e distruttivi bombardamenti. La famiglia Ferretti è costretta a sfollare in un convento nella vicina Belvedere Ostrense (AN). L’impatto con la guerra è terribile per un bambino che deve convivere con la paura, immobile in un letto, ma è in questo periodo che scopre nella scrittura un potere terapeutico che lo aiuta a superare le sue difficoltà. Inizia a scrivere un diario che poi distruggerà a dodici anni in un momento di rabbia. Nel 1951 la famiglia decide di trasferirsi a Jesi, lontana da Chiaravalle pochi chilometri, ma sentita subita estranea da Ferretti.

Qui frequenta il ginnasio con scarsi risultati tanto che viene bocciato alla licenza ginnasiale. La sua può essere definita una formazione da autodidatta con letture dei poeti tipici della sua generazione: Rimbaud, Eliot, Montale. Scopre così la sua vocazione poetica ed inizia a comporre versi. Nascono su questo terreno i primi conflitti con il padre, che in parte asseconda la sua vocazione ma predilige per lui studi che lo possano avviare ad una professione con sicuri guadagni.

Ancora studente di liceo pubblica il suo primo poemetto (Deoso, Siena, Casa editrice Maia, maggio 1954). L’anno successivo stampa, sempre a proprie spese, una plaquette di versi Allergia (Jesi, Tipografia Civerchia, 1955). In quello stesso anno spedisce le due plaquettes a diverse riviste di letteratura. L’unico a entusiasmarsene è Pier Paolo Pasolini che decide di pubblicarne una scelta su “Officina” (febbraio ’56). Nel novembre del 1957, dietro pressione del padre, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, a Perugia. Nel dicembre dello stesso anno incontra per la prima volta a Roma Pasolini, col quale peraltro aveva già avviato un fitto carteggio. Nell’ottobre del 1959 decide di trasferirsi all’Università di Camerino a causa dei risultati disastrosi che fino a quel momento aveva conseguito a Perugia. A Camerino gli giungerà la terribile notizia del suicidio del cugino venticinquenne. Questa tragedia lo scuoterà al tal punto da diventare materia del suo primo romanzo.

Sempre nel ’59 su interessamento di Pasolini pubblica su “Botteghe oscure”, rivista curata da Giorgio Bassani, il poemetto La croce copiativa scritto nel 1957. Esasperato dalle continue bocciature all’università e dagli scontri con il padre, nel 1961 si trasferisce a Roma in cerca di “pane e libertà”. Qui vive precariamente presso degli affittacamere scrivendo recensioni per il quotidiano romano “Paese Sera”.

Frequenta con moderazione l’ambiente letterario romano, soprattutto amici di Pasolini, tra i quali Attilio Bertolucci, il figlio Bernardo ed Enzo Siciliano. Con questi ultimi partecipa ad un concorso per programmisti RAI, supera sia le prove scritte che quelle orali ma non verrà assunto per mancanza di idoneità fisica.

Nel 1962 ottiene un incarico professionale presso la casa editrice Longanesi per un periodo piuttosto breve, contemporaneamente inizia la sua collaborazione alla pagina culturale de “Il Giorno” che durerà fino al novembre del 1963.

Nello stesso anno si trasferisce in un piccolo appartamentino acquistato per lui dal padre nel quartiere Montesacro. Qui si dedica alla stesura già avviata del suo primo romanzo Rodrigo. In questi anni si dedica inoltre alla revisione delle sue poesie che, in un’edizione comprendente componimenti poetici scritti fino al ’62, riuscirà a pubblicare nel febbraio del ’63, sempre con il titolo di Allergia presso la casa editrice Garzanti. Pochi mesi più tardi, in maggio, viene pubblicato sempre da Garzanti anche Rodrigo. Nell’agosto del ’63 vince il premio Viareggio “opera prima” nella sezione poesia. Nell’ottobre partecipa a Palermo al primo convegno del Gruppo ’63 dove legge un capitolo del suo nuovo romanzo, iniziato nel dicembre dell’anno precedente e ancora in fase di elaborazione. Con l’adesione al Gruppo 63 si rovinano irrimediabilmente i rapporti con Pasolini, mentre inizia a frequentare Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani e stringe una profonda amicizia con Antonio Porta, testimoniata da un breve e fitto carteggio. Nel 1964 partecipa in veste di spettatore al secondo convegno del Gruppo 63 che si tiene a Reggio Emilia.

Nel 1965 è costretto a ritornare a Jesi a causa dell’improvvisa scomparsa del padre e dalla necessità di proseguire l’attività commerciale ereditata insieme al fratello.

Nell’aprile del 1965 decide di pubblicare Il gazzarra, suo secondo romanzo, presso la casa editrice Feltrinelli, casa editrice ufficiale del Gruppo 63, causando la definitiva rottura con Pasolini. A settembre, nello stesso mese dell’uscita de Il gazzarra, partecipa al terzo convegno del Gruppo 63 a Palermo in cui si discutono le problematiche del romanzo sperimentale. Torna dal convegno deluso per la tiepida – in alcuni casi assente – attenzione dedicata al suo romanzo.

Deluso dalla critica, dal mondo letterario in genere e da quello editoriale che pensa all’opera letteraria solo in termini di mercato, decide di ritirarsi dall’attività di scrittore e dedicarsi esclusivamente alla sua attività commerciale nel settore dei prefabbricati edilizi. Nel 1966 inizia a studiare sistematicamente la lingua inglese; nel luglio-agosto dell’anno successivo soggiorna a Londra per perfezionarne la conoscenza. Nella primavera del 1968, sentendo il commercio come una costrizione alla sua vocazione letteraria, lascia Jesi e torna definitivamente a Roma dove inizia l’attività di traduttore dall’inglese. Traduce per lo più testi di psicologia e antropologia per la casa editrice Astrolabio dell’editore Ubaldini di Roma, traduce inoltre un romanzo di Christine Brooke-Rose: Tra, pubblicato da Feltrinelli nel 1971. All’insaputa di tutti inizia la stesura di un nuovo romanzo Trunkful. Scrive i primi tre capitoli ma, probabilmente viene interrotto dalla morte che arriva improvvisa, nel sonno, nella notte del 20 novembre 1974, a soli 39 anni, nella sua casa di Roma. La salma viene traslata due giorni dopo nel cimitero di Jesi.

Poesie altrui

Tre poesie di Antonia Pozzi

(Preghiera alla Poesia)

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

••

(Scambio)

Continueremo così:
io a darti poesia e la prima margherita
da mettere davanti alla tua mamma;
tu ad arginarmi la vita
con certezze di fiamma.

••

(Pioggia)

Stasera la mia sonnolenza
a gravare sopra un divanetto scomodo
invincibilmente
e la corrosione tremula della pioggia
in un canale troppo vicino
a incidermi nell’anima
penosamente
il balenìo delle tue lacrime.

(Antonia Pozzi, “Poesia, mi confesso con Te. Ultime poesie inedite 1929-1933”.)

Poesie altrui

Nove poesie di Lorenzo Calogero

Angelo della mattina
risvegliami ancora
per la nuova fulgente aurora
che s’arrossa sull’orizzonte o s’incrina.

Io sono uno strano mendicante
che chiede amore e parole,
sono un solitario emigrante
verso le terre della luce e del sole.

Vienimi coi tuoi fulgori,
angelo che non ristai,
coi tuoi infiniti fulgori
colle movenze che tu sai,

e crescimi delle meraviglie,
di quanto raccogli negli occhi neri,
degli infiniti misteri
che tu celi dentro l’arco dei cigli.

Fammi conoscere ciò che tu conosci
i riflessi della tua bocca chiara;
mutevolmente nel mio cuore già amara
è una musica una magica forma, in una pioggia che scrosci.

•••

Vergini in puro sonno ali oscillano.
Questo è lo schermo della luna.
L’esile lume giuoca sul tuo collo
come un’onda danzante e riverbera i disegni,
i segreti delle stagioni sui vapori
delle stelle come un’esigua acqua
che lascia schiuma.

Ritorna il bivacco
su la dardeggiante cruna
e la marea come un’alta cima
asciuga lo scirocco
sopra una ventata calda
di cenere bionda e bruna.

Si accende il disco
della candida faccia a raggi
della bianca implorante luna
ai passi dello sperduto viandante
che ha smarrito la strada.

Ali vergini di puro fumo in sonno
su lande solitarie oscillano, puri fiocchi
aperti ai tuoi sogni divengono.

•••

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.

Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.

Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

•••

Cielo di cenere o sanguinoso
come una macchia di sangue,
timido o capriccioso
come anima che langue

aperta all’infinito.
Io vedo pensante
passare dentro un mito
nell’anima sognante

un sogno che s’avvera.
Un volto perduto in due mi guarda
tenue com’è una sfera
sfuggita che s’attarda

e che si riempie di dolore.
Misuro e traccio del volto
una forma angelica in amore
nel mio segreto sepolto.

Esser lo stesso per tutti continenti,
l’inchinarsi del moto cui soggiacciono
sempre i più lontani venti
è come un eremitaggio.

Sognare quel che si sogna di vela
in vela verso i confini dell’oceano
è come se sperduta nave anela
verso altezze cui le rive traggono.

Anche meraviglioso
è il cielo della vita.
L’istinto suo grandioso
vergine m’invita

verso una folata di vento
attinta a profondità abissali
per un nuovo combattimento
per nuove più fulgide ali.

•••

Silenzi vergini e il canto mutato
senz’orme e questo vano agglomerarsi
delle colline che ti colpì come un grido,
un volo di rondine; e il fiume
è così enorme come una voce
in cui è vano specchiarsi. Dentro una voragine
tacito il tagliaboschi dritto
guarda e pei campi irrompe.
E un passo aereo si fa sempre più rado
passato a caso da un capo all’altro
in questo paese,
in un viottolo su e giù per le valli di confine.
Ecco ti porto un segno
intessuto sul tuo mantello
come fra tacite spire
tesse il ragno e il suo richiamo
è un fantasma dolce a seguire.

•••

Zefiro autunnale. Schiudersi. Intirizzita
è la materia come il soffio che spira.
Sono miracoli ardui ceruli diradati
i merli sopra le colonne
e lucciole scivolano leggere
sul viso gentile delle donne.

Felice novità! Spicca il volo aereo
sereno senza confine il sonno dell’aldilà
e sono presaghe le nubi sopra le colombe.
Appassita flora dei segni dei giardini.
Duri lembi di ali
e le movenze intrecciate
come archi di vimini
sui davanzali involgono di ora in ora
e un corpo grave e biondo affiora.
Gioie senza voglie nella penombra affacciate
sul viso delle donne appaiono
nell’unico sorriso che il sonno della morte
pensosa talvolta addolora.

•••

… E quel che mi rimane
è un poco di turbine lento di ossa
in questo orribile viavai

dove è alzato anche
un palco alla morte.
Ma io mi sento sempre spento.
Un poco di nebbia mi assale.

Ed io ho amato un fiore di biancospino
nelle tue giunture, nelle tue ossa,
nelle aperte contrade. Guarda
non piú di ieri; e la sagoma amata
dorme accanto ai futuri cipressi
colla giovinezza della tua gloria.

Ma dimmi; e perché mi ami?
la tua giovinezza passata
e futura era una foglia
e perché da un lembo stai.

Ma tanto, quel che ho amato
era la tua giovinezza scorsa
e remota come un canto
nel canto imminente della sera.

•••

Se per poco odo e tolgo a la voce
non mi resta che un’immagine
per finire. Fu scaturigine
quieta la tua vita come acqua,
cosí partecipe esigua la spiegazione.
Il taciturno lento svolgersi delle stagioni
ti si addice. Non so in quale artefatto
rarefatto moto dei monti o pressoché simile
umile era fatto alle origini. Pure potevano
svilupparsi il silenzio, una migrazione
gelida, un puro spazio
in pure pause di ombre.
Uguale lievita e riecheggia la brezza
e risponde. Il mattino sul colle inclemente
era la causa dei sogni.

•••

Se leggera ti voglio non è mattina
che non si vede, non è sanguinante
col passo il tuo labbro
che si avvicina. Donde provenga
parvenza non vera dell’alba
gelida non so. Tuo è il suo orgoglio,
inquinato ricordo che più non si scorge
o l’esilio nel suo passato o uno spiraglio
nel vuoto, perché se non più si ama
e si spegne lentamente un uomo
non più io ti domando. A mezzanotte
livido è il tuo fianco. Sale a le stormenti
fronde di un albero o è rigido.
Serena e pura una gioia
si spande al tuo labbro.
Fredda e sicura l’imitazione
dell’immagine di lei, vivida
dentro un cristallo, nelle pieghe
della sua struttura una lacrima rade.

•••

BIOGRAFIA

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica.

Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. È di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie.

Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. È sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: “sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.

Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza. Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, ma l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino, ma Einaudi è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. È sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste, che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero, che rimarrà inedito. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia.

Scrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta Parole del tempo, che contiene 25 Poesie, Poco Suono, Parole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Qui si innamora di un’infermiera, Concettina, l’ultima figura intorno alla quale ha cercato di costruire il suo mondo etereo e che nei versi da lei ispirati, appare come una figura angelica, celestiale: «Tu levigata eri nella tua veste dolcissima/ nell’azzurra chiarità dello spazio/ o in una veste amata,/ perché di tutto in te tutto ritrovo, bianchissima!».

Nel ’56 tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi.

Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi, G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli presenzia alla premiazione. Tuttavia, durante la premiazione, era come inebetito; il fratello lo portava sottobraccio, come si fa con un malato, ed egli andava ripetendo «sono qui per non offendere nessuno. È tardi per tutto questo, il premio, il resto. Cerco questo, ma è tardi. La vita ha perso già».

Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa incomprensione.

Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo.
Nel luglio 1959, quando il poeta si ritirò definitivamente nella sua casa di Melicuccà, dopo il secondo ricovero a Villa Nuccia, il suo fisico era ormai logorato definitivamente, tanto da non consentirgli quasi di uscire da casa, e forse conscio di essere ormai vicino alla fine scrisse i versi di Inno alla morte: «Ma non m’interessa più della vita,/ oggi mi curo della morte./ Fra poco e alla svelta morrò…».
Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo.

La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici (e non “Canti della morte” come pensò il poeta), editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria.

Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte.

Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:

<< Vi prego di non essere sotterrato vivo.>>

Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero, ancora oggi inedito, insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900.

Lorenzo Calogero, per anni, aveva inutilmente elemosinato un giudizio benevolo e la pubblicazione dei suoi versi, «Datemi quel tanto che mi spetta/ e me ne vada:/ ho le labbra arse secche:/ schiuma di cavalli./ Sono vano per troppo aspettare./ Sento la mia pupilla affogare/ In un labile pianto…»
ma ormai stanco e disilluso dagli uomini, quando cominciava a giungere qualche riconoscimento, pur continuando a scrivere poesie, si rinchiuse in totale isolamento, alternando i suoi giorni tra la clinica per malattie nervose “Villa Nuccia” e le mura di quella casa in cui fu trovato morto all’alba del 25 marzo 1961: «tra le mura della mia casa/ al mio deserto focolare/ a pascere di ombre morte/ la falsa rimembranza/ che non è più mia ma del destino».

Le somiglianze tra il poeta di Melicuccà e lo scrittore russo Michail Bulgakov, anche lui medico e come Calogero condannato alla morte psicologica (manicomio ed espulsione dal consesso degli Scrittori), sono impressionanti: tutti e due scrissero e riscrissero, isolati dal mondo circostante, le loro opere, racchiudendo in esse tutta la loro immaginazione e la loro stessa ragione di vita, coltivando il sogno di vederle pubblicate, costretti ad accontentarsi, in vita, dell’apprezzamento di una cerchia assai ristretta di estimatori.

L’opera dello scrittore russo, però, attese solo un ventennio e, dopo la pubblicazione, Il Maestro e Margherita ha immediatamente ottenuto una popolarità senza precedenti, diventando, in patria e nel mondo, il romanzo russo contemporaneo forse più conosciuto; i versi di Calogero, invece, sono rimasti “sepolti” per più di mezzo secolo e solo pochi in Italia hanno avuto modo di accostarsi alla sua opera, nonostante il suo nome, negli anni sessanta del secolo scorso, sembrava doversi imporre definitivamente come quello di uno dei più grandi poeti europei.

Dopo la sua morte, in seguito alla pubblicazione, nel 1962, del primo volume di Opere poetiche, è esploso ‘il caso letterario Lorenzo Calogero’: i particolari della sua vita sventurata e martoriata, offerti da tutta la stampa nazionale, hanno fatto di lui un poeta maledetto degno di Rimbaud e di Baudelaire, anche se, in realtà, nella sua vita tormentata non sono riscontrabili gli elementi caratterizzanti del maledettismo: non ha mai, infatti, rifiutato i valori esistenziali, non è stato provocatorio, né pericoloso, né asociale, anche se considerava gli altri tanto diversi da sé.

Una tale immagine, però, serviva forse al lancio editoriale ed i giornalisti, come ebbe a dire Giuseppe Fantino, «hanno fatto il loro gioco … hanno scritto i loro articoli tenendosi a mezzo tra realtà e fantasia …» anche se «nelle vicende esterne di Lorenzo Calogero non si possono cogliere elementi da accostarlo ai Rimbaud e ai Verlaine ma piuttosto – sempre con le debite cautele perché egli non ebbe né la gobba né la misantropia – a Leopardi».

Anche la poetessa Amelia Rosselli, considerata da qualcuno l’erede di Lorenzo Calogero, in un suo intervento alla Pietra Serpentina di Via Galvani a Roma, in anni più recenti, nel 1982, quando il clamore generato dal “caso Calogero” si era ormai da tempo sedato, affermando di essere convinta che al momento del lancio editoriale la vita di Lorenzo Calogero sia stata un po’ drammatizzata, ha espresso qualche dubbio sul suicidio del poeta di Melicuccà.

Da quel brulichio d’interventi, generato dopo la sua morte, comunque, come affermò Mario Luzi, «Calogero ne uscì come una creatura dall’ombra, una piovra che tendeva i suoi tentacoli nella sua stessa solitudine e nella sua stessa impotenza: monstrum insospettato».

L’operazione editoriale di Lerici, ineccepibile nel momento in cui Calogero era praticamente sconosciuto, è consistita nella pubblicazione di un florilegio dell’opera più matura, al fine di presentare quello che era ritenuto il meglio del poeta, estratto da quel mare magnum di circa ottocento quaderni pieni di versi scritti con una grafia minuta e tormentati da ripetuti interventi correttivi, ma della sua produzione poetica solo una piccola parte è stata pubblicata a testimonianza di ciò che aveva prodotto un uomo che aveva rinunciato alla sua vita per amore della poesia in cui «credeva come ad una necessità per lo spirito».

Dopo l’impatto sconvolgente mirante alla creazione del ‘caso letterario’, quando era apparso ormai chiaro a tutti che Lorenzo Calogero, nella ricerca continua di mezzi capaci di esprimere il suo profondo tumulto interiore, era riuscito a produrre una poesia che costituisce un unicum nel panorama letterario del Novecento, tanto da sfuggire ad ogni tentativo di inquadramento nell’ambito di correnti e di scuole, sarebbe stato necessario proporre tutta la sua opera, ordinata cronologicamente, in maniera che apparisse il travaglio che, in un ordinato procedere, aveva fatto di lui un grande poeta.

Successe esattamente il contrario: dopo la pubblicazione, nel 1966, del secondo volume di Opere poetiche, la casa editrice Lerici pose fine alla sua attività editoriale e si ebbe subito l’impressione che le vicende aziendali dell’editore avrebbero inevitabilmente influito sul futuro critico del poeta di Melicuccà, così come era stato profetizzato su «Lo Specchio» del 21 luglio 1963 in un articolo dal titolo emblematico: Calogero in cantina, Lerici in quarantena.

I due eleganti volumi rilegati in tela rossa, accatastati nelle librerie Remainders, furono immediatamente esauriti e il dibattito su Calogero, anche se non si è mai arrestato, si è inevitabilmente rallentato anche a causa della mancata pubblicazione degli scritti rimasti inediti per tanti anni.

La mancata pubblicazione degli inediti aveva fatto supporre che dopo l’intensa stagione giovanile, tra il 1935 e il 1946, Calogero avesse trascurato la poesia forse nel tentativo di affermarsi professionalmente come medico. Il poeta stesso, però, aveva confessato a Vittorio Sereni che la professione medica è sempre stata per lui soltanto «una distrazione per la ineliminabile noia della vita», e non faceva mistero di aver esercitato quella professione più per contentare la sua famiglia, ed in particolare sua madre, che per sua libera e volontaria elezione.

Nel corso della giornata di studi svoltasi a Melicuccà il 13 aprile 2002, il Prof. Antonio Piromalli ha reso conto di decine di quaderni contenenti manoscritti, posteriori al 1935, in cui l’opera di Calogero si conferma come «enunciazione fluviale … inesauribile diario intellettuale»; in esse, però, acquistano un particolare significato «le motivazioni religiose e il rapporto tra arte e religione» e si ha quasi l’impressione che la critica, proprio a causa della frammentarietà di quanto pubblicato fino ad ora, abbia trascurato di valutare adeguatamente l’aspetto religioso nella poesia calogeriana.

In realtà dalla lettura delle poesie giovanili di Lorenzo Calogero, già pubblicate nelle raccolte 25 poesie, Poco suono e Parole del tempo, emerge la figura di un giovane che crede fermamente in Dio, tanto da affermare: «La legge di Dio/ è penetrata nella mia profonda/ mia intima carne / come acciaio rovente».

Egli è convinto che «il vero poeta è un asceta che ha fede in Dio e che è emblema della vita morale».

La scelta della rivista letteraria «Il Frontespizio» non è stata casuale, ma indicativa della formazione cattolica di Lorenzo Calogero.

La fede religiosa gli derivava sì dalla formazione familiare, ma si è rivelata frutto di personale convincimento e, durante la dittatura fascista, negli anni in cui Mussolini rivendicava a sé il diritto di formare i giovani, contrastando le associazioni cattoliche, egli non si omologava, ma aderiva all’Azione Cattolica.

Per lui la poesia è stata, come si legge in un quaderno inedito, «espressione … di quello che [è] il senso etico permanente nella coscienza”, tanto che del clamore delle camice nere e delle imprese fasciste “poco suono” giunse al suo orecchio “assorto in ascoltazione dell’eterno».

Come ha affermato Paolo Martino concludendo i lavori della giornata di studio a Melicuccà, il 13 aprile 2002, «È chiaro che c’è in Calogero un anelito inesausto che s’identifica col poetare. Ed è anelito religioso. Religiosa è la ricerca di verità attraverso l’auscultazione delle “parole del tempo”: il conflitto tempo-eternità è tematica squisitamente religiosa.»

Con il passare degli anni, l’incondizionata fiducia in Dio e nella poesia lascia il posto alla tristezza che diventa via via sempre più cupa, tanto che il volto della morte comincia ad apparire con una certa insistenza e nei momenti di sconforto, che diventano sempre più frequenti, è possibile scorgere immagini che caratterizzano l’opera matura: «Non so più quanto né come/ ho perduto e svanito il ricordo/ d’una vita presente che accordo/ al mio lugubre pesante nome.»

Nel 1940, però, trovava ancora nella fede motivi di conforto se da Sellia Marina, in Provincia di Catanzaro, dove è stato medico condotto ad interim tra il 1940 e il 1941, in una lettera indirizzata al padre, informava la famiglia di andare a messa ogni domenica, anche se molto probabilmente era già cominciato quel travaglio interiore che lo ha portato ad allontanarsi da tutto e da tutti.

In quegli anni le sue patofobie si accentuarono sempre più fino a quando, appunto, nel 1942, tentò per la prima volta il suicidio, sparandosi in direzione del cuore.

Nel corso della sua esistenza, Lorenzo Calogero declamò spesso la morte, come già nel suo primo libro di poesie, “ Poco suono”, pubblicato nel 1936 all’età di 26 anni, dove afferma: «Morte mi chiama/ col suo passo leggero/ come in un sogno». E sempre nella stessa raccolta giovanile sostiene che la vita «…ha il suo compimento/ più duraturo/ nella morte». Nella raccolta Sogno più non ricordo, la morte diventa addirittura ospitale, «di bianco e di seta vestita».

Questa familiarità con la morte ha fatto sì che la tesi del suicidio, avvalorata dai due precedenti tentativi del 1942 e del 1956, avvenuti in due momenti particolarmente drammatici, fosse comunemente accettata e i giornali non esitarono a titolare “Scoperta di un poeta suicida”, nonostante l’ufficiale sanitario di Melicuccà, nel suo referto, avesse affermato che quella morte era avvenuta per «infarto del miocardio» e non avesse ritenuto necessario procedere all’autopsia per ulteriori accertamenti.

Non è stata valutata neppure l’ipotesi che il poeta, che da anni si alimentava di caffè, barbiturici e sigarette, si sia lasciato morire per denutrizione.

Non c’è alcun dubbio che Calogero sentisse ormai prossima la fine e, nella sua solitudine, non ha trovato alcun conforto.

Poco più di una settimana prima della morte così si sfogava nei suoi versi: «e sembra un sogno, ma non ho nessuno./ O anima, o madre dei poeti/ e al tuo benigno regno, io poveruomo,/ forse nessuno. E languisco nelle tenebre/ che mi ha lasciato il tuo smaltato/ smalto; io due volte, pronto,/ sul punto di uccidermi …».

Il 18 marzo, tre giorni prima della sua scomparsa, in quella che viene comunemente indicata come la sua ultima lettera, così scriveva a Giuseppe Tedeschi: «Dopo due volte che ho tentato quasi un suicidio, o ho tentato di suicidarmi, credo che non mi verrà più un’idea del genere per la terza volta».

Sono del 1960 alcuni frammenti di una lettera inedita, indirizzata al Papa e molto probabilmente mai spedita, nella quale, chiedendo ingenuamente aiuto per ottenere una pensione che gli desse i mezzi di sopravvivenza, pur tra mille contorcimenti dialettici, con un linguaggio a volte incomprensibile, che conferma la particolare confusione psicologica che ha vissuto negli ultimi tempi della sua vita, cerca di chiarire la sua posizione di fede ed afferma testualmente che la sua «posizione rispetto alla Chiesa [è] quella fondamentale e specifica propria di ogni comune credente».

Soltanto qualche mese dopo aver scritto quelle note, nel momento più tragico della sua vita, quando le speranze umane erano definitivamente svanite, il forte combattimento interiore che stava vivendo lo ha indotto a cercare, all’alba di martedì 21 marzo 1961, un lungo dialogo con il parroco di Melicuccà, ché certo nelle sue intenzioni era l’ennesimo grido di aiuto.
I vicini di casa lo hanno visto per l’ultima volta, quella mattina, al ritorno dalla chiesa in cui lo zio, suo omonimo, aveva per anni esercitato il suo ministero sacerdotale, dove si era recato per fare la Comunione.
Il suo corpo esamine fu scoperto tre giorni dopo, steso sul letto della sua camera.

Qualcuno ha interpretato quel gesto come l’esito di un lungo travaglio che lo aveva portato a ravvivare, dopo un’indifferenza quasi ventennale, i sentimenti religiosi, a conferma che le esperienze giovanili non erano state superficiali.

Subito dopo la morte, qualche giornalista ha sperato che fosse il confessore a gettare luce sull’enigma della sua morte, ma don Michele Dell’Arena, l’allora parroco di Melicuccà, non venne mai meno al vincolo del segreto della confessione.

Mi piace ricordare che, durante le sue prime esperienze poetiche, di sé scriveva di sentirsi ancora come «frumento/ che giace sepolto/ nella terra/ per crescere/ per diventare un mare di spighe».

Fonti del materiale:

Lorenzo Calogero

Vengo dal sud

Wikipedia

Per le poesie, ricerca attraverso il web e raccolta poetica in pdf.

Poesie altrui

Sei poesie di Josif A. Brodskij

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

~~

Non dimenticare mai
come sgorga l’acqua nella banchina,
e come è elastica l’aria.

Accanto i gabbiani gridano,
e i panfili guardano nel cielo,
e le nubi volano in alto,
come uno stormo di anatre.

Possa nel tuo cuore
dibattersi vivo e tremare
come un pesce un frammento
della nostra vita a due.

Possa sentirsi il fruscio delle ostriche,
e restare in piedi un cespuglio.
E possa la passione
che affiora fino alle labbra

aiutarti a capire, senza l’aiuto di parole
come la schiuma delle onde del mare,
per arrivare alla terra,
generi alte onde.

~~

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

~~

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori dal ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare “Buona notte”.

~~

I Magi scorderanno il tuo indirizzo.
Non brilleranno stelle sul tuo capo.
E solo del vento il rauco ululato
avvertirai come nei tempi andati.
Leverai l’ombra dalle spalle stanche
spegnendo la candela prima di coricarti
giacché sono più giorni che candele
quello che ci promette il calendario.

Cos’è questa? Tristezza? Chissà, forse.
Un motivo che conosci a memoria.
Che sempre si ripete. E sia.
Che continui così.
E risuoni anche nell’ora estrema,
come la gratitudine degli occhi
e delle labbra per ciò che qualche volta
ci costringe a guardare lontano.

E fissando in silenzio il soffitto,
perché visibilmente la calza resta vuota,
capirai che tanta avarizia è solo indizio
del diventare vecchio.
È tardi ormai per credere ai prodigi.
E sollevando lo sguardo al firmamento
scoprirai sul momento che proprio tu
sei un dono sincero.

~~

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

~~

Josif A. Brodskij, considerato uno dei maggiori poeti russi del ventesimo secolo, ha una vasta e varia produzione poetica che arriva ad essere anche in un certo senso “metafisica”.

Josif Brodskji nasce a S. Pietroburgo il 24 maggio del 1940. Il padre Alexandr era ufficiale della Marina sovietica con la passione per la fotografia. Una passione che diventò un mestiere-ripiego, quando, a causa dell’origine ebraica, sopraggiunse il prepensionamento, perché l’antisemitismo stava diventando dottrina di stato. La madre Maria Volpert, durante la guerra lavorò come traduttrice nei campi di lavoro per prigionieri tedeschi, e finì per fare la contabile.

S. Pietroburgo e quel quotidiano fatto di diversità consapevole, coltivata dalla sua famiglia, in un Paese in cui la regola era essere uguali, daranno il ritmo al suo destino. Una città sospesa, lontana, affollata d’odori, ricordi, densa di personaggi letterari, e mai dimenticata, ritrovata in Venezia, in una sorta di trasposizione fisica e letteraria, di cui ci lascerà la descrizione in “Fondamenta degli incurabili”, attraverso un inimitabile gioco di specchi.

È quella città, insieme con una capacità di raccogliere tutto quello che si sospendeva sulla retina, ad averlo reso grande. Sia la fotografia sia la poesia colgono frammenti di vissuto, ma se la prima coglie l’attimo, la superficie, la seconda guarda all’eterno. Incoraggiato dalla madre, aveva abbandonato la scuola a quindici anni, incominciò a studiare da autodidatta e a comporre le prime poesie.

L’apprezzamento dell’Achmatova e l’eco delle sue letture — in molti accorrevano per ascoltare la sua indimenticabile voce nasale, capace di sollevare le parole e farle danzare — lo rendono inviso al Potere Sovietico. Accusato di fannullaggine sociale, processato, nel 1972 fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove diventò cittadino americano nel 1977. Lì insegnò in diverse università, svolgendo contemporaneamente una vasta attività di pubblicista e poeta. Nel 1991-1992 fu nominato Poet Laureate degli Stati Uniti. La prima persona che volle incontrare, una volta arrivato in Occidente, fu Auden, l’unico che a suo parere, potesse sedersi sull’Enciclopedia Britannica. Della sua condizione d’esule moderno, sospeso nel tempo, nello spazio, ci resta il discorso d’accettazione al premio Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 1987, pubblicato in “Dall’esilio”.

Il problema su cui ruota l’impianto della sua vasta e coerente opera è riuscire a far accettare, non solo percepire, la cultura, e nello specifico la poesia come vettore per la comprensione della realtà.

Ma soprattutto chiarire, in modo definitivo, che l’estetica è la madre dell’etica. Che uno sguardo incapace di riconoscere la simmetria delle cose è anche incapace di essere giusto. L’amore per Austen, Frost, Achmatova, Cvetaeva (l’unica con cui avesse deciso di non competere per il suo tono tragico inarrivabile), la capacità di rimettersi in discussione attraverso le parole e la loro plasticità rendono la sua attività un’opera d’arte pienamente compiuta. La possibilità di scrivere in russo, poesie, e in inglese, saggi, anche se scrisse in inglese un’elegia dal titolo Lowell per rendere omaggio alla memoria del poeta, e di mantenere intatta anche nella traduzione italiana il sottile estetismo della sua mente, lo rendono ineguagliabile. Una parola modulare la sua, come se le due lingue che usava non facessero altro che intersecarsi e comprendersi, quasi a lenire quella lontananza che l’esilio aveva tracciato in maniera definitiva.

Un uomo che riconosceva come unica divinità la lingua. Tutto il resto, corpo compreso, una trappola, capace di una fissità innaturale, una corazza per la parola, parola che in lui risuonava come un’onda.

Morto il 28 gennaio del 1996 a Brooklyn ha trovato finalmente riposo a Venezia.

(biografia reperita da Italialibri.net)

Poesie altrui

Sei poesie di Carlo Betocchi

UN DOLCE POMERIGGIO D’INVERNO

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

DELL’OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l’ombra di un’albatrella*
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.

Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.

*albatrella: è una pianta e non un uccello, antropomorficamente semidormiente in campagna.

IL DORMIENTE

Io mi destai con un profondo
ricordo del mio sonno.
Dalla mia veglia guardavo
il mio corpo dormiente,
era giorno, era un chiaro
giorno silente.

Quando le sere d’estate
esalan profumate
tenebre sul fiume, un uomo
giace sopra la riva
addormentato dal suono
dell’onda viva.

Passano sopra il suo viso
l’ombre del paradiso
lunare, tra i flessuosi
salici e il lieve vento;
celano gridi amorosi
l’erbe d’argento.

Vento e prati fluttuando
muoiono con un blando
fiotto e là, presso il suo corpo,
come a un’isola viva
da un mare languido e smorto
il flutto arriva.

Presso il suo corpo si rompe
quell’ineffabil fonte;
e il suo respiro leggero
di creatura che dorme
scioglie nell’etereo cielo
azzurre forme.

ORA AD ALTRE SPERANZE

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena

come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.

E le attese e gli eventi
nell’alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,

e in me è tutt’uno
l’animo e questo moto, incerto e bruno.

UNA GIORNATA A GREVE

Batti la falce a freddo, lungo il taglio,
e insisti, o pazientissima mano,
lascia che echeggino i colpi,
e s’empia l’aria del mattino
d’un sottile rumore.
Ché in questo è il paese,
e quando sbagli battuta, e quando
sosti, e quando riprendi
a venare di colpi il timido acciaio
e la pietra,
come somiglia il mattino alla sera,
e il nitore dell’aria al maltito*
apparir della luna,
sui colli, purissima,
tribolata anche lei dall’amore.

*maltito: termine regionale toscano che indica l’essere ammaccato dei frutti e, in senso figurato, l’essere offuscato del cielo.

AVRÒ LA MIA TOMBA; SARAI TU CHE VERRAI

Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai,
morte procace, non squallida come quei timidi
dicono: io son tuo amante, morte, mia morte
che raccogli la vita tra le braccia e la
tramandi, dalle sue spoglie grano traendo,
e vita, nuova vita nel sole dei morti,
invisibile nella loro pace fruttifera,
da cui un’altra né mai diversa vita risorge,
nulla finisce, anzi tutto continua, o morte,
o amata morte, o amata.

~

La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.

Carlo Betocchi

BIOGRAFIA

Nato a Torino il 23 gennaio 1899, Carlo Betocchi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, nonostante poi in vita abbia ricevuto pochi riconoscimenti.

Si trasferisce a Firenze da bambino quando il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato, viene destinato al capoluogo toscano. Rimane orfano del padre nel 1911 e, dopo essersi diplomato perito agrimensore, frequenta la scuola ufficiali di Parma: viene inviato al fronte nel 1917 e tra il 1918 e il 1920 è volontario in Libia.

Successivamente si trova in Francia e in diverse località dell’Italia centro-settentrionale, per rientrare stabilmente a Firenze dal 1928 al 1938. Questo periodo corrisponde alla sua intensa partecipazione, assieme con Piero Bargellini, allo sviluppo della rivista di ispirazione cattolica “Il Frontespizio”: quest’ultima, sulla quale curò a partire dal 1934 la rubrica “La più bella poesia”, sarà il luogo dei suoi primi versi e nelle sue edizioni uscirà anche la sua prima raccolta poetica (Realtà vince il sogno in “Il Frontespizio”, Firenze, 1932).

Nel 1953 Carlo Betocchi è di nuovo a Firenze impegnato nell’insegnamento di materie letterarie presso il Conservatorio Luigi Cherubini.
Dal 1961 al 1977 è redattore della rivista “L’Approdo Letterario”.

L’itinerario della poesia e del pensiero di Carlo Betocchi va da una felice fiducia nella Provvidenza ai forti dubbi e ai dolenti ripensamenti nella vecchiaia dopo una terribile esperienza di dolore.
Lo stesso Betocchi affermava “La mia poesia nasce dall’allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall’allegria. È allegria del conoscere, l’allegria dell’essere e del saper accettare e del poter accettare“.

Dal 1932 sono numerose le raccolte poetiche di Carlo Betocchi con tanti passaggi, mai inutili, da “Realtà vince il sogno” fino all'”Estate di San Martino” del 1961 e “Un passo, un altro passo” del 1967 e a “Prime e ultimissime” del 1974, “Poesie del sabato” (1980).

Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato “Notizie di prosa e poesia” (1947), “Un ponte sulla pianura” (1953), “Poesie” (1955).

In lui l’ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei paessaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo.
È alla fine del suo percorso vitale che che il rapporto con la fede sembra allentare: “Anni di dubbi, di sofferenza e di solitudine, egli arrivò a temere di averla persa, la fede, quella sua gioiosa e spavalda comunione teologale con tutte le creature” (Leandro Piantini). Tra l’altro, Mario Luzi afferma chiaramente che se di perdita di fede si trattava, era solo che Betocchi stava perdendo la sua fiducia nella Chiesa fatta dagli uomini, ben dotata di “teologale ultra superbia”.

Poeta cristiano e popolare, poeta degli affetti e della solidarietà con le creature, scabro essenziale poeta delle cose degli oggetti, dei paesaggi per balzare direttamente sul piano emozionale della voce e del canto, con il massimo, sempre, di controllo: la situazione di vita che Betocchi canta è di povertà (non di miseria). Povertà come si può dire della cucina toscana che è cucina di “cibi poveri”: necessità essenziale, dunque, come essenziali sono le manifestazioni della natura e delle esigenze vitali. Mai il superfluo, mai l’addobbo, mai l’arredamento entrerà a turbare la linea asciutta del suo canto.

Carlo Betocchi muore a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986.

Nel 1999 è uscito “Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti” (Biblioteca Universale Rizzoli) con poesie scelte e molte poesie inedite, curato da Giorgio Tabanelli, con interventi di Carlo Bo e Mario Luzi.

APPROFONDIMENTO, che ho molto apprezzato, dalla rivista on line Nuovi Argomenti:

Poesia come preghiera.

Poesie altrui

Sette poesie ed alcuni pensieri di Gesualdo Bufalino

(Improvviso d’amore)

Losanghe di cieli, cieli di gesso,
vecchio terrore che indosso ogni giorno;
muraglie da cui sempre mi ritorna
questa mia strenua voce d’ossesso;

e libri, voi, paradisi dipinti,
reticolati d’assurdo quaderno,
trionfo e sbarre di carcere eterno,
fughe immobili e nero labirinto:

oh mescetevi, carte, firmamenti,
memorie; fate rissa entro di me,
e inventatemi un nome, un altro viso.

Ora che lei m’ha parlato alla mente,
lei nel suo scialle di sposa di re,
con gli stupori e i corrucci e le risa…

~

(A chi lo sa)

S’io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l’obliquo invincibile sole;
s’io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s’impenna nel ludibrio d’aquilone;
s’io sapessi, s’io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all’erba crudeli dolcezze…
oh allora ogni mattino,
e non con questa roca voce d’uomo,
vorrei dirti che t’amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.

~

(Paese)

Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.

Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s’infiorano mani e la palma
nel cielo si meraviglia.

Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
T’amo come un paese.

~

(Di un difficile oracolo)

E mi stupisco ancora
del tuo sangue violento che mi sfida
e sgrida con voce di vento.

Decifrassi una volta la vermiglia
cantilena che recita,
bando di morte o vita, chi sa dirlo?

Ma io non sono che il drago custode
dei tuoi polsi in burrasca, un pescatore
di maree che origlia dalla riva.

Anche infelice, se non fosse il lampo
che inatteso sorride e mi dà scampo
nella tenace mafia dei tuoi occhi.

~

(Esercizio con sentimento)

Per l’alto cielo odoroso d’arance
e di camicie nude al davanzale,
come caro lo scroscio che m’assale
di sole tardo la povera guancia.
Oh riaprirsi all’affettuosa lancia,
tornare uccello di giovini ali…
vita, puoi dunque ancora non far male,
se mi dài questa incredibile mancia.
Ma tu, cuore, detrito di tempeste
inaccadute, che pensi, che dici,
nel girotondo d’arancia celeste?
Sapessi riparlarne con gli amici,
ritrovare una sera le tue feste,
ingenui moti, vanità felici.

~

(Preghiera di mezzogiorno)

Almeno mi scoppi di grida
la mente nei corridoi
di questa casa da suicida,
piena di corde e di rasoi.
Ma è sempre un altro, è sempre un altro
che si lamenta in vece mia,
e l’angoscia si fa più scaltra,
più volontaria la pazzia.
Datemi un male senza libri,
datemi un pianto senza specchi,
una croce che sopra mi vibri,
fatta solo di vento e di stecchi.

~

(Svolta)

Venga l’autunno a dirci che siamo vivi,
seduti sull’argine rosso
a guardare l’acqua che se ne va.
E tornino le pezze di turchino ai cancelli,
i casti numi di gesso, le rose sdrucite,
le vesti liete dei fidanzati,
tutto rinnovi il tempo il suo mite apparecchio.
Poiché, mentre l’aria rapisce
nel suo sonno le foglie del sangue,
e così piano mi tenta
quest’esule sole la fronte
è bello qui fermarsi per dirti addio,
mia giovinezza, mia giovinezza.

~

Nel leggere le Note dell’introvabile silloge, “L’amaro miele”:

“Questi versi, scritti su carta da macero con un pennino Perry moltissimi anni fa; sopravvissuti solo quasi per caso alle periodiche fiamme di San Silvestro a cui l’autore fu solito un tempo condannare il superfluo e l’odioso dei suoi cassetti; divenuti, invecchiando, patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie; questi versi non vantano probabilmente altro merito per vedere la luce; se non quello, privato, di fare per un momento sorridere, ove ne abbia ancora le labbra capaci, un fantasma di gioventú. Il quale potrà ritrovarvi e riconoscervi, insieme ai relitti di sue antiche pene d’amor perdute in riva al Mediterraneo, le memorie di una lunga attesa e persuasione di morte all’ombra grave della guerra; e le veloci letizie, le lunghe solitudini, dopo il ritorno nel Sud.”

~ Alcuni pensieri dello scrittore tratti da un articolo di Pangea:

La memoria. “Il tema della memoria è, come s’intende, legato strettamente alla morte. Noi ricordiamo per non morire, lo smemorato è un morto, non è più nessuno. D’altronde, la morte è, secondo la sentenza di Seneca, perpetua: ‘moriamo ogni giorno’, la morte non è un futuro che ci minaccia ma un presente che ad ogni attimo conquista una porzione più ampia di noi. Più questo presente si fa passato, più cresce la morte dentro di noi. La memoria è la debole medicina che si oppone alle soprechierie della morte, è una protesi che tenta di sostituire la vita”.

L’amore. “Nella mia opera l’amore è visto generalmente come una commedia d’inganni, non nel senso di una frode maligna, ma come cinema di larve, una specie di sogno ininterrotto e creativo che somiglia al sentimento dell’arte. Con la differenza che non riguarda gli eletti, i vocati ma l’universale, essendo capace di suscitare anche nel più rozzo una fantasia di simulacri e miraggi”.

La malattia. “Virginia Woolf diceva che la malattia è un tema raro nell’universo del romanzo. Non è vero e sarebbe facile provarlo. Anzi direi ch’è il tema centrale d’ogni narrare. Ora la malattia può essere uno strumento di conoscenza, una pratica mistica, una degradazione carnale, una vanità”.

Dio. “Il tema religioso è uno dei temi portanti del mio mondo espressivo. Più che di tema religioso converrebbe forse parlare di un rapporto agonistico con la parola Dio, e con l’eventuale presenza, se non con la certissima assenza”.

L’anomalo. “Mi considero uno scrittore anomalo, per cui il rapporto con la mia opera è un po’ diverso da quello genitore-figlio dello scrittore comune. Per un motivo molto semplice, che appartiene alla mia biografia: per il fatto che io, il mio primo romanzo, La diceria dell’untore, l’ho scritto intorno agli anni ’50, poi l’ho tenuto nel cassetto, l’ho pubblicato nel 1981. Quindi questa convivenza col mio ‘figliolo’ si è protratta per decenni. Non solo. Ma addirittura sarebbe durata fino alla mia morte, se non fossero intervenuti degli elementi puramente fortuiti. Perché io sono diventato scrittore pubblico, da scrittore privato, per una serie di circostanze quasi obbligate alle quali ho dovuto piegarmi”.

Fra parola e silenzio. “Per me non c’è mai una edizione definitiva, ne varietur, e io soffro questa ambivalenza fra parola e silenzio, questa oscillazione fra logorrea e omertà, questo negarmi e offrirmi insieme… Ebbene, le mie opere, prima di pubblicarle, le considero semplici prove, prime stesure, che mi vengono poi strappate dalle mani della vita, continuando a vivere come creature imperfette”.

Il pubblico. “Questo mostro misterioso che è il lettore, questo pubblico sterminato e senza volto per metà mi spaventava, per metà mi disgustava. Avevo la paura che stampando – per fortuna questa paura mi è passata, visto che ho stampato tanto – sarei stato come uno specchio che si spezza in mille pezzi e che in ognuno dei frammenti mi sarei riflesso moltiplicato e deformato. Ancora oggi ricevo delle lettere in cui un’ammirazione si sposa con una totale incomprensione. Per cui io non so che cosa scegliere: se essere lusingato, divertito o furibondo per l’equivoco enorme e la perdita d’identità. Evidentemente sotto gli occhi del mio corrispondente è capitato un frammento di specchio assolutamente infedele. E questo mi mortifica abbastanza”.

La tana. “La tana come rifugio significa innanzitutto il bisogno di esser soli, ma anche il bisogno di proteggersi dalle intemperie della vita, dalle intemperie della socialità, perché la socialità ha due aspetti. Un aspetto positivo, quando conforta la nostra angoscia di essere soli, uno negativo quando ci stringe in una maglia, in un intreccio di rapporti sociali che può essere ed è spessissimo conflittuale”.

~ Biografia

Gesualdo Bufalino (narratore, poeta, saggista, moralista, traduttore)
nasce a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 novembre del 1920. Fin da bambino è affascinato dal mondo della parola scritta e dai libri della piccola biblioteca del padre, Biagio, un fabbro con una grande passione per la lettura.

Frequenta il liceo a Ragusa e a Comiso dove ha come insegnante un valente dantista, Paolo Nicosia. Nel 1939 Bufalino vince per la Sicilia un premio di prosa latina bandito dall’Istituto Nazionale di Studi romani. Sono gli anni degli studi classici, ma anche della scoperta della moderna letteratura europea, in particolare di Baudelaire, e del cinema francese.

Nel 1940 Bufalino si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ma nel ’42 è costretto ad interrompere gli studi per la chiamata alle armi. Nello zaino “porta con sé un grosso quaderno di poesie, una retroversione di Baudelaire… un Montale, fresca scoperta, e un piccolo Dante”. Prima è a Benevento, poi a Fano, per un corso di Allievi Ufficiali. Lì conosce Angelo Romanò (1920-1989), scrittore, giornalista, futuro primo direttore del secondo canale Rai, alto dirigente in Garzanti, Senatore della Repubblica.
I due si riconoscono, nasce un’amicizia di quelle che solo la guerra sa sigillare. “Caro Romanò, ho ritrovato in non so più che tasca avventurosa il tuo indirizzo insieme a pochi altri ricordi di Fano. Ora che gli ultimi avvenimenti hanno disperso i miei vecchi amici, ed io stesso sono divenuto incongruo e provvisorio, entro paesaggi e minuti imprevedibili, il ricordo di te rimane uno dei pochi elementi che possono richiamare un passato recentissimo e amato, ma più plausibile e fissato”. Bufalino scrive la prima lettera il 12 novembre del 1943 da Sacile, Udine. Catturato dai tedeschi dopo l’armistizio, riesce a fuggire, scappa nella campagna friulana, “ospitato nella fattoria del patriarca Silvio Zaghet”. Non si allea ai partigiani per “manifesta inettitudine militare”.

Sacile, 1943.

Nel gennaio del 1944 si ammala di tisi e si ricovera presso l’ospedale di Scandiano. Qui un medico assai colto gli mette a disposizione un’imponente biblioteca. Nella primavera del ’46 si trasferisce in un sanatorio della Conca d’Oro, vicino Palermo, dove vive le esperienze e le emozioni che, debitamente trasfigurate, ritroveremo nel romanzo “Diceria dell’untore”. Durante la degenza collabora, su sollecitazione dell’amico Angelo Romanò, alle riviste lombarde “L’Uomo” e “Democrazia”, pubblicando alcune liriche e qualche prosa.
“Sono in un sanatorio della Conca d’oro… alle spalle ho i monti, dinanzi il golfo, bellissimo. Tutto è molto grande e pulito e silenzioso. Una felicità di chiostro mi attende… Qui dove ti scrivo, già da molti giorni il tempo è d’Estate, entro un cielo d’oro e di veloci bufere; non resiste un rimorso a questo sole calmo del golfo, sulle verande chiare anche i malati, se, per parlarsi adagio, accostano le sedie a ruote, è come inventassero i modi di una liturgia innocente, sono teneri e gai, somigliano a chi recita la prima volta”, scrive Bufalino a Romanò, nel giugno del ’46.

Nel 1947, appena guarito, si laurea in Lettere all’Università di Palermo e rientra a Comiso senza più allontanarsene se non per l’insegnamento, svolto, dapprima, all’Istituto magistrale di Modica e poi, ininterrottamente, in quello di Vittoria.

Scrittore segreto fino al 1978, sarà l’introduzione ad un libro di vecchie fotografie su Comiso a segnalarlo all’attenzione di Leonardo Sciascia e Elvira Sellerio. Sollecitato a pubblicare le sue eventuali composizioni, solo nel 1981 si decide ad estrarre dal cassetto Diceria dell’untore, edita da Sellerio ed insignita, quell’anno, del premio Campiello. Rotti gli indugi, Bufalino inaugura un quindicennio di intensa attività produttiva con editori grandi e piccoli.

Con Leonardo Sciascia e Elvira Sellerio, 1982.

Nel 1982 sposa, dopo lungo fidanzamento, Giovanna Leggio. Nel 1988 vince il premio Strega col romanzo “Le menzogne della notte”, pubblicato da Bompiani. Muore in un incidente d’auto il 14 giugno del 1996.

Con la moglie Giovanna, 1982.

Poesie altrui

Il mare adesso è tutto quel che resta (Gabriele Galloni)

Poesie altrui

Un poeta è volato via…

Quando ho saputo di questa tristissima notizia tramite il suo account facebook, non ci ho voluto credere subito, perché proprio mesi fa, il poeta fece un esperimento che agitò un bel po’ di persone: si finse femmina e si inventò una storia tutta personale, molto drammatica e cruda (rabbrividii quasi nel leggere alcune di quelle poesie!), intorno alla quale creò una raccolta poetica. Quindi gli editori stavano per pubblicare questa raccolta, affascinati dalla vicenda, la quale sicuramente avrebbero trovato un vasto pubblico, tanti soldini da incassare… se non che il poeta stesso rivelò la farsa e gli editori tornarono sui loro passi.

E invece stavolta è tutto vero: Gabriele Galloni ci ha lasciati veramente, a soli 25 anni, una morte che sembra preannunciata già nei suoi versi, in qualche intervista, e sul suo account facebook dove, il 26 agosto, scriveva:

Comunque, alla mia morte, voglio come epitaffio i seguenti versi:

“Noi fummo l’immagine dell’uomo,
non la creatura breve ma la traccia.”

•••

Morire è solamente
farsi una vita altrove:

non è il Tutto né il Niente.
È intravedere il mare
dietro un canneto; e qualche
casetta sulla costa.

Scoprirsi nudi; e nudi
scoprire gli altri.

La lingua, sai, è la stessa
per tutti. E presentarsi
con il nome più semplice da dire:
ma non il proprio; un altro.

••

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

••

Campo

Un giorno la vedremo intera, questa
stagione. Basterà
un fuoco in spiaggia a memoria di festa
e il bagnasciuga a dire l’aldilà
delle conchiglie mai raccolte:

Controcampo

così tante – ricordi? – Che per tutta
la notte ci hanno tormentato. In sogno
maree su maree di conchiglie.
Il letto ne fu invaso; le lenzuola
ci ferirono per tutto il tragitto fino alla spiaggia.

••

Sono tornato qui – la stessa spiaggia
dove per caso incontrammo tuo padre
a vent’anni, più giovane di noi,
che nascondeva in una buca enorme
gli orecchini di tutte le sue amiche.

La spiaggia è sempre vuota come allora.
La domenica un paio di ombrelloni
lontani, una famiglia che passeggia
sul bagnasciuga – madre e padre nudi,
i bambini coperti dal medesimo
telo giallo che scolorisce al sole.

Vuole il cielo che tutte le parole
dette e ascoltate si perdano, adesso.
La famiglia è lontana in un fruscio
scomposto di giornale spaginato
dal vento. Il telo giallo se lo porta
via l’onda; i due bambini lo rincorrono,
ridono all’acqua e ai loro genitori.

••

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
E nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

••

Ti chiamerò a distanza di molti anni
e avrò da tempo smesso di sapere.

Dunque non parlerò; e non parlerai
nemmeno tu. Ma tornerà per tutti

e due la prima sabbia; illuderemo
l’età giovane che dorme nei nostri letti.

Condividiamo una identica estate;
diremo un corpo che non è stato mai.

••

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

••

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

••

Non so se fu realtà o visione
quello che vidi in una sera estiva
costeggiando la riva del Mignone:

l’acqua brillava come cosa viva –
in cielo sparse nubi di cotone.
Intravisto tra gli alberi, di schiena,

si specchiava un ragazzo sulla riva
del fiume; nudo intero e senza pena.
Lasciava il tempo quello che lasciava.

(inedito)

••

Molte persone si creano un trauma – o anche più traumi, più fardelli – per una semplice questione di identità. Il trauma le legittima; dà loro, in qualche modo, un posto nel mondo che altrimenti non troverebbero. La vera sofferenza non è mai ostentazione; e chi vive con un trauma impiega tutto quel che può per liberarsene – non ci si crogiola, non lo mostra come biglietto da visita.
La nostra è una società in cui, volente o nolente, è la sofferenza a dettare le sue ragioni. Più soffri o dici di soffrire e più sei, almeno agli occhi del mondo, nel giusto. Conosco molte persone che, in assenza di reali traumi, si sono costruite veri e propri alter ego la cui unica ragione di esistenza è il trauma presunto. Così come ne conosco altrettante dalla parte opposta: persone che ogni giorno combattono contro il dolore, con dignità e abnegazione, senza fanfare né proclami. Io sarò sempre dalla parte di queste ultime. Dovremmo imparare a discernere; a godere del beneficio del dubbio – che non è scetticismo, ma semplice conoscenza della natura umana. Vivere *per* un trauma non è vivere *con* un trauma. Ma tante cose dobbiamo ancora scoprire; e la psicologia sociale non ha mai fatto realmente luce su questo problema pernicioso, ciclicamente contraddicendosi a seconda delle correnti ventose, dei vari hashtag di tendenza; un ciclo capriccioso come le fasi lunari. Confido nel tempo.

••

Stavo constatando che per me non esiste musica allegra. Ogni canzone, anche la più felice, nasconde le insidie di una gioia già trascorsa. Una “Twist and shout”, per esempio, emblema della canzone da party, è per me il più nostalgico dei brani. Perché non canta l’allegria presente, ma quella trascorsa – forse idealizzata. E quando ballo, alle feste, e se ballo, io sono già altrove. Tutto è già ricordo in cui crogiolarsi. La mia vita emotiva è così. Il passato non mi lascia mai e tutto è gioia, dolore, abbandono e ritrovo indistinto. Vorrei amare tutti, del mio passato (benché pure serbi rancore; benché pure non sia estraneo alla vendetta), portare sempre con me l’Umano che ho vissuto. E di riflesso l’umanità intera. Scrivo per questo. Non è bontà – ma desiderio di ritrovarsi tutti, un giorno, all’ombra di pini marittimi; e in pace, trascorso ogni rancore, un po’ come in Paradiso; o in sogno. Felici.

Gabriele Galloni

••

Da un’intervista:

– La poesia è una forma di sopravvivenza?

– Poesia come sopravvivenza. Uhm, è una domanda interessante e anche ironica considerando che il mio ultimo libro ha come tema una ipotetica civiltà di morti. La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa. E poi, poesia o non poesia, può darsi che io finisca ugualmente per uccidermi. Dunque per me niente sopravvivenza.

•••

Sono tanti i libri che ha pubblicato, alcune poesie recitate sono rintracciabili su Youtube, diverse le interviste sparse per il web. E sono proprio le interviste e le poesie a raccontare tanto dei suoi pensieri, più di ciò che mostrava, probabilmente.

Qui, una delle sue interviste.

Qui, ciò in cui credeva e qualche sua esperienza.

In memoria di Gabriele, da Pangea.

Addio, ragazzo…

Poesie altrui

Nove poesie di Fernanda Romagnoli

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.

Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se qualcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito “Sto per piangere!”
e all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

**

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte:
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.

**

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…

**

Mi scinderò dalla perpetua danza,
dal flusso senza fine che mi porta,
creatura di lucente libertà
– io – che piangete morta.
Invaderò la casa: un solo giro
come fa il lampo.

In consistenza d’aria
assumerò il colore d’ogni stanza.
Senza toccar le cose – non ho mani –.
Senza lasciare firme sugli specchi
– non ho respiro –.

Vi stupirà la tenda
che ferma taglia un brivido,
il vermiglio tumulto dei gerani,
lo scompiglio dei libri nell’eremo
della scansia. Poi, subito riemersi
come statue da un vento:
<> attoniti
vi chiederete. Diletti, non v’offenda
se durerà il mio avvento solo l’attimo
di rifluire via.

**

Povero corpo, e sempre
sei campo di battaglia.
Senza riguardo, senza pietà s’accalcano
su te a scontrarsi strane compagnie,
rissose armate al soldo
di più padroni, giù d’ogni confine…

Alle rime preferisce le assonanze,
abbonda in metafore di abbagliante potenza,
ossimori, anafore: sono la sostanza del suo canto
insieme alla piccola quotidianità del presente,
agli oggetti più banali che ci ancorano al passato
e aprono spiragli di cui l’anima approfitta per colare via.

Talvolta, triste segugio, torna
a fiutare nel buio, e raspa e muògola
canti d’amore là dove fu la piaga.

**

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto.
Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice! Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
crescendomi a tormenti.

**

Mia madre celebrava la mattina
con un caffè solitario.
Filtravano dalla cucina
neri aromi in un chiaro di gesso.
Toccavano rumori la parete
per farsi indovinare
da me, che silenziosa
sorridevo nel buio «vi conosco!»

Mia madre la mattina
stava sola di là, come Dio
sta sulla terra e sul mare.
Prendeva il giorno nelle sue mani rosse.
Ribattezzava oggetto per oggetto,
assegnava alle cose il loro posto.
Come farà, che adesso
sola fatica delle sue mani è stare
incrociate sul petto.

**

I piccoli oggetti, i piccoli
amici-schiavi, che tirano
troppo in lungo la vita! Miei cari,
vi licenzio in tronco. È più dura
forse per me: ma chi monco,
chi gobbo, chi spelato da lebbra;
e il mazzo di chiavi risputato
da ogni serratura.

Gli ipocriti inermi! Bisbigliano
Aiuto, pietà.
E s’uncinano a tutti gli appigli,
a tutti i ricordi come labbra
s’attaccano, come vermi.

Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!
Non sarà un lungo viaggio.
In cantina, il bel dormitorio.
Col teatrino dei topi, il tanfo
del vino, la grata
(tarlata) del parlatorio

per la piuma, per la foglia di passo.
Tra vecchi fratelli… Diciamo
che a noi padroni va peggio,
quand’è l’ora nostra… ma adesso
muoviamoci, andiamo.

**

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.

**

“Il masochismo autopunitivo di Fernanda, derivato dal senso di colpa per essersi ribellata alla mutilazione della sua anima operata da una cultura patriarcale e maschilista, non solo l’ha condotta a una morte precoce, ma ha fatto del suo meglio per uccidere anche la sua opera.
Fernanda sembra davvero aver scritto il suo destino: quello di essere eternamente messa da parte.”

La scrittrice Donatella Bisutti, sulla poetessa Fernanda Romagnoli (Roma, 5 novembre 1916 – Roma, 9 giugno 1986).

Moglie di un militare, che seguì nei frequenti trasferimenti in diverse città italiane, la Romagnoli visse sempre in una condizione di grande isolamento.
Riservata come persona, trascurata come poeta.
Poetessa dal dettato classico e composto, animato da una malinconia pensierosa e da un’ironia (e autoironia) intelligente e mai sarcastica, attenta alla quotidianità senza diventare noiosamente e minuziosamente prosastica.
Il distacco, da persone e cose, è un tema costante nella poesia di Fernanda Romagnoli: “L’arte di perdere” di cui parlava Elizabeth Bishop, diventa in lei quasi un dovere morale, un’abitudine da assumere per evitare l’ansia del possesso, e per imparare ad accettare la rinuncia, e l’addio ‒ più o meno definitivo ‒ da chi si ama. La morte, quindi, come mistero impenetrabile e inaccettabile, conclusione crudele di un ciclo vitale negli esseri animati e inanimati.

Ammalatasi di epatite durante la seconda guerra mondiale, viene operata al fegato nel 1977. Nonostante i ripetuti ricoveri che le impediscono di dedicarsi completamente alla produzione di versi, riesce ancora a pubblicare un’ultima raccolta di poesie inedite.
La poetessa morirà il 9 giugno del 1986, all’età di 70 anni.

La sua opera, trascurata per molti anni, fu rivalutata da mportanti critici e letterati, come Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni, quale una delle più valide della Poesia femminile del ‘900.

Poesie altrui

Cinque poesie di Arturo Onofri con approfondimento

Le curve della tua statura bianca,
negli andamenti snelli delle gambe,
son procinto di voli; e d’anca in anca
il passo non si spicca via, ma lambe
l’erba con fluidi rivoli
di sole, su cui scivoli,
staccandoti ora a dritta ed ora a manca
dal suolo che ti stanca.
Un ritmo di movenze ardue, stellari,
benché frammisto a trascinii di rettile,
s’imprime entro i tuoi lombi involontari,
in voci chiuse; e tu, angelo, emettile
nei tuoi passi felici
in cui tacendo dici
che il cielo, anche se in cicli millenari,
muove teco, alla pari.

•••

Lungo gli omeri scende la fontana
del tuo sorriso luminoso, in forma
di dolcezza materna tutta umana,
quando il nostro-volerti più non dorma.

Ogni male, ogni morbo si risana
sotto i tuoi piedi, la cui fulgida orma
perdura anche se tu sii già lontana
in virtù della tua fulminea norma.

L’atto benedicente, che sorregge
con le tue mani il tuo divino figlio,
è amore che sorpassa ogni altra legge.

È lui la carità di tutti i mondi
che, in questo terreo militante esiglio,
al nostro involontario petto infondi.

•••

Da curve di nuvoli aleggia,
in grembo al meriggio turchino,
la voce dei mondi: è un bambino,
che guida una candida greggia
a pascer gli steli
di sole, nei cieli.

E il piccolo bimbo è il pastore
celeste, che parla e risponde
all’umili pecore monde
lungh’esse le prata sonore,
dov’erbe e mentastri
fioriscono in astri.

Con flauto d’angelico argento
dà voce alla melodia grande
che sboccia fra i mondi, e s’espande
fin dentro la terra, col vento
che in nubi sorregge
candori di gregge.

•••

Somiglia a un desiderio musicale
questo prato ammirevole di fiori.
E i suoi riposi, usciti nella luce
primaverile della nostra gioia,
respirano silenzi, innamorati
dei sentori dell’erba: erba che sogna
d’abbracciarsi all’ignuda aria distesa
fra le corolle offerte della terra
come labbra che il sole apre di baci.
I pensieri di musica, taciuti
quasi un pudore della primavera,
nascondono di fiori le sue curve
voluttuose, che la nube imita
nei suoi diafani seni galleggianti.
Si trasformano in spazio di silenzio
melodioso in bei capricci d’oro
ond’ella di soppiatto si vagheggia
negli amplessi che sognano essere donna,
benché la terra maschilmente soffra
nell’attesa che l’uomo la sollevi.

•••
Nella spera del sole, intenerite
per l’azzurro mattino che le imbeve,
s’affollano le prime margherite
a infoltir di freschezza questa lieve
ripa, che si fa prato
pel verde che le è nato.

Labili suoni, che la luce informa
in fantasie fiorite ora dal suolo
svelano che la terra, benché dorma
già primaverilmente, esala il volo
dei suoi sognanti amori
che diventano fiori;

mentre le nubi in molli atteggiamenti
imitano d’amplessi e baci d’aria
le loro stesse curve sorridenti
sdraiate in quella nudità plenaria
cui non si danno veli
nel talamo dei cieli.

Arturo Onofri

•••

“Poi egli appariva, alto, vestito di scuro, nel quadro dell’uscio. Sorrideva. Le rughe della fronte le rivedo come quelle che i cinesi tracciano sulla fronte dei loro sapienti. Occhi che guardavano e chiedevano sorridendo, mentre la bocca restava chiusa e un po’ dolente. E pure gli occhi illuminavano d’una luce fredda e calma tutto il lungo volto emaciato come quello d’un chimico solitario per anni fra le sue esperienze; e talvolta si facevano vitrei, come fissi ad arcani soggetti, oltre il nostro spazio, sguardo veggente, occhi profetici”. Così Giovanni Cavicchioli descrive il poeta nella sua biografia Arturo Onofri. Una vita breve ma intensa quella del poeta, un artista decisamente emblematico del gusto letterario italiano del primo dopoguerra.

Arturo Onofri nacque a Roma il 15 settembre 1885 e vi morì il giorno di Natale del 1928, a soli 43 anni. Compiuti gli studi classici, trovò un impiego che gli consentì di dedicarsi agli studi letterari e filosofici. Temperamento inquieto, attraversò le esperienze poetiche e culturali del primo Novecento con la precisa intenzione di ricercare l’autoconoscenza. Iniziò a scrivere poesie a soli 18 anni, e nel 1907 veniva pubblicato il suo primo volume. Oltre che poeta, fu sagace critico letterario; nel 1912 fondò la rivista Lirica, (1912-13), che rivelò alcuni giovani scrittori romani, ma collaborò anche alle principali riviste del tempo, quali la Nuova Antologia, La Voce, Le Cronache Italiane. Partendo da una formazione pascoliana e dannunziana si accostò man mano ai poeti crepuscolari, ai futuristi, ma successivamente la sua personalità emerse con decisione – a partire da Arioso (1921) – dando vita a nuove concezioni estetiche. Sull’elemento fantastico prevalse allora l’elemento spirituale.

La sua poesia ricordava inizialmente Pascoli, i poeti francesi e soprattutto D’Annunzio, (Liriche, 1907; Poemi tragici, 1908, Canti delle oasi, 1909). Già in tali libri, ma maggiormente in Liriche (1914), egli iniziò a trovare la propria forma espressiva nella ricerca e celebrazione dell’elemento spirituale. Dopo le risonanza impressionistiche di Orchestrine (1917) e l’esperimento di Ariosto (1921), Nuovo Rinascimento come arte dell’Io (1925) rappresenterà la sua prima risposta all’elaborazione dei contenuti della Scienza dello Spirito cui aderì entusiasticamente dopo l’incontro con Rudolf Steiner. In effetti Onofri – poeta molto caro ai circoli esoterici della Capitale e a Massimo Scaligero in particolare – fu sempre attratto dalla metafisica e dai misteri del trascendente e trovò limpidezza e armonia di canto solo quando trovò la risposta alle sue domande grazie alla Scienza dello Spirito; la tanto anelata visione spirituale del mondo iniziò allora a delinearsi in Le trombe d’argento (1924), e trovò la sua più alta espressione nel ciclo di liriche Terrestrità del Sole (dal 1927 ) – che comprende: Terrestrità del Sole, 1927; Vincere il Drago!, 1928; le opere postume Simili a melodie rapprese in mondo, 1929; Zolla ritorna cosmo, 1930; Suoni del Gral, 1932; Aprirsi fiore, 1935. In realtà, la poesia di Onofri indica con passione il sentiero che conduce alla Verità. Il lettore, attraverso la tessitura poetica, viene esortato a compiere la stessa trasformazione interiore che ha portato il poeta alla sua creazione. Ricercare, ritrovare e ricelebrare il divino nel terrestre diviene il segno della nuova arte poetica che Onofri rappresenta. Se durante la sua vita passò dall’essere considerato una “promessa” a venir emarginato dalla critica del tempo dopo l’incontro con Steiner e l’Antroposofia va detto che la poesia di Onofri resta sostanzialmente incompresa ancora al giorno d’oggi. Infatti, pur riconoscendo l’influenza di Onofri sui poeti ermetici, si tende a ritenere che il suo intento spiritualistico soffocasse l’espressione artistica.

Il suo aderire all’Antroposofia non gli venne perdonato.

Lo si accusò di tradurre in versi poetici le concezioni spirituali di Steiner, mentre quest’ultime erano semplicemente ciò che stimolava ed accendeva la sua creatività. Onofri riteneva che alla base della poesia dovesse esserci la manifestazione dello Spirito e la missione del poeta fosse di “toccare con la magia della parola l’essenza spirituale dell’universo… di partecipare, per amore parlante, all’atto originario del Verbo creatore”. Dunque la poesia è creatrice, in quanto partecipa all’atto creatore del Verbo che si rinnova continuamente, ma anche redentrice potendo “disincantare dal mondo materiale l’essenza plastica dello Spirito che vi si immerse foggiando la materia, e può riportare questo Spirito alla sua primitiva libertà e potenza risorta”.

Biografia a cura di Piero Cammerinesi

••• APPROFONDIMENTO

Arturo Onofri elaborò una sua poetica personale in cui confluirono diversi apporti, tra i quali quello fondamentale di Novalis. Infatti Onofri seguì l’idea del poeta tedesco che in ogni parola c’è uno spirito da lei evocata, ma tale potenza evocatrice si attiva attraverso il contributo dell’uomo in quanto egli possiede la coscienza spirituale di quell’essenza che la parola esprime. Sviluppando questa intuizione, Onofri risalì fino al vangelo giovanneo che pone il Logos come creatore di tutta la realtà. La Parola era dunque «…la stessa volontà divina allo stato creativo primordiale, e in essa era la Vita Vivente (il Cristo) che operava come articolatore (d’amore) di esseri e di mondi.» In seguito lo stesso Verbo divino si è incarnato nel Cristo ed è venuto ad abitare nel mondo per ricondurre l’umanità e l’intero universo all’amore di Dio Padre.
Dalla consapevolezza della propria unione interiore con il Cristo vivente nel cosmo, l’uomo riscopre allora lo spirito unitario della creazione universale che si manifesta nella parola poetica. Onofri affida al poeta il compito fondamentale di «toccare con la magia della parola l’essenza spirituale dell’universo… di partecipare, per amore parlante, all’atto originario del Verbo creatore.» In tal senso la poesia è creatrice, ma nello stesso tempo è anche redentrice in quanto può «….disincantare dal mondo materiale l’essenza plastica dello Spirito che vi si immerse foggiando la materia, e può riportare questo Spirito alla sua primitiva libertà e potenza risorta.»
Nell’epoca attuale, dove si assiste ad una sempre più estesa desacralizzazione che coinvolge ogni realtà, può sembrare singolare che un autore del Novecento, del secolo appena trascorso, ponesse come fondamento della poesia la manifestazione dello Spirito e anzi ritenesse che la stessa poesia partecipasse all’atto creatore del Verbo continuamente rinnovatesi. Tuttavia i poeti maggiori ci dicono sempre in modo esplicito che il compito maggiore della poesia è rinviare ad una realtà ulteriore di cui la parola poetica si fa tramite. Per evocare questa realtà il poeta ha bisogno di una mitologia la quale diventa cosmogonia se la contemplazione poetica, come in Onofri, si applica a tutto l’universo.
Il sacerdote e filosofo ispano-indiano, Raimon Panikkar, ha rilevato che dopo l’affermarsi del pensiero scientifico non esiste più una visione cosmologica del mondo che ne sveli il senso più profondo. In tale mancanza «…si proiettano le descrizioni scientifiche in una visione della realtà che è l’estrapolazione non scientifica dal mondo scientifico ». Onofri invece volle fornire all’uomo moderno una nuova cosmologia che utilizzasse un linguaggio poetico appropriato a questo scopo. Egli non solo seguì il flusso travolgente delle immagini mentali che liberamente affioravano alla sua fantasia, ma sperimentò anche una lingua poetica in cui le parole fossero sottoposte ad una serie continua di “rifrazioni” capaci di evocare la presenza armoniosa dello Spirito Uno in tutto il cosmo.
La natura diventa infatti «il vivente scenario» dove si svolge l’attività dello Spirito e tutto in lei «aspira a tornare Figura, Presenza, Apparizione e Persona..» Così il poeta scorge nella natura , ma anche nella donna l’«improvvisa dea» i cui «…Occhi diafani stellano di luna / sotto il manto ondeggiante delle chiome». E’ per mezzo di lei, archetipo della “Sposa celeste” – individuato da Elémire Zolla – «che le pietre traboccano di foglie / le flore mettono ali, e mandre brute / s’appassionano d’ansie e di pensieri…» Il poeta rappresenta in «figura di beltà» la potenza creatrice della Parola divina di cui l’uomo è consapevole nella sua interiorità, ricollegandosi ad antiche e svariate tradizioni le quali esaltano un archetipo femminile come « nei canti sciamanici siberiani, nella lirica taoista, nelle liriche tamil, negli inni indù e tibetani, nella tradizione iranica delle Vergini di luce, nell’Iside egizia, nell’amante soprannaturale del sufismo e della poesia cortese» secondo le acute riflessioni di Elémire Zolla contenute nel volume Archetipi.
Se la Beatrice dantesca (per una singolare coincidenza sia la madre che la moglie di Onofri si chiamavano Beatrice) guida il poeta fino alla contemplazione del divino, la donna della poesia onofriana diventa simbolo dell’azione vivificatrice dello Spirito nel cosmo. Tuttavia la fantasia del poeta vuole rappresentare attraverso la parola anche la «raggiante pienezza del cosmo… come un immenso intreccio di figure e di forme, come una gloriosa sinfonia di pensieri e di sogni che sono esseri, di creature che a loro volta sono sogni e ideali del cosmo. » In tale ottica allora non esiste più la separazione tra materiale e spirituale, tra visibile e invisibile e la luce del sole diviene «…ordito / d’anime che si librano in amori / immateriali nell’oceano d’angeli / del tuo torace cosmico; e il mio breve / polso è la tua battuta, e il mio pensarti / è la tua riva, e in te nutro il respiro / assiduamente del mio verbo d’uomo. » Nel continuo scambio tra realtà, apparentemente distinte, il sole evoca la luce divina che ha creato il mondo visibile, ma anche gli angeli e l’anima immortale dell’uomo al cui respiro egli accorda la propria parola.
Un’«unica voce inaudita», un unico Spirito trascorre in tutto l’universo: «…addorme o stratta / gli oceani, e scrolla i continenti. Eppure, / schiude i fiori in dolcezza …/ e crea figure / del suo divino afflato / in me ch’ella ha creato.». Nella corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo la «voce dei mondi» può divenire «…un bambino, / che guida una candida greggia / a pascer gli steli / di sole, nei cieli …» Accanto all’archetipo della donna celeste, appare anche quello del divino fanciullo, il « puer aeternus» che personifica «forze vitali al di là dei limiti della coscienza …e una totalità che abbraccia le profondità della natura », come afferma Jung, ma che in Onofri rinvia anche «al pastore celeste», al Cristo il quale ha detto di farsi piccoli come bambini per ottenere il regno dei cieli.
Il poeta è « [u]n innamorato di parentele, uno scopritore di relazioni, per quanto apparentemente lontane,…un articolatore nel suono del cuore umano, un illuminato-illuminatore per mezzo della parola d’uomo, la quale è l’immagine più alta del Verbo divino, un ministro della Parola: è questo il poeta dell’avvenire.» Per comunicare «l’unione infinita fra la terra e il cielo» il poeta non può utilizzare una lingua lineare e ordinaria, ma metterà in gioco ogni risorsa linguistica che generi un coinvolgimento non solo della coscienza ma anche dell’inconscio. Nel ciclo della Terrestrità del sole, Onofri sperimentò le più svariate strutture formali come la creazione di una serie di parole uniche composte dall’accostamento di sostantivi (turchinìo-vertigine, uomo-universo, fremito-carne) o di verbi e sostantivi (occupa-cieli, volersi-potenza, volersi-individuo) o di avverbio e sostantivo (sempre-inizio) o di interi sintagmi (balenano-mio-corpo, non-volerci-uomini-in-Dio) che stabiliscono legami non esistenti nella lingua per rappresentare le misteriose corrispondenze fra tutti gli esseri dell’universo: dagli uomini alle stelle, agli animali fino al semplice sasso «abbandonato a sé stesso sul sentiero».
Privilegiò anche il frequente ricorso a metafore («zampilli d’astri», «prati di tenerezza», «ditirambico organo dei pini», «oceani di canti») e a verbi inusuali («smiracola», «risfolgora», «alia», «trasvola» «trasento», «sinfònia», «si librano», «raggia») modalità spesso afferenti ad aree semantiche che evocano un progressivo trascendimento dal materiale allo spirituale, dagli esseri ai pensieri creatori nella incessante circolarità dell’unico Spirito vivente. Il mistero della creazione pervade l’espressione poetica la quale diventa l’ininterrotto inno di ringraziamento al Verbo creatore che agisce in ogni particella della natura e in ogni istante.

Testo di Magda Vigilante

Poesie altrui

Dodici poesie di Antonia Pozzi

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –.

•••

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi/io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

•••

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo:
su ogni fronte che dolga
di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

•••

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggere
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.

•••

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

•••

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

•••

Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.

Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

(17 Settembre 1933)

•••

Vicenda d’acque

La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d’inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago
scavato nella roccia;
l’urlo della caduta è solo un vago
mormorio, dal profondo.
Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi
di glauca dolcezza:
lascia ch’io mi riposi dei soverchi
balzi e ch’io taccia, infine:
poi che una culla e un’eco
ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

(Milano, 28 novembre 1929)

•••

Largo

O lasciate lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda –

O lasciate lasciate ch’io mi perda
ombra nell’ombra –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –

E non chiedetemi – non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l’arcana folla
dei miei fantasmi –
e non cercate – non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore del cielo
m’illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare –

Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego –
Io entro soltanto
per avere un po’ di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle –
Poi ch’io sono una cosa –
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –

(Milano, 18 ottobre 1930)

•••

Sorelle, a voi non dispiace…

Sorelle, a voi non dispiace
ch’io segua anche stasera
la vostra via?
Così dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo –
per le bianche strade dei vostri pensieri –
così dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce –
così dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita più fonda
solo ascoltando le vostre anime andare –
solo rubando
con gli occhi fissi
l’anima delle cose –
Sorelle, se a voi non dispiace –
io seguirò ogni sera
la vostra via
pensando ad un cielo notturno
per cui due bianche stelle conducano
una stellina cieca
verso il grembo del mare.

(Milano, 6 dicembre 1930)

•••

Periferia

Sento l’antico spasimo
– è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere –
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi
veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,
che nello scialle si premono i seni –

E già sentiamo
a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni…

Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.

(21 gennaio 1938)

•••

Via dei cinquecento

Pesano fra noi due
troppe parole non dette
e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti –
serpeggiante per tetri corridoi
sono una siepe che geme nel vento
fra me e te.

Ma fuori,
due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose
dicono larghi sbocchi
ed acqua
che va alla campagna;

e ogni lama di luce, ogni chiesa
nera sul cielo, ogni passo
di povere scarpe sfasciate
porta per strade d’aria
religiosamente
me a te.

(27 febbraio 1938)

•••••

Antonia Pozzi nasce il 13 febbraio 1912 da genitori molto importanti nella Milano dell’epoca: il padre Roberto è un brillante avvocato gradito al regime; la madre – Carolina (detta Lina) Cavagna Sangiuliani di Gualdana – un’aristocratica di antico lignaggio, oltretutto pronipote di Tommaso Grossi. Antonia vive dunque in un ambiente ricco e raffinato, che le consente di integrare lo studio con frequenti viaggi in Italia e all’estero, e con la pratica di vari sport, soprattutto del prediletto alpinismo.

Al Liceo Ginnasio Manzoni si innamora del suo professore di latino e greco, il grande classicista Antonio Maria Cervi; ma il rapporto con lui, iniziato nel 1930 (dopo il trasferimento del docente a Roma), è contrastato dalla famiglia Pozzi, fino a una forzata interruzione nel 1933. Il profondo dolore che gliene deriva, e che segnerà tutta la sua vita, diventa tuttavia una spinta all’intensificazione dell’attività poetica, precocemente iniziata nel 1929.

Nel frattempo Antonia ha sviluppato una profonda amicizia con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini e, su loro suggerimento, si è iscritta alla Facoltà di Lettere della “Statale”, dove studia con docenti di grande prestigio, come Giuseppe Antonio Borgese e Antonio Banfi: con quest’ultimo si laurea nel 1935, discutendo una tesi sull’apprendistato letterario di Flaubert. All’interno del gruppo banfiano stabilisce rapporti confidenziali soprattutto con Vittorio Sereni, il suo amico più caro, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e, negli anni 1937-38, con Dino Formaggio. In questo contesto è apprezzata come studiosa, ed è amata per le sue doti di gentilezza e generosità, mentre è del tutto sottovalutata sul piano della poesia. Si tratta infatti di un ambiente intellettuale aperto alla più moderna cultura europea filosofica, letteraria e artistica, ma non certo all’“alterità” femminile, e dunque a quella vibrante “differenza” di donna che trova un’originale e ardita espressione nel suo linguaggio poetico.

A partire dalla metà circa degli anni Trenta, Antonia Pozzi comincia a frequentare, con Vittorio Sereni, Dino Formaggio e altri amici, le malinconiche periferie milanesi di Piazzale Corvetto e Porto di mare, dove conosce una realtà di miseria, che, in quanto nascosta dal trionfalismo fascista, le era dapprima sconosciuta, e che suscita in lei una crescente e profonda condivisione. In quel periodo entra anche in contatto con un serpeggiante, benché ancora non ben delineato, antifascismo, Questa nuove esperienze le consentono di aprire la sua poesia, che rivela da sempre un generoso incontro con il mondo esterno, alla concreta realtà storica del suo tempo, arrivando, oltre che ad accenti di denuncia sociale, a esprimere un forte sgomento per le guerre di Etiopia e di Spagna, da lei considerate in un’ottica di morte, anziché di retorica patriottica.

Dolorosamente provata da vicende personali (in particolare da un’ultima sconfitta affettiva), ma anche dalla sottovalutazione della sua poesia nell’ambiente culturale di riferimento e dall’incupimento dell’atmosfera politica – soprattutto dalle leggi razziali che costringono alla fuga dall’Italia i suoi amici Treves – si suicida nel dicembre 1938, a soli ventisei anni, presso l’abbazia di Chiaravalle, chiedendo nell’ultimo messaggio ai genitori di essere sepolta nel cimitero di Pasturo, dove tuttora riposa ai piedi delle amate Grigne.

Nonostante la brevità della sua vita, Antonia Pozzi ha lasciato più di trecento poesie, lettere e diari (purtroppo falcidiati dalla censura del padre) e circa tremila fotografie. Da alcuni decenni la sua figura di donna e di poeta è oggetto di una straordinaria riscoperta di pubblico e di critica, sia in Italia che all’estero.

Biografia scritta da Graziella Bernabò

Poesie altrui

Nove poesie di Beatrice Niccolai

Sei in me
come trasportato dalla corrente,
in altro luogo, in altre circostanze
tutto è l’inafferrabile niente.

Volano spazzati via
i petali degli oleandri:
volano dentro al silenzio
che fa, pensando,
lo sguardo.

Una mano sorda
coglie la distrazione
di crederti qui, sempre.

L’ipocondria del vivere
non riconosce dolori,

è come fra i capelli
un vento rosso d’oriente.

Vaso di oleandri, Van Gogh

•••

L’avremmo scoperto un giorno
quel segreto che non è
ancora stato nascosto.

C’eravamo dentro
come l’aria nel vento,
il ramo fra le foglie
o la tua voce nel mio silenzio.

Forse eravamo attitudine al bisogno
o urgenza di pelle
dentro a una carezza.

Eravamo già in ritardo
per il breve incontro,
sorpresi a seminare sassi
in un ruscello senza più letto.

Ci scopriranno un giorno,
bonificare la vita
solo per sopportare voci
senza più sguardi.

Una mano nel cielo
ferma solo la brevità dell’istante,
la goccia di pioggia che fa traboccare
destini di sete
per labbra abbandonate.

Ci ritroveranno sale
in un pugnello di sabbia
e vedranno tutta la nostra sete
nell’essere niente
e voler tornare ad essere
silenzioso groviglio di schiuma
nel mare.

•••

C’è un incatesimo per ogni disgrazia
che nasce senza permesso nella solitudine.

Se tu m’avessi chiesto
cosa avrei voluto dalla vita,
t’avrei detto che avrei voluto il rumore dell’acqua
che accarezza inquietudini e rimuove certezze,
che inonda e cancella rughe di tempo
in cui ha la sua eternità l’anima.

Se tu m’avessi chiesto un sogno,
t’avrei detto quanto sarebbe stato bello
ascoltare con te accanto il rumore dell’acqua,
nell’inquietudine di una vita che passa.

Di tutto quel che è stato
rimane soltanto il rumore di un fiume che scorre.

•••

A te si arriva solo dormendo
quando finzione e sogno
tracciano lo sguardo di un bisogno.

Nulla oggi che ti somigli:
scendi dal mio dolore e cerca l’anima
che in te era dentro ai miei giorni,
quel fantasma nato dalla matita spuntata
del vento.

Quando cadono le assenze
è come aspettare il soldato
che non è mai partito per la guerra
e non sai che divisa indossi;

ogni ramo che nel vento fruscia
canta nella tua voce
melodie per non udenti.

In te diventa polvere
tutto quello che non è sparo.
Anche le allodole aspettano
dopo l’inverno

un altro richiamo.

•••

Entri dalla mia vita
giorni come fossero linfa di betulla
e lì ti distrai
nel mio golfo di donna
come fossi un giorno di festa.

Cantano nell’aia
le lunghe giornate di primavera
da sempre e per sempre
la fine dei campi
sulla viottola dell’eterno ritorno.

Abito il tuo abbraccio
nel ricordo di futura memoria
con poco più di niente, indosso.

C’è un sole che raccoglie ogni sera
carezze e promesse
fino all’inizio di me,

rosseggiando un antico pudore disperdendo al vento la femmina e riesumando dalla polvere la donna.

•••

Sono anni ormai.

Giorno dopo giorno,
un tempo sempre fertile di donna.

Il sangue mi è testimone.

Ed ho passato lunghe notti in corsia
a farmi tamponare il cuore.

Fuori
la vita correva fra la strada e i marciapiedi,
fuori ha nevicato silenzio
ed hanno ombreggiato gli alberi,
il sole.

Sono anni
che piove sempre dalla solita grondaia,
lontano dai limoni,
lontano dagli odori del mare.

Sono anni che condanno l’Amore
per non avere colpa
se non quella di Amare,
il barcollare senza meta

della Tua ombra.

•••

Fatta salva la memoria,
il resto è un tempo che passa
si increspano le onde
persino negli occhi

dove Tu
sei il vento che asciuga
e non si sposta.

il nostro veliero
ora dorme in una bottiglia,
annata straordinaria,
ricorda persino la tenerezza.

M’innamoro ogni giorno
della lentezza,
di quella cornice di sughero
in cui non so se galleggi
o se sono io
a non voler affondare
neanche con questo lancio di sassi,
il ricordo.

Sono quell’onda che sorpassi
che non vedi e in cui
sono il molo e le catene aperte
per i nostri dove.

A filo dell’acqua
fruga fra le nostre onde
un gabbiano

l’antico volo della fame.

•••

C’era freddo persino nel tepore,
c’era vento oltre gli occhi.
Solo il rumore dell’attesa
rimane a scandire il respiro del pianto.

Fra i calcinacci t’avrei fatto l’amore
che era bello Amarti anche lì.

Sulle nostre rovine
prima o poi ci nascerà un fiore.

Senza pareti,
l’anima t’accoglieva più della mia figa.
Un corridoio lunghissimo
in cui entravi e stavi.

Entravi gridando come un bambino
– Sono a casa! Sono a casa! Sono a casa!
Poi, nel nostro mare, accarezzandomi, piangevi.

Con Te
s’è aperta una persiana
sulla mia solitudine.
Ora sbatte, sbatte…

Qualche volta ancora entrano i gabbiani
a fare sui calcinacci della nostra vita,
il loro nido.

•••

Mi concedo al nulla,
girovagando per quei vicoli nascosti
del mio dentro
confondendoti spesso
con il primo pensiero distante.

Arrampicarmi sugli specchi,
dove, nel tuo riflesso,
trovo il mio cedimento
e una sconfitta
preziosa quanto l’acqua.

Tu non lo sai,
quanti morsi dà al cuore
questa sete.

George Frederic Watts (1817–1904), Ellen Terry (‘Choosing’). Il soggetto è (Alice) Ellen Terry (1847-1928). Si sposarono il 20 febbraio 1864, poco prima del suo diciassettesimo compleanno, quando Watts aveva 46 anni. Durante il suo matrimonio con Watts, si sentì a disagio nel ruolo di sposa bambina.

~~

Beatrice Niccolai è una poetessa toscana nata nel 1967.

Poesie altrui

Cinque poesie di Rafael Alberti Merello

Venne quello che amavo,
quello che chiamavo.
Non quello che spazza cieli senza difese,
astri senza capanne,
lune senza patria, nevi.
Nevi di quelle cadute da una mano,
un nome, un sogno,
una fronte.
Non quello che ai suoi capelli
legò la morte.
Quello che io amavo.
Senza graffiare i venti,
senza ferire foglie né muovere cristalli.
Quello che ai suoi capelli
legò il silenzio.
Per scavarmi, senza farmi male,
una riviera di luce dolce nel petto
e rendere la mia anima navigabile.

•••

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Quando l’uomo si allontana
dagli uomini, viene il vento
che subito gli dice altre cose,
aprendogli le orecchie
e gli occhi ad altre cose.

Oggi mi sono allontanato dagli uomini,
e solo, in questo baratro,
a lungo guardavo il fiume
e ho visto soltanto un cavallo
e ho udito solamente
il tubare
di una colomba smarrita.

E il vento allora si è avvicinato,
come di sfuggita,
e mi ha detto:

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume,
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

•••

Certo, il mio canto
può esser di qualsiasi luogo.
Ma queste radici spezzate,
ahimé, queste radici spezzate,
a volte non me lo lasciano
esser del mondo, e neanche
di quella terra, di quella
piccolissima parte
della Terra.
E c’è chi mi dice: Tu
come puoi dir questo?
E io rispondo: Amici,
anche se il mio canto
vuol essere quello del mondo,
ha le radici all’aria,
gli manca l’alimento
della terra conosciuta.
Ed è come l’albero che sale
e non è di nessuna parte,
benché a volte
per un infinito eroico
sforzo del pensiero
le sue radici toccan terra,
e il suo canto allora diventa
solo di quella terra, di quella
piccolissima parte
della Terra.

•••

I bambini dell’Estremadura
vanno scalzi
chi ha rubato loro le scarpe?
Li feriscono il caldo e il freddo
chi ha rotto loro i vestiti?
La pioggia
bagna loro il sonno e il letto
chi ha distrutto loro la casa?
Non sanno
i nomi delle stelle
Chi ha chiuso loro le scuole?
I bambini dell’Estremadura
sono seri
Chi è il ladro dei loro giochi?

•••

Spunta sull’inguine un calor silente
come un rumor di spuma silenzioso.
Il tulipan prezioso il duro vinco
piega senz’acqua, vivo e prosciugato.

S’alimenta nel sangue un inquietante
ed urgente pensiero bellicoso.
L’esausto fiore perso nel riposo,
bagnato alla radice spezza il sogno.

Scoppia la terra e dal suo ventre perde
la linfa, la sorgente e i verdi pioppi.
Palpita, fruscia, frusta, spinge, esplode.

La vita fende vita in piena vita.
E se la morte vince la partita,
tutto è un allegro campo di battaglia.

Rafael Alberti Merello

Biografia

Rafael Alberti Merello nacque il 28 ottobre 1902, a Puerto di Santa Maria, da una benestante famiglia di origini italiane (il nonno paterno, Tommaso Alberti Sanguinetti, era un garibaldino toscano).
È stato un poeta spagnolo di notevole levatura e dalla vita molto movimentata e socialmente impegnata; la sua poetica spazia dall’impegno sociale e civile all’amore.
I suoi inizi artistici furono nel campo della pittura, ma prevalse il suo amore per la poesia. Fu amico di Federico Garcia Lorca, Buñuel, Salvador Dalì e Pablo Picasso.
Ebbe una parte importante sia in ambito giornalistico che concreto nella guerra civile spagnola in cui combattè il Franchismo.
Nel 1939, alla fine della guerra civile, riparò a Roma con la compagna Maria Teresa Leon. Qui frequentò circoli culturali progressisti e si dedicò ad una multiforme attività letteraria di cui è riconosciuta la grande qualità.
Nel 1977 tornò in Spagna, poco dopo si separò dalla moglie e compagna da una vita, per unirsi ad una giovane intellettuale italiana che l’assistette fino alla sua morte nel 1999, all’età di 97 anni.

Poesie altrui

Sei poesie ed un pensiero di Aleksandr Puškin

[…]
Era amato… O almeno così
pensava ed era contento.
Cento volte beato chi
fa tacere il ragionamento,
si affida al tenero suo cuore
come l’ebbro viaggiatore
all’albergo o anche una lieve
farfalla al fiore cui s’imbeve.
Ma infelice chi sa già tutto
e non si fa girar la testa,
chi ogni moto e parola detesta
nel loro reale costrutto,
chi raggelato dall’esperienza
proibisce al cuore ogni demenza!

***

Un barbaro artista il quadro annerisce
di un genio con mano indolente,
e il suo disegno iniquo egli traccia
su quel quadro assurdamente.

Ma, con gli anni, come vecchie scaglie,
si stacca l’estraneo colore,
e l’opera del genio ci appare
nel suo primitivo splendore.

Così nell’anima mia travagliata
scompaiono gli errori compiuti,
e tornano in essa le visioni
dei limpidi giorni vissuti.

***

Quando sull’azzurro dei mari,
Zèfiro soffia la sua brezza
sulle vele dei fieri vascelli
e le barche sull’onde accarezza,
lasciato il peso dei pensieri,
nell’inerzia io posso annegare –
dimentico i canti delle muse,
m’è più caro il mormorio del mare.
Ma quando contro la riva l’onde
schiumose ruggiscono e fremono,
e il tuono rimbomba nel cielo,
e i lampi nel buio balenano,
allora i più ospitali querceti
io ai mari preferisco;
la terra mi sembra più fedele,
e il grave pescatore compatisco:
vive su una fragile imbarcazione,
trastullo della cieca corrente,
mentre io nel silenzio sicuro
ascolto il fruscio d’un torrente.

***

Poeta! Non aver caro l’amore popolare. Il rumore momentaneo delle entusiastiche lodi passerà; udrai il giudizio dello sciocco
ed il riso della fredda folla:
ma tu rimani saldo, impassibile e aggrondato.

Tu sei re: vivi solo. Per una libera strada va’, dove ti attira la libera mente, perfezionando i frutti dei pensieri tuoi prediletti, non pretendendo ricompense per la nobile azione.

Esse sono in te stesso. Tu stesso sei il tuo giudice supremo; tu più severamente di tutti sai valutare il tuo lavoro. Ne sei tu contento, o artista esigente?

Contento? Lascia pur che la folla lo biasimi e sputi sull’altare dove arde il tuo fuoco, e nell’infantile irrequietudine scuota il tuo tripode.

***

Di voi mi innamorai, e questo amore puro
nell’alma mia ancor si potrebbe ridestare;
scordatemi, non vi inquieterò, lo giuro,
non voglio niente che vi possa rattristare.
Tacevo, senza speme, infatuato,
ero geloso, ero timido e soffrivo,
il mio amore fu sì tenero e ignorato:
Iddio vi faccia amare come vi ho amato io.

***

Degli anni folli la sfiorita allegrezza
mi pesa come una torbida ebbrezza.
Ma come il vino è l’amaro del passato
nell’anima: più vecchio, più il sapore è marcato.
Triste è la mia vita: pene e un destino oscuro,
predice il mare tempestoso del futuro.
Amici cari! Non voglio morire,
ma voglio vivere, pensare e soffrire;
lo so che avrò ancora delle contentezze,
tra angustie, affanni e amarezze:
chissà, di un’armonia mi potrei beare,
o di una favola che mi faccia lacrimare,
magari brilli sul tramonto triste mio
l’amor che mi farà il sorriso dell’addio.

***

E’ orribile perdere la ragione. Meglio morire. Di un morto si ha rispetto, si prega per lui. La morte rende tutti uguali. Ma un uomo, privo della ragione, non è più un uomo. La lingua non gli serve più, non governa le parole, diventa simile ad una bestia, si offre allo scherno generale, è alla mercé di tutti, sfugge il giudizio divino.

Aleksandr Puškin

** Biografia

Aleksandr Sergeevic Puskin nasce a Mosca il 6 giugno 1799 (26 maggio nel calendario Giuliano allora utilizzato in Russia) da una famiglia di piccola ma antichissima nobiltà. Cresce in un ambiente favorevole alla letteratura: lo zio paterno Vasilij era poeta, il padre si dilettava con la poesia e frequentava letterati di primo piano come Karamzin e Zukovskij.
La casa in cui vive è ricca di libri, soprattutto francesi, che stimolano le sue precoci letture. Puskin è tuttavia povero di affetti: durante l’infanzia e l’adolescenza viene affidato, secondo l’uso del tempo, alle cure di precettori francesi e tedeschi, e soprattutto a quelle della “njanja” Arina Rodionovna, figura che era solita raccontargli antiche fiabe popolari.
Puskin troverà un ambiente che fungerà da surrogato alla famiglia nel periodo tra gli anni 1812 e 1817 al liceo di Carskoe Selo. Completati gli studi ottiene un impiego al ministero degli esteri; intanto partecipa intensamente alla vita mondana e letteraria della capitale.
A causa di alcuni componimenti rivoluzionari viene confinato nella lontana Ekaterinoslav. Qui Aleksandr Puskin si ammala: è ospite della famiglia Raevskij. Segue poi i Raevskij in un viaggio in Crimea e nel Caucaso, ma alla fine del 1820 deve raggiungere la nuova sede di Kisinëv, in Moldavia. Vi resta fino al 1823, quando ottiene il trasferimento a Odessa. Qui vive una vita meno monotona, scandita dal tempo passato due donne di cui si innamora: la dalmata Amalia Riznic e la moglie del conte Voroncov, governatore locale.
Nel 1823, per l’intercettazione di una sua lettera in cui esprimeva idee favorevoli all’ateismo, la burocrazia imperiale lo licenzia: Puskin è costretto a vivere nella tenuta famigliare di Michajlovskoe, vicino Pskov. Il forzato isolamento non gli impedisce comunque di partecipare alla rivolta decabrista del 1825 (la rivoluzione decabrista si svolgerà 26 dicembre 1825: gli ufficiali dell’esercito imperiale guideranno circa 3000 soldati in un tentativo di indirizzare la Russia verso una economia liberale, allontanandola dall’assolutismo nella quale l’impero era costretto fino a quel momento, lottando anche contro lo stato di polizia e la censura).
Nel 1826 il nuovo zar Nicola I chiama Puskin a Mosca per offrirgli un’opportunità di redenzione. Il perdono nascondeva in realtà la volontà di sorvegliarlo direttamente. L’essere sceso a compromessi con il potere aliena al poeta russo l’entusiasmo dei giovani.
Nel 1830 sposa la bellissima Natal’ja Goncarova, che gli darà quattro figli, così come gli darà molti dispiaceri per la condotta frivola che alimentava i pettegolezzi di corte. In seguito a uno di questi fatti, Puskin sfida a duello il barone francese Georges D’Anthès, a Pietroburgo. E’ il 27 gennaio 1837: ferito a morte, Aleksandr Sergeevic Puskin spira pochi giorni dopo, il 29 gennaio.

Reperita da Biografie on line

Poesie altrui

Sette poesie di Emilio Praga

Tutti in maschera

Uom, tu che nasci in maschera,
e mascherato muori,
osi insultar, se incognito
è anch’esso il Dio, che adori?

Vorresti tu conoscerlo
ed affissarlo ignudi,
come una compra femmina,
o il conio di uno scudo?

Ma tu, da culla a feretro
lasci un sol dì il mantello?
Ardisci mostrar l’indole
del cuore e del cervello?

Dio che a ragione, o tanghero,
di te più furbo è assai,
t’acqueta, la sua maschera
non lascerà giammai.

E tu in ginocchio pregarlo
che ci lasci la nostra,
perché sarebbe orribile
l’anima messa in mostra!

●●●

Verità

Ho il canto dell’upupa,
ho il viso di un prete,
le penne di un passero
sfuggito alla rete,

fanciulla, per essermi
sì cruda e severa?
Se’ tu inespugnabile,
mia bella trinciera?

Che filtri, che pasimì
fan d’uopo al tuo cuore,
perché mi rimuneri
di un raggio d’amore?

Vuoi dunque ch’io lagrimi,
ritrosa romana,
al par delle statue
di piazza Fontana?

Ch’io vada pescandoti,
per darti la cena,
nel nostro naviglio
d elfino, o murena?

Ch’io danzi coi trampoli
su un filo di seta,
che un ago ti fabbrichi
di carta o di creta?

Ch’io strozzi un canonico
coll’irte tue chiome,
ch’io fermi l’elettrico
gridando il tuo nome?

Ch’io rubi nell’etere
di stelle un collare,
o fili il tuo strascico
col raggio lunare ?…

E sì che le bubbole
potrei qui finire,
se avessi la voglia
di farti arrossire,

fanciulla, dicendoti
la prosa del vero:
– Ho d’oro penuria,
son grullo se spero. –

●●●

Consiglio

Donne, voi somigliate alla natura
che, se sorride, gli uomini innamora,
e desta la mestizia e la paura,
quando minaccia e quando si scolara.

Ma rammentate che l’april, se infiora
tutto nei campi, lascia fredda e scura
l’alma che gli alti suoi misteri ignora
e del bello alla fiamma non si appura.

Oh dell’aprile candide sorelle!
Somigliategli in tutto, disprezzate
chi non adora che la vostra pelle,

e soltanto le fide anime amate
che, sotto il velo delle forme belle,
sanno i tesori che nel cor celate!

●●●

Preludio

Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
olazziam muti, attoniti, affamati,
sull’agonia di un nume.

Nebbia remota è lo splender dell’arca,
e già all’idolo d’or torna l’umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s’attende invano;

s’attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l’esausta vergine s’abbranca
ai lembi del Sudario…

Casto poeta che l’Italia adora,
vegliardo in sante visioni assorto,
tu puoi morir!… Degli antecristi è l’ora!
Cristo è rimorto!

O nemico lettor, canto la Noia,
l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,
il tuo cielo, e il tuo loto!

Canto litane di martire e d’empio;
canto gli amori dei sette peccati
che mi stanno nel cor, come in un tempio,
inginocchiati.

Canto le ebbrezze dei bagni d’azzurro,
e l’Ideale che annega nel fango …
on irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango:

giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacché canto una misera canzone,
ma canto il vero!

●●●

Terza rima

Quando il sol cadde e tacquero le squille,
la quiete e l’amor cantano un coro
alla tribù dell’anime tranquille.

L’uomo è stanco di passi e di lavoro,
la donna ha l’occhio languido e profondo,
il focolare è una chiesetta d’oro.

Mentre il suo raggio acuto e rubicondo
cresce e svanisce, lottando col cero
e colla luna che accarezza il mondo;

mentre il musino del gattuccio nero,
immobile ed intento al limitare
sogna il suo lungo sogno di mistero;

come un mesto palombaro nel mare,
io discendo nel cor che Iddio m’ha dato,
e mi guida le perle a rintracciare

il respiro del bimbo addormentato.

●●●

Tentazioni

Vorrei, fanciulla, esser nel tuo corsetto,
e, come un serpe ai dì di luglio, in giri
voluttuosi errarti intorno al petto:
errarti intorno al petto, o bella amica,
ma con gioia pudica;
e non baciarti, e tener gli occhi chiusi,
sol nei profumi assorto,
per le tue membra candide diffusi.

Che nebbia fra i comignoli e il selciato,
che freddo per le strade, e quanti ombrelli!
Ho il corpo affranto, e un sigaro appestato:
fumo, fumo, il tuo stato
somiglia a quello dell’anima mia…
Dall’aria greve oppresso
tenta invan sollevarsi, e fuggir via!

Povera amica! di me che ne dici?
Pazzo non sono, e non sono cattivo;
ti amai nei dì del pianto e nei felici,
e ti amerò ancor tanto
di un amor puro e santo…

Ma vi son giorni che il mio cor vien meno,
e il fango mi conquista.
Prega, prega che torni il ciel sereno!

Tu non lo sai che l’uomo è anch’esso un bruto?
Fuggi, fuggi da me; su questo petto
ti avvinghierei sprezzando il tuo rifiuto,
e se il preludio dei baci incomincia
ove finisca ignori!… oh abbassa il velo,
fuggi, e prega il Signore
che ti sorrida, e rassereni il cielo!

●●●

Nox

La luna tonda e placida
in mezzo al ciel veleggia,
sol qualche muro squallido
di campanil biancheggia,
non batton fronda i platani
per le deserte vie,
sparse di strane ombrìe.

Qui il tarlo, occulto e vigile
come le noie umane,
solo negli alti stipiti
morde il suo vecchio pane;
solo nelle mie tenebre
cerco il mio pane anch’io,
cerco la fede in Dio!

E il mesto cuore interrogo
di tante larve amante,
su tante care imagini
nei dì perduti errante:
il cuore, il puro oceano
donde a inneggiar sorgea
la giovinetta idea.

E penso i dolci studii
di quando in mezzo a fiori
credea la mente avvolgersi
preparar colori,
di quando ancor sull’anima
sorridendo volava
l’avemaria dell’ava.

Allora ai belli e esametri,
irti di sacre fole,
la verità cantavano
le bibliche parole;
allor la bieca Eumenide
salutava, tremante,
la vergine di Dante.

Oh il padre eterno! il giudice
calmo, augusto, barbuto!
Il Dio della famiglia
da bambinel veduto!…
Forse perché era vecchio
e coperto di rai,
so che davver l’amai!

Ma le trombe di Gerico
tacquero una mattina:
sparve dal ciel degli angeli
la tinta porporina,
innanzi a un muro orribile
torvo piantossi e altiero
il dubbio, in manto nero.

E da quel dì mi seguita,
mi seguita indefeso:
da lungi or or guatavami,
mi sta sul collo adesso;
paziente come un monaco,
furbo come una strega,
discute, afferma, nega;

e un’acre, ineluttabile
voluttà di dolore,
e una superbia indomita
e un fremito d’orrore,
come note di cembalo
che canta, o stride, o geme,
coll’ugna rea mi spreme.

– O fedeli! o cattolici!
alme beate e pure,
nel dogma e nel misterio
dell’avvenir secure!
Turba che ancora, attonito,
mi arresta per le vie
a udir le litanie,

se, nei tranquilli vesperi,
da una socchiusa porta
odor d’incenso l’aria
e cantici mi apporta…
deh, come sposi, o prossimo,
la fede all’ignoranza,
l’ignoto alla speranza?

Poiché il dilemma, immobile,
pesa sull’uom dal giorno
che ad un primo cadavere
si pose il fango intorno;
poiché non altro è il mistico
sole dell’emisfero
che un luminoso zero!

Dove, dove migrarono
i popoli pastori,
dove volar gli spiriti
dei sofi e dei cantori?
Che disse Giove olimpio?
Osiride che disse?
Che fan le stelle fisse?

Dove svanir le vergini,
e le pietose donne?
Ove son iti i bamboli
e le povere nonne?
Mentì il profeta o l’augure,
l’apostolo, o il bramino?
Chi giunse al Dio divino?

O fedeli, o cattolici,
pura beata greggia!
Mentre la luna candida
in mezzo al ciel veleggia,
ti accarezza l’arcangelo
che veglia, accorto e bello,
le tende d’Israello.

Dormi nei letti tiepidi
o progenie d’Abele,
e al capezzal ti piovano
sogni di rose e miele,
né la beata moglie
ti risvegli russando,
né il queto bimbo urlando.

Dormi: la notte è fertile
di sante apparizioni,
e nuota in lei più rapido
l’estro delle canzoni;
io, Beniamini, io veglio
col mio negro compagno,
io veglio, e non mi lagno.

Poiché il silenzio è un angelo,
e un sacerdote anch’esso,
e contemplar le tenebre
è contemplar se stesso,
né son parole inutili
i sibili e i sussurri
che van pei campi azzurri.

Oh seguitarli in stasi,
fra stelle e nebulose;
dalla region dei fulmini
incenerir le cose;
dimenticar le fisime
delle superbe scuole,
e i pulpiti, e le stole!…

Poi quando stanca è l’anima,
povera spia del cielo
che fruga, e attende, e immobile
ha sempre agli occhi il velo,
e quando si precipita
dal carro di Boote
piangendo, e a mani vuote…

o fortunate lagrime,
o povertà felice!
Ti sta dell’uomo libero
il serto alla cervice,
baci un’antica, indomita
fede, e un immenso Iddio
ti canta in cuor: Son Io!

●●●

Emilio Praga (Gorla, 18 dicembre 1839 – Milano, 26 dicembre 1875) morì a soli 36 anni, consumato dall’alcol.

Le condizioni agiate della sua famiglia gli permisero di compiere numerosi viaggi in Europa, durante i quali trascorse lunghi periodi a Parigi e si dedicò allo studio di Baudelaire, Hugo, De Musset, Heine.

Tornato a Milano cominciò a frequentare gli ambienti della Scapigliatura, divenendone uno dei maggiori esponenti.

Accanto alla pittura (nel 1859 espose quattro tele alla Galleria di Brera) a Praga coltivò assiduamente la letteratura esordendo con la raccolta di versi Tavolozza (1862) e pubblicando in seguito Penombre (1864). La morte del padre e il conseguente tracollo economico della famiglia, lo ridusse in miseria e lo spinse ad una vita sregolata, abusando di alcol e stupefacenti.

Per mantenersi scrisse libretti d’opera insiem ad Arrigo Boito, insegnò per un certo periodo letteratura poetica al Conservatorio di Milano e collaborò a varie riviste; le sue condizioni economiche rimasero però sempre precarie. Nel 1867 pubblicò la terza raccolta Fiabe e leggende. Le sue ultime poesie furono raccolte postume nel volume Trasparenze (1878); pure postumo uscì il romanzo incompiuto Memorie del presbiterio – scene di provincia.

Separatosi dalla moglie e dal figlio Marco nel 1873, si spense due anni più tardi.

Fu il padre di Marco Praga, drammaturgo verista, tra i fondatori e direttori della SIAE, Società Italiana degli Autori ed Editori.

○○○

N.B: Ho scelto solo alcune poesie che più mi hanno colpita, ma su internet potete trovare facilmente un file contenente più di cento sue poesie, forse tutte; non ne ho ancora terminato la lettura!