Estratti di letture

La sensibilità

La sensibilità, quella vera, non ha la voce grossa, non urla, non tenta di imporsi ad ogni costo. La sensibilità è timida. Non ha bisogno di proclamarsi, non è becera. Spesso si nasconde sotto un’apparenza scostante e dura. E’ come una donna bellissima ma poco appariscente: bisogna guardarla bene per lasciarsi inondare dalla sua grazia, dalla sua insaziata profondità. Una volta un amico mi disse che essere sensibili è come avere un’arpa interiore e sentire “vibrare” le sue corde… Io dico che è questo, ma anche di più. Essere sensibili è anche saper toccare le corde dell’arpa interiore degli altri. Anche se, spesso, ad udirsi sono solo disarmonie.

Angie Siniscalchi

Estratti di letture, In prosa & poesia

Donne 🌸

Donne piccole come stelle
c’è qualcuno le vuole belle
donna solo per qualche giorno
poi ti trattano come un porno.

Donne piccole e violentate
molte quelle delle borgate
ma quegli uomini sono duri
quelli godono come muli.

Donna come l’acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c’è chi invece la prende a botte.

Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.

Donna fatti saltare addosso
in quella strada nessuno passa
donna fatti legare al palo
e le tue mani ti fanno male.

Donna che non sente dolore
quando il freddo gli arriva al cuore
quello ormai non ha più tempo
e se n’è andato soffiando il vento.

Donna come l’acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c’è chi invece la prende a botte.

Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.

(testo del cantautore e chitarrista napoletano Enzo Gragnaniello, interpretato da Mia Martini)

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“Lezione di tango”, Sveva Casati Modignani (pag. 461)

Aggiungo altre mie due preferitissime canzoni che pure danno voce alle donne 🌸

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Donna, tessitrice d’anima fatta parola,
sta’ attenta alle lusinghe maschili
che gettano al vento i loro fili
i quali tu raccogli, ricami
e li fai sentimenti: i tuoi
più preziosi vestiti.
Donna, gli uomini
hanno mani di forbici,
occhi furbi e maliziosi,
cacciatori di nuovi respiri.
Donna, non sentirti tradita:
ricorda: sei unica,
nuda e senza fili!

Ancheggia la tua anima
in stormi di silenzi
e battiti di voci.
Che la tua essenza echeggi
agli occhi dei ciechi innocenti,
abbattendo le loro fragili mura
rette dalle tue paure di luna.

(poesia scritta il 24 giugno del 2016)

Estratti di letture

Don Giuseppe (Sveva Casati Modignani)

Visto che non vorrei mai “sporcare” i libri, perché mi piace tenerli immacolati, ho scoperto un’app che sottolinea le immagini con tanti evidenziatori colorati 🙆

Dopo questa parentesi, vi lascio a Don Giuseppe…

Estratti di letture

Sei proprio un belé! (Sveva Casati Modignani)

Passi tratti da “Lezione di tango”, Sveva Casati Modignani.

Pubblicato nel 1998, il romanzo è ambientato a Milano, diviso tra l’oggi ed il passato – quando i tedeschi si preparavano ad invadere la Polonia.

Belé, non il primo termine milanese che incontro fra le pagine di questo libro, pare voglia dire “gioiello”, qualcosa di prezioso. I milanesi di wordpress mi potranno dare conferma!

Non avevo ancora letto alcun libro di Sveva Casati Modignani, ero curiosissima di scoprirla e non mi sta deludendo affatto.

La scrittrice ha molta fama, non saprei se più o meno di Elena Ferrante; entrambe hanno tuttavia riscosso un grande successo. Della Ferrante lessi solo il suo primo libro, “I giorni dell’abbandono”, tra le cui pagine non trovai nulla di eccezionale, anzi, le mie aspettative dovettero ricredersi. Adoro invece la serie televisiva de “L’amica geniale”, tratta dai suoi libri, perché direi che c’è l’anima di Napoli in essa! Ovviamente, una Napoli ambientata in tempi ormai passati, dove la miseria e la violenza dilagavano.
Queste due scrittrici hanno nel cuore, e riportano nei loro libri, le proprie città: l’una Napoli e l’altra Milano. Eppure, tra le pagine di Sveva, nel quartiere milanese di Brera, mi è sembrato di ritrovare le stesse problematiche che troverei anche in una periferia napoletana… segno che le periferie si somigliano tutte, da Nord a Sud.

È interessante leggere qualcosina della biografia dello scrittore che si sta leggendo, così ho cercato qualche notizia riguardo a Sveva e mi sono imbattuta in un video che vi mostro di seguito:

Emerge una donna di carattere, concreta. Non posso che concordare, ahimè, per quanto riguarda la situazione lavorativa in Italia. Mi piace inoltre il discorso che fa sulle donne e sull’importanza di allearsi fra loro piuttosto che entrare in competizione. Nei suoi libri, in effetti, predominano la figura femminile e il mondo delle donne costituito da millemila sfumature.

E, sull’onda del femminismo di Sveva, aggiorno il mio articolo aggiungendo una simpatica e pungente risposta tutta al femminile…

Estratti di letture

Soltanto il caso (Milan Kundera)

(Piacevole è rileggere alcuni passi di libri letti nel passato)

Passo tratto da “L’ insostenibile leggerezza dell’essere”, Milan Kundera

Direi:

La perfezione insita nel fatto casuale, ne fissa la sempiternità nel tempo avvenire, con o senza il sussistere del caso – come l’avere fede, senza nulla sapere, affidandoci al suo essere immortale. Ci lasciamo andare ad esso – forse ci è familiare – così come al sonno ci abbandoniamo, colti sempre impreparati, ma senza mai disturbarci: invitati a sognare.

Estratti di letture

Cinque pensieri di Rudolf Steiner

Non è sufficiente solamente conoscere, ma bisogna “capire con sentimenti” e “sentire con comprensione”.

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Durante tutta la sua vita l’uomo assorbe in sé, dal mondo esterno, spiriti elementari. In quanto si limita a guardare gli oggetti esterni, lascia semplicemente entrare in sé gli spiriti senza mutarli; se cerca invece di elaborare le cose del mondo esterno nel suo spirito, per mezzo di idee, concetti, sentimenti di bellezza e così via, egli salva e libera quegli spiriti elementari.

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Se l’uomo non cerca di essere in qualche modo spassionato verso il destino, se non vi si adatta, se nutre rancore nei suoi riguardi e ne è malinconico, se lo ingarbuglia con decisioni soggettive, è come se egli di continuo disturbasse gli dei nella formazione del suo destino. Si può vivere realmente il proprio destino solo sapendo accettare la vita con animo imparziale.

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Noi non vogliamo più credere, vogliamo conoscere. La fede esige il riconoscimento di verità che non possiamo del tutto penetrare; e ciò che non penetriamo ripugna al nostro individuo che vuol vivere ogni cosa come esperienza interiore profonda. Ci soddisfa solo il sapere, il quale non si sottomette ad alcuna norma esteriore, ma sorge dall’intima vita della personalità.

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Il Cristo venne per spiritualizzare l’amore, per scioglierlo dei legali del sangue e per infondere la forza, per dare impulso all’amore spirituale.

(Rudolf Steiner)

Estratti di letture

I primi occhiali da vista (Anna Maria Ortese)

Eugenia si era alzata in piedi, con le gambe che le tremavano per l’emozione, e non aveva potuto reprimere un piccolo grido di gioia. Sul marciapiede passavano, nitidissime, appena più piccole del normale, tante persone ben vestite: signore con abiti di seta e visi incipriati, giovanotti coi capelli lunghi e il pullover colorato, vecchietti con la barba bianca e le mani rosa appoggiate sul bastone dal pomo d’argento; e, in mezzo alla strada, certe belle automobili che sembravano giocattoli, con la carrozzeria dipinta in rosso o in verde petrolio, tutta luccicante; filobus grandi come case, verdi, coi vetri abbassati, e dietro i vetri tanta gente vestita elegantemente; al di là della strada, sul marciapiede opposto, c’erano negozi bellissimi, con le vetrine come specchi, piene di roba fina, da dare una specie di struggimento; alcuni commessi col grembiule nero, le lustravano dall’esterno. C’era un caffè coi tavolini rossi e gialli e delle ragazze sedute fuori, con le gambe una sull’altra e i capelli d’oro. Ridevano e bevevano in bicchieri grandi, colorati. Al di sopra del caffè, balconi aperti, perché era già primavera, con tende ricamate che si muovevano, e, dietro le tende, pezzi di pittura azzurra e dorata, e lampadari pesanti d’oro e cristalli, come cesti di frutta artificiale, che scintillavano. Una meraviglia.
Rapita da tutto quello splendore, non aveva seguito il dialogo tra il dottore e la zia. La zia, col vestito marrò della messa, e tenendosi distante dal banco di vetro, con una timidezza poco naturale in lei, abbordava ora la questione del prezzo: – Dottò, mi raccomando, fateci risparmiare… povera gente siamo… – e, quando aveva sentito ottomila lire, per poco non si era sentita mancare.
– Due vetri! Che dite! Gesù Maria!
– Ecco quando si è ignoranti… – rispondeva il dottore, riponendo le
altre lenti dopo averle lustrate col guanto, – non si calcola nulla. E
metteteci due vetri, alla creatura, mi saprete dire se ci vede meglio.
Tiene nove diottrìe da una parte, e dieci dall’altra, se lo volete sapere… è quasi cecata.

Mentre il dottore scriveva nome e cognome della bambina: “Eugenia
Quaglia, vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico”, Nunziata si era
accostata ad Eugenia, che sulla soglia del negozio, reggendosi gli occhiali con le manine sudice, non si stancava di guardare: – Guarda, guarda, bella mia! Vedi che cosa ci costa questa tua consolazione! Ottomila lire, hai sentito? Ottomila lire, vive vive! – Quasi soffocava.

Eugenia era diventata tutta rossa, non tanto per il rimprovero, quanto
perché la signorina della cassa la guardava, mentre la zia le faceva quell’osservazione che denunziava la miseria della famiglia. Si tolse gli occhiali.
– Ma come va, così giovane e già tanto miope? – aveva chiesto la signorina a Nunziata, mentre firmava la ricevuta dell’anticipo; – e anche sciupata! – soggiunse.
– Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata… insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale…
– Tornate fra otto giorni, – aveva detto il dottore, – ve li farò trovare.
Uscendo, Eugenia aveva inciampato nello scalino.

– Vi ringrazio, zi’ Nunzia, – aveva detto dopo un poco; – io sono sempre scostumata con voi, vi rispondo, e voi così buona mi comprate gli occhiali…
La voce le tremava.

– Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo, – aveva risposto con improvvisa malinconia Nunziata.

Neppure questa volta Eugenia le aveva risposto. Zi’ Nunzia era spesso così strana, piangeva e gridava per niente, diceva tante brutte parole e, d’altra parte, andava a messa con compunzione, era una buona cristiana, e quando si trattava di soccorrere un disgraziato, si offriva sempre, piena di cuore. Non bisognava badarle.

Da quel giorno, Eugenia aveva vissuto in una specie di rapimento, in attesa di quei benedetti occhiali che le avrebbero permesso di vedere tutte le persone e le cose nei loro minuti particolari. Fino allora, era stata avvolta in una nebbia: la stanza dove viveva, il cortile sempre pieno di panni stesi, il vicolo traboccante di colori e di grida, tutto era coperto per lei da un velo sottile: solo il viso dei familiari, la mamma specialmente e i fratelli, conosceva bene, perché spesso ci dormiva insieme, e qualche volta si svegliava di notte, e al lume della lampada a olio, li guardava. La mamma dormiva con la bocca aperta, si vedevano i denti rotti e gialli; i fratelli, Pasqualino e Teresella, erano sempre sporchi e coperti di foruncoli, col naso pieno di catarro: quando dormivano, facevano un rumore strano, come se avessero delle bestie dentro.
Eugenia, qualche volta, si sorprendeva a fissarli, senza capire, però, che stesse pensando. Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati, con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c’era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai.

(Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese)

Estratti di letture

Al Banco dei Pegni di Napoli (Anna Maria Ortese)

Spinsi la porta, facendomi cautamente largo tra quei corpi, e mi trovai in una immensa sala dal soffitto altissimo, illuminata da due ali di finestroni, sovrastato ciascuno da un altro finestrone, di forma quadrata, ermeticamente chiuso. Nel vano pendevano, come cenci sottili, lunghe tele di ragno.

Era la sala destinata al traffico degli oggetti preziosi.

Una vasta folla, solo approssimativamente disposta in fila, tumultuava davanti agli sportelli dei Pegni Nuovi. C’era una grande
animazione, perché proprio quella mattina era venuto l’ordine di dare
il meno possibile per ogni pegno.

Certi visi color limone, incappucciati in brutte permanenti, giravano e rigiravano tra le mani, con aria delusa, la grigia cartella del pegno.

Una vecchia enorme, tutta ventre, con gli occhi infiammati, piangeva ostentatamente, baciando e ribaciando, prima di separarsene, una catena. Altre donne e qualche uomo dai visi appuntiti, aspettavano compostamente sulla panca nera appoggiata al muro. Seduti a terra, dei bambini in camicia giocavano. – Nunzia Apicella! – gridava intanto più in là, verso l’esigua schiera di quelli che ritiravano un pegno, la voce di un impiegato; – Aspasia De Fonzo!… – I richiami si susseguivano di minuto in minuto, sopraffatti dal brusìo accorato del popolo che commentava la disposizione nuova, e non riusciva a rassegnarsi. Un agente coi baffetti neri e gli occhi grandi, languidi,
che portava la divisa come una vestaglia, andava su e giù,
indifferente e annoiato, fingendo di tanto in tanto di rimettere in ordine, con le mani, le file. Stava parlando con un tale, quando la grande porta della sala s’aprì con impeto, per lasciar passare una donnetta sui quarant’anni, coi capelli rossi, vestita di nero, che trascinava con sé due bambini bianchissimi. Quella infelice, di cui poi si conobbe nome e mestiere, Antonietta De Liguoro, zagrellara, cioè merciaia, aveva saputo in strada che il Banco dov’era diretta per impegnare una catena, quel giorno chiudeva prima, e non l’avrebbero più fatta passare. Con un viso rosso, congestionato, gli occhi celesti fuori dalle orbite, scongiurava tutti di farle la grazia, aveva bisogno d’impegnare la catena prima della chiusura, perché suo marito doveva partire per Torino, dove il figlio maggiore era gravemente ammalato. Nulla valse a calmarla. Anche quando l’ebbero assicurato che poteva mettersi senz’altro in fila, continuò a singhiozzare e a chiamare: – Mamma del Carmine, aiutatemi –.

Molte di quelle donne, dimentiche della grossa tristezza di poco prima, si occupavano ora di lei, le più lontane mandavano accorati consensi e voti, le vicine le toccavano le spalle, le mani, le rassettavano i capelli con una loro forcina; e non si parla delle premure che rivolgevano ai due bambini, i prolungati e un po’ teatrali core ‘e mamma. Queste due creature, che potevano avere sì e no tre o quattro anni, sottili e bianche come vermi, avevano sul viso di cera certi sorrisetti così vecchi e cinici, ch’era una meraviglia, e ogni tanto guardavano di sotto in su, con un’aria maliziosa e interrogativa, quella loro frenetica madre. Una specie di movimento popolare portò subito quella donnetta, di cui ognuno sapeva ora vita e miracoli, davanti allo sportello, scavalcando la feroce burocrazia del turno. Ed ecco il dialogo che giungeva alle mie orecchie incantate:
IMPIEGATO, dopo aver osservato la catena, asciutto: – Tremila e
ottocento lire –. ZAGRELLARA: – Facìte quattromila, sì? –. IMPIEGATO: – L’ordine è questo, figlia mia –. ZAGRELLARA: – Ma mio marito debbe prendere il treno, ve ne scongiuro, teniamo un figlie malato e questi due piccerille… fatelo per l’Addolorata! – IMPIEGATO, tranquillissimo: – Tremila e ottocento… si ‘e vvulite… – e rivolto a un altro impiegato: – Amedeo, di’ a Salvatore che purtasse n’atu cafè… senza zucchero…

Con gli occhi infiammati, ma ora perfettamente asciutti, Antonietta
De Liguoro ripassò di lì a poco davanti a tutti, trascurando
fieramente, o forse senza affatto vederli, a causa della sua angoscia,
quelli che poco prima le erano stati vicini con la loro cristiana pietà.
La seguivano, attaccati con una manina alla veste, i due bambini di cui lei non mostrava neppure di accorgersi.
– Quella là, – disse l’agente a un giovanotto che aveva l’aspetto di
uno studente, e portava sottobraccio una borsa rossa, da cui usciva la frangia di un asciugamano, –
è un anno che suo marito parte col treno per Torino. Nun tene
nisciuno, a Torino…
Neppure il marito, tiene… nun Vo’ fa’ ‘a fila… e i’ nun ‘a dico niente… – Seguì con gli occhi l’abile zagrellara, che ora, fatta una breve sosta davanti alla cassa, scappava verso la porta, col denaro e il grigio foglio del pegno stretti al petto. Squallida e pietosa, la folla dimenticava se stessa, per accompagnare la presunta vittima con parole di conforto e indignazione contro un’antica ingiustizia, che ora
a tutti trapelava: – Gesù Cristo la deve consolare… quella Mamma
del Carmine l’aiutarrà…
Dio sopra la piaga mette il sale, – e sguardi di un odio astratto agli
sportelli e al soffitto, dove ciascuno vedeva passeggiare, tra le sottili
tele di ragno, le autorità locali e il governo.

Intanto, la voce indifferente di un impiegato aveva ricominciato a
chiamare: – Di Vincenzo Maria… Fusco Addolorata… Della Morte
Carmela…
Improvvisamente, si fece un gran silenzio, poi un mormorìo trasecolato, pieno d’infantile stupore, percorse le tre file dei Pegni nuovi. – Si può sapere che tenete? – chiese l’impiegato affacciandosi allo sportello. Nessuno gli badava.
Una farfalla marrone, con tanti fili d’oro sulle ali e sul dorso, era
entrata, chissà come, dalla porta sulle scale, sorvolando quella ressa di teste, di spalle curve, di sguardi affannati; e ora volteggiava… saliva… scendeva… felice… smemorata, non decidendosi a posare in nessun luogo. – Uh!… uh!… uh!… – mormoravano tutti.
– O’bbi lloco ‘o ciardino! – disse una donna al neonato che piangeva
lentamente con la testa contro la sua spalla. Una vecchia deforme, vicino alla porta, con la bocca piena di pane, cantava.

(Anna Maria Ortese, il mare non bagna Napoli)

 

Estratti di letture

Tra il sacro e il profano (Anna Maria Ortese)

E pur così piccola e scialba, legata come un topo al fango del suo cortile, Eugenia cominciava a respirare con una certa fretta, come se quell’aria, quella festa e tutto quell’azzurro ch’erano sospesi sul quartiere dei poveri, fossero anche cosa sua.
●●
Una donnetta tutta gonfia, come un uccello moribondo, coi neri capelli spioventi sulla gobba e un viso color limone, dominato da un grande naso a punta che cadeva sul labbro leporino, stava pettinandosi davanti a un frammento di specchio, e tra i denti stringeva qualche forcina. Sorrise, vedendomi, e disse: – Nu minuto –. La mia felicità nel vedere un sorriso simile in un luogo simile, m’indusse a riflettere qualche attimo se fosse o no sconveniente rivolgerle il titolo di signora. Non era che un enorme pidocchio, ma quale grazia e bontà animavano gli occhi suoi piccolissimi.
[…]
Guardavo la Lo Savio, e ne ritraevo continuamente gli occhi. Non sapevo, d’altra parte, dove posarli. Alla luce delle poche lampade, la vedevo meglio: regina della casa dei morti, schiacciata nella figura, rigonfia, orrenda, parto, a sua volta, di creature profondamente tarate,rimaneva però in lei, qualcosa di regale: la sicurezza con cui si muoveva e parlava, e un’altra cosa, anche, un lampo vivissimo in fondo agli occhietti di topo, in cui era possibile ravvisare, insieme alla coscienza del male e della sua estensione, certo tutto umano piacere di tenergli fronte.
Dietro quella deplorevole fronte esistevano delle speranze. Accortasi
del mio impaccio nel camminare, si affrettò a sfiorare con una mano
il mio gomito, ma senza toccarlo. Questo persistere di umiltà in un così continuo coraggio, questa dignità del tenersi distante da chi essa riteneva salvo, mi imposero una certa calma, e mi dissi che non avevo il diritto di mostrarmi debole.
Camminavamo lungo il corridoio del primo piano, verso le scale dei
cavalli, dirette al pianoterra, che secondo la mia guida era la cosa
più importante. In due parole, essa mi raccontò il perché dell’avversione di buona parte della popolazione femminile della Casa: era cominciata da quando la Lo Savio aveva deciso di dedicarsi all’ambulatorio, in quanto si sospettava che essa godesse le simpatie del Direttore, e traesse dalla sua attività vantaggi immediati, come medicine, che avrebbe rivendute, pacchi dell’ECA, e altro. – Da sei mesi ho abbandonato la casa e tutto, – mi confessò semplicemente, – mi faccio la capa, e scendo. Perché questa non è una casa, signora, vedete, questo è un luogo di afflitti. Dove passate, i muri si lamentano.
Non erano i muri, certo, era il vento che s’insinuava tra le grandi porte, ma pareva proprio che la grande Casa tremasse continuamente, in modo impercettibile, come per una frana interna, un’angoscia e un dissolversi di tutta la materia quasi umana che la componeva. Ora mi apparivano i muri bagnati, corrotti, tutti incrostazioni e cupe stille. Incontrammo due bambini che salivano rincorrendosi, con dei gesti osceni. Una donna che scendeva dal secondo piano, portando una bottiglia verde avvolta in un fazzoletto, come fosse un bambino, e comprimendosi con l’altra mano la guancia, da cui fuoriusciva una specie di bubbone, di fungosità rossiccia, forse prodotta dall’umido. Sentimmo a un tratto cantare, con una voce affannata, stranissima, un inno sacro in cui si lodava la bontà di esistere. – Questo è il maestro, – disse la Lo Savio, – un sant’uomo, una persona fina. Tiene l’asma da venticinque anni, e non può più lavorare. Ma quando si sente meglio, parla sempre di Dio.

●●
Sentimmo una chiara voce maschile, quella dell’annunciatore di Radio Roma, scandire: – E ora, cari ascoltatori… – poco dopo la voce di un cantante modulava le prime note di “Passione”. Come in tutta Napoli, anche qui il tono della stazione era tenuto altissimo, un po’ per l’avidità del rumore, caratteristica di questa popolazione, ma anche per il piacere tutto borghese di poter dimostrare ai vicini che si è in condizioni agiate, e ci si può permettere il lusso di un apparecchio potente.
[…]
Gridava la radio, come in tutti i quartieri della Napoli monarchica e traffichina, la domenica, verso l’una, quando si effonde intorno, per le stanze rassettate e lustre, piene di parenti e di gioventù che ritorna dalla Messa, l’antico e familiare odore di salsa e carne del “ragù”.

(Passi tratti da “Il mare non bagna Napoli”, Anna Maria Ortese)

Estratti di letture

Una sana e buona volgarità (Georges Simenon)

Angèle non era una donna raffinata. Era allegra, chiassosamente allegra. Adorava il cinema. Di pomeriggio ci andava da sola, e spesso, la sera, gli chiedeva di accompagnarla a vedere un altro film. Il sabato sera andavano a ballare.
Nelle domeniche estive prendevano il treno per fare una scampagnata nei dintorni, pranzavano fuori, conoscevano coppie simpatiche con le quali bevevano un bicchiere.
Avevano caldo. Erano sudati. Facevano il bagno nel fiume.
Angèle non sapeva nuotare e sguazzava vicino alla riva.
Quando rientravano avevano in bocca un sapore strano, un misto del fritto che avevano mangiato, delle foglie calpestate, del fango del fiume. A entrambi girava un po’ la testa, perché ci davano dentro col vino. Bouin sentiva la mano della moglie aggrappata al suo braccio farsi più pesante a mano a mano che si avvicinavano a casa.
«Sono a pezzi…».
Essere ubriaca la divertiva.
«Non ti senti le gambe molli?».
«No…».
«Scommetto che ti va di fare l’amore…».
«Perché no?…».
«Anch’io ne ho voglia, ma non so se ne avrò la forza… Peggio per te se mi addormento…».
Niente aveva importanza. Niente era grave e tanto meno drammatico. Capitava che la cena non fosse pronta, che il letto non fosse rifatto.
«Figurati che ho dormito quasi tutto il giorno… È anche colpa tua… Se non mi avessi strapazzata fino alle due del mattino…».
[…]
«Mi hai mai tradita?».
«Mi è capitato…».
«Ti capita ancora?».
«Di tanto in tanto, quando si presenta l’occasione… Attorno ai cantieri gironzolano quasi sempre delle ragazze…».
«Non ti vergogni di approfittare di loro?».
«No».
«Ti fa lo stesso effetto che con me?».
«Non esattamente».
«Perché?».
«Perché ti amo… Con le altre è come bere una gazzosa…».
«Se sapessero che cosa pensi di loro…».
«Non se la prendono… A volte ce le scambiamo anche…».
Chissà se anche Angèle lo tradiva. Émile preferiva non pensarci, ma non escludeva questa possibilità. Angèle aveva i pomeriggi liberi. Andava in centro, guardava le vetrine non per comprare, perché non se lo poteva permettere, ma per il solo gusto di farlo. Tentata da una qualsiasi locandina, entrava nel buio di un cinema.
E là forse qualche uomo ci provava… E non solamente i vecchi, per i quali è una specie di malattia, ma anche i
giovani, i militari in libera uscita.
«E tu non mi hai mai tradito?».
«Perché me lo chiedi?».
«Perché mi hai appena fatto la stessa domanda».
«E credi che ti darò la stessa risposta? Sei geloso?».
«Forse sì… Forse no…».
«E perché dovrei? Non ne ho bisogno, mi basti tu…».
Non era una risposta. A volte ci pensava, aggrottando la fronte, ma non si poteva dire che ne fosse angosciato.
Forse sì, forse no. A ogni modo, era una brava ragazza che faceva il possibile per renderlo felice.
E lui lo era. Non desiderava cambiamenti. La sua vita gli piaceva. Magari un giorno avrebbe comprato un’automobile per andare a spasso la domenica con Angèle, invece di prendere il treno o l’autobus.

Georges Simenon, il gatto

Estratti di letture

Nel tunnel (Ernesto Sabato)

“Ho molte cose da dirle”. Non opponeva resistenza: io mi sentivo come un fiume in piena che trascina un grosso ramo. Giungemmo nella piazza e cercai una panchina isolata. “Perché è fuggita?” fu la prima cosa che le domandai. Mi guardò con quell’espressione che avevo
notato il giorno prima, quando mi aveva detto “La ricordo costantemente”: era uno sguardo strano, fisso, penetrante, sembrava giungere dal profondo; quello sguardo mi ricordava qualcosa, degli occhi simili, ma non riuscivo a ricordare dove li avessi visti. “Non so,” rispose infine. “Vorrei fuggire anche adesso.” Le strinsi il braccio. “Mi prometta che non se ne andrà mai più. Ho bisogno di lei, ho un gran bisogno di lei,” le dissi.

Tornò a guardarmi come se mi scrutasse, ma non rispose. Poi volse lo sguardo verso un albero, lontano. Di profilo non mi ricordava nulla.
Il suo viso era bello, ma aveva qualcosa di severo. I capelli erano lunghi e castani. Fisicamente, non dimostrava più di ventisei anni, ma c’era in lei qualcosa che suggeriva un’età più matura, qualcosa tipico di chi ha vissuto molto; non i capelli bianchi né nessuno di quegli indizi puramente materiali, ma qualcosa di indefinibile e sicuramente di tipo spirituale; forse lo sguardo, ma fino a che punto si può dire che lo sguardo di un essere umano è qualcosa di fisico? Forse il modo di stringere le labbra, perché, anche se bocca e labbra sono elementi fisici, il modo di stringerle e certe rughe sono anche elementi spirituali. Non riuscii a precisarlo in quel momento, né potrei precisare adesso cosa fosse, in definitiva, ciò che dava quell’impressione di maturità. Forse poteva essere anche il suo modo di parlare. “Ho molto bisogno di lei,” ripetei. Non rispose: continuava a fissare l’albero. “Perché non parla?” le domandai. Senza smettere di fissare l’albero, disse: “Io non sono nessuno. Lei è un grande artista. Non vedo per quale motivo possa aver bisogno di me”.

Le gridai brutalmente: “Le dico che ho bisogno di lei! Mi capisce?”. Sempre fissando l’albero, sussurrò: “Ma perché?”. Non risposi subito. Le lasciai il braccio e rimasi assorto. Ma perché, in effetti? Fino a quel momento non me l’ero domandato con chiarezza, avevo piuttosto obbedito a una specie di istinto. Con un rametto cominciai a tracciare disegni geometrici per terra. “Non so,” mormorai dopo un lungo silenzio. “Non lo so ancora.” Riflettevo intensamente e con il rametto complicavo sempre di più i disegni. “La mia testa è un labirinto oscuro. A volte come dei lampi illuminano alcuni corridoi. Non riesco mai a sapere perché faccio certe cose. No, non è quello…” Mi sentivo abbastanza idiota: questo non era per niente il mio modo di essere.

Facevo un grande sforzo mentale: forse non ragionavo? Al contrario, il mio cervello era sempre in funzione, come un calcolatore; per esempio, in quella stessa storia, non avevo trascorso mesi a ragionaree a mescolare e a classificare ipotesi? E, in fondo, alla fine non avevo incontrato Maria grazie alle mie capacità logiche? Sentivo di essere a un passo dalla verità, davvero a un passo, ed ebbi paura di perderla: facevo uno sforzo enorme. Gridai: “Non è che non sappia ragionare! Al contrario, ragiono sempre. Ma lei provi a immaginare un capitano che controlla continuamente, matematicamente la propria posizione e segue la rotta verso la meta con rigore spietato. Ma che non sa per quale motivo si muove verso quella meta, capisce?”. Mi guardò un istante, perplessa; poi tornò a fissare l’albero. “Sento che lei sarà essenziale per ciò che devo fare, benché ancora non mi renda conto della ragione.” Ripresi a disegnare con il rametto e continuai a fare un grande sforzo mentale. Dopo un po’, aggiunsi: “Per il momento so che è qualcosa legato alla scena della finestra: lei è stata l’unica persona che le ha dato importanza”. “Io non sono un critico d’arte,” mormorò. Mi infuriai e gridai: “Non mi parli di quei cretini!” […].
Mi ascoltava sempre senza guardarmi e quando terminai rispose: “Lei si lamenta, ma i critici l’hanno sempre elogiata”.
M’indignai. “Peggio per me! Non capisce? E’ una delle cose che mi
hanno amareggiato e mi hanno fatto pensare di aver imboccato una strada sbagliata. Pensi per esempio a ciò che è successo in quella galleria: nessuno di quei ciarlatani si è reso conto dell’importanza di quella scena. Solo una persona le ha dato importanza: lei. E lei non è un critico. No, in realtà c’è un’altra persona che le ha dato importanza, ma negativa: me lo ha criticato, gli dà angoscia, quasi ripugnanza.

Invece, lei, sempre guardando davanti a sé, disse, lentamente: “E non potrei avere anch’io la stessa opinione?”.
“Quale opinione?”
“L’opinione di quella persona.” La guardai ansioso; ma il suo viso, di profilo, era imperscrutabile, con le mandibole serrate. Risposi con fermezza: “Lei pensa come me”.
“E cos’è che lei pensa?”
“Non so, non saprei rispondere neppure a questa domanda. Forse sarebbe meglio dirle che lei sente come me. Guardava quella scena come avrei potuto guardarla io al suo posto.”

Il tunnel, Ernesto Sabato

Estratti di letture

Note per una metamorfosi (Enrico Giannetto)

“L’uomo è ciò che mangia”, affermava il filosofo tedesco, critico del pensiero religioso, polemico contro il dualismo di anima e corpo, ispiratore di Engels e Marx, Ludwig Feuerbach (1804 – 1872) . E con questa affermazione vi introduco al testo seguente.

Ne “L’immortale”, racconto che apre la raccolta de L’Aleph di Borges, si delineava una sorta di consapevolezza dell’unità di tutta l’umanità nell’identificazione con Omero: era una falsa coscienza, seppure suggestiva. Non siamo purtroppo uno stesso e solo poeta, ma uno stesso assassino: siamo tutti uno stesso uomo, Adamo/Eva che ha mangiato il frutto proibito della vita animale sull’albero del mondo, diventando carnivoro; siamo tutti Caino che ha ucciso tutti gli altri animali, fratelli e sorelle viventi, per i propri fini.
Se è chiaro che il processo di ominizzazione, il processo che ha specificato il nostro modo di essere-nel-mondo come quello della specie umana rispetto ad altre possibilità evolutive, è praticamente coinciso con la scelta dietetica carnivora e onnivora, non si ha ancora chiara consapevolezza delle conseguenze antropologiche di questa scelta.
Forse si è iniziato a mangiare carne di carogne, di animali già morti, ma poi, da questo primo cambiamento di dieta, si è passati a considerare gli altri animali come potenziale cibo. Quando questo cambiamento di dieta è stato operato anche nella fase di gestazione dell’embrione o nella prima fase di sviluppo, secondo la nuova prospettiva che unisce la teoria dell’evoluzione alla biologia dello sviluppo (la prospettiva detta evo-devo), ha innescato una serie di regolazioni genetiche o vincoli genetici che comportano potenziali problemi (come la necessità di integrazione di vitamina B12) a chi oggi fa una scelta dietetica vegana. La dieta carnivora così realizzata nella fase di sviluppo, come in misura maggiore per altri animali predatori, impone dei vincoli genetici difficilmente reversibili che costituiscono un vero peccato originale biologico da cui è praticamente impossibile liberarsi.
Ma c’è di più: la riduzione di altri esseri viventi a una nuova forma di cibo, a fondo di riserve di energia per il nostro metabolismo vitale, non ha avuto e non ha conseguenze puramente dietetiche, ma cambia la totalità del nostro modo di essere-nel-mondo.
La fagocitazione di altri esseri viventi ridotti a nostri oggetti di uso e consumo diventa un paradigma di relazione con l’alterità a tutti i livelli, non solo interspecifici e con la Natura, ma anche intra-specifici.
Tutte le attività umane, prima che essere eros represso, come voleva Freud, alterazione della forza vitale-sessuale, costituiscono un’ipertrofia, un’espansione di una modalità nutritiva alterata alle altre sfere della vita: il rapporto uomo-Natura, il rapporto uomo-uomo, il rapporto uomo-donna, le relazioni sessuali e sociali, e finanche il pensiero e le varie pratiche simboliche diventano una diversa forma di fagocitazione violenta, reale o ideale-semiotica, una forma di nutrizione alterata e violenta.
Forse, come ha spiegato, con grande erudizione e perspicacia, Robert Eisler (11), l’uomo ha imitato altri animali predatori, in particolare i lupi, come testimoniato dai miti e da fonti classiche, ma poi l’uomo-allievo ha di gran lunga superato il lupo-maestro.
Homo homini lupus non sarebbe un mero detto specista formulato da Hobbes nel Seicento, ma il residuo di una consapevolezza ormai perduta di quel processo di omininizzazione che ha trasformato un pacifico, vegano, frugivoro uomo selvaggio delle origini in un predatore feroce. L’origine del costume di rivestirsi di pelli di altri animali non sarebbe stato causato da meri problemi termici, ma da una mimesi da predatore come il lupo, che arriva fino ai segni caratteristici di alcune uniformi naziste con riferimenti ai lupi. Gli episodi mitici o leggendari di licantropia avrebbero una base reale in questa pratica mimetica-predatoria violenta e feroce corrispondente all’abbandono del vegetarianesimo originario. Il masochismo e il sadismo, lo stupro e la violenza sessuale del branco, rappresentano in questa visuale delle alterazioni della sessualità secondo il paradigma della fagocitazione violenta di altri esseri, che ha distorto il piacere legato alla nutrizione in un piacere legato alla violenza predatoria e al corrispondente dolore dell’altro. Il piacere folle e criminale dell’uomo nei confronti degli altri uomini e delle donne è legato a questa alterazione del piacere legato alla nutrizione carnivora. La guerra e i genocidi sono spiegabili solo in termini dell’introiezione, all’interno della specie umana, ovvero a livello intra-specifico, della caccia e degli stermini di altri animali a livello inter-specifico. Il carnivorismo è la mutazione antropologica che sola può spiegarci la criminalità gratuita fino ad Auschwitz.
La rivoluzione agri-culturale e zoo-tecnica del Neolitico(12) rappresenta solo una regolamentazione della violenza predatoria e fagocitativa originaria, legittimata ideologicamente con la religione dei culti sacrificali, dove l’uccisione degli altri animali e il nutrirsene diventano degli atti rituali legittimati dalle divinità che, con le offerte, vengono chiamati in correità.
Tornare ad essere vegani o fruttivori significa anche cercare di restaurare la condizione originaria umana, come era prima della sua distorsione globale indotta dal carnivorsimo, cercare di liberarsi da tutte le violenze che derivano da quella violenza originaria che ha fatto di ogni nostro atto un atto predatorio e violento.

(Enrico R. A. Giannetto, da “Note per una metamorfosi”)

(11) Robert Eisler (1946-1949), Man Into Wolf – An Anthropological Interpretation of Sadism, Masochism, And Lycanthropy.
Routledge, London, 1951.

(12) Enrico R.A. Giannetto, Saggi di storie del pensiero scientifico, cit., pp. 37-41.

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A ciò aggiungo un ulteriore articolo, frutto di un Congresso, che spiega la correlazione tra la violenza e il mangiare carne.

Estratti di letture

Katerìna Ivànovna (F. Dostoevskij)

Era tipico di Katerìna Ivànovna dipingere subito chiunque le capitasse sottomano con i colori più belli e più smaglianti, coprirlo di lodi al punto che qualcuno si sentiva perfino a disagio, inventare a suo favore le più varie circostanze, del tutto inesistenti, credendo lei stessa in piena sincerità e buona fede alla loro esistenza, per poi d’un tratto disilludersi, troncare i rapporti, insultare e scacciare in malomodo la persona dinanzi alla quale, poche ore prima, si era letteralmente prosternata. Era facile al riso, allegra e pacifica di natura, ma in seguito alle incessanti disgrazie e avversità aveva cominciato a volere e a pretendere con tanta frenesia che tutti vivessero in pace e letizia, e non si permettessero di vivere altrimenti, che la più lieve dissonanza nella vita, il minimo insuccesso, la mettevano subito in uno stato di esaltazione; e in un baleno, dopo le più luminose speranze e fantasie, cominciava a maledire il destino, a rompere e a gettare per terra tutto ciò che le capitava sottomano, e a battere la testa contro il muro.

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Sarebbe difficile indicare con esattezza le ragioni per cui nella mente sconvolta di Katerìna Ivànovna era nata l’idea di quell’assurda commemorazione. Effettivamente, in quel modo se n’erano andati quasi dieci rubli, dei venti e più ricevuti da Raskòlnikov espressamente per il funerale di Marmelàdov.
Forse, Katerìna Ivànovna considerava suo dovere verso il defunto onorarne la memoria «come si deve», affinché tutti gli inquilini, e in particolare Amàlija Ivànovna, sapessero che egli era stato «non solo nient’affatto peggiore di loro, ma forse anche molto migliore», e che nessuno di loro aveva il diritto di «fare tanto il grande» davanti a lui. Forse, in questo giocava più di tutto quello speciale orgoglio dei poveri per cui, in certe cerimonie sociali obbligatorie per chiunque nel nostro modo di vivere, molti poveracci si spellano e spendono gli ultimi quattro soldi che hanno risparmiato, allo scopo di «non essere da meno degli altri» e non essere «criticati». È anche assai probabile che Katerìna Ivànovna desiderasse proprio in quell’occasione, proprio in quel momento in cui le sembrava di essere stata abbandonata da tutti a questo mondo, di mostrare a tutti quegli «inquilini cattivi e insignificanti» che lei non soltanto «sapeva vivere e sapeva ricevere», ma che per di più era stata educata per una vita di tutt’altro genere, nella casa «di un colonnello, una casa nobile e perfino aristocratica», dove non l’avevano certo abituata a spazzare lei stessa i pavimenti e a lavare di notte gli indumenti cenciosi dei bambini. Di questi parossismi di orgoglio e vanità cadono spesso preda le persone più povere e umiliate, per le quali, talvolta, diventano un bisogno assillante e irresistibile. Per di più, Katerìna Ivànovna non era una persona che si avvilisse: le circostanze potevano bensì distruggerla: ma abbatterla moralmente, cioè atterrirla e assoggettarne la volontà, questo no, era impossibile.

(F. Dostoevskij, Delitto e castigo)

Estratti di letture

Un rumore fioco (Anna Maria Ortese)

Anastasia dovette andare in camera sua a prendere un fazzoletto.
Aveva il cuore delicato come le corde di un violino, quel giorno, e a sfiorarlo suonava. Piangeva, non tanto di pietà per la defunta, che conosceva e apprezzava, quanto di dolcezza di fronte a questa vita, che si presentava così strana e profonda, quale mai l’aveva veduta, piena di sonorità ed emozione. Era come se avesse bevuto due o tre bicchieri di vino insieme, da qualche ora: tutto era così nuovo, così intenso nella sua semplicità quotidiana. Mai, mai si era accorta che visi e che voci avessero la madre, i fratelli, la gente. Per questo i suoi occhi erano pieni di lacrime: non perché donn’Amelia fosse stesa sul letto di morte, bianca in faccia e mite com’era sempre stata, ma perché in questa vita c’erano tante cose, c’erano la vita e la morte, i sospiri della carne e le disperazioni, le tavole imbandite e l’oscuro lavoro, le campane di Natale e le colline tranquille di Poggioreale. Perché, mentre giù si accendevano le candele, a un chilometro di distanza c’era il porto, con la nave di Antonio all’àncora, e Antonio stesso, che tanto le era stato caro, a quest’ora sedeva a tavola, in mezzo ai suoi parenti, pensando chissà chi e che cosa. E a un tratto si accorse che, in mezzo a tante emozioni, il suo pensiero più profondo era tornato calmo, freddo, inerte, come sempre era stato, e di Antonio e della vita stessa più non le importava.
Non si domandò perché fosse questo. Sedé ancora, come la mattina, sul letto, e guardando tranquillamente i particolari più disadorni e noti della stanza – quelle sedie, quei vecchi quadri, i ramoscelli secchi d’ulivo sul bianco dei muri – andava pensando come sarebbe stata la sua esistenza da qui a vent’anni. Si vide ancora in questa casa (non vide il proprio viso), sentì il suono appena irritato della sua voce chiamare i nipoti. Tutto sarebbe stato come oggi, in quel Natale fra vent’anni. Solo le figure, cambiate. Ma che differenza c’era? Si chiamavano ancora Anna, Eduardo, Petrillo, avevano le stesse facce fredde, prive di vita e di gioia. Erano gli stessi, anche se in realtà erano cambiati. La vita, nella loro razza, non produceva che questo: un rumore fioco.
Stupì, ricordando la grande festa della mattina, quell’affiorare di speranze, di voci. Un sogno, era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita… era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno.

(Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli)

Estratti di letture

La vergogna (Fëdor Dostoevskij)

Rammentava fin nei minimi particolari tutto quanto era successo il giorno prima e capiva che gli era accaduto qualcosa di straordinario; sentiva di aver accolto dentro di sé un’impressione del tutto nuova, che non somigliava a nessun’altra provata prima. Nello stesso tempo era pienamente consapevole che il sogno nato nella sua mente era completamente irrealizzabile, talmente irrealizzabile che ne provò perfino vergogna e si affrettò a pensare ad altri fastidi e perplessità di carattere più immediato, retaggio di quella «stramaledetta giornata di ieri».

Il ricordo più orribile era di come si era mostrato «vile e abietto», non solo per la sua ubriachezza, ma anche perché aveva ingiuriato dinanzi a una fanciulla, approfittando della situazione di lei e a causa di una gelosia stolta e precipitosa, il suo fidanzato, senza sapere nulla dei loro mutui rapporti e doveri e senza nemmeno conoscere bene quell’uomo. Che diritto aveva di giudicarlo con tanta fretta e impulsività? E chi lo aveva invitato a fare da giudice? Era forse possibile che una creatura come Avdòtja Romànovna si concedesse per denaro a un uomo indegno di lei? Quindi, quell’uomo doveva pur possedere delle buone qualità… L’alloggio?… Ma come poteva Lùžin sapere che era di quella specie? Stava pur preparando un appartamento… Puah, come tutto ciò era ignobile! Né bastava a giustificarlo il suo stato di ubriachezza… una ben misera giustificazione, che lo disonorava ancor di più! In vino veritas, ed ecco che tutta la verità era venuta a galla, cioè era venuto a galla tutto il fango del suo cuore invidioso e grossolano! E che diritto aveva di accarezzare un sogno simile, lui, Razumìchin?
Chi era mai, lui, in confronto a una tale fanciulla: lui, attacca brighe e ubriacone, che ieri s’era dimostrato anche un fanfarone? Com’era possibile un accostamento «così cinico e ridicolo»? Razumìchin arrossì violentemente a quest’idea, e a un tratto, come a farlo apposta, proprio in quel momento ricordò di aver detto loro, la sera prima, fermo sulla scala, che la padrona sarebbe stata gelosa di Avdòtja Romànovna… Questo poi era davvero troppo, era insopportabile! Con tutta la sua forza mollò un pugno alla stufa della cucina, facendosi male alla mano e rompendo una mattonella.

«Ma sì, certo,» mormorò fra sé dopo qualche istante, con un senso di profonda mortificazione, «ormai non c’è più rimedio a tutte queste porcherie… Tanto vale non pensarci, presentarmi davanti a loro in silenzio e… e fare il mio dovere, sempre in silenzio… E non chiedere scusa, non dire nulla… Ormai, naturalmente, tutto è perduto!».

(Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo)