Metaforicamente parlando

Nasciamo tutti sulla sabbia, chi su una sabbia che già scotta, chi su una sabbia che, prima o poi, scotterà, poiché la luce ed il calore del Sole arrivano ovunque.
Nasciamo per andare avanti, attraversando il mare, attratti da quell’orizzonte che sembra infinito ma, prima o poi, finisce; è lì che annega il Sole.
Andiamo avanti, dalla sabbia, immergiamo per la prima volta i piedi nell’acqua: per alcuni è fredda, per altri è tiepida, per altri ancora è calda. E più andiamo avanti, più l’acqua cresce, sempre di più, dai piedi alle gambe, dalle gambe alle cosce, dalle cosce all’addome, dall’addome al collo e così via. Andare avanti è superare il presente, verso il futuro, ma proveniamo pur sempre dall’attimo prima di quello che fu presente, ossia, il passato. Il passato è quest’acqua di mare che sale, sale, sale, sale. Allora c’è chi si sforza di imparare a nuotare, per non affogare: vivrà certamente più a lungo, eppure, scoprirà che ogni mare finisce. E c’è poi chi, invece, non ce la fa e rimane indietro, boccheggia, infine annega nelle acque passate: così, qualche corpo si perde negli abissi del mare, mentre la maggior parte torna da dov’è venuta, su una riva che non potrà che affacciarsi su di un mare, ancora una volta, l’ultima. Poiché il mare è il passato, e da esso non si fugge.

Una favola infantile

C’era una volta Finn, un amico di breve data. Il suo nome deriva dal gaelico e significa “dalla carnagione chiara”.
La storia di Finn è una storia difficile ma felice: selvatico, è fuggito dalla sua terra madre per essere confuso fra i finocchi. E vi chiederete “perché?”, perché mai farsi chiamare finocchio, e non Finn, annullando quindi la sua identità, e rischiare la pelle? Anzi, rischiare i gambi e la chioma verde? Per non parlare del suo tenerissimo cuore croccante!
Eh bene sì, Finn, sapendo che prima o poi sarebbe giunto alla sua fine, aveva comunque il desiderio di conoscere esseri viventi diversi dai suoi simili.
Così, è entrato in una casa di esseri umani per salutare, chiacchierare, conoscere, mettersi in posa e, infine, in una foto, farsi ricordare.
Perché, come bene sappiamo, non esiste la morte nel ricordo di chi ci ha amato. E Finn, sì, lui si è donato.

Ritratto di Finn

Pensavo fosse un incubo… invece era un sogno

Camminavo con i miei fratelli lungo Via Caracciolo, una delle famose vie di Napoli che si affacciano sul mare. Ero serena e mi guardavo attorno, osservavo le rocce e le onde che vi si infrangevano sopra. Poi, ad un tratto, la strada si è affollata sempre di più; andavamo tutti nella stessa direzione, ma era come se non stessi più camminando io da sola, mi stessi piuttosto facendo trasportare dalla gente, come un pesciolino in mezzo ai suoi simili travolti da una corrente.
Camminavamo con passo sempre più svelto, come se stessimo avanzando per un premio, o stessimo fuggendo da qualcosa, finché ci siamo ritrovati su di un palco, sì, un palco di legno.
Il palco non sembrava molto resistente, al contrario: traballava, forse a causa del peso delle troppe persone. Qualcuna cominciò ad agitarsi, qualche altra alzava la voce quando, improvvisamente, scoppiò un incendio da un lato del palco, mangiando il legno pian piano.
Io ero lì, con i miei fratelli vicino, bloccata in mezzo ad una massa di persone, e tentavo di capire cosa fosse giusto fare, come se fossimo tutti una cosa sola, come se la vita di un singolo dipendesse dalla vita di tutti e viceversa.
Una voce urlò: “Dobbiamo muoverci! Non possiamo aspettare che l’incendio si propaghi come l’altra volta!
Un’altra voce: “State calmi, se ci agitiamo l’incendio farà prima a raggiungerci!”
Un’altra voce ancora: “Ma non possiamo restare fermi! Muoviamoci dove le fiamme non sono ancora arrivate!”
E così fu. Ci muovemmo lungo una strada in discesa, seppure stretta e tortuosa, mentre l’incendio spariva alle nostre spalle. Arrivati in una piazza, le persone si dispersero, ognuna verso la propria meta, e non ne vidi più nemmeno una.
Camminai per un poco con i miei fratelli lungo una strada che non ricordavo di conoscere, non affacciava sul mare, e tutto era in ordine. Arrivammo davanti a dei tavoli di un bar, così pensai che se ci fossimo seduti avremmo dovuto ordinare qualcosa ma, nel frattempo, mio fratello stava già avvicinando dei tavoli e delle sedie per stare tutti vicini. Allora ci sedemmo, ero ancora un poco scossa per l’incendio, ma l’atmosfera era calma e mi feci travolgere da quella pace apparente. Arrivò poi un cameriere, nella sua bella divisa, con una tovaglia appoggiata sull’avambraccio, disponendo in ordine posate e piatti, ma senza mai alzare lo sguardo verso di noi, come se non esistessimo.
Alla fine mi guardai attorno, le strade erano vuote, regnava una pace quasi surreale, guardai mio fratello, mia sorella, guardai i piatti pronti sui tavoli, il cameriere che stava andando via solo per tornare a mani piene, probabilmente.
Una voce fuori campo, o forse io stessa nella mia mente pensai: “Ci basta così poco, ma di cos’altro avrei bisogno…”, allora mi commossi, ripensando al pericolo appena scampato e a quanto sia preziosa la vita.
Pensavo fosse un incubo, e invece era un sogno.

Come falene

La vita è bella perché non si fa afferrare, ma puoi vederne la luce, sentirne il calore. Puoi andarci contro e farti male senza però morire, come fanno le falene contro la luce di un lampione; esse vivono convinte che quella luce artificiale sia quella lunare, ed è proprio così che vengono disorientate, eppure continuano imperterrite ad alimentare il proprio sogno reale.

Don_arsi

16 marzo 2016

Donare se stessi agli altri è esprimere il proprio valore; da ciò si deduce che, il proprio valore, può accrescere infinitamente soltanto in proporzione all’amore che si decide di donare.
L’amore è dunque come una fiamma: per tenerla in vita bisogna alimentarla, per poi trarre beneficio dal calore che emana.
Una volta colta la grandezza di ciò, una sola vita sembrerà non bastare per donare tutto l’amore possibile, ma sarà abbastanza per tenere in vita la fiamma.

Il cuore non invecchia mai

25 febbraio 2015

Alice si sveglia sempre molto presto, nonostante poi si ricordi che non ha alcun luogo dove recarsi se non in cucina, per preparare una tazza di caffè, macchiato preferibilmente, come piaceva al suo unico grande amore che da circa sette anni riposa beato nell’alto dei cieli. Alice sorseggia lentamente quella tazza di caffè, ed è come se in bocca sentisse ancora il sapore dei baci suoi, amari e dolci al tempo stesso; avverte la sensazione che lui le sia ancora accanto, che le accarezzi i capelli e, come sempre, le sussurri quanto siano belli, subito dopo i suoi occhioni verdi, ovviamente. Oggi quegli occhioni verdi Alice li ha ancora, ma sono più stanchi e vedono sempre poco, spesso sono tristi, altre volte malinconici, immersi nel vuoto.
Dopo il caffè, si prepara per un’altra giornata tranquilla, accompagnata dal suo ormai unico amico di viaggio, il chiassosissimo silenzio, che mai si sarebbe aspettata di vivere, o, almeno, non così presto.
Nonostante la sua età e i suoi acciacchi, dentro Alice si sente donna, una donna che desidera ancora di essere guardata mentre cammina per le strade di Roma, invece si sente come un misero fantasma in balìa della fretta e del caos del mondo. Le piacerebbe truccarsi con la stessa attenzione e bravura di quando aveva i suoi ingenui e timidi vent’anni. Le piacerebbe correre forte e sentirsi il vento in faccia, sognare e inventarsi il suo futuro, sfoggiare abiti ancora troppo nuovi, viaggiare senza meta, ridere con le amiche, guadagnarsi del tempo tutto per sé solo per perderlo.
Oggi Alice ha tutto il tempo del mondo, ma non è lo stesso, non sa di che farsene se non ha nessuno con cui condividerlo.
Alice si sente un’incompresa, si sente a volte derisa e guardata con occhi di compassione, quando invece vorrebbe urlare al mondo intero che non desidera le si venga ricordato quanti anni abbia, cosa non può più fare, né quali medicine deve prendere.
Eppure da giovane era un’infermiera, stimata da tutti e fiera della sua persona, sempre felice di curare gli altri non quanto deve curare se stessa, oggi.
Alice non accetta la vecchiaia, le condizioni che questa comporta, svegliarsi al mattino e trovare il letto bagnato di pipì, affaticarsi semplicemente passeggiando, dimenticare le cose.
In particolare, teme di dimenticare i suoi più bei ricordi, ché è tutto quello che le resta. Vorrebbe confidarli a qualcuno, affinché regalino un sorriso, motivo in più per vivere ancora, ma non ha nessuno a cui raccontare le sue memorie.
Vede la sua vita cadere rapidamente in picchiata, come fosse un aeroplano. Avrebbe preferito caderci, sì, ma stringendo la mano del suo amato, perché in due si è sempre più coraggiosi.
Perché quando c’è l’amore la morte non esiste, o, se proprio deve esistere, dovrebbe essere il solo ed unico pretesto per amarsi ancora più forte.