Una nuova favola infantile

Dopo la favola di Finn, oggi vi racconto la storia di Giò.

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C’era una volta Giò, un giovane orologio che dimorava intorno al braccio della sua padrona, già stanco e annoiato di stare sempre in funzione, come se nella vita avesse poi fatto altro e non ciò per cui fu ideato.
Un giorno, la sua padrona lasciò Giò nelle mani della figlioletta piccola, poiché ella insisteva per giocarci. La bambina allora correva e giocava con Giò stretto al suo polso, ma ciò non entusiasmava il giovane orologio, il quale si sentiva allo stesso modo annoiato seppure più movimentato. Ad un tratto, però, la bambina prese a giocare con l’acqua e, immergendo le sue manine in acqua, l’acqua arrivò a Giò che, in un colpo, smise di ticchettare. In un primo momento, gli sembrò strano non sentire più il suo ticchettìo, come naturalmente un cuore fa tum tum e batte di continuo, poi, cominciò a sentirsi libero dalle sue funzioni.
Ma Giò non sapeva che non era stato progettato per questo, starsene in silenzio, e dunque presto percepì il vuoto contenuto in quel silenzio; nulla più pareva avere senso, in assenza del suo personalissimo battito, in assenza del tempo e della sicurezza che quest’ultimo gli aveva sempre garantito, per il quale, di più, inconsciamente viveva. Trascorse, così, le ore più brutte della sua vita, incapace di contarle: proprio per questo contarono di più, apparendogli infinite nella loro fermezza.
Insieme al ticchettìo, Giò perse anche i sensi via via che l’acqua gli entrava dentro, fino a quando si risvegliò come nuovo, tra le calde mani di un umano che lo aveva preso in tempo, a dispetto di quest’ultimo che Giò aveva perso.
L’umano l’aveva asciugato, gli aveva anche cambiato la batteria, ridonandogli nuovamente la propria voce la quale Giò sentì cara e meravigliosa, perché non le aveva mai dato, prima d’ora, un così profondo e sincero ascolto.

In ogni cosa

Ogni cosa che tocchiamo si fa sentimento dentro noi, anche quando non ce ne accorgiamo, quando siamo sordi al richiamo dei sensi, ma lo scopriremo a distanza di tempo.

Opera di Slava Fokk

L’intimità del silenzio

Mi chiese cosa avessi di diverso dalle altre, con un’aria che sembrava di sfida, o più che altro divertita se non beffarda, ma non seppi cosa rispondergli, o meglio, non volli: le parole non sarebbero bastate a di-fendermi. Confidai nella purezza del silenzio, che sentivo così mio, intimo, modesto. Ma solo io percepii la forza contenuta in quel silenzio: trascurai il fatto che l’intimità non è un linguaggio comprensibile da chiunque, e che ha bisogno di tempo per maturare ed essere colto come si fa per ogni frutto che non si voglia duro, insapore, acerbo. È necessaria una certa tenerezza per ac-cogliere l’intimità del silenzio.

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Disegnino creato con poco impegno, ma esplicativo. Il calore, proprio come il tempo, renderà maturo il “frutto”.

 

 

Ri-costruzione di un temp(i)o

Un uomo forte ha il potere di vivere l’attimo; una donna forte ha il potere di guardare l’oltre: proiettandosi nel futuro. Insieme dunque, l’uomo e la donna, formano l’uno il presente e l’altra il futuro. Allora, qualcuno, direbbe: “E il passato? Che ne sarà del passato?”. – “Andrà avanti, come dimenticato ma nuovo: ramificazione dei due, il nascituro.”