In prosa & poesia

Il bisogno di cadere

Talvolta si vorrebbe sfidare il tempo, superarlo senza crescere. Ma strappare una foglia prima che sia cresciuta tutta, e sia giunta al suo termine, non farà sì che l’autunno arrivi prima, improvvisamente.

Talvolta si avverte il bisogno di cadere, come foglie, e di farsi trasportare, per provare l’ebrezza di volare e la carezza del cielo che ti porti fino al mare.

Illustrazione di Diana Pedott.

Estratti di letture

Stagioni che vengono, stagioni che vanno (G. D’Annunzio)

Eravamo in settembre. L’estate era per morire. Era prossimo l’equinozio d’autunno, il più dolce tempo dell’anno, quel tempo che sembra portare in sé una specie di ebrietà aerea diffusa dalle uve mature. L’incanto mi penetrava a poco a poco, mi ammolliva l’anima; qualche volta mi dava un bisogno smanioso di tenerezze, di espansioni delicate. Maria e Natalia passavano lunghe ore con me, sole con me, nelle mie stanze o fuori per la campagna. Io non le avevo mai amate d’un amore così profondo e così gentile. Da quegli occhi impregnati di pensiero appena consciente mi scendeva qualche volta nell’intimo spirito un raggio di pace.
[…]
Il giardino non aveva più le sue miriadi di grappoli turchinicci, non aveva più la sua delicata selva di fiori né il suo profumo triplice armonioso come una musica, né il suo riso aperto, né il clamore continuo delle sue rondini.
Non altro aveva di lieto se non le voci e le corse delle due bambine inconsapevoli. Molte rondini erano partite; altre partivano. Eravamo giunti in tempo per salutare l’ultimo stormo.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Qualcuno era infranto, e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. L’ultimo stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancóra qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su l’orlo del canale, talune rivolte col becco altre col dorso, per modo che le piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, così aspettando, gittavano nell’aria calma i richiami. E di tratto in tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E s’approssimava l’ora della dipartita. I richiami cessavano. Un’occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti.
Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e là, trattenute dalla creta, tremolavano.

L’innocente, di Gabriele D’Annunzio