Poesie altrui

Nove poesie di Fernanda Romagnoli

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.

Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se qualcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito “Sto per piangere!”
e all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

**

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte:
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.

**

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…

**

Mi scinderò dalla perpetua danza,
dal flusso senza fine che mi porta,
creatura di lucente libertà
– io – che piangete morta.
Invaderò la casa: un solo giro
come fa il lampo.

In consistenza d’aria
assumerò il colore d’ogni stanza.
Senza toccar le cose – non ho mani –.
Senza lasciare firme sugli specchi
– non ho respiro –.

Vi stupirà la tenda
che ferma taglia un brivido,
il vermiglio tumulto dei gerani,
lo scompiglio dei libri nell’eremo
della scansia. Poi, subito riemersi
come statue da un vento:
<> attoniti
vi chiederete. Diletti, non v’offenda
se durerà il mio avvento solo l’attimo
di rifluire via.

**

Povero corpo, e sempre
sei campo di battaglia.
Senza riguardo, senza pietà s’accalcano
su te a scontrarsi strane compagnie,
rissose armate al soldo
di più padroni, giù d’ogni confine…

Alle rime preferisce le assonanze,
abbonda in metafore di abbagliante potenza,
ossimori, anafore: sono la sostanza del suo canto
insieme alla piccola quotidianità del presente,
agli oggetti più banali che ci ancorano al passato
e aprono spiragli di cui l’anima approfitta per colare via.

Talvolta, triste segugio, torna
a fiutare nel buio, e raspa e muògola
canti d’amore là dove fu la piaga.

**

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto.
Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice! Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
crescendomi a tormenti.

**

Mia madre celebrava la mattina
con un caffè solitario.
Filtravano dalla cucina
neri aromi in un chiaro di gesso.
Toccavano rumori la parete
per farsi indovinare
da me, che silenziosa
sorridevo nel buio «vi conosco!»

Mia madre la mattina
stava sola di là, come Dio
sta sulla terra e sul mare.
Prendeva il giorno nelle sue mani rosse.
Ribattezzava oggetto per oggetto,
assegnava alle cose il loro posto.
Come farà, che adesso
sola fatica delle sue mani è stare
incrociate sul petto.

**

I piccoli oggetti, i piccoli
amici-schiavi, che tirano
troppo in lungo la vita! Miei cari,
vi licenzio in tronco. È più dura
forse per me: ma chi monco,
chi gobbo, chi spelato da lebbra;
e il mazzo di chiavi risputato
da ogni serratura.

Gli ipocriti inermi! Bisbigliano
Aiuto, pietà.
E s’uncinano a tutti gli appigli,
a tutti i ricordi come labbra
s’attaccano, come vermi.

Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!
Non sarà un lungo viaggio.
In cantina, il bel dormitorio.
Col teatrino dei topi, il tanfo
del vino, la grata
(tarlata) del parlatorio

per la piuma, per la foglia di passo.
Tra vecchi fratelli… Diciamo
che a noi padroni va peggio,
quand’è l’ora nostra… ma adesso
muoviamoci, andiamo.

**

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.

**

“Il masochismo autopunitivo di Fernanda, derivato dal senso di colpa per essersi ribellata alla mutilazione della sua anima operata da una cultura patriarcale e maschilista, non solo l’ha condotta a una morte precoce, ma ha fatto del suo meglio per uccidere anche la sua opera.
Fernanda sembra davvero aver scritto il suo destino: quello di essere eternamente messa da parte.”

La scrittrice Donatella Bisutti, sulla poetessa Fernanda Romagnoli (Roma, 5 novembre 1916 – Roma, 9 giugno 1986).

Moglie di un militare, che seguì nei frequenti trasferimenti in diverse città italiane, la Romagnoli visse sempre in una condizione di grande isolamento.
Riservata come persona, trascurata come poeta.
Poetessa dal dettato classico e composto, animato da una malinconia pensierosa e da un’ironia (e autoironia) intelligente e mai sarcastica, attenta alla quotidianità senza diventare noiosamente e minuziosamente prosastica.
Il distacco, da persone e cose, è un tema costante nella poesia di Fernanda Romagnoli: “L’arte di perdere” di cui parlava Elizabeth Bishop, diventa in lei quasi un dovere morale, un’abitudine da assumere per evitare l’ansia del possesso, e per imparare ad accettare la rinuncia, e l’addio ‒ più o meno definitivo ‒ da chi si ama. La morte, quindi, come mistero impenetrabile e inaccettabile, conclusione crudele di un ciclo vitale negli esseri animati e inanimati.

Ammalatasi di epatite durante la seconda guerra mondiale, viene operata al fegato nel 1977. Nonostante i ripetuti ricoveri che le impediscono di dedicarsi completamente alla produzione di versi, riesce ancora a pubblicare un’ultima raccolta di poesie inedite.
La poetessa morirà il 9 giugno del 1986, all’età di 70 anni.

La sua opera, trascurata per molti anni, fu rivalutata da mportanti critici e letterati, come Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni, quale una delle più valide della Poesia femminile del ‘900.

Estratti di letture

Sempre solo (Elsa Morante)

La benignità della stagione inaspriva il mio umore: nell’inverno, nella tempesta sarei stato più contento. Le grazie primaverili dell’isola, che gli altri anni mi piacevano tanto, m’ispiravano quasi una rabbiosa ironia, mentre m’arrampicavo e ridiscendevo per quelle rocce e quei
prati con le mie lunghe gambe, simile ad un camoscio o a un lupo, in una turbolenza continua che non trovava sfogo. In qualche momento, l’allegrezza trionfale della natura mi vinceva, trascinandomi a esaltazioni straordinarie. I fiori fantastici dei vulcani, che invadevano ogni pezzo di terreno incolto, sembravano spiegarmi per la prima volta certi motivi deliziosi della loro forma e dei loro colori, invitandomi a una festa gioiosa, cangiante… Ma subito mi riprendeva la solita collera sconsolata, resa più acre dalla vergogna di quel mio vano trasporto. Non ero una capra, o una pecorella, per saziarmi d’erbe e di fiori! E per vendicarmi, devastavo il prato, strappando i fiori, pestandoli ferocemente sotto i piedi.
La mia disperazione somigliava alla fame e alla sete, pur essendo cosa diversa. E dopo aver tanto sospirato di arrivare a una maggiore età, quasi rimpiangevo le mie età di prima: che cosa mi mancava, allora? niente. Avevo voglia di mangiare: e mangiavo. Avevo voglia di bere: e bevevo. Desideravo divertirmi: e me ne andavo sulla Torpediniera delle Antille. E l’isola, per me, che cos’era stata, finora? un paese d’avventure, un giardino beato! ora, invece, essa mi appariva una magione stregata e voluttuosa, nella quale non trovavo da saziarmi, come lo sciagurato re Mida.
Mi prendevano voglie di distruzione. Avrei voluto poter esercitare un mestiere brutale, per esempio, lo spaccapietre, per occupare il mio corpo, dal mattino alla sera, in una qualche azione futile e violenta, che mi distraesse, in qualche modo. Tutti i piaceri della bella stagione, che una volta mi bastavano, mi apparivano insufficienti, irrisori; e non c’era nessuna cosa ch’io facessi senza una volontà d’aggressione e di ferocia. Mi tuffavo nel mare con atti bellicosi, alla maniera d’un selvaggio che si butti sull’avversario stringendo un coltello fra i denti; e, nuotando, avrei voluto rompere, devastare il mare! Poi saltavo sulla mia barca, remando all’impazzata verso il largo; e là, nell’alto mare, mi davo a cantare disperatamente con la mia voce scordata, come se urlassi delle parolacce.
Al ritorno, mi stendevo sulla rena assolata, che somigliava a un bel corpo di seta, nel suo tepore carnale. Mi abbandonavo, quasi cullato, alla leggera stanchezza del mezzogiorno; e avrei voluto abbracciarmi con la spiaggia intera. A volte, dicevo tenerezze alle cose, come fossero persone. Incominciavo a dire, per esempio: — Ah, bella rena mia! spiaggia mia! luce mia! — e altre tenerezze più complicate, addirittura da pazzo. Ma era impossibile abbracciare il grande corpo della spiaggia, con la sua innumerevole sabbia vetrina, che sfuggiva fra le dita. Là presso, un mucchio d’alghe, macerate dai salino primaverile, mandava un odore dolce e
fermentante, come di muffa sull’uva; e io, quasi fossi diventato una gatta, mi divertivo a mordicchiare, a sparpagliare furiosamente quelle alghe. Troppa era la mia voglia di giocare: con chiunque, magari anche con l’aria! E occhieggiavo al cielo, aprendo e richiudendo forte le palpebre. Il puro azzurro disteso su di me sembrava avvicinarsi, trapungendosi come un firmamento, poi incendiarsi in un gran fuoco unico, poi farsi nero d’inferno… Mi rivoltavo sulla rena ridendo: la vanità di questi giochi mi esacerbava.
Allora, ero preso da una compassione quasi fraterna di me stesso. Tracciavo sulla rena il nome: ARTURO GERACE aggiungendo È SOLO; e ancora, di seguito, SEMPRE SOLO.
[…]
Da vecchi, poi, lo so, simili tragedie risultano, più che altro, comiche; e se si vuole, adesso, a distanza anch’io ne rido. Ma bisogna riconoscere che non è facile passare le ultime frontiere di quella pessima età ingrata senz’aver vicino nessuno a cui confidarsi: né un amico, né un parente! Allora, per la prima volta nella mia vita, io sentii davvero tutta l’amarezza di esser soli.

Elsa Morante, L’isola di Arturo

Arte

Quando l’arte e la letteratura si incontrano

“Lasciati guidare soltanto dai sentimenti. Abbandonati alla tua prima impressione. Se sei stato davvero toccato, trasmetterai agli altri la sincerità della tua emozione.”

Jean-Baptiste-Camille Corot (1796 -1875)

La solitudine. Ricordo di Vigen, Limousin. Olio su tela, datato 1866, di Jean-Baptiste-Camille Corot

In prosa & poesia

Zittu zitto

Zittu zitto
‘o fuoco sta ‘int’ ‘a muntagna,
zittu zitto ‘o chiovere
s’incuraggia,
accussì ‘a fiamma
saglie, ma sulagna:
sulitaria s’arraggia,
sotto a l’acqua,
e se stuta ogni speranza.

•••

Zitto zitto
il fuoco sta nella montagna,
zitta zitta la pioggia
s’incoraggia,
così la fiamma
sale, ma solitaria:
sola si arrabbia,
sotto l’acqua,
e si spegne ogni speranza.

Estratti di letture

Un’intuizione di Sinclair (Hermann Hesse)

Come una fiamma tagliente m’investì a questo punto l’intuizione che ognuno ha un compito, ma nessuno quello che egli stesso ha potuto scegliere, circoscrivere e amministrare a volontà. È errato aspirare a nuovi dei, assolutamente errato voler dare qualche cosa al mondo. Per gli uomini illuminati non esiste nessunissimo dovere, tranne uno: di cercare se stessi, di consolidarsi in sé, di procedere a tentoni per la propria via dovunque essa conduca. Ciò mi scosse profondamente e portò a questo risultato: molte volte avevo giocato con le visioni dell’avvenire, avevo sognato parti che mi potevano essere destinate, una parte di poeta o di profeta o di pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Io non ero al mondo per fare il poeta, per predicare o dipingere, né questi compiti erano assegnati ad altri. Tutto ciò è secondario. La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di arrivare a se stesso. Finisca poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente. Affar suo è trovare il proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto e senza fratture dentro di sé. Tutto il resto significa soffermarsi a metà, è un tentativo di fuga, è il ritorno all’ideale della massa, è adattamento e paura del proprio cuore. Terribile e sacra sorse davanti a me la nuova immagine mille volte intuita, forse già espressa, eppure soltanto ora vissuta. Io ero un parto della natura lanciato verso l’ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, e il mio compito consisteva unicamente nel lasciare che quel parto si evolvesse dal profondo, nel sentire dentro di me la sua volontà e nel farlo mio.
Avevo già assaporato molta solitudine. Ora ebbi l’impressione che ne esistesse una più profonda e fosse inevitabile.

Demian – Storia della giovinezza di Emil Sinclair, un romanzo di formazione, scritto da Hermann Hesse, pubblicato la prima volta nel 1919 presso l’editore Fischer sotto lo pseudonimo di “Emil Sinclair”.

Poesie altrui

Dieci poesie di Fernando Pessoa

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.

**

Dicon che fingo o mento
quanto io scrivo. No:
semplicemente sento
con l’immaginazione,
non uso il sentimento.

Quanto traverso o sogno,
quanto finisce o manco
è come una terrazza
che dà su un’altra cosa.
È questa cosa che è bella.

Così, scrivo in mezzo
a quanto vicino non è:
libero dal mio laccio,
sincero di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge.

**

Il sonno è dolce, ma il mezzo-sonno
lo è ancor di più. Saper
di stare in quel lucido abbandono
è come la brezza che all’ombra si diverte.

Amare è dolce, ma il forse-amare
lo è ancor di più. È come stare
sul ridente ponte di una nave
guardando senza vederli il cielo e il mare.

Dolce è la vita, ma che un’altra
migliore ce ne sia, lo è ancor di più.
È come una margherita fra le erbacce:
la scorgi, e l’intera campagna si abbellisce.

Così pensai, sotto lo stormire di alti
rami, e il lieve e incerto ponentino
mi dettava pensieri più felici
di quanto ogni felicità ci possa dare.

Poco si sa di quel che c’è o che siamo.
Niente sappiamo di quello che ci aspetta.
Per alcuni la vita è il frutto ben maturo,
per altri, solo la fioritura.

**

Ricordo bene il suo sguardo.
Attraversa ancora la mia anima
Come una scia di fuoco nella notte.
Ricordo bene il suo sguardo. Il resto…
Sì, il resto è solo una parvenza di vita.

Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente
E non ho incontrato amici con i quali parlare.
D’improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste,
così triste che mi è parso di non poter vivere
un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi,
ma solo perché sarebbe stato impossibile
vivere il giorno dopo e questo è tutto.

Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona.
Mi duole vivere in una situazione di disagio.
Debbono esserci isole verso il sud delle cose
Dove soffrire è qualcosa di più dolce,
dove vivere costa meno al pensiero,
e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole
e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali
né al giorno del mese o della settimana che è oggi.

Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale
che accompagna col piede la melodia delle canzoni
che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.

**
Capisco quanto son solo
se per un attimo dimentico
di esistere fra gli altri che soli
lo sono come me, ma loro
sono soli da sempre.

E se sento fino a che punto
sono solo davvero,
mi sento libero ma triste,
libero vado dove vado,
ma dove vado nulla esiste.

Credo però che la vita,
se la intendiamo bene,
sia tutta così, tutta così.
Per questo mi passo accanto
come a una cosa dimenticata.

**

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.

La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.

La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.

Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.

Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

Oh, andiamo a cercare l’Altrove.

**

Non fluì dalla strada del nord
né dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.
Egli apparve all’improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all’improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.
La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.
In un luogo molto lontano,
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.
Risposta a quel desiderio
che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata.
La sposa felice capì
d’essere malmaritata,
L’appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,
la fanciulla e il ragazzo furono felici
d’aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.
In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lascia polvere senza terra,
la prima ora dell’anima gemella,
quella parte che ci completa,
l’ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità lambite
la luminosa inquietudine
migliore del riposo.
Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.
Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro estatica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.
Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell’ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,
improvvisamente ciascuno ricorda –
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere –
la melodia del violinista pazzo.

**

Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.

**

I miei pensieri sono qualcosa che la mia anima teme.
Fremo per la mia allegria.
A volte mi sento invadere da
una vaga, fredda, triste, implacabile
quasi-concupiscente spiritualità.
Mi fa tutt’uno con l’erba.
La mia vita sottrae colore a tutti i fiori.
La brezza che sembra restia a passare
scrolla dalle mie ore rossi petali
e il mio cuore arde senza pioggia.
Poi Dio diventa un mio vizio
e i divini sentimenti un abbraccio
che annega i miei sensi nel suo vino
e non lascia contorni nei miei modi
di vedere Dio fiorire, crescere e splendere.
I miei pensieri e sentimenti si confondono e formano
una vaga e tiepida anima-unità.
Come il mare che prevede una tempesta,
un pigro dolore e un’inquietudine fanno di me
il mormorio di un incalzante stormo.
I miei inariditi pensieri si mescolano e occupano
le loro interpresenze, e usurpano
gli uni il posto degli altri. Non distinguo
nulla in me tranne l’impossibile
amalgama delle molte cose che sono.
Sono un bevitore dei miei pensieri
l’essenza dei miei sentimenti inonda la mia anima…
La mia volontà vi si impregna.
Poi la vita ferma un sogno e fa sfiorire
la bellezza nel dolore dei miei versi.

**

Tra il sonno e il sogno
tra me e colui che in me
è colui che suppongo,
scorre un fiume interminato.
È passato per altre rive,
sempre nuove più in là,
nei diversi itinerari
che ogni fiume percorre.
È giunto dove oggi abito
la casa che oggi sono.
Passa, se io medito;
se mi desto, è passato.
E colui che mi sento e muore
in quel che mi lega a me
dorme dove il fiume scorre –
questo fiume interminato.

•••

Fernando António Nogueira Pessoa, nasce a Lisbona il giorno 13 giugno 1888 da Madalena Pinheiro Nogueira e Joaquim de Seabra Pessoa, critico musicale d’un quotidiano cittadino. Il padre muore nel 1893. La madre si unisce in seconde nozze nel 1895 con il comandante Joào Miguel Rosa, console portoghese a Durban: Fernando trascorre così la giovinezza in Sudafrica.

Nel continente nero Fernando Pessoa compie tutti gli studi fino all’esame d’ammissione all’Università di Città del Capo. Torna a Lisbona nel 1905 per iscriversi al corso di Filosofia della facoltà di Lettere: dopo una disastrosa avventura editoriale, trova lavoro come corrispondente di francese e inglese per varie aziende commerciali, impiego che manterrá senza obblighi di orario per tutta la vita. Intorno al 1913 inizia a collaborare a varie riviste, come “A Aguia” e “Portugal Futurista”, avendo al suo attivo letture significative, dedicate soprattutto ai romantici inglesi e a Baudelaire; intraprende quindi un’attività letteraria iniziata quand’era ancora studente presso l’università di Città del Capo, che consiste in prose e poesie scritte in lingua inglese.

Intorno al 1914 appaiono gli eteronimi Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos. Gli eteronimi sono autori fittizi (o pseudoautori), che posseggono ognuno una loro personalità: il loro “creatore” viene chiamato ortonimo. In Pessoa è del periodo dell’infanzia la comparsa del primo personaggio di fantasia, il Chevalier de Pas, attraverso il quale scrive lettere a se stesso, come è affermato nella lettera dell’eteronomia a Casais Monteiro.

Nel 1915 con Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado e altri, Pessoa dà vita alla rivista d’avanguardia “Orpheu”, che riprende esperienze futuriste, pauliste e cubiste; la rivista avrà vita breve, tuttavia susciterà ampie polemiche nell’ambiente letterario portoghese, aprendo di fatto prospettive inedite fino ad allora all’evoluzione della poesia portoghese.

Segue poi un periodo in cui Fernando Pessoa appare attratto da interessi esoterici e teosofici che hanno riscontri profondamente influenti nell’opera ortonima. Al 1920 risale l’unica avventura sentimentale della vita del poeta. Lei si chiama Ophelia Queiroz, impiegata in una delle ditte di import-export per le quali Fernando Pessoa lavora. Dopo una pausa di alcuni anni, il rapporto tra i due si interrompe definitivamente nel 1929.

In un’intervista rilasciata a un giornale della capitale nel 1926, successivamente al colpo di stato militare che mette fine alla repubblica parlamentare e apre la via al regime salazariano, Fernando Pessoa comincia a esporre le sue teorie del “Quinto Impero”, consistenti nell’attualizzazione delle profezie di Bandarra (il ciabattino di Trancoso) scritte nella prima metà del secolo XV; secondo queste profezie il re Don Sebástian, dato per morto nel 1578 nella battaglia di Alcazarquivir, sarebbe tornato anima e corpo per instaurare un regno di giustizia e di pace. Si tratta del “Quinto Impero”, alla cui realizzazione il Portogallo è predestinato. Questo Impero avrebbe avuto carattere esclusivamente culturale e non militare o politico come gli imperi classici del passato.

“Mensagem” (Messaggio) è il titolo dell’unica raccolta di versi in lingua portoghese curata personalmente dal poeta: pubblicata nel 1934 ottiene un premio governativo di 5 mila escudos. L’opera comprende scritti di teologia, occultismo, filosofia, politica, economia nonchè altre discipline.

A seguito di una crisi epatica, causata presumibilmente dall’abuso di alcool, Fernando Pessoa muore in un ospedale di Lisbona il giorno 30 novembre 1935.

Mentre in vita la poesia di Pessoa esercitò poca influenza, sarà poi ampiamente imitata dai poeti delle generazioni successive. In Italia molto si deve al lavoro di traduzione di Antonio Tabucchi, traduttore, critico e grande studioso dell’opera di Pessoa.

Fonte: biografie on line.

In prosa & poesia

Rist-oro

Oggi provo tenerezza
verso questa creatura
che s’ammira riflessa
e sta comoda seduta
dentro la sua solitudine
piena: si disseta con essa
poiché non v’è dipendenza
sofferta, ma un’offerta d’acqua
fresca dopo tanto camminare
in gente deserta.

In prosa & poesia

Come nulla fosse – malinconia d’estate

Nelle notti d’estate
l’aria fresca mi commuove:
se solo fosse gioia,
e non dolore!
Trovarsi il blu del cielo
sulla fronte.
Nessuna buona stella
ho dentro al cuore,
eppure, implodo:
un essere muore.

In prosa & poesia

Solitude – nude

(Aforisma del 2015)

E, la solitudine, non ha forse qualcosa in comune con l’essere nudi? Nudi metaforicamente, ma realisticamente pure.

La solitudine (la nudità) ci è addosso fin dalla nascita: non possiamo spogliarci da essa poiché già in essa siamo spogli.

Importante sarà sentirsi al proprio agio con e senza di essa, che sia la nudità o la solitudine stessa.

Ecco, dunque: oltre la solitudine, non può che essere anche la nudità un canto all’amore, esplicito certamente nella sua espressione.

Umile è il canto d’amore della solitudine.

In prosa & poesia

L’amore supremo

Se ogni essere umano contiene una moltitudine di persone dentro il proprio sé, sarebbe così necessario andare a caccia della propria metà? Quando, dentro sé, ne troverebbe a bizzeffe di proprie metà uguali e diverse.

E invece sì, può rivelarsi importante se non necessaria la ricerca di un’altra metà: un’altra moltitudine che ci guardi da fuori, poiché altrimenti continueremmo a guardarci da dentro, con occhi mai diversi dai nostri propri. Chi ci darebbe la sicurezza che siamo obiettivi, se non chi ci osserva da fuori?

Eppure: chi sarebbe veramente obiettivo nei nostri confronti? Chi ci ama, ci guarderebbe con occhi d’amore, forse non in modo obiettivo fino in fondo; chi non ci conosce, non avrebbe nulla da obiettare, giacchè non può mettere giudizio su di un essere di cui non sa niente.

Ecco, così si fa ritorno alla propria metà di moltitudine, o alla propria solitudine multipla.

Ma l’amore Supremo non ama solo per “essere visto”, quanto dapprima per “guar-dare”.

In prosa & poesia

Da una scogliera

10 febbraio 2016

Sono qui, sola, seduta su una scogliera deserta,
ove di fronte a me sospira il mare in tempesta.
Vorrei chiedergli quale sia l’origine del suo male,
e delle sue infinite lacrime salate
che a spruzzi giungono sulla mia pelle
ove al Sole luccicano come fossero stelle.
Infine, però, bruciano forte sulle mie ferite.
Quindi apro gli occhi ma non vedo sangue,
solo acqua trasparente che si dimena,
per liberarsi da ogni male ed ogni pena.
E, solo allora, il cuor mio s’apre e s’allieta.

Oh, mare, il tuo invito è così dolce in confronto al tuo sapore,
son convinta che il tuo sale renda puro ogni dolore.
Chiudo gli occhi e mi attrae il profumo di salsedine
che sembra voler tacere la mia solitudine.
Sto danzando verso te e non c’è vento che mi fermi,
non ci sono impedimenti, né altri tipi di tormenti.
Il tuo canto si fa forte per cullarmi in questa notte,
la mia ultima stavolta, poco prima della morte.
Or dunque sono in te, mentre mi culli e mi disseti
guidando il mio corpo, le mie gambe ed i miei piedi.
Sembra un ballo senza fine nel profondo degli abissi,
ma giungerà ad un confine ove un tempo prima vissi.

●●●

Versi che nacquero in collaborazione con un’altra persona che scrisse la sua parte, calandosi nel ruolo del mare; ho rimosso la sua parte, la quale mi invitava fra le sue braccia, lasciando la mia ultima battuta al suo richiamo.
Non è ovviamente una poesia realmente sentita: fu un bel gioco a quattro mani in cui mettemmo in rima le parole. Mi dispiacque un po’ solo per la fine non lieta, dato che la ragazza va in contro alla morte, così tentai comunque di farla apparire un poco carina…