Zittu zitto

Zittu zitto
‘o fuoco sta ‘int’ ‘a muntagna,
zittu zitto ‘o chiovere
s’incuraggia,
accussì ‘a fiamma
saglie, ma sulagna:
sulitaria s’arraggia,
sotto a l’acqua,
e se stuta ogni speranza.

•••

Zitto zitto
il fuoco sta nella montagna,
zitta zitta la pioggia
s’incoraggia,
così la fiamma
sale, ma solitaria:
sola si arrabbia,
sotto l’acqua,
e si spegne ogni speranza.

Rist-oro

Oggi provo tenerezza
verso questa creatura
che s’ammira riflessa
e sta comoda seduta
dentro la sua solitudine
piena: si disseta con essa
poiché non v’è dipendenza
sofferta, ma un’offerta d’acqua
fresca dopo tanto camminare
in gente deserta.

Piccola fiammiferaia

Oh, piccola fiammiferaia
che dimori in una scatola
fatta di carta: un abito –
abitacolo a portata d’occhio
che non brilla di luce propria.

Piccola fiammiferaia, non sei
una fiamma, ma basta così poco:
sfiorare il tuo abito
e accendere un fuoco.

Un fuoco che ti attrae,
giacché ti riscalda,
ma poi ti spaventa,
infine, ti scotta:

brucia la tua anima
e ciò che la circonda.

Piccola fiammiferaia,
sei un’anima selvatica
che trascura le leggi
della chimica.

Piccola fiammiferaia,
non si vive di soli,
effimeri, piccoli fuochi
generati da fiammiferi:
alchimie destinate a finire.

Solitude – nude

(Aforisma del 2015)

E, la solitudine, non ha forse qualcosa in comune con l’essere nudi? Nudi metaforicamente, ma realisticamente pure.

La solitudine (la nudità) ci è addosso fin dalla nascita: non possiamo spogliarci da essa poiché già in essa siamo spogli.

Importante sarà sentirsi al proprio agio con e senza di essa, che sia la nudità o la solitudine stessa.

Ecco, dunque: oltre la solitudine, non può che essere anche la nudità un canto all’amore, esplicito certamente nella sua espressione.

Umile è il canto d’amore della solitudine.

L’amore supremo

Se ogni essere umano contiene una moltitudine di persone dentro il proprio sé, sarebbe così necessario andare a caccia della propria metà? Quando, dentro sé, ne troverebbe a bizzeffe di proprie metà uguali e diverse.

E invece sì, può rivelarsi importante se non necessaria la ricerca di un’altra metà: un’altra moltitudine che ci guardi da fuori, poiché altrimenti continueremmo a guardarci da dentro, con occhi mai diversi dai nostri propri. Chi ci darebbe la sicurezza che siamo obiettivi, se non chi ci osserva da fuori?

Eppure: chi sarebbe veramente obiettivo nei nostri confronti? Chi ci ama, ci guarderebbe con occhi d’amore, forse non in modo obiettivo fino in fondo; chi non ci conosce, non avrebbe nulla da obiettare, giacchè non può mettere giudizio su di un essere di cui non sa niente.

Ecco, così si fa ritorno alla propria metà di moltitudine, o alla propria solitudine multipla.

Ma l’amore Supremo non ama solo per “essere visto”, quanto dapprima per “guar-dare”.

Da una scogliera

10 febbraio 2016

Sono qui, sola, seduta su una scogliera deserta,
ove di fronte a me sospira il mare in tempesta.
Vorrei chiedergli quale sia l’origine del suo male,
e delle sue infinite lacrime salate
che a spruzzi giungono sulla mia pelle
ove al Sole luccicano come fossero stelle.
Infine, però, bruciano forte sulle mie ferite.
Quindi apro gli occhi ma non vedo sangue,
solo acqua trasparente che si dimena,
per liberarsi da ogni male ed ogni pena.
E, solo allora, il cuor mio s’apre e s’allieta.

Oh, mare, il tuo invito è così dolce in confronto al tuo sapore,
son convinta che il tuo sale renda puro ogni dolore.
Chiudo gli occhi e mi attrae il profumo di salsedine
che sembra voler tacere la mia solitudine.
Sto danzando verso te e non c’è vento che mi fermi,
non ci sono impedimenti, né altri tipi di tormenti.
Il tuo canto si fa forte per cullarmi in questa notte,
la mia ultima stavolta, poco prima della morte.
Or dunque sono in te, mentre mi culli e mi disseti
guidando il mio corpo, le mie gambe ed i miei piedi.
Sembra un ballo senza fine nel profondo degli abissi,
ma giungerà ad un confine ove un tempo prima vissi.

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Versi che nacquero in collaborazione con un’altra persona che scrisse la sua parte, calandosi nel ruolo del mare; ho rimosso la sua parte, la quale mi invitava fra le sue braccia, lasciando la mia ultima battuta al suo richiamo.
Non è ovviamente una poesia realmente sentita: fu un bel gioco a quattro mani in cui mettemmo in rima le parole. Mi dispiacque un po’ solo per la fine non lieta, dato che la ragazza va in contro alla morte, così tentai comunque di farla apparire un poco carina…