Compito in classe

Citai questa frase in un compito in classe, l’ultimo compito che svolsi al quinto superiore, prima della maturità. E ogni volta che leggo questa frase, ricordo anche un aneddoto, chiamiamolo così, a cui è collegata.
Non ricordo quale fosse la traccia del compito, ma ricordo che feci come facevo per ogni tema in classe. All’inizio avevo come un vuoto, poi piano piano mi apparivano parole in mente, parole che avrei scritto alla fine, o nel mezzo; la parte che ritenevo più difficile era come cominciare, mentre la mia parte preferita era nel finale, quando potevo finalmente esprimere al meglio il mio pensiero. Ma la verità è che, in tutti i temi passati, avevo questa cosa di non scrivere proprio tutto quello che pensavo; un po’ mi sentivo troppo “nuda” e un po’ non volevo “esagerare”, io che nei dibattiti in classe parlavo solo se interpellata, e cioè quasi sempre mai.
Intanto, questo sarebbe stato il mio ultimo compito, l’ultimo ricordo che avrei lasciato alla mia professoressa di italiano (che tra l’altro arrivò nuova al quarto anno), l’ultimo compito in cui avrei potuto esprimere i miei pensieri senza stavolta censurarli. E così feci, mi feci coraggio. Ricordo che ad un certo punto mi ritrovai a scrivere come fossi un fiume in piena, sentivo la mano affaticarsi e la velocità dei miei pensieri che superava quella della penna, ma senza mai perdersi, continuando a tenersi per mano, correndo insieme, fino al suono della campanella che fu come il suono dell’arrivo al traguardo. Allora ricordo che fui soddisfatta, fui felice di aver detto tutto quello che sentivo – perfino un poco tremavo, manco mi fossi spogliata per davvero. Fui felice di avere avuto questo lampo di genio, inserire la citazione di Modigliani che lessi proprio qualche settimana addietro. Fui felice di avere scritto alcune riflessioni illuminanti che non credevo di avere lì, in un ripostiglio della mia mente. Insomma, liberai me stessa, mi liberai da me.
Attesi eccitata il giorno in cui la professoressa ci avrebbe consegnato i compiti, e già immaginavo il voto ma soprattutto il commento che l’insegnante avrebbe lasciato; però mi sbagliavo, perché non fu affatto una bella sorpresa.
Quando l’insegnante entrò in classe, disse subito che, essendo il quinto, e quindi l’ultimo anno, aveva cercato di dare voti alti un po’ a tutti, per aggiustare le medie, ma si rese conto che alcuni testi furono chiaramente copiati da internet; tuttavia ero tranquilla, dato che il mio compito era tutto frutto del mio sacco.
La professoressa chiamava via via i compagni alla cattedra, per consegnare loro il tema, dicendo di volta in volta qualche commento a voce oltre quello che aveva scritto sul foglio. Arrivato il mio turno, mi disse semplicemente “sembra un testo di psicoanalisi”, e sorrise, ma nel suo sorriso percepii qualcosa, come un ghigno. Mi sedetti al mio posto, perplessa, leggendo un voto e un commento che non mi aspettavo, ma che quel sorriso e quella frase mi anticiparono. Proprio così: la professoressa credette che il mio testo l’avessi copiato da qualche parte su internet, come avevano fatto gli altri. Il bello è che, a quei tempi, avevo ancora un telefono giocattolo (leggasi mini) su cui non solo avrei trovato faticoso fare ricerche, ma non avrei mai potuto farle dato che non avevo ancora attivato alcuna promozione per navigare in internet.
Oggi vagamente ricordo di cosa parlai nel compito: della personalità delle persone forse, dell’io sicuramente, dell’ego, dei rapporti umani, delle apparenze e di cosa spesso celano; scrissi ipotesi mie, ragionamenti, unite anche a quelli che erano diventati miei probabilmente solo a seguito di domande e curiosità personali che ogni tanto cercavo di soddisfare. Scrissi anche prendendo spunto dalle reazioni di persone con cui ebbi a che fare, o di cui ne osservai anche solo gli atteggiamenti; scrissi forse anche facendo riferimento a me stessa, una sorta di autoanalisi, ma senza ovviamente scriverlo esplicitamente. In passato, poi, mamma comprava ogni sabato la rivista Sorrisi e Canzoni, su cui lei leggeva le trame di Un Posto al sole e quelle dei programmi serali, mentre io sia quelli che una rubrica, gestita dallo psicologo Paolo Crepet, in cui delle persone comuni ponevano domande di natura personale per ricevere risposte, ovviamente, in chiave psicologica. Col tempo poi non ricordo se persi prima io il gusto di leggere delle risposte non sempre brillanti, o se smise prima mamma di comprare il Sorrisi e Canzoni.
Tanto per chiuderla, dopo aver visionato il commento ed il voto, ricordo che più che rabbia provai delusione, tristezza. Al suono della campanella, aspettai che tutti uscissero dalla classe, poi, restituendo il compito dissi all’insegnante che non avevo copiato da nessuno e che ero seduta anche ai primi banchi, davanti ai suoi occhi. Ricordo di aver sentito molto caldo in faccia, forse diventai rossa e mi sudarono le mani; recitai la parte di una studentessa agitata per mostrare al meglio la mia sincerità, oppure, forse, mi agitai davvero, nel tentativo di trattenere la mia reale agitazione. Nonostante ciò, l’insegnante concluse dicendomi di non preoccuparmi, e che per adesso non aveva ancora trovato alcuna mia frase copiata da internet, ma avrebbe continuato a cercare; mi mostrò un sorriso che allora mi sembrò di sufficienza, e non ne seppi mai più niente.
La cosa che mi dispiacque, fu di passare per una bugiarda; la cosa che mi fece poi sorridere, fu immaginare che, la prof., non trovando mai alcuna mia frase su internet, si sarebbe prima o poi arresa alla mia verità… e avrebbe anche lei sorriso, stavolta magari con un pizzico di nostalgia.

Sullo scrivere

Lo scrivere è un bisogno o, meglio, un desiderio che non si sazia seppure avendo i mezzi per realizzarlo: una penna ed un foglio di carta. Poiché non è il foglio né la penna ciò di cui necessitiamo per adempiere il nostro desiderio, ma sono essi stessi ad aver bisogno di noi: del nostro essere, libero, che talvolta non vuole farsi imprigionare fra due righe, come dietro due sbarre fredde, senza più (il) potere d’essere.