Nient’altro che brina

Si aggirano di notte
i fantasmi di persone
non ancora morte:
il loro cimitero
è la mia mente
che le accoglie
come fossero cadute,
dall’alto degli alberi,
foglie: per andarsene,
poi, dalle mie terre,
come nulla fosse.
E cadranno, cadranno
di nuovo le foglie,
sulla terra fredda
e umida della notte,
su cui non ci sarà altro
che brina attaccata
a foglie ormai morte.

{poesia suscitata dalla canzone sottostante}

Una favola infantile

C’era una volta Finn, un amico di breve data. Il suo nome deriva dal gaelico e significa “dalla carnagione chiara”.
La storia di Finn è una storia difficile ma felice: selvatico, è fuggito dalla sua terra madre per essere confuso fra i finocchi. E vi chiederete “perché?”, perché mai farsi chiamare finocchio, e non Finn, annullando quindi la sua identità, e rischiare la pelle? Anzi, rischiare i gambi e la chioma verde? Per non parlare del suo tenerissimo cuore croccante!
Eh bene sì, Finn, sapendo che prima o poi sarebbe giunto alla sua fine, aveva comunque il desiderio di conoscere esseri viventi diversi dai suoi simili.
Così, è entrato in una casa di esseri umani per salutare, chiacchierare, conoscere, mettersi in posa e, infine, in una foto, farsi ricordare.
Perché, come bene sappiamo, non esiste la morte nel ricordo di chi ci ha amato. E Finn, sì, lui si è donato.

Ritratto di Finn

Caduto dal cielo

14 febbraio 2017

Lo osservavo dal suo profilo che mi impediva di guardarlo negli occhi e scorgere il colore delle sue iridi. Aveva una capigliatura folta con dei riccioli biondi, sembrava un angelo! La carnagione della sua pelle era bianca ma non pallida, bianca come il colore di una perla.
Poi, ad un tratto, si voltò a guardarmi, come se il mio sguardo insistente lo avesse sfiorato; come se il mio canto interiore infatuato fosse giunto alla primavera del suo viso. Mi voltai quasi subito – rinunciando al desiderio di perdermi nel colore dei suoi occhi, a me ignoto – mi vergognai, arrossii.
Dentro me mi diedi della stupida e gli chiesi scuse silenti, per la prepotenza dei miei occhi inciampati senza ritegno su di lui.
Ci fu anche un momento in cui sperai che non facesse brutti pensieri, nel guardare il mio atteggiamento così goffo ed il mio sguardo fintamente perso nel vuoto.
Pensai anche che, se avessi potuto decidere dei suoi pensieri, avrei voluto che non si domandassero il perché lo stessi osservando. Ma mi accorsi subito dopo che stavo spudoratamente mentendo a me stessa: avrei voluto che mi avesse pensata bella e avesse anzi apprezzato la mia attenzione rivolta al suo essere.
Tra noi non ci fu una parola né un sorriso, nemmeno una timida smorfia, eppure è rimasto nitido il suo ricordo; un ricordo nato dal nulla e cresciuto nella sola fantasia del mio cuore ingenuo.
A volte, nella mia mente, ancora alimento, e ormai quasi invento, l’immagine di quel giovane dai lineamenti dolci ed altrettanto decisi, chiedendomi se fosse così puro anche dentro, così come lo descrivevano i suoi tratti somatici. Pertanto mi diverto nel sognare di incontrarlo di nuovo, ma ciò non potrebbe mai accadere, se fosse realmente un angelo caduto dal cielo.