Libri letti nel 2019 – seconda e ultima parte

Dopo la prima parte, concludo con la seconda parte che riguarda questi libri:

  • Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson;
  • Il libro del riso e dell’oblio, Milan Kundera;
  • Demian, Hermann Hesse;
  • Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino;
  • L’amante di Lady Chatterley, David H. Lawrence.

APPROFONDIMENTO

Le prime cose che ricordo del romanzo di “Storia di Ásta” sono: i tantissimi salti temporali, i diversi personaggi che si alternano raccontando i propri ricordi, le atmosfere gelide e cupe tipiche dell’Islanda e, non per ultima, la voce narrante che appare come nulla fosse tra le pagine… ed io che mi chiedevo “ma ora chi è che sta parlando?!”, poi, ho capito che era l’autore stesso. Libro che ha cercato davvero di superarsi, con anche l’introduzione di riflessioni riguardo la poesia e accenni di musiche. Storia di Ásta inizia proprio con la sua nascita, anzi, con la passione dei suoi futuri genitori ancora molto giovani. Ma nel corso del libro si intrecceranno alla sua storia anche quelle delle persone che le sono state vicine, fra ricordi, rancori, affetti, nostalgie… insomma, un miscuglio di sentimenti e di emozioni da cui il lettore rischia davvero di farsi risucchiare! A me, personalmente, è piaciuto.

“Il libro del riso e dell’oblio”, di Milan Kundera, contiene invece una serie di racconti, ma sono racconti molto diversi fra loro a mio parere, tant’è che solo alcuni mi hanno colpita particolarmente, direi che c’è davvero tanta fantasia contenuta in essi o, almeno, è la prima cosa che mi viene da dire ripensando a questo libro. Il racconto che più mi è piaciuto è, non a caso, quello autobiografico, “gli angeli”, il quale sembra davvero staccarsi dagli altri racconti.

“Demian”, di Hermann Hesse, è un romanzo di formazione la cui lettura credo lasci riflettere, anche se, secondo me, qualche volta ha sfiorato appena la retorica. Ne ricordo l’atmosfera mistica, fatta di simboli, e misteriosa. Emil Sinclair ne è il protagonista, inizialmente solo un bambino di dieci anni. Mi piacquero in particolare le prime pagine in cui Emil piano piano scopre il confine tra due opposti che convivono insieme: il bene, che si trova entro le mura della sua casa dove respira un’atmosfera ovattata, sicura e pulita; il male, che è il mondo, oscuro, complesso e sporco, dove si trova non appena chiude alle proprie spalle la porta della sua casa, ma è un male che eccita il giovane Sinclair, è un male che lo farà crescere. E crescerà, ma non certo da solo, bensì seguendo le orme di una guida… spirituale.

Anche ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, di Italo Calvino, il protagonista è un bambino. Un bambino di nome Pin, abbastanza spiritoso, oltre che molto curioso come lo si è naturalmente a quest’età, il quale vorrebbe anche lui misurarsi con coloro che maneggiano armi. Il romanzo, infatti, è ambientato durante la Seconda guerra mondiale e la Resistenza partigiana. Rispetto al libro precedente, ricordo invece particolarmente la fine… e non ve la dico eh, ma richiama un’immagine tenera la quale mi rubò anche un sorriso. Per quanto riguarda tutto il libro, sicuramente non vi annoierà! Essendo carico di azione.

L’amante di Lady Chatterley, di David H. Lawrence, all’epoca fece molto scandalo per alcune scene intime, descritte nel libro, in modo accurato. Personalmente, pensavo di trovare di peggio! Ma nel libro c’è anche altro, per esempio, attraverso questo libro ho conosciuto tantissimi nomi di fiori! E non sto scherzando. Inoltre è anche criticata l’industrializzazione, dato che ci troviamo nell’Inghilterra degli anni Trenta, quindi è anche un libro di condanna. La protagonista è Costance, detta Connie, con alle spalle una famiglia benestante, la quale sposa Clifford Chatterley… potrei ora aggiungere un particolare, ma lo terrò per me.
Non lo reputo un libro superficiale, credo abbia ben descritto gli atteggiamenti e le caratteristiche dei vari personaggi, ho percepito inoltre una certa profondità di pensiero in alcune pagine. Ricordo la bellezza dell’abbandonarsi all’amore da parte della protagonista e la riscoperta di se stessa. Qualche scena si direbbe prevedibile, mentre per qualche altra non metterei così facilmente la mano sul fuoco.

📚 fine 📚

La donna dai capelli corvini

Era davanti a me, però, di spalle, quando notai la sua folta capigliatura, mentre eravamo entrambe incastrate fra troppe persone in una carrozza della metropolitana, entrambe in cerca di un poco di spazio per passare e scendere alla prossima stazione.
Stavo contemplando i suoi capelli e cercando di immaginarmi il suo volto, in attesa del momento giusto per chiederle se scendesse alla prossima quando, ad un tratto, si girò a guardarmi e – come se mi avesse letta nel pensiero -, con un bel sorriso e due occhi scuri, rivolta a me, disse: “devi scendere anche tu, vero? Vedrai, ce la faremo!”, stringendo i pugni e alzando le braccia, per quanto potè, verso il cielo.
Il suo gesto così rassicurante, simpatico, carico e spontaneo, mi colse impreparata, tanto che alla sua domanda risposi anche di sì, ma, probabilmente, non sorridendole abbastanza. In ogni caso, mi sentii felice per il suo gesto, come fossimo compagni di battaglie da sempre, contenti di lasciare le trincee; non vedevo anzi l’ora di scendere dalla carrozza per cercare ancora il suo sguardo e farle capire con un sorriso od un gesto che, sì, ce l’avevamo fatta. Ecco, mi piacque il fatto che usò quel verbo al plurale, cosicché chiunque pensasse che eravamo conoscenti, se non proprio amiche, e che fra noi scorreva una certa intesa, un sentimento per il quale le persone attorno a noi, nel notarlo, ne avrebbero goduto.
Eppure, una volta scesa dalla carrozza, la sensazione fu quella di avere attraversato un’altra dimensione.
Della donna dai capelli corvini ne rimase solo l’apparenza dei suoi colori, senza più forme: tolse il sorriso dalla faccia, camminò spedita, spalle alte, diritto lo sguardo. Ed io ero lì, quasi di fianco a lei, che la guardavo, e mi chiedevo a cosa stesse pensando. Camminammo ancora un poco vicino, finché, giunte alle scale mobili, lei era ora davanti a me di nuovo; stavolta però, i suoi capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, smisero di comunicarmi emozioni.
Mi sentii forse abbandonata come lo è un soldato dal suo compagno di trincea, ma non per questo provai rancore: mi sentii abbandonata non nel senso di tradita, più che altro come se la morte – cosa da aspettarsi in una trincea – me l’avesse portata via: non vi erano colpe, solo insperate aspettative.
La donna dai capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, compiuta la sua missione, sarebbe ora andata a fare altro bene altrove.

Come fosse abbastanza

Io ed A. abbiamo frequentato la stessa classe alle scuole elementari, e per un lungo periodo siamo anche stati compagni di banco. Ma compagni di banco si fa per dire, perché A. era quel tipico ragazzino che non amava studiare, ma si divertiva ad interrompere la lezione e a infastidire gli altri. Il maestro decise di farlo sedere vicino a me perché, essendo buona e silenziosa, pensava forse che avrei contagiato anche lui.
Ricordo come se fosse ieri tutti i dispetti di A.; mi spostava la sedia quando dovevo sedermi, si prendeva la penna e la mia gomma per cancellare nascondendosele sotto il suo cappello, mi dava colpe che non avevo, mi diceva parolacce senza alcun motivo. Ricordo che mi faceva arrabbiare, ed ogni volta finivamo col dirci “ti mando all’ospedale!”, “ti faccio volare a Milano!”, e tante altre frasi che ora non ricordo, ma non arrivammo mai alle mani… o forse, al massimo, a qualche pizzicotto.
Ma A. era anche quello che se ne stava solo in classe, era quello che veniva preso in giro perché parlava balbettando, era quello che fu per lungo tempo deriso perché in inverno portava le calzamaglie. Una cosa da femminucce, dicevano. Si raccontava inoltre che la madre, divorziata dal padre, picchiasse A., e lo costringesse a fare pulizie; ma non erano solo voci di corridoio, A. portava spesso dei lividi e dei graffi sulle braccia.
Finite le scuole elementari, A. si iscrisse ad una scuola media diversa dalla mia, e so che poi si è diplomato all’alberghiero, e ora ha un lavoro.
A. abita nel mio quartiere, ed è l’unico – dei miei vecchi compagni di classe – che, quando mi incontra per strada, mi saluta. Spesso porta il cane a passeggiare dalle mie parti, e non ha mai finto di non vedermi, mi ha anzi insegnato – senza saperlo – a vincere l’imbarazzo e a salutarlo per prima!
Ricordo che, diversi anni fa, era con una comitiva, ed io ero seduta un pochino distante da loro, quando A. prese a cantare una canzone, una canzone in cui la “protagonista” aveva proprio il mio nome. Allora lui cantava, e poi si voltava a guardarmi, ma con una di quelle espressioni divertite più che romantica, ed io poi mi ritrovai tutta rossa in viso, come se la cosa mi avesse colpita! Di sicuro, affondata.
Ne è passato veramente del tempo da quella volta, come ne è passato del tempo dall’ultima volta che ci siamo detti più di uno “ciao”. Tornavo da scuola e ci trovammo a percorrere la stessa strada, così iniziò a parlarmi di lui, nello specifico di cosa aveva studiato, delle difficoltà incontrate, e del lavoro che aveva trovato, poi io gli dissi di me.
E poi? E poi niente, lo incontro per strada quasi tutti i giorni, e ci scambiamo quell’onesto e sincero “ciao”, senza aggiungere altro, solo, spesso il suo “ciao” è seguito dal mio nome, e la cosa non mi dispiace.
Questo scambio di “ciao” non è mai stanco, né obbligato: è spontaneo ed educato, umano, a volte accompagnato da un quasi sorriso… e immagino che dietro di esso ci sia un mondo inesplorato, ma che pare rimarrà tale, come se io ed A. ci fossimo già conosciuti abbastanza.

Fra gli umani

17 febbraio 2018

Come quando smetti di sentirti “magica”, ma ti senti solo tanto umana, e ti accorgi che è questo che basta, e che quasi ti avanza.
Succede così, all’improvviso, ma tu devi tenere bene il cuore aperto ed umile, dare meno voce all’ego.
Succede quando sei sola, quando non devi rendere conto a nessuno. Allora ti accorgi di quello che hai vissuto, ma finalmente riesci a ripensarci con distacco, senza più sentimento, come estranea ai fatti, eppure, terribilmente consapevole di tutto quello che è stato, e che non più sarà mai, o, quasi.

Il cuore non invecchia mai

25 febbraio 2015

Alice si sveglia sempre molto presto, nonostante poi si ricordi che non ha alcun luogo dove recarsi se non in cucina, per preparare una tazza di caffè, macchiato preferibilmente, come piaceva al suo unico grande amore che da circa sette anni riposa beato nell’alto dei cieli. Alice sorseggia lentamente quella tazza di caffè, ed è come se in bocca sentisse ancora il sapore dei baci suoi, amari e dolci al tempo stesso; avverte la sensazione che lui le sia ancora accanto, che le accarezzi i capelli e, come sempre, le sussurri quanto siano belli, subito dopo i suoi occhioni verdi, ovviamente. Oggi quegli occhioni verdi Alice li ha ancora, ma sono più stanchi e vedono sempre poco, spesso sono tristi, altre volte malinconici, immersi nel vuoto.
Dopo il caffè, si prepara per un’altra giornata tranquilla, accompagnata dal suo ormai unico amico di viaggio, il chiassosissimo silenzio, che mai si sarebbe aspettata di vivere, o, almeno, non così presto.
Nonostante la sua età e i suoi acciacchi, dentro Alice si sente donna, una donna che desidera ancora di essere guardata mentre cammina per le strade di Roma, invece si sente come un misero fantasma in balìa della fretta e del caos del mondo. Le piacerebbe truccarsi con la stessa attenzione e bravura di quando aveva i suoi ingenui e timidi vent’anni. Le piacerebbe correre forte e sentirsi il vento in faccia, sognare e inventarsi il suo futuro, sfoggiare abiti ancora troppo nuovi, viaggiare senza meta, ridere con le amiche, guadagnarsi del tempo tutto per sé solo per perderlo.
Oggi Alice ha tutto il tempo del mondo, ma non è lo stesso, non sa di che farsene se non ha nessuno con cui condividerlo.
Alice si sente un’incompresa, si sente a volte derisa e guardata con occhi di compassione, quando invece vorrebbe urlare al mondo intero che non desidera le si venga ricordato quanti anni abbia, cosa non può più fare, né quali medicine deve prendere.
Eppure da giovane era un’infermiera, stimata da tutti e fiera della sua persona, sempre felice di curare gli altri non quanto deve curare se stessa, oggi.
Alice non accetta la vecchiaia, le condizioni che questa comporta, svegliarsi al mattino e trovare il letto bagnato di pipì, affaticarsi semplicemente passeggiando, dimenticare le cose.
In particolare, teme di dimenticare i suoi più bei ricordi, ché è tutto quello che le resta. Vorrebbe confidarli a qualcuno, affinché regalino un sorriso, motivo in più per vivere ancora, ma non ha nessuno a cui raccontare le sue memorie.
Vede la sua vita cadere rapidamente in picchiata, come fosse un aeroplano. Avrebbe preferito caderci, sì, ma stringendo la mano del suo amato, perché in due si è sempre più coraggiosi.
Perché quando c’è l’amore la morte non esiste, o, se proprio deve esistere, dovrebbe essere il solo ed unico pretesto per amarsi ancora più forte.