Estratti di letture

Il cha-cha-cha (Dino Buzzati)

<< Cos’è? >> lui chiese.
<< È il cha-cha-cha più bello che esiste. Los cariñosos >> lei rispose con la sicurezza di chi nomina il Tristano o il Rigoletto, risaputo nutrimento di tutti.
E in una specie di infantile esaltazione cominciò a ballare da sola.
È sicura di sé. L’alterno ritmo la trasporta avanti e indietro come un’onda ma nello stesso tempo era lei padrona e dominava l’impulso. All’improvviso non ci sarà più niente di falso, di taciuto, di nascosto, di vile, di meschino. Le braccia tenute su come due piccole ali ripiegate, i fianchi ondulanti nello scatto del saltello, la faccia chiusa in un sorriso immobile che non è più suo ma della musica stessa, ingenuo pensiero di cose belle, orgoglio di sé, provocazione, offerta. Nel moto che la porta avanti e subito si ritrae, buttava indietro la testa in gesto di abbandono quasi di fronte a lei ci fosse un altare, un dio, la vita.
[…]
Si è messa a ballare. Ha un vestito color lilla di tessuto a grossa trama teso sul busto, serrato in vita da una cintura, la gonna al ginocchio corta e gonfia.
Il cha-cha-cha non le sale nelle gambe ma nel bacino e nella colonna vertebrale assoggettando il corpo a una specie di desiderosa ondulazione, di rilascio, di dare e non dare, offrire e no, come trotto a singulto per una strada che torna continuamente su se stessa, come un ostinarsi voluttuoso, come un giocare fra un’onda e l’altra, un ritmico compiersi d’amore che trascina su e giù, frenetico, misurato, preciso, stanco, insaziabile, come la febbre spirituale della sera nelle boscaglie dell’Africa quando l’animo si perde nelle immaginazioni e nei ricordi, come la livida luce del vicolo dalle cui profondità una voce chiama, come le rosse labbra ambigue che per un istante al riverbero dei fari si dischiusero mute nella promessa, come la giovinezza triste che ridendo si butta e si contorce felice nel buio che la schianterà, aspirazione, ideale anche, vibrazione profonda della materia viscerale, voce delle terre che mai conosceremo, imitazione del trionfo il quale mai si compirà, martello dolcissimo e crudele che batti a tre a tre con una breve pausa in mezzo, a tre a tre batti, batti a tre a tre e precipi giù per le cateratte del diciassette aprile battendo a tre a tre i macigni e l’acqua urtando impazzisce, diventa biscia, epilessia, arpa, perdizione ma lei sopra coi tacchi a spillo levita, fluttua, gioca e sorride con l’evidenza soverchiante di una sapiente bambina, qui ritrovando il succo irresistibile e vero della vita.

C’è, nel motivo popolaresco della musica, semplice come uno stecco eppure carico di secoli, qualcosa che precisamente diceva addio, con potenza d’amore per quello che fu e mai ritornerà e nello stesso tempo un confuso presentimento di cose che un giorno verranno, forse, perché la musica vera è tutta qui nel rimpianto del passato e nella speranza del domani, la quale è altrettanto dolorosa. Poi c’è la disperazione dell’oggi, fatta dell’una e dell’altra. E fuori di qui altra poesia non esiste.

(Dino Buzzati, Un amore)

Estratti di letture

Stagioni che vengono, stagioni che vanno (G. D’Annunzio)

Eravamo in settembre. L’estate era per morire. Era prossimo l’equinozio d’autunno, il più dolce tempo dell’anno, quel tempo che sembra portare in sé una specie di ebrietà aerea diffusa dalle uve mature. L’incanto mi penetrava a poco a poco, mi ammolliva l’anima; qualche volta mi dava un bisogno smanioso di tenerezze, di espansioni delicate. Maria e Natalia passavano lunghe ore con me, sole con me, nelle mie stanze o fuori per la campagna. Io non le avevo mai amate d’un amore così profondo e così gentile. Da quegli occhi impregnati di pensiero appena consciente mi scendeva qualche volta nell’intimo spirito un raggio di pace.
[…]
Il giardino non aveva più le sue miriadi di grappoli turchinicci, non aveva più la sua delicata selva di fiori né il suo profumo triplice armonioso come una musica, né il suo riso aperto, né il clamore continuo delle sue rondini.
Non altro aveva di lieto se non le voci e le corse delle due bambine inconsapevoli. Molte rondini erano partite; altre partivano. Eravamo giunti in tempo per salutare l’ultimo stormo.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Qualcuno era infranto, e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. L’ultimo stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancóra qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su l’orlo del canale, talune rivolte col becco altre col dorso, per modo che le piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, così aspettando, gittavano nell’aria calma i richiami. E di tratto in tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E s’approssimava l’ora della dipartita. I richiami cessavano. Un’occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti.
Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e là, trattenute dalla creta, tremolavano.

L’innocente, di Gabriele D’Annunzio

In prosa & poesia

Da una scogliera

10 febbraio 2016

Sono qui, sola, seduta su una scogliera deserta,
ove di fronte a me sospira il mare in tempesta.
Vorrei chiedergli quale sia l’origine del suo male,
e delle sue infinite lacrime salate
che a spruzzi giungono sulla mia pelle
ove al Sole luccicano come fossero stelle.
Infine, però, bruciano forte sulle mie ferite.
Quindi apro gli occhi ma non vedo sangue,
solo acqua trasparente che si dimena,
per liberarsi da ogni male ed ogni pena.
E, solo allora, il cuor mio s’apre e s’allieta.

Oh, mare, il tuo invito è così dolce in confronto al tuo sapore,
son convinta che il tuo sale renda puro ogni dolore.
Chiudo gli occhi e mi attrae il profumo di salsedine
che sembra voler tacere la mia solitudine.
Sto danzando verso te e non c’è vento che mi fermi,
non ci sono impedimenti, né altri tipi di tormenti.
Il tuo canto si fa forte per cullarmi in questa notte,
la mia ultima stavolta, poco prima della morte.
Or dunque sono in te, mentre mi culli e mi disseti
guidando il mio corpo, le mie gambe ed i miei piedi.
Sembra un ballo senza fine nel profondo degli abissi,
ma giungerà ad un confine ove un tempo prima vissi.

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Versi che nacquero in collaborazione con un’altra persona che scrisse la sua parte, calandosi nel ruolo del mare; ho rimosso la sua parte, la quale mi invitava fra le sue braccia, lasciando la mia ultima battuta al suo richiamo.
Non è ovviamente una poesia realmente sentita: fu un bel gioco a quattro mani in cui mettemmo in rima le parole. Mi dispiacque un po’ solo per la fine non lieta, dato che la ragazza va in contro alla morte, così tentai comunque di farla apparire un poco carina…