Pensavo fosse un incubo… invece era un sogno

Camminavo con i miei fratelli lungo Via Caracciolo, una delle famose vie di Napoli che si affacciano sul mare. Ero serena e mi guardavo attorno, osservavo le rocce e le onde che vi si infrangevano sopra. Poi, ad un tratto, la strada si è affollata sempre di più; andavamo tutti nella stessa direzione, ma era come se non stessi più camminando io da sola, mi stessi piuttosto facendo trasportare dalla gente, come un pesciolino in mezzo ai suoi simili travolti da una corrente.
Camminavamo con passo sempre più svelto, come se stessimo avanzando per un premio, o stessimo fuggendo da qualcosa, finché ci siamo ritrovati su di un palco, sì, un palco di legno.
Il palco non sembrava molto resistente, al contrario: traballava, forse a causa del peso delle troppe persone. Qualcuna cominciò ad agitarsi, qualche altra alzava la voce quando, improvvisamente, scoppiò un incendio da un lato del palco, mangiando il legno pian piano.
Io ero lì, con i miei fratelli vicino, bloccata in mezzo ad una massa di persone, e tentavo di capire cosa fosse giusto fare, come se fossimo tutti una cosa sola, come se la vita di un singolo dipendesse dalla vita di tutti e viceversa.
Una voce urlò: “Dobbiamo muoverci! Non possiamo aspettare che l’incendio si propaghi come l’altra volta!
Un’altra voce: “State calmi, se ci agitiamo l’incendio farà prima a raggiungerci!”
Un’altra voce ancora: “Ma non possiamo restare fermi! Muoviamoci dove le fiamme non sono ancora arrivate!”
E così fu. Ci muovemmo lungo una strada in discesa, seppure stretta e tortuosa, mentre l’incendio spariva alle nostre spalle. Arrivati in una piazza, le persone si dispersero, ognuna verso la propria meta, e non ne vidi più nemmeno una.
Camminai per un poco con i miei fratelli lungo una strada che non ricordavo di conoscere, non affacciava sul mare, e tutto era in ordine. Arrivammo davanti a dei tavoli di un bar, così pensai che se ci fossimo seduti avremmo dovuto ordinare qualcosa ma, nel frattempo, mio fratello stava già avvicinando dei tavoli e delle sedie per stare tutti vicini. Allora ci sedemmo, ero ancora un poco scossa per l’incendio, ma l’atmosfera era calma e mi feci travolgere da quella pace apparente. Arrivò poi un cameriere, nella sua bella divisa, con una tovaglia appoggiata sull’avambraccio, disponendo in ordine posate e piatti, ma senza mai alzare lo sguardo verso di noi, come se non esistessimo.
Alla fine mi guardai attorno, le strade erano vuote, regnava una pace quasi surreale, guardai mio fratello, mia sorella, guardai i piatti pronti sui tavoli, il cameriere che stava andando via solo per tornare a mani piene, probabilmente.
Una voce fuori campo, o forse io stessa nella mia mente pensai: “Ci basta così poco, ma di cos’altro avrei bisogno…”, allora mi commossi, ripensando al pericolo appena scampato e a quanto sia preziosa la vita.
Pensavo fosse un incubo, e invece era un sogno.

Sandra e la sua realtà

25 novembre 2016

Sandra, Sandra e le sue giornate perse. Sandra è disoccupata, ma si alza presto la mattina, adora pulire la casa nella speranza che qualcuno venga a trovarla e le faccia tanti complimenti per quanto tenga alla sua piccola e accogliente dimora.
Le finestre affacciano tutte sul verde; il cielo stamane è grigio ma le foglie d’autunno – gialle, rosse, arancio – distraggono dalla tristezza del cielo.
Sandra ha sempre troppo tempo per pensare, troppo tempo per distrarsi, troppo tempo per lasciarsi andare nei pensieri più malinconici e tristi. Sandra non ha figli, non ha nipotini e sa benissimo che mai nessuno verrà a trovarla.
Tre mesi fa, ha adottato una gatta randagia che le faceva le fusa ogni volta che usciva per andare a fare la spesa. E’ una gatta bianca, con due occhioni blu ed il pelo lungo: come può passare inosservata una creatura così pura e così innocua? Soprattutto, come si può lasciarla sola?
A volte, Sandra si incanta a guardarla come se si aspettasse che le dicesse qualcosa, magari che la ringraziasse per averla tolta dalla strada. Poi torna in sé, si dice che il piacere l’ha fatto a se stessa, perché ora in casa c’è qualcosa che si muove, che fa sembrare tutto più vivo, più reale.
”Reale”, la parola che più affligge Sandra.
E’ più reale un mobile, o la gatta che si muove? E’ più reale uno stato d’animo, o le foglie che cadono? E’ più reale un sogno, o il ricordo di un momento passato?
Ed eccola, Sandra che ride, che si perde in una risata isterica e si sente così ridicola nel porsi domande così assurde, dettate dalla noia del momento, o forse dall’illusione di trovare pensieri nuovi che nessuno abbia mai ancora pensato.
”Pensieri nuovi, ma pensieri nuovi per farne poi cosa?”, si chiede Sandra, mentre sfoglia il diario dei suoi vent’anni, quando aveva dato una definizione alla realtà: ”E’ il sogno che ti tiene in vita.”
Sandra chiude quel quaderno, riscrive quella frase su di un foglio e le viene naturale chiedersi cosa sia, invece, un sogno.
Già, se è la realtà stessa un sogno, un sogno può mai essere soltanto questa misera realtà? Possiamo mai sperare in qualcosa che già ci appartiene fin da quando nasciamo?
”Non esistono i sogni”, conclude Sandra, con voce ferma, e gli occhi rivolti verso la gatta che miagola. ”Non possono esistere i sogni senza una realtà”, si ripete sempre più convinta.
Eppure continua a riempire di sogni la sua realtà che le sembra ormai morta; come se i sogni fossero dei sedativi, necessari per alleviare il dolore di una realtà che circonda, ma che sfugge sempre se la si abbraccia più forte.

Calata la sera, Sandra prende la gatta fra le braccia, la stringe forte per essere sicura che sia reale. E’ calda, morbida – come fosse il bambino che ha sempre desiderato – e stavolta non le sfugge, inizia a sognare.

Nuvole di passaggio

8 ottobre 2016

Erano le cinque e mezzo del mattino, fui svegliata dal fortissimo rumore del temporale. Sarà che ero in dormiveglia, ma ho preferito non aprire gli occhi. Ho continuato ad ascoltare quel ticchettio battente, sul vetro delle finestre. Era forte, fortissimo: grandinava. Ma quel suono mi ricordava anche altro, quello di un paio di mani che battevano, senza sosta, su una macchina da scrivere. Che buffo! Trasformare in sogno un momento reale: per sentirlo più forte dentro, o per sfuggire da esso?
Ho immaginato che quelle mani potessero essere quelle di Dio, intente a scrivere il suo romanzo. Nel romanzo c’ero io, la mia famiglia, ma anche persone che a quell’ora stavano lì fuori, al freddo, in cerca di un riparo.
Allora ho aperto gli occhi, ho guardato fuori e, nell’osservare quella tempesta di pioggia e quel vento così adirato, ho avuto quasi paura e ho percepito un senso di impotenza.
Eppure ero a casa, al sicuro.
Non so chi me lo abbia suggerito, ma ho cominciato a pregare, affinché smettesse di piovere. E voi, voi ci credete? La pioggia ha continuato la sua opera, ma stavolta più sottile, più sottile ancora.
Prima che smettesse, diversi pensieri hanno invaso la mia mente.
Ho pensato alle persone che non sento da tanto, a quelle a cui ho impedito di farmi conoscere a fondo. Soprattutto, ho pensato alla fragilità della vita e alla forza della morte, al loro convivere insieme.
E poi, mi sono chiesta, ma quale potrebbe mai essere l’ultimo pensiero di chi sta per volare in cielo? Forse pace, o forse non ha nemmeno tempo per pensare.
Una volta, lessi che non conta tanto il fatto che la morte arrivi, quanto ciò che si stava facendo durante il suo arrivo.
Ecco, allora io vorrei farmi trovare così: con gli occhi perduti ma innamorati, le mie mani intrecciate ad altre, il mio cuore traboccante di ricordi che – imperterriti – fanno ancora a gara coi sogni.

folli