Poesie altrui

Nove poesie di Lorenzo Calogero

Angelo della mattina
risvegliami ancora
per la nuova fulgente aurora
che s’arrossa sull’orizzonte o s’incrina.

Io sono uno strano mendicante
che chiede amore e parole,
sono un solitario emigrante
verso le terre della luce e del sole.

Vienimi coi tuoi fulgori,
angelo che non ristai,
coi tuoi infiniti fulgori
colle movenze che tu sai,

e crescimi delle meraviglie,
di quanto raccogli negli occhi neri,
degli infiniti misteri
che tu celi dentro l’arco dei cigli.

Fammi conoscere ciò che tu conosci
i riflessi della tua bocca chiara;
mutevolmente nel mio cuore già amara
è una musica una magica forma, in una pioggia che scrosci.

•••

Vergini in puro sonno ali oscillano.
Questo è lo schermo della luna.
L’esile lume giuoca sul tuo collo
come un’onda danzante e riverbera i disegni,
i segreti delle stagioni sui vapori
delle stelle come un’esigua acqua
che lascia schiuma.

Ritorna il bivacco
su la dardeggiante cruna
e la marea come un’alta cima
asciuga lo scirocco
sopra una ventata calda
di cenere bionda e bruna.

Si accende il disco
della candida faccia a raggi
della bianca implorante luna
ai passi dello sperduto viandante
che ha smarrito la strada.

Ali vergini di puro fumo in sonno
su lande solitarie oscillano, puri fiocchi
aperti ai tuoi sogni divengono.

•••

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.

Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.

Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

•••

Cielo di cenere o sanguinoso
come una macchia di sangue,
timido o capriccioso
come anima che langue

aperta all’infinito.
Io vedo pensante
passare dentro un mito
nell’anima sognante

un sogno che s’avvera.
Un volto perduto in due mi guarda
tenue com’è una sfera
sfuggita che s’attarda

e che si riempie di dolore.
Misuro e traccio del volto
una forma angelica in amore
nel mio segreto sepolto.

Esser lo stesso per tutti continenti,
l’inchinarsi del moto cui soggiacciono
sempre i più lontani venti
è come un eremitaggio.

Sognare quel che si sogna di vela
in vela verso i confini dell’oceano
è come se sperduta nave anela
verso altezze cui le rive traggono.

Anche meraviglioso
è il cielo della vita.
L’istinto suo grandioso
vergine m’invita

verso una folata di vento
attinta a profondità abissali
per un nuovo combattimento
per nuove più fulgide ali.

•••

Silenzi vergini e il canto mutato
senz’orme e questo vano agglomerarsi
delle colline che ti colpì come un grido,
un volo di rondine; e il fiume
è così enorme come una voce
in cui è vano specchiarsi. Dentro una voragine
tacito il tagliaboschi dritto
guarda e pei campi irrompe.
E un passo aereo si fa sempre più rado
passato a caso da un capo all’altro
in questo paese,
in un viottolo su e giù per le valli di confine.
Ecco ti porto un segno
intessuto sul tuo mantello
come fra tacite spire
tesse il ragno e il suo richiamo
è un fantasma dolce a seguire.

•••

Zefiro autunnale. Schiudersi. Intirizzita
è la materia come il soffio che spira.
Sono miracoli ardui ceruli diradati
i merli sopra le colonne
e lucciole scivolano leggere
sul viso gentile delle donne.

Felice novità! Spicca il volo aereo
sereno senza confine il sonno dell’aldilà
e sono presaghe le nubi sopra le colombe.
Appassita flora dei segni dei giardini.
Duri lembi di ali
e le movenze intrecciate
come archi di vimini
sui davanzali involgono di ora in ora
e un corpo grave e biondo affiora.
Gioie senza voglie nella penombra affacciate
sul viso delle donne appaiono
nell’unico sorriso che il sonno della morte
pensosa talvolta addolora.

•••

… E quel che mi rimane
è un poco di turbine lento di ossa
in questo orribile viavai

dove è alzato anche
un palco alla morte.
Ma io mi sento sempre spento.
Un poco di nebbia mi assale.

Ed io ho amato un fiore di biancospino
nelle tue giunture, nelle tue ossa,
nelle aperte contrade. Guarda
non piú di ieri; e la sagoma amata
dorme accanto ai futuri cipressi
colla giovinezza della tua gloria.

Ma dimmi; e perché mi ami?
la tua giovinezza passata
e futura era una foglia
e perché da un lembo stai.

Ma tanto, quel che ho amato
era la tua giovinezza scorsa
e remota come un canto
nel canto imminente della sera.

•••

Se per poco odo e tolgo a la voce
non mi resta che un’immagine
per finire. Fu scaturigine
quieta la tua vita come acqua,
cosí partecipe esigua la spiegazione.
Il taciturno lento svolgersi delle stagioni
ti si addice. Non so in quale artefatto
rarefatto moto dei monti o pressoché simile
umile era fatto alle origini. Pure potevano
svilupparsi il silenzio, una migrazione
gelida, un puro spazio
in pure pause di ombre.
Uguale lievita e riecheggia la brezza
e risponde. Il mattino sul colle inclemente
era la causa dei sogni.

•••

Se leggera ti voglio non è mattina
che non si vede, non è sanguinante
col passo il tuo labbro
che si avvicina. Donde provenga
parvenza non vera dell’alba
gelida non so. Tuo è il suo orgoglio,
inquinato ricordo che più non si scorge
o l’esilio nel suo passato o uno spiraglio
nel vuoto, perché se non più si ama
e si spegne lentamente un uomo
non più io ti domando. A mezzanotte
livido è il tuo fianco. Sale a le stormenti
fronde di un albero o è rigido.
Serena e pura una gioia
si spande al tuo labbro.
Fredda e sicura l’imitazione
dell’immagine di lei, vivida
dentro un cristallo, nelle pieghe
della sua struttura una lacrima rade.

•••

BIOGRAFIA

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica.

Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. È di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie.

Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. È sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: “sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.

Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza. Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, ma l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino, ma Einaudi è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. È sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste, che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero, che rimarrà inedito. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia.

Scrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta Parole del tempo, che contiene 25 Poesie, Poco Suono, Parole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Qui si innamora di un’infermiera, Concettina, l’ultima figura intorno alla quale ha cercato di costruire il suo mondo etereo e che nei versi da lei ispirati, appare come una figura angelica, celestiale: «Tu levigata eri nella tua veste dolcissima/ nell’azzurra chiarità dello spazio/ o in una veste amata,/ perché di tutto in te tutto ritrovo, bianchissima!».

Nel ’56 tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi.

Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi, G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli presenzia alla premiazione. Tuttavia, durante la premiazione, era come inebetito; il fratello lo portava sottobraccio, come si fa con un malato, ed egli andava ripetendo «sono qui per non offendere nessuno. È tardi per tutto questo, il premio, il resto. Cerco questo, ma è tardi. La vita ha perso già».

Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa incomprensione.

Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo.
Nel luglio 1959, quando il poeta si ritirò definitivamente nella sua casa di Melicuccà, dopo il secondo ricovero a Villa Nuccia, il suo fisico era ormai logorato definitivamente, tanto da non consentirgli quasi di uscire da casa, e forse conscio di essere ormai vicino alla fine scrisse i versi di Inno alla morte: «Ma non m’interessa più della vita,/ oggi mi curo della morte./ Fra poco e alla svelta morrò…».
Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo.

La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici (e non “Canti della morte” come pensò il poeta), editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria.

Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte.

Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:

<< Vi prego di non essere sotterrato vivo.>>

Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero, ancora oggi inedito, insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900.

Lorenzo Calogero, per anni, aveva inutilmente elemosinato un giudizio benevolo e la pubblicazione dei suoi versi, «Datemi quel tanto che mi spetta/ e me ne vada:/ ho le labbra arse secche:/ schiuma di cavalli./ Sono vano per troppo aspettare./ Sento la mia pupilla affogare/ In un labile pianto…»
ma ormai stanco e disilluso dagli uomini, quando cominciava a giungere qualche riconoscimento, pur continuando a scrivere poesie, si rinchiuse in totale isolamento, alternando i suoi giorni tra la clinica per malattie nervose “Villa Nuccia” e le mura di quella casa in cui fu trovato morto all’alba del 25 marzo 1961: «tra le mura della mia casa/ al mio deserto focolare/ a pascere di ombre morte/ la falsa rimembranza/ che non è più mia ma del destino».

Le somiglianze tra il poeta di Melicuccà e lo scrittore russo Michail Bulgakov, anche lui medico e come Calogero condannato alla morte psicologica (manicomio ed espulsione dal consesso degli Scrittori), sono impressionanti: tutti e due scrissero e riscrissero, isolati dal mondo circostante, le loro opere, racchiudendo in esse tutta la loro immaginazione e la loro stessa ragione di vita, coltivando il sogno di vederle pubblicate, costretti ad accontentarsi, in vita, dell’apprezzamento di una cerchia assai ristretta di estimatori.

L’opera dello scrittore russo, però, attese solo un ventennio e, dopo la pubblicazione, Il Maestro e Margherita ha immediatamente ottenuto una popolarità senza precedenti, diventando, in patria e nel mondo, il romanzo russo contemporaneo forse più conosciuto; i versi di Calogero, invece, sono rimasti “sepolti” per più di mezzo secolo e solo pochi in Italia hanno avuto modo di accostarsi alla sua opera, nonostante il suo nome, negli anni sessanta del secolo scorso, sembrava doversi imporre definitivamente come quello di uno dei più grandi poeti europei.

Dopo la sua morte, in seguito alla pubblicazione, nel 1962, del primo volume di Opere poetiche, è esploso ‘il caso letterario Lorenzo Calogero’: i particolari della sua vita sventurata e martoriata, offerti da tutta la stampa nazionale, hanno fatto di lui un poeta maledetto degno di Rimbaud e di Baudelaire, anche se, in realtà, nella sua vita tormentata non sono riscontrabili gli elementi caratterizzanti del maledettismo: non ha mai, infatti, rifiutato i valori esistenziali, non è stato provocatorio, né pericoloso, né asociale, anche se considerava gli altri tanto diversi da sé.

Una tale immagine, però, serviva forse al lancio editoriale ed i giornalisti, come ebbe a dire Giuseppe Fantino, «hanno fatto il loro gioco … hanno scritto i loro articoli tenendosi a mezzo tra realtà e fantasia …» anche se «nelle vicende esterne di Lorenzo Calogero non si possono cogliere elementi da accostarlo ai Rimbaud e ai Verlaine ma piuttosto – sempre con le debite cautele perché egli non ebbe né la gobba né la misantropia – a Leopardi».

Anche la poetessa Amelia Rosselli, considerata da qualcuno l’erede di Lorenzo Calogero, in un suo intervento alla Pietra Serpentina di Via Galvani a Roma, in anni più recenti, nel 1982, quando il clamore generato dal “caso Calogero” si era ormai da tempo sedato, affermando di essere convinta che al momento del lancio editoriale la vita di Lorenzo Calogero sia stata un po’ drammatizzata, ha espresso qualche dubbio sul suicidio del poeta di Melicuccà.

Da quel brulichio d’interventi, generato dopo la sua morte, comunque, come affermò Mario Luzi, «Calogero ne uscì come una creatura dall’ombra, una piovra che tendeva i suoi tentacoli nella sua stessa solitudine e nella sua stessa impotenza: monstrum insospettato».

L’operazione editoriale di Lerici, ineccepibile nel momento in cui Calogero era praticamente sconosciuto, è consistita nella pubblicazione di un florilegio dell’opera più matura, al fine di presentare quello che era ritenuto il meglio del poeta, estratto da quel mare magnum di circa ottocento quaderni pieni di versi scritti con una grafia minuta e tormentati da ripetuti interventi correttivi, ma della sua produzione poetica solo una piccola parte è stata pubblicata a testimonianza di ciò che aveva prodotto un uomo che aveva rinunciato alla sua vita per amore della poesia in cui «credeva come ad una necessità per lo spirito».

Dopo l’impatto sconvolgente mirante alla creazione del ‘caso letterario’, quando era apparso ormai chiaro a tutti che Lorenzo Calogero, nella ricerca continua di mezzi capaci di esprimere il suo profondo tumulto interiore, era riuscito a produrre una poesia che costituisce un unicum nel panorama letterario del Novecento, tanto da sfuggire ad ogni tentativo di inquadramento nell’ambito di correnti e di scuole, sarebbe stato necessario proporre tutta la sua opera, ordinata cronologicamente, in maniera che apparisse il travaglio che, in un ordinato procedere, aveva fatto di lui un grande poeta.

Successe esattamente il contrario: dopo la pubblicazione, nel 1966, del secondo volume di Opere poetiche, la casa editrice Lerici pose fine alla sua attività editoriale e si ebbe subito l’impressione che le vicende aziendali dell’editore avrebbero inevitabilmente influito sul futuro critico del poeta di Melicuccà, così come era stato profetizzato su «Lo Specchio» del 21 luglio 1963 in un articolo dal titolo emblematico: Calogero in cantina, Lerici in quarantena.

I due eleganti volumi rilegati in tela rossa, accatastati nelle librerie Remainders, furono immediatamente esauriti e il dibattito su Calogero, anche se non si è mai arrestato, si è inevitabilmente rallentato anche a causa della mancata pubblicazione degli scritti rimasti inediti per tanti anni.

La mancata pubblicazione degli inediti aveva fatto supporre che dopo l’intensa stagione giovanile, tra il 1935 e il 1946, Calogero avesse trascurato la poesia forse nel tentativo di affermarsi professionalmente come medico. Il poeta stesso, però, aveva confessato a Vittorio Sereni che la professione medica è sempre stata per lui soltanto «una distrazione per la ineliminabile noia della vita», e non faceva mistero di aver esercitato quella professione più per contentare la sua famiglia, ed in particolare sua madre, che per sua libera e volontaria elezione.

Nel corso della giornata di studi svoltasi a Melicuccà il 13 aprile 2002, il Prof. Antonio Piromalli ha reso conto di decine di quaderni contenenti manoscritti, posteriori al 1935, in cui l’opera di Calogero si conferma come «enunciazione fluviale … inesauribile diario intellettuale»; in esse, però, acquistano un particolare significato «le motivazioni religiose e il rapporto tra arte e religione» e si ha quasi l’impressione che la critica, proprio a causa della frammentarietà di quanto pubblicato fino ad ora, abbia trascurato di valutare adeguatamente l’aspetto religioso nella poesia calogeriana.

In realtà dalla lettura delle poesie giovanili di Lorenzo Calogero, già pubblicate nelle raccolte 25 poesie, Poco suono e Parole del tempo, emerge la figura di un giovane che crede fermamente in Dio, tanto da affermare: «La legge di Dio/ è penetrata nella mia profonda/ mia intima carne / come acciaio rovente».

Egli è convinto che «il vero poeta è un asceta che ha fede in Dio e che è emblema della vita morale».

La scelta della rivista letteraria «Il Frontespizio» non è stata casuale, ma indicativa della formazione cattolica di Lorenzo Calogero.

La fede religiosa gli derivava sì dalla formazione familiare, ma si è rivelata frutto di personale convincimento e, durante la dittatura fascista, negli anni in cui Mussolini rivendicava a sé il diritto di formare i giovani, contrastando le associazioni cattoliche, egli non si omologava, ma aderiva all’Azione Cattolica.

Per lui la poesia è stata, come si legge in un quaderno inedito, «espressione … di quello che [è] il senso etico permanente nella coscienza”, tanto che del clamore delle camice nere e delle imprese fasciste “poco suono” giunse al suo orecchio “assorto in ascoltazione dell’eterno».

Come ha affermato Paolo Martino concludendo i lavori della giornata di studio a Melicuccà, il 13 aprile 2002, «È chiaro che c’è in Calogero un anelito inesausto che s’identifica col poetare. Ed è anelito religioso. Religiosa è la ricerca di verità attraverso l’auscultazione delle “parole del tempo”: il conflitto tempo-eternità è tematica squisitamente religiosa.»

Con il passare degli anni, l’incondizionata fiducia in Dio e nella poesia lascia il posto alla tristezza che diventa via via sempre più cupa, tanto che il volto della morte comincia ad apparire con una certa insistenza e nei momenti di sconforto, che diventano sempre più frequenti, è possibile scorgere immagini che caratterizzano l’opera matura: «Non so più quanto né come/ ho perduto e svanito il ricordo/ d’una vita presente che accordo/ al mio lugubre pesante nome.»

Nel 1940, però, trovava ancora nella fede motivi di conforto se da Sellia Marina, in Provincia di Catanzaro, dove è stato medico condotto ad interim tra il 1940 e il 1941, in una lettera indirizzata al padre, informava la famiglia di andare a messa ogni domenica, anche se molto probabilmente era già cominciato quel travaglio interiore che lo ha portato ad allontanarsi da tutto e da tutti.

In quegli anni le sue patofobie si accentuarono sempre più fino a quando, appunto, nel 1942, tentò per la prima volta il suicidio, sparandosi in direzione del cuore.

Nel corso della sua esistenza, Lorenzo Calogero declamò spesso la morte, come già nel suo primo libro di poesie, “ Poco suono”, pubblicato nel 1936 all’età di 26 anni, dove afferma: «Morte mi chiama/ col suo passo leggero/ come in un sogno». E sempre nella stessa raccolta giovanile sostiene che la vita «…ha il suo compimento/ più duraturo/ nella morte». Nella raccolta Sogno più non ricordo, la morte diventa addirittura ospitale, «di bianco e di seta vestita».

Questa familiarità con la morte ha fatto sì che la tesi del suicidio, avvalorata dai due precedenti tentativi del 1942 e del 1956, avvenuti in due momenti particolarmente drammatici, fosse comunemente accettata e i giornali non esitarono a titolare “Scoperta di un poeta suicida”, nonostante l’ufficiale sanitario di Melicuccà, nel suo referto, avesse affermato che quella morte era avvenuta per «infarto del miocardio» e non avesse ritenuto necessario procedere all’autopsia per ulteriori accertamenti.

Non è stata valutata neppure l’ipotesi che il poeta, che da anni si alimentava di caffè, barbiturici e sigarette, si sia lasciato morire per denutrizione.

Non c’è alcun dubbio che Calogero sentisse ormai prossima la fine e, nella sua solitudine, non ha trovato alcun conforto.

Poco più di una settimana prima della morte così si sfogava nei suoi versi: «e sembra un sogno, ma non ho nessuno./ O anima, o madre dei poeti/ e al tuo benigno regno, io poveruomo,/ forse nessuno. E languisco nelle tenebre/ che mi ha lasciato il tuo smaltato/ smalto; io due volte, pronto,/ sul punto di uccidermi …».

Il 18 marzo, tre giorni prima della sua scomparsa, in quella che viene comunemente indicata come la sua ultima lettera, così scriveva a Giuseppe Tedeschi: «Dopo due volte che ho tentato quasi un suicidio, o ho tentato di suicidarmi, credo che non mi verrà più un’idea del genere per la terza volta».

Sono del 1960 alcuni frammenti di una lettera inedita, indirizzata al Papa e molto probabilmente mai spedita, nella quale, chiedendo ingenuamente aiuto per ottenere una pensione che gli desse i mezzi di sopravvivenza, pur tra mille contorcimenti dialettici, con un linguaggio a volte incomprensibile, che conferma la particolare confusione psicologica che ha vissuto negli ultimi tempi della sua vita, cerca di chiarire la sua posizione di fede ed afferma testualmente che la sua «posizione rispetto alla Chiesa [è] quella fondamentale e specifica propria di ogni comune credente».

Soltanto qualche mese dopo aver scritto quelle note, nel momento più tragico della sua vita, quando le speranze umane erano definitivamente svanite, il forte combattimento interiore che stava vivendo lo ha indotto a cercare, all’alba di martedì 21 marzo 1961, un lungo dialogo con il parroco di Melicuccà, ché certo nelle sue intenzioni era l’ennesimo grido di aiuto.
I vicini di casa lo hanno visto per l’ultima volta, quella mattina, al ritorno dalla chiesa in cui lo zio, suo omonimo, aveva per anni esercitato il suo ministero sacerdotale, dove si era recato per fare la Comunione.
Il suo corpo esamine fu scoperto tre giorni dopo, steso sul letto della sua camera.

Qualcuno ha interpretato quel gesto come l’esito di un lungo travaglio che lo aveva portato a ravvivare, dopo un’indifferenza quasi ventennale, i sentimenti religiosi, a conferma che le esperienze giovanili non erano state superficiali.

Subito dopo la morte, qualche giornalista ha sperato che fosse il confessore a gettare luce sull’enigma della sua morte, ma don Michele Dell’Arena, l’allora parroco di Melicuccà, non venne mai meno al vincolo del segreto della confessione.

Mi piace ricordare che, durante le sue prime esperienze poetiche, di sé scriveva di sentirsi ancora come «frumento/ che giace sepolto/ nella terra/ per crescere/ per diventare un mare di spighe».

Fonti del materiale:

Lorenzo Calogero

Vengo dal sud

Wikipedia

Per le poesie, ricerca attraverso il web e raccolta poetica in pdf.

Poesie altrui

Sei poesie di Carlo Betocchi

UN DOLCE POMERIGGIO D’INVERNO

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

DELL’OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l’ombra di un’albatrella*
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.

Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.

*albatrella: è una pianta e non un uccello, antropomorficamente semidormiente in campagna.

IL DORMIENTE

Io mi destai con un profondo
ricordo del mio sonno.
Dalla mia veglia guardavo
il mio corpo dormiente,
era giorno, era un chiaro
giorno silente.

Quando le sere d’estate
esalan profumate
tenebre sul fiume, un uomo
giace sopra la riva
addormentato dal suono
dell’onda viva.

Passano sopra il suo viso
l’ombre del paradiso
lunare, tra i flessuosi
salici e il lieve vento;
celano gridi amorosi
l’erbe d’argento.

Vento e prati fluttuando
muoiono con un blando
fiotto e là, presso il suo corpo,
come a un’isola viva
da un mare languido e smorto
il flutto arriva.

Presso il suo corpo si rompe
quell’ineffabil fonte;
e il suo respiro leggero
di creatura che dorme
scioglie nell’etereo cielo
azzurre forme.

ORA AD ALTRE SPERANZE

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena

come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.

E le attese e gli eventi
nell’alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,

e in me è tutt’uno
l’animo e questo moto, incerto e bruno.

UNA GIORNATA A GREVE

Batti la falce a freddo, lungo il taglio,
e insisti, o pazientissima mano,
lascia che echeggino i colpi,
e s’empia l’aria del mattino
d’un sottile rumore.
Ché in questo è il paese,
e quando sbagli battuta, e quando
sosti, e quando riprendi
a venare di colpi il timido acciaio
e la pietra,
come somiglia il mattino alla sera,
e il nitore dell’aria al maltito*
apparir della luna,
sui colli, purissima,
tribolata anche lei dall’amore.

*maltito: termine regionale toscano che indica l’essere ammaccato dei frutti e, in senso figurato, l’essere offuscato del cielo.

AVRÒ LA MIA TOMBA; SARAI TU CHE VERRAI

Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai,
morte procace, non squallida come quei timidi
dicono: io son tuo amante, morte, mia morte
che raccogli la vita tra le braccia e la
tramandi, dalle sue spoglie grano traendo,
e vita, nuova vita nel sole dei morti,
invisibile nella loro pace fruttifera,
da cui un’altra né mai diversa vita risorge,
nulla finisce, anzi tutto continua, o morte,
o amata morte, o amata.

~

La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.

Carlo Betocchi

BIOGRAFIA

Nato a Torino il 23 gennaio 1899, Carlo Betocchi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, nonostante poi in vita abbia ricevuto pochi riconoscimenti.

Si trasferisce a Firenze da bambino quando il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato, viene destinato al capoluogo toscano. Rimane orfano del padre nel 1911 e, dopo essersi diplomato perito agrimensore, frequenta la scuola ufficiali di Parma: viene inviato al fronte nel 1917 e tra il 1918 e il 1920 è volontario in Libia.

Successivamente si trova in Francia e in diverse località dell’Italia centro-settentrionale, per rientrare stabilmente a Firenze dal 1928 al 1938. Questo periodo corrisponde alla sua intensa partecipazione, assieme con Piero Bargellini, allo sviluppo della rivista di ispirazione cattolica “Il Frontespizio”: quest’ultima, sulla quale curò a partire dal 1934 la rubrica “La più bella poesia”, sarà il luogo dei suoi primi versi e nelle sue edizioni uscirà anche la sua prima raccolta poetica (Realtà vince il sogno in “Il Frontespizio”, Firenze, 1932).

Nel 1953 Carlo Betocchi è di nuovo a Firenze impegnato nell’insegnamento di materie letterarie presso il Conservatorio Luigi Cherubini.
Dal 1961 al 1977 è redattore della rivista “L’Approdo Letterario”.

L’itinerario della poesia e del pensiero di Carlo Betocchi va da una felice fiducia nella Provvidenza ai forti dubbi e ai dolenti ripensamenti nella vecchiaia dopo una terribile esperienza di dolore.
Lo stesso Betocchi affermava “La mia poesia nasce dall’allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall’allegria. È allegria del conoscere, l’allegria dell’essere e del saper accettare e del poter accettare“.

Dal 1932 sono numerose le raccolte poetiche di Carlo Betocchi con tanti passaggi, mai inutili, da “Realtà vince il sogno” fino all'”Estate di San Martino” del 1961 e “Un passo, un altro passo” del 1967 e a “Prime e ultimissime” del 1974, “Poesie del sabato” (1980).

Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato “Notizie di prosa e poesia” (1947), “Un ponte sulla pianura” (1953), “Poesie” (1955).

In lui l’ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei paessaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo.
È alla fine del suo percorso vitale che che il rapporto con la fede sembra allentare: “Anni di dubbi, di sofferenza e di solitudine, egli arrivò a temere di averla persa, la fede, quella sua gioiosa e spavalda comunione teologale con tutte le creature” (Leandro Piantini). Tra l’altro, Mario Luzi afferma chiaramente che se di perdita di fede si trattava, era solo che Betocchi stava perdendo la sua fiducia nella Chiesa fatta dagli uomini, ben dotata di “teologale ultra superbia”.

Poeta cristiano e popolare, poeta degli affetti e della solidarietà con le creature, scabro essenziale poeta delle cose degli oggetti, dei paesaggi per balzare direttamente sul piano emozionale della voce e del canto, con il massimo, sempre, di controllo: la situazione di vita che Betocchi canta è di povertà (non di miseria). Povertà come si può dire della cucina toscana che è cucina di “cibi poveri”: necessità essenziale, dunque, come essenziali sono le manifestazioni della natura e delle esigenze vitali. Mai il superfluo, mai l’addobbo, mai l’arredamento entrerà a turbare la linea asciutta del suo canto.

Carlo Betocchi muore a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986.

Nel 1999 è uscito “Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti” (Biblioteca Universale Rizzoli) con poesie scelte e molte poesie inedite, curato da Giorgio Tabanelli, con interventi di Carlo Bo e Mario Luzi.

APPROFONDIMENTO, che ho molto apprezzato, dalla rivista on line Nuovi Argomenti:

Poesia come preghiera.