In prosa & poesia

Ponti

La maggior parte delle persone non è altro che un ponte: ti accompagna dall’altra parte del fiume, dall’altra parte delle paure, talvolta dall’altra parte del tuo stesso pensiero. Tuttavia, alla fine, non si va oltre: come finiscono i ponti, così finisce anche la loro compagnia, lasciandoti solo dall’altra parte del fiume, con solo qualche pensiero in più che, a volte, si fa esperienza e ricordo.

(11 maggio 2016)

In prosa & poesia

Il bisogno di cadere

Talvolta si vorrebbe sfidare il tempo, superarlo senza crescere. Ma strappare una foglia prima che sia cresciuta tutta, e sia giunta al suo termine, non farà sì che l’autunno arrivi prima, improvvisamente.

Talvolta si avverte il bisogno di cadere, come foglie, e di farsi trasportare, per provare l’ebrezza di volare e la carezza del cielo che ti porti fino al mare.

Illustrazione di Diana Pedott.

Dal quotidiano

Sotto l’onda che s’alza

La nonna ha l’abitudine di sedere vicino la finestra, sulla sua comoda sedia ricoperta di stoffa. Le piace guardare la gente che passa, alzare ogni tanto gli occhi al cielo e dire in tono gioioso: “Meno male che oggi è uscito il Sole!”, mentre si rattrista quando piove, credendo subito che l’inverno sia tornato (in piena estate), e non potrà più andare a passeggiare.
A volte, però, cade nelle sue fissazioni, così: se vede passare delle persone che non conosce, comincia a dire che hanno guardato dentro casa, e che l’hanno guardata in modo strano, come se avessero pensato di derubarla. Quando dice ciò, è difficile anche solo fingere di ascoltarla, ancora più difficile è convincerla del fatto che le sue sono solo impressioni.
Altre volte, quando vede passare delle persone che invece conosce, lei diventa tutta contenta, aspettando ansiosa che quelle persone la guardino dalla finestra, per poi salutarla. Ma, le persone, anche quelle che un tempo la salutavano, ora pare che abbiano fretta, oppure non hanno più voglia di alzare gli occhi verso la sua finestra; insomma, hanno nuovi pensieri per la testa. Vedo allora spegnersi l’emozione negli occhi della nonna, ma non prima di averla vista intenta a cercare di attirare l’attenzione dei passanti.
Non parla, non urla per farsi sentire, semplicemente: alza la mano e saluta aprendo e chiudendo le dita, come una bambina che imita una luce a intermittenza. Continua seguendo con lo sguardo e con il braccio la persona che in quel momento sta passando di lì, finché questa scompare e, insieme, vedo scomparire l’entusiasmo sul volto della nonna. Quindi si volta a guardarmi e mi dice, con tono triste, che non l’hanno salutata. Altre volte ha un tono arrabbiato, di quelli spontanei che spuntano fuori quando ci si sente offesi; io le dico che non fa niente, oppure, la assecondo con un sommesso “Eehh…”, scuotendo la testa e sospirando, un modo come un altro per dirle “e che ci vuoi fare?”. Altre volte ancora, resta in silenzio, come non fosse successo nulla, così per un po’ rimango a guardarla, talvolta sento invadermi da tutta la solitudine della vecchiaia: mi commuove, mi porta alla mente l’immagine di una grande onda che sempre più si alza, con noi tutti sotto di essa senza più alcuno scampo.

Meno male che oggi è uscito il Sole.

scatto personale

Dal quotidiano

Nuvole di passaggio

8 ottobre 2016

Erano le cinque e mezzo del mattino, fui svegliata dal fortissimo rumore del temporale. Sarà che ero in dormiveglia, ma ho preferito non aprire gli occhi. Ho continuato ad ascoltare quel ticchettio battente, sul vetro delle finestre. Era forte, fortissimo: grandinava. Ma quel suono mi ricordava anche altro, quello di un paio di mani che battevano, senza sosta, su una macchina da scrivere. Che buffo! Trasformare in sogno un momento reale: per sentirlo più forte dentro, o per sfuggire da esso?
Ho immaginato che quelle mani potessero essere quelle di Dio, intente a scrivere il suo romanzo. Nel romanzo c’ero io, la mia famiglia, ma anche persone che a quell’ora stavano lì fuori, al freddo, in cerca di un riparo.
Allora ho aperto gli occhi, ho guardato fuori e, nell’osservare quella tempesta di pioggia e quel vento così adirato, ho avuto quasi paura e ho percepito un senso di impotenza.
Eppure ero a casa, al sicuro.
Non so chi me lo abbia suggerito, ma ho cominciato a pregare, affinché smettesse di piovere. E voi, voi ci credete? La pioggia ha continuato la sua opera, ma stavolta più sottile, più sottile ancora.
Prima che smettesse, diversi pensieri hanno invaso la mia mente.
Ho pensato alle persone che non sento da tanto, a quelle a cui ho impedito di farmi conoscere a fondo. Soprattutto, ho pensato alla fragilità della vita e alla forza della morte, al loro convivere insieme.
E poi, mi sono chiesta, ma quale potrebbe mai essere l’ultimo pensiero di chi sta per volare in cielo? Forse pace, o forse non ha nemmeno tempo per pensare.
Una volta, lessi che non conta tanto il fatto che la morte arrivi, quanto ciò che si stava facendo durante il suo arrivo.
Ecco, allora io vorrei farmi trovare così: con gli occhi perduti ma innamorati, le mie mani intrecciate ad altre, il mio cuore traboccante di ricordi che – imperterriti – fanno ancora a gara coi sogni.

folli