Estratti di letture

La sensibilità

La sensibilità, quella vera, non ha la voce grossa, non urla, non tenta di imporsi ad ogni costo. La sensibilità è timida. Non ha bisogno di proclamarsi, non è becera. Spesso si nasconde sotto un’apparenza scostante e dura. E’ come una donna bellissima ma poco appariscente: bisogna guardarla bene per lasciarsi inondare dalla sua grazia, dalla sua insaziata profondità. Una volta un amico mi disse che essere sensibili è come avere un’arpa interiore e sentire “vibrare” le sue corde… Io dico che è questo, ma anche di più. Essere sensibili è anche saper toccare le corde dell’arpa interiore degli altri. Anche se, spesso, ad udirsi sono solo disarmonie.

Angie Siniscalchi

In prosa & poesia

Nell’immaginar, danzare

Non saprai ballare,
ma sai far danzare le dita
sulla chitarra che imbracci
come fosse una ballerina
che reggi con grazia.

E vorrei essere io ella
che vibri tra le tue braccia
e suoni sulle note di “Un amore
così grande”, com’è grande
il mio desiderio il quale tace,

eppur, silente t’avvolge.

“Elegant Lady with Music Score” di Fernand Toussaint (Bruxelles 1873 – 1956). Olio su tela. Collezione Privata.

In prosa & poesia

Aneme e corde (dedicata a Napoli)

Chi te sape a fora,
te vede comme na musica
‘e na chitarra ca felice sona.

‘Nce sta po’ chi te trova
comme nu mandulino
c’annanzo è piccerillo
ma tene ‘a panza chiena
ca, annascunnuta ‘a reto,
dice ca nun è ‘o vero.

‘Nce sta pure chi te crede
troppo musicante…
ma che ne vonno sape’?!
D”e allucche d”a gente int”e vasce,
o int’ ‘a Pignasecca addò
se fa ‘o mercato: songhe allucche
ca t’allicordano sultanto
ca là ‘mmiezo
‘a vita passa cu crianza.

Chi te cunosce overamente,
comme te fosse sora, o comme
na cumpagna stretta, sente
ca int”e vichi sonano, forse no na chitarra,
e nemmanco nu mandulino c”a panza,
ma corde ‘e viulino, finî finî,
addò ‘o chianto s’ammesca cu ‘e rrise.

Allora nu poco, nu poco cchiù legge
se fanno ‘e fferite, cchiù fforte
songhe ‘e rradicî, e accussì chiagne,
chiagne felice comme, muorto,
stiss’ ‘int’o Paraviso.

Traduzione: Anime e corde

Chi ti sa da fuori,
ti vede come una musica
di una chitarra che felice suona.

C’è poi chi ti trova
come un mandolino
che davanti è piccolo
ma ha una pancia piena
che, nascosta dietro,
dice che non è vero.

C’è anche chi ti crede
troppo musicante…
ma che ne vogliono sapere?!
Delle grida della gente nei bassi,
o nella Pignasecca dove
si fa il mercato: sono grida
che ti ricordano soltanto
che lì in mezzo
la vita passa con creanza.

Chi ti conosce veramente,
come ti fosse sorella, o come
una compagna stretta, sente
che nei vichi suonano, forse non una chitarra,
e nemmeno un mandolino con la pancia,
ma corde di violino, sottili sottili,
dove il pianto si mescola con il riso.

Allora un poco, un poco più lievi
si fanno le ferite, più forti
sono le radici, e così piangi,
piangi felice come, morto,
fossi dentro al Paradiso.

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Note e approfondimenti

Crianza: Il dialetto napoletano assegna a questo termine un’importanza che la variante italiana, “creanza”, chiama solo “buona educazione”: avere “crianza” può voler dire anche essere assennati, capaci di discernere il buono dal cattivo e di comportarsi di conseguenza.

Basso: termine che in dialetto si dice “vascio”, sono piccole abitazioni di uno o due vani poste al piano terra, con l’accesso diretto sulla strada.

Pignasecca: situata sulla direttrice Piazza Carità – Stazione di Montesanto – Ventaglieri, incuneata tra via Toledo e la parte settentrionale dei Quartieri Spagnoli, è uno dei luoghi più popolari, suggestivi e folkloristici di Napoli. Qui si svolge uno dei mercati più antichi della città.

Alluccare: alzare la voce, strillare, gridare, tutti termini che in napoletano vengono rappresentati da questo termine. Vale anche, nella forma transitiva, come “rimproverare”: quindi un bambino irrequieto viene “alluccato” se combina pasticci.
L’origine è sicuramente latino medievale. Infatti si indicava con “alucus” (quindi “alucari” e poi “alluccare“) l’ “allocco”, uccello caratteristico per i suoi strilli ed “allucchi”.

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Il titolo di questa mia poesia prende spunto da… “La Luteria anema e corde”, sita al centro storico di Napoli, che si occupa della progettazione, costruzione e restauro di strumenti musicali a corda quali Violino, Viola, Violoncello, Mandolino, Mandola, Mandoloncello, Liuto Cantabile e Chitarra classica, acustica ed elettrica. Seguendo a pieno lo spirito creativo dell’artigianato campano, la Liuteria ANEMA E CORDE si propone la diffusione della tradizionale Scuola Liutaia Napoletana, ma al contempo l’introduzione nei modelli classici di elementi personali e originali. Fondamento di questa liuteria è la rigorosa costruzione a mano, imprimendo gusto, tecnica e spirito personali in ogni strumento. -Salvatore e Pasquale Mancino

Vi rimando, qui, ad un carinissimo articolo introdotto da questa stessa liuteria.

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Quando nella mia poesia parlo di “corde”, mi piace pensare non solo a quelle di strumenti musicali, ma anche a quelle per stendere i panni, o a quelle altre dove sono appese bandierine colorate come in foto: corde che non incatenano né stringono, ma tengono uniti, si danno le mani… e tu che passi sotto quei fili ti senti accolto, quasi al sicuro. Eppure, spesso, quando si parla dei Quartieri Spagnoli li si associa a una zona pericolosa (ammetto che anche a me fu insegnato così), allo stesso modo della Pignasecca la quale non porta una buona nomea. Ma di queste zone, più che pericolose, direi che sono povere (in confronto ai quartieri del Vomero e a Posillipo), eppure, nonostante ciò restano colorate e vive.

Dal quotidiano

Non una poesia, forse una canzone: Giornata in colore

Sulle spalle una chitarra,
indossava una felpa gialla
che col viola delle scarpe
sembrava già suonasse.

Pensai, “scenderà a Dante,
e poi di fila al centro storico,
dove le vie suonano grazie
al Gran Conservatorio.”

Ma mi prese in contropiede,
scendendo a Salvator Rosa:
perché, a far musica coi colori,
non è poi poca cosa.

Stazione Salvator Rosa, Napoli

Dal quotidiano

Napoli sona, sona e canta…

Con Pino Daniele che è nell’aria 🎶🎷

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26 giugno 2020

Castel dell’Ovo

La Fontana del Gigante

Piazza del Plebiscito

Nei pressi del Castel dell’Ovo

26 giugno 2020

Estratti di letture

Chi porta una lira di giornata a casa, si stima felice (Matilde Serao)

Eppure la gente che abita in questi quattro quartieri popolari, senz’aria, senza luce, senza igiene, diguazzando nei ruscelli neri, scavalcando monti d’immondizie, respirando miasmi e bevendo un’acqua corrotta, non è una gente bestiale, selvaggia, oziosa; non è tetra nella fede, non è cupa nel vizio, non è collerica nella sventura. Questo popolo, per sua naturale gentilezza, ama le case bianche e le colline: onde il giorno di Ognissanti, quando da Napoli, tutta la gente buona porta corone ai morti, sul colle di Poggioreale, in quel cimitero pieno di fiori, di uccelli, di profumi, di marmi, vi è chi l’ha intesa gentilmente esclamare: o Gesù, vurria murì, pe’ sta ccà!
Questo popolo ama i colori allegri, esso che adorna di nappe e nappine i cavalli dei carri, che si adorna di pennacchietti multicolori nei giorni di festa, che porta i fazzoletti scarlatti al collo, che mette un pomodoro sopra un sacco di farina, per ottenere un effetto pittorico e che ha creato un monumento di ottoni scintillanti, di legni dipinti, di limoni fragranti, di bicchieri e di bottiglie, un monumentino che è una festa degli occhi: il banco dell’acquaiuolo.
Questo popolo che ama la musica e la fa, che canta così amorosamente e malinconiosamente, tanto che le sue canzoni dànno uno struggimento al core e sono la più invincibile nostalgia per colui che è lontano, ha una sentimentalità espansiva, che si diffonde nell’armonia musicale.
Non è dunque una razza di animali, che si compiace del suo fango; non è dunque una razza inferiore che presceglie l’orrido fra il brutto e cerca volenterosa il sudiciume; non si merita la sorte che le cose gl’impongono; saprebbe apprezzare la civiltà, visto che quella pochina elargitagli, se l’ha subito assimilata; meriterebbe di esser felice.

Abita laggiù, per forza. È la miseria sua, costituzionale, organica, così intensa, così profonda, che cento Opere Pie non arrivano a debellare, che la carità privata, fluidissima, non arriva a vincere; non la miseria dell’ozioso, badate bene, ma la miseria di colui che fatica quattordici ore al giorno.
Questo lavoratore, quest’operaio non può pagare un affitto di casa, che superi le quindici lire il mese: e deve essere un operaio fortunato, vi è chi ne paga dieci, chi ne paga sette, chi ne paga cinque; questi ultimi formano la grande massa del popolo. Anni fa, una compagnia cooperativa edificò, verso Capodimonte, un falansterio di case operaie, chiare, pulite, strettine, ma infine igieniche: per quanto restringesse i prezzi, non potette dare i suoi appartamentini, a meno di trentaquattro lire al mese.
Nessuno operaio vi andò.
Vi andarono degli impiegati con le famiglie, qualche pensionato, gli sposetti poveri, insomma una mezza borghesia che vuol nascondere la sua miseria e avere la scaletta di marmo.
Quel grandissimo edificio resta lì a far prova della miseria napoletana: anzi, gli scrupolosi e borghesi che vi abitano, punti nel loro presuntuoso amor proprio, da coloro che li accusavano di abitare le case operaie, hanno fatto dipingere a grandi caratteri questa scritta sull’ingresso maggiore:
le case della Cooperativa non sono case operaie. Iscrizione crudele e superba.
Trentaquattro lire? Queste trentaquattro lire un lavoratore napoletano le guadagna in un mese: chi porta una lira di giornata a casa, si stima felice.

Le mercedi sono scarsissime, in quasi tutte le professioni, in tutt’i mestieri. Napoli è il paese dove meno costa l’opera tipografica; tutti lo sanno: gli operai tipografi sono pagati un terzo meno degli altri paesi. Quelli che guadagnano cinque lire a Milano, quattro a Roma, ne guadagnano due a Napoli, tanto che è in questo benedetto e infelice paese, dove più facilmente nascono e vivono certi giornaletti poverissimi, che altrove non potrebbero pubblicare neppure tre numeri. I sarti, i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati nella medesima misura; una lira, venticinque soldi, al più, trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo. I tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno. E notate che la gioventù elegante di Napoli, è la meglio vestita d’Italia: che a Napoli si fanno le più belle scarpe e i più bei mobili economici; notate che Napoli produce i migliori guanti.

Matilde Serao, Il ventre di Napoli (1884)

Estratti di letture

Il cha-cha-cha (Dino Buzzati)

<< Cos’è? >> lui chiese.
<< È il cha-cha-cha più bello che esiste. Los cariñosos >> lei rispose con la sicurezza di chi nomina il Tristano o il Rigoletto, risaputo nutrimento di tutti.
E in una specie di infantile esaltazione cominciò a ballare da sola.
È sicura di sé. L’alterno ritmo la trasporta avanti e indietro come un’onda ma nello stesso tempo era lei padrona e dominava l’impulso. All’improvviso non ci sarà più niente di falso, di taciuto, di nascosto, di vile, di meschino. Le braccia tenute su come due piccole ali ripiegate, i fianchi ondulanti nello scatto del saltello, la faccia chiusa in un sorriso immobile che non è più suo ma della musica stessa, ingenuo pensiero di cose belle, orgoglio di sé, provocazione, offerta. Nel moto che la porta avanti e subito si ritrae, buttava indietro la testa in gesto di abbandono quasi di fronte a lei ci fosse un altare, un dio, la vita.
[…]
Si è messa a ballare. Ha un vestito color lilla di tessuto a grossa trama teso sul busto, serrato in vita da una cintura, la gonna al ginocchio corta e gonfia.
Il cha-cha-cha non le sale nelle gambe ma nel bacino e nella colonna vertebrale assoggettando il corpo a una specie di desiderosa ondulazione, di rilascio, di dare e non dare, offrire e no, come trotto a singulto per una strada che torna continuamente su se stessa, come un ostinarsi voluttuoso, come un giocare fra un’onda e l’altra, un ritmico compiersi d’amore che trascina su e giù, frenetico, misurato, preciso, stanco, insaziabile, come la febbre spirituale della sera nelle boscaglie dell’Africa quando l’animo si perde nelle immaginazioni e nei ricordi, come la livida luce del vicolo dalle cui profondità una voce chiama, come le rosse labbra ambigue che per un istante al riverbero dei fari si dischiusero mute nella promessa, come la giovinezza triste che ridendo si butta e si contorce felice nel buio che la schianterà, aspirazione, ideale anche, vibrazione profonda della materia viscerale, voce delle terre che mai conosceremo, imitazione del trionfo il quale mai si compirà, martello dolcissimo e crudele che batti a tre a tre con una breve pausa in mezzo, a tre a tre batti, batti a tre a tre e precipi giù per le cateratte del diciassette aprile battendo a tre a tre i macigni e l’acqua urtando impazzisce, diventa biscia, epilessia, arpa, perdizione ma lei sopra coi tacchi a spillo levita, fluttua, gioca e sorride con l’evidenza soverchiante di una sapiente bambina, qui ritrovando il succo irresistibile e vero della vita.

C’è, nel motivo popolaresco della musica, semplice come uno stecco eppure carico di secoli, qualcosa che precisamente diceva addio, con potenza d’amore per quello che fu e mai ritornerà e nello stesso tempo un confuso presentimento di cose che un giorno verranno, forse, perché la musica vera è tutta qui nel rimpianto del passato e nella speranza del domani, la quale è altrettanto dolorosa. Poi c’è la disperazione dell’oggi, fatta dell’una e dell’altra. E fuori di qui altra poesia non esiste.

(Dino Buzzati, Un amore)

Dal quotidiano

Scorci di Napoli (sei scatti + un video)

Vi porto nelle vie storiche di Napoli, in particolare, in Via San Sebastiano: famosa per i suoi piccoli negozi di antiquariato e tanti piccoli negozi di musica. E, a proposito di musica, a pochi passi sarà facile sentire suonare strumenti musicali, perché a pochi metri vi è il Conservatorio di San Pietro a Majella, un istituto superiore di studi musicali fondato a Napoli nel 1808, situato nell’ex convento dei Celestini annesso alla chiesa di San Pietro a Majella. Il complesso è il più antico conservatorio italiano, una delle più prestigiose scuole di musica in Italia, ed ha influenzato la cultura musicale europea contribuendo fortemente allo sviluppo della scuola musicale napoletana.

Ecco, qualche scatto rubato in Via San Sebastiano:

Quelle che sembrano chitarrine a forma di goccia, ma che hanno sul retro come una pancia, sono mandolini.

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Antiche caffettiere napoletane in rame.

Dalla penultima foto in poi, invece, ci incamminiamo verso altre famose vie che sono: Via San Biagio dei Librai e San Gregorio Armeno, quest’ultima celebre per le botteghe artigiane di presepi.

Estratti di letture

Brevi passi tratti da “Storia di Ásta” (Jón Kalman Stefánsson)

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Brano di Jóhann Sigurjónsson, drammaturgo e poeta islandese. Atipicamente, Jóhann ha scritto opere teatrali e poetiche sia in islandese che in danese.

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Luciano di Samosata, scrittore greco alquanto ironico

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Passi tratti da “Storia di Ásta”, Jón Kalman Stefánsson.

In prosa & poesia

Umile – utile come il vento

Vorrei essere il vento
che pur sbuffando
suona, pur soffrendo
ogni carezza dona,
che dà voce a chi
non ha parola,
e grazia nel movimento
a chi non ballerebbe mai
sotto il pianto della pioggia.
Vorrei essere vento: musica,
carezza, parola e movimento –
gioia invisibile, ma di sostegno.