Estratti di letture

Soltanto il caso (Milan Kundera)

(Piacevole è rileggere alcuni passi di libri letti nel passato)

Passo tratto da “L’ insostenibile leggerezza dell’essere”, Milan Kundera

Direi:

La perfezione insita nel fatto casuale, ne fissa la sempiternità nel tempo avvenire, con o senza il sussistere del caso – come l’avere fede, senza nulla sapere, affidandoci al suo essere immortale. Ci lasciamo andare ad esso – forse ci è familiare – così come al sonno ci abbandoniamo, colti sempre impreparati, ma senza mai disturbarci: invitati a sognare.

Estratti di letture

Al confine (Milan Kundera)

La prima volta che Jan aveva incontrato Passer, molto tempo prima, Passer gli aveva parlato delle grandi speranze dell’umanità e, parlando, batteva il pugno su un tavolo, al di sopra del quale brillavano i suoi occhi eternamente entusiasti.
Oggi non parlava delle speranze dell’umanità, ma delle speranze del suo corpo. I medici dicevano che se fosse riuscito a superare, grazie a un trattamento intensivo di iniezioni e a prezzo di forti dolori, i prossimi quindici giorni, ce l’avrebbe fatta. Mentre raccontava queste cose a Jan, batteva il pugno sul tavolo e i suoi occhi brillavano. Il suo racconto entusiasta sulle speranze del corpo era l’eco malinconica del suo racconto sulle speranze del genere umano. Quei due entusiasmi erano ugualmente illusori e gli occhi scintillanti di Passer conferivano a entrambi una luce ugualmente magica.

Poi si mise a parlare dell’attrice Hanna. Con pudica timidezza maschile, confessò a Jan che nonostante tutto ancora una volta era impazzito. Era impazzito per una donna infinitamente bella, pur sapendo che era la follia più
pazza di tutte le possibili follie. Parlava con occhi scintillanti del bosco in cui avevano cercato funghi come si cerca un tesoro e della locanda dove si erano fermati a bere vino rosso.
“E Hanna era formidabile! Capisci? Non aveva l’aria dell’infermiera premurosa, non mi gettava sguardi compassionevoli per ricordarmi la mia infermità e la mia distruzione, rideva e beveva insieme a me. Ci siamo scolati un litro di vino! Mi sembrava di avere diciotto anni! La mia sedia era piazzata esattamente sulla linea della morte e io avevo voglia di cantare!”.

Passer batteva il pugno sul tavolo e guardava Jan con i suoi occhi scintillanti, al di sopra dei quali tre capelli d’argento tracciavano un ricordo della sua folta capigliatura.
Jan disse che tutti ci troviamo sulla linea della morte. Che il mondo intero, sprofondando nella violenza, nella crudeltà e nella barbarie, si è seduto su quella linea. Lo disse perché voleva bene a Passer e gli sembrava terribile che quell’uomo che batteva meravigliosamente il pugno sul tavolo morisse prima del mondo che non si meritava nessun amore. Si sforzava di far apparire più vicina la fine del mondo perché la morte di Passer risultasse più sopportabile.
Ma Passer sulla fine del mondo non era d’accordo e battendo il pugno sul tavolo ricominciò a parlare delle speranze dell’umanità. Disse che si viveva un’epoca di grandi cambiamenti.

Jan non aveva mai condiviso l’ammirazione di Passer per le cose che cambiano, però gli piaceva il suo desiderio di cambiamenti perché ci vedeva il più antico desiderio dell’uomo, il conservatorismo più conservatore dell’umanità. Ma benché gli piacesse questo desiderio, voleva sottrarglielo adesso che la sedia di Passer si trovava sulla linea della morte. Voleva sporcare ai suoi occhi l’avvenire perché egli rimpiangesse di meno la vita che stava per perdere.
Gli disse: “Ci raccontano sempre che stiamo vivendo una grande epoca. Clevis parla della fine dell’era giudaico-cristiana, altri della fine dell’Europa, altri ancora della rivoluzione mondiale e del comunismo, ma sono tutte
stupidaggini. Se la nostra è un’epoca di sconvolgimenti è per tutt’altre ragioni”.

Passer lo guardava negli occhi con il suo sguardo scintillante sul quale si incurvava il ricordo della sua forte capigliatura, di cui restavano tre fili d’argento.

Jan proseguì: “Conosci la storia del lord inglese?”.
Passer batté il pugno sul tavolo e disse che non conosceva quella storia.

“Dopo la prima notte di nozze, un lord inglese dice alla moglie: Milady, spero che siate incinta. Non vorrei ripetere una seconda volta questi movimenti ridicoli”.
Passer sorrise, ma senza battere il pugno sul tavolo. L’aneddoto non era di quelli che suscitavano il suo entusiasmo.

Jan continuò: “Ma quale rivoluzione mondiale! Stiamo vivendo una grande epoca storica in cui l’atto sessuale si sta definitivamente trasformando in una serie di movimenti ridicoli!”. Sul volto di Passer comparve un sorriso appena abbozzato. Jan lo conosceva bene. Non era un sorriso gioioso o di approvazione, era il sorriso della tolleranza.

Erano sempre stati molto lontani l’uno dall’altro e nei rari momenti in cui la loro differenza si manifestava in modo troppo evidente si scambiavano a vicenda quel sorriso per assicurarsi che la loro amicizia non era in pericolo.

Perché ha sempre davanti agli occhi questa immagine del confine?
Si risponde che probabilmente sta invecchiando: Le cose si ripetono e a ogni ripetizione perdono un po’ del loro senso. O, più esattamente, perdono goccia a goccia la loro forza vitale, che presuppone automaticamente un senso. Il confine, dunque, significa per Jan la massima dose ammissibile di ripetizioni.

Un giorno aveva assistito a uno spettacolo teatrale in cui, nel bel mezzo dell’azione, un comico assai dotato cominciava di punto in bianco a contare, molto lentamente e con grande concentrazione: uno, due, tre, quattro… pronunciava ogni numero con aria molto assorta, come se gli fosse sfuggito e lo stesse cercando nello spazio intorno a lui: cinque, sei, sette, otto… Al quindici il pubblico si era messo a ridere e quando era arrivato a cento, lentamente e con l’aria sempre più assorta, la gente cadeva dalle sedie.
In un altro spettacolo, lo stesso comico si era messo al piano e aveva cominciato a suonare l’accompagnamento di un valzer con la mano sinistra: um pa pa, um pa pa… La mano destra restava abbassata, non si sentiva nessuna melodia, solo quel continuo um pa pa, e lui guardava il pubblico come se quell’accompagnamento fosse una musica splendida, degna di emozione, di applausi e di entusiasmo. Suonò senza mai interrompersi venti volte, trenta volte, cinquanta volte, cento volte il suo um pa pa e la gente soffocava dalle risate.
Sì, quando si passa il confine la risata scoppia fatidica. Ma quando si va ancora più lontano, quando si va al di là del riso?

Jan immagina che gli dèi greci in principio avessero preso viva parte alle avventure dell’uomo. Poi si erano installati sull’Olimpo e da lì guardavano giù e sghignazzavano. E oggi dormono ormai da molto tempo.

Eppure secondo me Jan sbaglia se crede che il confine sia una linea che taglia la vita dell’uomo in un luogo preciso, che indica dunque una cesura nel tempo, un secondo preciso sull’orologio della vita umana. No. Io sono sicuro invece che il confine è sempre con noi, indipendentemente dal tempo e dalla nostra età, onnipresente, anche se più o meno visibile a seconda delle circostanze.
La donna che Jan ha tanto amato aveva ragione di dire che ciò che la teneva attaccata alla vita era il filo di una ragnatela. Basta così poco, un piccolo soffio di vento e le cose si spostano impercettibilmente e quello per cui un secondo prima si era disposti a dare la vita appare di colpo come un nonsenso in cui non c’è nulla.

Jan aveva amici che come lui avevano abbandonato la loro vecchia patria e consacrato tutto il loro tempo alla lotta per la sua libertà perduta. A tutti loro era già capitato di sentire che il legame che li univa al loro paese era solo un’illusione e che solo per una sorta di perseveranza dell’abitudine erano ancora pronti a morire per qualcosa che era loro ormai indifferente.
Conoscevano tutti questo sentimento e al tempo stesso temevano di riconoscerlo, voltavano la testa per paura di vedere il confine e di scivolare (attratti dalla vertigine come da un abisso) dall’altra parte, là dove la lingua del loro popolo vessato era ormai un rumore insignificante simile al cinguettio degli uccelli.

Se Jan definisce per se stesso il confine come la massima dose ammissibile di ripetizioni, sono obbligato dunque a correggerlo: il confine non è il risultato della ripetizione. La ripetizione non è che uno dei modi per rendere visibile il confine. La linea del confine è coperta dalla polvere e la ripetizione è come il
movimento della mano che toglie questa polvere.

Vorrei ricordare a Jan questa esperienza degna di nota che risale alla sua infanzia: Aveva allora circa tredici anni. Si parlava degli esseri che vivono sugli altri pianeti e lui giocava con l’idea che queste creature extraterrestri avessero sul corpo più parti erotiche dell’uomo, abitante della terra. Il bambino di tredici anni che si eccitava di nascosto davanti alla foto rubata di una ballerina nuda era infine arrivato a pensare che la donna terrestre, dotata di un sesso e due seni, questa trinità troppo semplice, soffrisse di indigenza erotica. Sognava un essere che avesse sul corpo non questo misero triangolo ma una dozzina o una ventina di punti erotici e offrisse allo sguardo eccitazioni inesauribili.
Voglio dire con questo che già a metà del lungo percorso della sua verginità, sapeva che cosa significasse essere stanco del corpo femminile. Ancora prima di conoscere il piacere, era arrivato col pensiero alla fine dell’eccitazione. Ne aveva già toccato il fondo.
E dunque aveva vissuto fin dall’infanzia avendo sempre sotto gli occhi quel misterioso confine al di là del quale un seno femminile non è altro che un’escrescenza insignificante sul petto. Il confine era la sua sorte fin dai primissimi inizi. A tredici anni Jan, che sognava altre parti erotiche sui corpi femminili, conosceva bene questi corpi quanto lo stesso Jan trent’anni dopo.

•••

Jan si dice: “All’inizio della vita erotica dell’uomo c’è l’eccitazione senza piacere, alla fine il piacere senza eccitazione”.

(Milan Kundera, il libro del riso e dell’oblio)

Estratti di letture

In una ragnatela (Milan Kundera)

La donna che ha amato di più al mondo (allora aveva trent’anni) gli diceva (era quasi disperato quando glielo sentiva dire) che era legata alla vita solo da un filo sottile. Sì, lei voleva vivere, la vita le procurava una gioia immensa, ma al tempo stesso sapeva che questo voglio vivere era tessuto con i fili di una ragnatela. Bastava così poco, così infinitamente poco per trovarsi al di là del confine oltre il quale nulla aveva più senso: l’amore, le convinzioni, la fede, la storia. Tutto il mistero della vita umana è nel fatto che essa si svolge in prossimità immediate, persino a contatto diretto con questo confine, che ne è separata non da chilometri, ma da un millimetro appena.

Milan Kundera (il libro del riso e dell’oblio)

I libri che ho letto

Libri letti nel 2017

Questi, i libri che ho letto nel 2017:

  • Le notti bianche, F. Dostoevskij (anno: 1848, genere: romanzo – romantico, introspettivo);
  • Memorie delle mie puttane tristi, G. G. Marquez (anno: 2004; genere: romanzo; l’ultimo dello scrittore);
  • L’amico ritrovato, F. Ulhman (anno: 1971; genere: romanzo di formazione);
  • L’arte di amare, E. Fromm (anno 1957; genere: saggio – psicologico);
  • Lettera ad un bambino mai nato, O. Fallaci (anno: 1975; genere: epistolario – biografico);
  • Il ritratto di Dorian Gray, O. Wilde (anno: 1890; genere: romanzo – filosofico, gotico, fantastico);
  • Orgoglio e pregiudizio, J. Austen (anno: 1813; genere: romanzo sentimentale – rosa) ;
  • Il piccolo Principe, A. de Saint-Exupéry (anno: 1943; genere: racconto – letteratura per ragazzi);
  • Undici minuti, Paulo Coelho (anno: 2003; genere: romanzo);
  • Lo Zahir, Paulo Coelho (anno: 2005; genere: romanzo – drammatico);
  • La ragazza dello Sputnik, Murakami (anno: 1999; genere: romanzo – romanzo d’amore);
  • Che tu sia per me il coltello, David Grossman (anno: 1998; genere: romanzo epistolare);
  • Le ho mai raccontato del vento del Nord, Daniel Glattauer (anno: 2006; genere: romanzo – epistolare, romantico);
  • La settima onda, D. Glattauer (anno: 2010; genere: romanzo – epistolare) ;
  • Avrò cura di te, C. Gamberale e M. Gramellini (anno: 2014; genere: romanzo) ;
  • Stanotte il cielo ci appartiene, Adriana Popescu (anno: 2014; genere: romanzo – rosa, contemporaneo);
  • Va’ dove ti porta il cuore, S. Tamaro (anno: 1994; genere: romanzo – sentimentale, epistolare);
  • L’identità, Milan Kundera (anno: 1997; genere: romanzo contemporaneo);
  • Al di là del Deserto, Igor Sibaldi; (anno: 2017; genere: saggio – metafisica);
  • I pesci non chiudono gli occhi, Erri de Luca (anno: 2011; genere: romanzo di formazione);
  • A livello del mare, Rossana Orsi (anno: 2017; genere: narrativa);
  • La padronanza dell’amore, Don Miguel Ruiz (anno: 2001; genere: manuale, libro di autoaiuto);
  • La signora delle camelie, Alexandre Dumas (anno: 1848; genere: romanzo – autobiografico)

APPROFONDIMENTO

I libri sono segnati in ordine di lettura, ma io voglio partire da quello che considero il mio preferito dell’anno 2017: La signora delle camelie, di Alexandre Dumas; composto nello spazio di un mese, il romanzo è la trasposizione romanzata della storia d’amore dell’autore stesso con Marie Duplessis e rappresenta la vita e i segreti di quello che nel dramma omonimo egli definisce “il demi-monde”. Una storia che mi ha fatto emozionare fino alle lacrime, una storia ricca di passione, ma anche di sofferenza, debolezze e tanta umanità. Sentii molto vivi i personaggi di questo romanzo, così vivi che mi ci affezionai: da un lato avevo fame di leggere le pagine successive, dall’altro mi dispiacque arrivare alla fine e terminare così il mio viaggio nei cuori di quelle vite.

Un altro libro che metterei sul podio insieme a quello sopra citato, è Undici minuti di Paulo Coelho; anche questo libro mi ha fatto commuovere, e badate che non mi toccano tanto profondamente proprio tutti i libri che leggo!
In Undici minuti si narra la storia di una giovanissima che diventa donna, per di più ha il mio stesso nome, una donna che per fuggire dalla miseria cade nelle mani di cattive persone, così si ritrova a fare la prostituta, cosa a cui ovviamente non ambiva. Sarà l’incontro con un artista, un pittore, che farà scoprire alla protagonista cosa è davvero l’amore, dove undici minuti ne rappresentano il tempo.

Un altro libro che evidenziai, perché mi fece riflettere molto e, per diversi aspetti, ritenni illuminante, fu L’arte di amare, stavolta un saggio, di Erich Fromm.

Ho poi evidenziato “Va’ dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro; “Avrò cura di te”, di Chiara Gamberale e Massimo Gramellini. Ritengo che questi due libri siano simili nella tenerezza delle parole, nei consigli, nell’affetto che emanano. Mentre nel primo vi è una nonna che parla a sua nipote, alla quale ha lasciato delle lettere, nel secondo libro c’è un angelo che soccorre una giovane, Gioconda (detta Giò), che ha difficoltà a mettere ordine nel suo cuore.

Gli ultimi due libri che evidenziai sono dei saggi: “Al di là del deserto”, di Igor Sibaldi, e “La padronanza dell’amore”, di don Miguel Ruiz. Ricordo vagamente che questo ultimo utilizzò parole molto semplici per esprimere concetti profondi riguardo l’amore. Riguardo il libro di Igor Sibaldi, invece, con il titolo del libro “Al di là del deserto”, lo scrittore fa riferimento alla storia di Mosè, uscito dall’Egitto, per spingere il lettore stesso ad uscire dalla propria cosiddetta “zona di comfort”, attraverso vere e proprie lezioncine di metafisica.

Di questa lista di libri del 2017, non ci sono altri libri su cui lasciai qualche segno particolare che mi ricordasse quanto mi piacquero. Tuttavia, non ci sono stati neanche libri che mi delusero come è successo l’anno dopo.
Comunque, a distanza di tempo, tra quelli che più mi piacquero, oggi inserirei anche Lo Zahir, di Paulo Coelho, così come Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Questo ultimo mi fece moltissima compagnia, ogni personaggio aveva le proprie caratteristiche con una personalità ben delineata. Erano così ben definiti, che in alcuni ci trovai somiglianza con persone che conosco realmente; il personaggio che sentii vicino, sia perché mi somigliava per davvero in qualcosa, sia perché avrei voluto somigliarle ancora di più, fu Elizabeth Bennet… anche se potrei somigliare benissimo anche alla sorella, Jane. Oppure, sapete che vi dico? Che, secondo me, in ogni donna potrebbe esserci sia una Jane che una Elizabeth Bennet, ma penso che ogni tanto salti fuori una delle due, a seconda della situazione!

Tornando a noi, aggiungo un pensierino per gli altri libri non ancora citati:

Il piccolo Principe mi sorprese molto, perché mi aspettavo una bella favola, ma invece c’è dell’altro che, comunque, nulla toglie alla storia. Mi commosse sul finale, inaspettato.
Lettera ad un bambino mai nato, di Oriana Fallaci, lo metterei sullo stesso piano de Il piccolo Principe, perché mi trasmise emozioni simili: lacrimucce simili, tristi e sconsolate.

“Le ho mai raccontato del vento del Nord” e “La settima onda”, libri di Daniel Glattauer, sono uno il proseguimento dell’altro.
La storia è quella di un uomo e una donna che si trovano per un errore: una mail inviata alla persona sbagliata. Nonostante questo errore, i due sono curiosi l’uno dell’altra, così continuano a scriversi via mail per moltissimo tempo, mi sembra per più di un anno. Ricordo che provai tantissima curiosità nel leggere i messaggi che si inviavano, tant’è che una pagina tirava l’altra e andavo a dormire tardi perché volevo ancora saperne delle loro confidenze. Ma, prima o poi, questo scambio di mail doveva pur finire, o no? E così i due protagonisti decidono di incontrarsi, ma non prima di tantissime paranoie, ansie, paure. E dopo essersi incontrati di persona? Chissà! Non ve lo dico, ma il bello è che nemmeno lo ricordo, a parte qualche particolare che ricordo vagamente, e assai poco bello… ma non vi dico niente, no-ne.

E, a proposito di scambi epistolari, le recensioni di “Che tu sia per me il coltello”, di David Grossman, erano molto negative, ma decisi di fare affidamento su quelle positive e così lo comprai. Mi affascinò la trama: “In un gruppo di persone, un uomo vede una donna sconosciuta che con un gesto quasi impercettibile – si stringe nelle braccia – sembra volersi isolare dagli altri. E’ un gesto che lo commuove e lui, Yair, le scrive una lettera, proponendole un rapporto profondo, aperto, libero da qualsiasi vincolo, ma esclusivamente epistolare. Più che una proposta è un’implorazione, e Miriam ne resta colpita, forse un poco sedotta. Accetta anche se spera di trasformare le parole in fatti, perché quella in cui lei crede è un’intimità assoluta… ecc.” Trovai inoltre incantevole il volto della donna, sulla copertina del libro, la quale evidentemente rappresenta Miriam.
Le lettere che si scambiano sembrano effettivamente scritte da due pazzi, forse più pazzo lui che lei, un po’ buffe, fuori dal comune, qualche volte forse pesantine, però li trovai quasi teneri. Il finale, comunque, mi lasciò senza parole, interdetta.

Allo stesso modo, mi lasciò senza parole anche il finale del romanzo di Milan Kundera, “L’identità”, ma fu però più scorrevole rispetto allo scambio di lettere tra Miriam e il suo ammiratore. Ne “l’identità” abbiamo come protagonisti due persone che si amano, stavolta non ci sono lettere di mezzo, ma l’autore del libro si pone una domanda che fa più o meno così: cosa accadrebbe se, un giorno, ti accorgessi di non avere conosciuto mai davvero la persona che hai accanto?

E, visto che non c’è due senza tre, insieme ai due libri precedenti, un altro libro che mi lasciò abbastanza spaesata, fu “La ragazza dello Sputnik”, di Murakami. Forse questo lo metterei per primo rispetto ai due precedenti, “primo nell’avermi lasciata con un punto interrogativo nel finale”, si intende.

Abbiamo, poi, “I pesci non chiudono gli occhi”, di Erri de Luca, e “Stanotte il cielo ci appartiene”, di Adriana Popescu. Li cito insieme perché credo che abbiano un comune denominatore: la tenerezza. Nel primo, però, è la tenerezza di un ragazzino alle prese con la sua prima cotta, raccontata attraverso i propri occhi ormai adulti. Nel secondo libro, quello di Adriana Popescu, vi è la storia di un’aspirante fotografa, in crisi con il suo ragazzo. Durante un evento conoscerà un giovane – Tristan, un ragazzo dolce, misterioso, riservato e, non per ultimo, tormentato – che risveglierà in lei qualcosa… ma non subito eh, perché Layla è una brava ragazza e anche un tantino in crisi con la sua relazione, però l’autrice del libro si domanda proprio questo: qual è il confine tra amicizia e attrazione?

Ho lasciato per ultimi i libri di cui ricordo poco:

Le notti bianche, di Dostoevskij: ricordo che il libricino scorreva bene, che il protagonista era un sognatore, ma anche un uomo troppo solo… ricordo che fu toccante la sua solitudine e la tenerezza con cui la esprimeva, finché sul suo cammino incrociò una donna per la quale provò un sentimento che aveva dimenticato. Poi, è risaputo: quando, dopo tanta solitudine, ritrovi un po’ di vita, ti senti di rinascere; così dovette sentirsi il sognatore, ma forse volò troppo in alto e… non aggiungo altro. È un classico, anche breve, quindi molto probabilmente lo avrete già letto, ma meglio tacere il resto!

Memorie delle mie puttane tristi, di Gabriel Garcìa Marquez. Ecco, di questo libro non ricordo le emozioni provate. Ricordo soltanto che parlava di amore, in particolare c’era un anzianissimo signore che, per il suo compleanno, si regala una notte d’amore con una giovanissima ragazza. Questo avviene in una casa adibita a tale scopo, per coloro che vorrebbero ancora vivere l’amore. Ma il bello è che questo signore anziano non toccherà mai quella giovane, ma si limterà ad osservarla e a raccontarsi, allora si accorgerà che non ha mai amato così tanto una donna come ora. Ecco, proprio adesso, mentre scrivevo, mi è tornato alla mente il finale! E mi commossi, sì.

L’amico ritrovato, di Fred Uhlman, mi lasciò con uno stato d’animo triste, ma anche un tantino intenerito. È la storia di un’amicizia, un’amicizia tra un ragazzino di origini ebree e un altro proveniente da una nobile famiglia tedesca. Due mondi diversi tra loro, ma non per questo, anzi, proprio per questo, si scoprono e si confrontano.

Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde. Un romanzo che esprime la fragilità umana davanti all’incapacità di accettare la vecchiaia. Ricordo che il finale fu per me inaspettato, ci rimasi anche un pochino male, ma probabilmente non poteva andare diversamente: il protagonista teneva più all’apparenza che alla sua anima.

E chiudo con “A livello del mare”, di Rossana Orsi. L’autrice la seguivo sulla sua pagina Facebook, e spesso mi ci trovavo nei suoi pensieri. Quando uscì il libro, fui incuriosita dai temi affrontati, e pensai che non mi avrebbe delusa, conoscendo ormai la sua penna.
Non ricordo affatto la trama, ma ho ripreso la recensione che allora mi chiese cortesemente l’autrice: “un libro che ti lascia una sensazione piacevole, proprio come quando ci si perde ad osservare il mare. Lo definirei delicato, e con quella stessa delicatezza l’autrice riesce a giungere nelle profondità dell’anima della protagonista, attraverso il ricordo dei legami affettivi che l’hanno fatta crescere ed eventualmente cambiare. È un libro molto intimo, particolare, in cui nella prosa risiede davvero tanta poesia. L’ho sentito come una ricongiunzione alla parte più vera del proprio sé, direi quella di bambina, che sta a noi tenere in vita, imparando l’arte di camminare insieme nella propria crescita interiore; è questo il messaggio che mi ha trasmesso ‘A livello del mare’.”

📚 FINE 📚