In prosa & poesia

Anima d’acqua di fiume

Mia giovane anima,
in apparenza
sei tranquilla e serena

come un fiume
che in silenzio scorre
e mai dispera,

eppure, ancor
non si disseta.

Penso al giorno
in cui affogherai
questa tua pena

ove persino
il sole s’annega:
in mare aperto,

saggiando finalmente
l’orizzonte e parte del cielo.

Allora saranno salate
queste tue lacrime
che ora son dolci
come da fiume:

non bruciano gli occhi,
ma viziano il palato
con grandi sogni;

sogni per i quali,
talvolta, raggiungi la piena
e straripi dal tuo letto,
ma come cadendo,
toccando il terreno:

così meno vera t’appare la meta,
lontano è il mare, mentre il sole
stavolta t’acceca.

immagine reperita dal web
Poesie altrui

Il mare adesso è tutto quel che resta (Gabriele Galloni)

Poesie altrui

Un poeta è volato via…

Quando ho saputo di questa tristissima notizia tramite il suo account facebook, non ci ho voluto credere subito, perché proprio mesi fa, il poeta fece un esperimento che agitò un bel po’ di persone: si finse femmina e si inventò una storia tutta personale, molto drammatica e cruda (rabbrividii quasi nel leggere alcune di quelle poesie!), intorno alla quale creò una raccolta poetica. Quindi gli editori stavano per pubblicare questa raccolta, affascinati dalla vicenda, la quale sicuramente avrebbero trovato un vasto pubblico, tanti soldini da incassare… se non che il poeta stesso rivelò la farsa e gli editori tornarono sui loro passi.

E invece stavolta è tutto vero: Gabriele Galloni ci ha lasciati veramente, a soli 25 anni, una morte che sembra preannunciata già nei suoi versi, in qualche intervista, e sul suo account facebook dove, il 26 agosto, scriveva:

Comunque, alla mia morte, voglio come epitaffio i seguenti versi:

“Noi fummo l’immagine dell’uomo,
non la creatura breve ma la traccia.”

•••

Morire è solamente
farsi una vita altrove:

non è il Tutto né il Niente.
È intravedere il mare
dietro un canneto; e qualche
casetta sulla costa.

Scoprirsi nudi; e nudi
scoprire gli altri.

La lingua, sai, è la stessa
per tutti. E presentarsi
con il nome più semplice da dire:
ma non il proprio; un altro.

••

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

••

Campo

Un giorno la vedremo intera, questa
stagione. Basterà
un fuoco in spiaggia a memoria di festa
e il bagnasciuga a dire l’aldilà
delle conchiglie mai raccolte:

Controcampo

così tante – ricordi? – Che per tutta
la notte ci hanno tormentato. In sogno
maree su maree di conchiglie.
Il letto ne fu invaso; le lenzuola
ci ferirono per tutto il tragitto fino alla spiaggia.

••

Sono tornato qui – la stessa spiaggia
dove per caso incontrammo tuo padre
a vent’anni, più giovane di noi,
che nascondeva in una buca enorme
gli orecchini di tutte le sue amiche.

La spiaggia è sempre vuota come allora.
La domenica un paio di ombrelloni
lontani, una famiglia che passeggia
sul bagnasciuga – madre e padre nudi,
i bambini coperti dal medesimo
telo giallo che scolorisce al sole.

Vuole il cielo che tutte le parole
dette e ascoltate si perdano, adesso.
La famiglia è lontana in un fruscio
scomposto di giornale spaginato
dal vento. Il telo giallo se lo porta
via l’onda; i due bambini lo rincorrono,
ridono all’acqua e ai loro genitori.

••

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
E nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

••

Ti chiamerò a distanza di molti anni
e avrò da tempo smesso di sapere.

Dunque non parlerò; e non parlerai
nemmeno tu. Ma tornerà per tutti

e due la prima sabbia; illuderemo
l’età giovane che dorme nei nostri letti.

Condividiamo una identica estate;
diremo un corpo che non è stato mai.

••

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

••

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

••

Non so se fu realtà o visione
quello che vidi in una sera estiva
costeggiando la riva del Mignone:

l’acqua brillava come cosa viva –
in cielo sparse nubi di cotone.
Intravisto tra gli alberi, di schiena,

si specchiava un ragazzo sulla riva
del fiume; nudo intero e senza pena.
Lasciava il tempo quello che lasciava.

(inedito)

••

Molte persone si creano un trauma – o anche più traumi, più fardelli – per una semplice questione di identità. Il trauma le legittima; dà loro, in qualche modo, un posto nel mondo che altrimenti non troverebbero. La vera sofferenza non è mai ostentazione; e chi vive con un trauma impiega tutto quel che può per liberarsene – non ci si crogiola, non lo mostra come biglietto da visita.
La nostra è una società in cui, volente o nolente, è la sofferenza a dettare le sue ragioni. Più soffri o dici di soffrire e più sei, almeno agli occhi del mondo, nel giusto. Conosco molte persone che, in assenza di reali traumi, si sono costruite veri e propri alter ego la cui unica ragione di esistenza è il trauma presunto. Così come ne conosco altrettante dalla parte opposta: persone che ogni giorno combattono contro il dolore, con dignità e abnegazione, senza fanfare né proclami. Io sarò sempre dalla parte di queste ultime. Dovremmo imparare a discernere; a godere del beneficio del dubbio – che non è scetticismo, ma semplice conoscenza della natura umana. Vivere *per* un trauma non è vivere *con* un trauma. Ma tante cose dobbiamo ancora scoprire; e la psicologia sociale non ha mai fatto realmente luce su questo problema pernicioso, ciclicamente contraddicendosi a seconda delle correnti ventose, dei vari hashtag di tendenza; un ciclo capriccioso come le fasi lunari. Confido nel tempo.

••

Stavo constatando che per me non esiste musica allegra. Ogni canzone, anche la più felice, nasconde le insidie di una gioia già trascorsa. Una “Twist and shout”, per esempio, emblema della canzone da party, è per me il più nostalgico dei brani. Perché non canta l’allegria presente, ma quella trascorsa – forse idealizzata. E quando ballo, alle feste, e se ballo, io sono già altrove. Tutto è già ricordo in cui crogiolarsi. La mia vita emotiva è così. Il passato non mi lascia mai e tutto è gioia, dolore, abbandono e ritrovo indistinto. Vorrei amare tutti, del mio passato (benché pure serbi rancore; benché pure non sia estraneo alla vendetta), portare sempre con me l’Umano che ho vissuto. E di riflesso l’umanità intera. Scrivo per questo. Non è bontà – ma desiderio di ritrovarsi tutti, un giorno, all’ombra di pini marittimi; e in pace, trascorso ogni rancore, un po’ come in Paradiso; o in sogno. Felici.

Gabriele Galloni

••

Da un’intervista:

– La poesia è una forma di sopravvivenza?

– Poesia come sopravvivenza. Uhm, è una domanda interessante e anche ironica considerando che il mio ultimo libro ha come tema una ipotetica civiltà di morti. La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa. E poi, poesia o non poesia, può darsi che io finisca ugualmente per uccidermi. Dunque per me niente sopravvivenza.

•••

Sono tanti i libri che ha pubblicato, alcune poesie recitate sono rintracciabili su Youtube, diverse le interviste sparse per il web. E sono proprio le interviste e le poesie a raccontare tanto dei suoi pensieri, più di ciò che mostrava, probabilmente.

Qui, una delle sue interviste.

Qui, ciò in cui credeva e qualche sua esperienza.

In memoria di Gabriele, da Pangea.

Addio, ragazzo…

Dal quotidiano

Napoli sona, sona e canta…

Con Pino Daniele che è nell’aria 🎶🎷

~~~

26 giugno 2020

Castel dell’Ovo

La Fontana del Gigante

Piazza del Plebiscito

Nei pressi del Castel dell’Ovo

26 giugno 2020

Dal quotidiano

Sulle spine come fra le rose

Oggi il sole splende sulla città, il cielo è azzurro carico, trasmettendo così la voglia vivace di starsene all’aria aperta, magari in un parco circondati dal verde, oppure di fronte al mare con il suo inconfondibile profumo di salsedine. Talvolta si è travolti da uno stato di grazia e di quiete in cui si spengono la fame e la sete.
La luce estiva, bianca, mi elettrizza: mi sento sulle spine come fra le rose.
Insistente è il profumo dei fiori, delle piante e delle foglie.
È di rosa, di rosso e di arancione, che si tingono i tramonti i quali mi trasportano in uno stato di malinconia dolce: l’aria si rinfresca e mi culla, ma al contempo mi avverte che il lungo giorno, appena trascorso, è perduto per sempre… eppure, il giorno seguente la magia, instancabile, si ripete.

Sulle spine come fra le rose,
si vive così la bella stagione.

In prosa & poesia

Ca nisciuno me sbatte ‘e mane

Me manca l’aria,
chell’aria ‘e mare
ca te porta luntano,
senza te fa movere:
sbattenno essa sola
‘e mane. Allora te saglie
‘a ‘int’ a ll’uocchie nu calore
e addivienti tu stesso
‘o cielo ca chiagne,
comme se l’acqua ‘e mare
te fosse sagliuta ‘ncanno
e t’ascesse sotto ‘a forma
‘e lacrime: è ‘o calore
ca t’ha dato, senza nulla
a pretennere pe’ scagno.
Ma mo nun tengo ‘o mare
annanzo, accussì chiagno,
chiagno – me manca l’aria,
chiagno pecchè nisciuno
me sta sbattenno ‘e mane.

TRADUZIONE: qui nessuno mi batte le mani

Mi manca l’aria,
quell’aria di mare
che ti porta lontano,
senza farti muovere:
sbattendo essa soltanto
le mani. Allora ti sale
dagli occhi un calore
e diventi tu stesso
il cielo che piange,
come se l’acqua del mare
ti fosse salita in gola
e ti uscisse sotto forma
di lacrime: è il calore
che ti ha donato, senza nulla
pretendere in cambio.
Ma ora non ho il mare
davanti, così piango,
piango – mi manca l’aria,
piango perché nessuno
mi sta battendo le mani.

PRONUNCIA

M manc l’aria,
chell’aria ‘e mar
ca t port luntan,
senza t fa movr:
sbattenn essa sol
‘e man. Allor t saglie
‘a ‘int’ a ll’uocchie nu calor
e addivient tu stess
‘o ciel ca chiagn,
comm si l’acqua ‘e mar
t foss sagliut ‘ncann
e t’ascess sott ‘a form
‘e lacrim: è ‘o calor
ca t’ha dat, senza nulla
a pretennr p’ scagn.
Ma mo nun teng ‘o mar
annanz, accussì chiagn,
chiagn – m manc l’aria,
chiagn pcchè nisciun
me sta sbattenn ‘e man.

In prosa & poesia

Metaforicamente parlando

Nasciamo tutti sulla sabbia, chi su una sabbia che già scotta, chi su una sabbia che, prima o poi, scotterà, poiché la luce ed il calore del Sole arrivano ovunque.
Nasciamo per andare avanti, attraversando il mare, attratti da quell’orizzonte che sembra infinito ma, prima o poi, finisce; è lì che annega il Sole.
Andiamo avanti, dalla sabbia, immergiamo per la prima volta i piedi nell’acqua: per alcuni è fredda, per altri è tiepida, per altri ancora è calda. E più andiamo avanti, più l’acqua cresce, sempre di più, dai piedi alle gambe, dalle gambe alle cosce, dalle cosce all’addome, dall’addome al collo e così via. Andare avanti è superare il presente, verso il futuro, ma proveniamo pur sempre dall’attimo prima di quello che fu presente, ossia, il passato. Il passato è quest’acqua di mare che sale, sale, sale, sale. Allora c’è chi si sforza di imparare a nuotare, per non affogare: vivrà certamente più a lungo, eppure, scoprirà che ogni mare finisce. E c’è poi chi, invece, non ce la fa e rimane indietro, boccheggia, infine annega nelle acque passate: così, qualche corpo si perde negli abissi del mare, mentre la maggior parte torna da dov’è venuta, su una riva che non potrà che affacciarsi su di un mare, ancora una volta, l’ultima. Poiché il mare è il passato, e da esso non si fugge.

In prosa & poesia

Armonie naturali

Ma com’è che funziona? Non si ha davvero nulla da raccontare? O manca la persona “giusta” verso la quale sentirsi un fiume in piena che sfoci in essa in modo naturale?

Davvero stare in silenzio potrebbe bastare? Dovrebbe, forse, ma soltanto per i quieti silenzi i quali non sono altro che echi di parole, compiute, passate.

Poiché un’eco è tornare, è melodia armonica. Un fluire, nell’aria, perpetuo e naturale, ancora e ancora, come un’onda che torna a carezzare la sabbia.

In prosa & poesia

Nel mare di Giulia

Giulia è una bambina allegra, in fondo giocherellona, seppure un po’ timida e molto silenziosa. Frequenta l’ultimo anno delle elementari, non va pazza per la scuola, tutt’altro, aspetta con ansia l’arrivo dell’estate, stagione in cui va al mare con i suoi.
In verità, Giulia non ci tiene particolarmente al mare, anzi, diciamo la verità delle verità: non le piace alzarsi presto, nonostante la bellezza della destinazione. Per fortuna, una volta in macchina, scompare la pigrizia che fa posto alla voglia di costruire castelli di sabbia, di tentare di catturare i pesciolini piccoli in riva al mare, di stare ore e ore in acqua – per uscirne poi con le dita raggrinzite – perché vorrebbe imparare, tutta da sola, a nuotare.
Arrivati al mare, è il momento di spogliarsi, e per Giulia è anche il momento di legare i suoi capelli tenedoli poi in alto con un mollettone, cosicchè la mamma possa spalmarle la crema protettiva anche lungo la schiena, dove lei non arriva. Quel momento, per Giulia, è davvero rilassante: le carezze della mamma sono lunghe e morbide, mentre sotto al naso sente il profumo delicato e penetrante della crema. Vorrebbe che quel momento non finisse mai, tanto che, alla domanda della mamma, “basta così?”, Giulia dice sempre “un altro po’!”, fingendo di averne ancora bisogno, quando invece sa benissimo che basta così, solo, sono le carezze a non bastare mai.
Nel frattempo, il papà è già in riva al mare, a saggiare con la punta delle dita dei piedi la temperatura delle acque. E prima che torni sotto l’ombrellone, per dare notizia della temperatura marina, Giulia già ne conosce l’esito, poiché è uguale per ogni estate: “È freddissima!”, esclama suo padre; dunque, assecondando il suo papà, come fosse lui ora il bambino, corre anche lei in riva al mare e, dopo aver immerso in acqua, per qualche secondo, le dita dei piedini, urla: “È vero! È proprio fredda!”, e sorride, sorniona, quasi ride sotto i baffi.
Il Sole ha appena raggiunto la metà della metà del mezzogiorno, e la spiaggia è ancora semivuota. Il papà di Giulia sparisce, disteso al sole, sulla sedia a sdraio, riapparendo, poi, solo quando gli verrà in mente di esortarla a fare un tuffo in mare; nel frattempo, lei si guarda intorno e gode di tanta pace accompagnata dal brusìo del mare in lontananza. Tuttavia quella pace è sempre rapida a morire, nell’abbraccio del vociare dei bagnanti che man mano affollano la spiaggia; allora, Giulia continua a guardarsi intorno, ma stavolta un po’ si nasconde dietro il tettuccio pieghevole della sedia a sdraio e si sente tanto protetta, al sicuro, tranquilla, quasi potente, perché può sbirciare chiunque senza essere vista.
Alcuni volti le sono ormai familiari, come il signore dai capelli brizzolati che porta con sé una donna poco più giovane, ed una bambina di colore con la quale, per ore ed ore, passa il tempo lunga la riva a raccogliere conchiglie, tanto che, all’ora di pranzo, i loro lettini ne sono pieni. Ci sono poi quelli che Giulia definisce “gli impavidi”, un gruppo, fra giovani e meno giovani, che arriva e si piazza con le sedie a sdraio lungo la riva, senza alcuno ombrellone, sotto il sole cocente.
Da due anni poi, poco più o poco meno, Giulia ha notato anche la presenza di uomo alto e slanciato, con un fisico sportivo, i capelli corti corti e gli occhi vispi. L’uomo arriva sempre in compagnia della sua donna altrettanto giovane, bruna, forse bella: ecco, Giulia si rende conto di non averne mai visto il volto. Secondo Giulia, non sembrano una coppia, perché non si parlano mai: tutto il tempo, lei sta stesa a pancia all’aria, mentre lui a pancia in giù, con lo sguardo rivolto verso l’ombrellone di Giulia, e solo ogni tanto lui rinfresca il corpo della sua lei spruzzandole dell’acqua. L’uomo guarda spesso Giulia, e lei pure, in verità, ricambia lo sguardo; quelle attenzioni un poco la imbarazzano, ma un poco sembra quasi che stia giocando ad un qualche gioco dei grandi. Percepisce qualcosa, come un potere esercitato dal proprio corpo, un potere che lei stessa ancora non sa come gestire.
Però, un giorno, in cui partecipa a quel gioco di sguardi, accade che l’uomo le fa un occhiolino e abbozza un sorriso, così, imbarazzata, Giulia distoglie lo sguardo, e decide di non giocare mai più a quel gioco che ora le appare troppo grande. Tra l’altro, nei giorni e nelle estati a seguire, non rivide più quella coppia al “loro” lido. Sì, il “loro” lido, perché è il preferito del papà da molte estati, tanto che sembra un vero e proprio ritrovo dove, però, Giulia ha la sensazione come se lei sola si ricordi degli altri, mentre nessuno sembrava ricordarsi di lei. Beh, certo, trascura comunque un dettaglio: sta crescendo, crescendo e cambiando, e, a volte, persino i volti i quali, un tempo, furono familiari, si dimenticano.

Nelle estati a seguire, Giulia non fece più caso al ricordo di quell’uomo, presa dalla presenza di un ragazzo: un giovane magro, bruno, con una pelle abbastanza chiara, che di tanto in tanto la osservava.
Allora riprese quel gioco che qualche anno prima iniziò con quell’uomo, stavolta, però, si sentiva alla pari: questo ragazzo poteva avere più o meno la sua stessa età, e, poi, non era insistente, al contrario, sembrava anche lui un po’ timido come lei.
Giulia non sentiva più quel forte desiderio di passare ore e ore nel mare, ma preferiva starsene seduta sotto l’ombrellone, a gambe incrociate, e, per darsi forse un po’ l’aria da intellettuale, prendeva una rivista fingendo di esserne interessata, oppure, quando proprio si scocciava, prendeva una penna e un foglio e abbozzava qualche profilo, mentre ogni tanto alzava un poco lo sguardo, scoprendo a volte che il ragazzo la stava osservando, altrimenti, lei comunque lo teneva d’occhio. Talvolta, i loro sguardi si incrociavano, e lei si sentiva felice quanto quasi quasi divertita.
Una volta, sentì discutere il ragazzo con un suo amico, perché l’amico gli pregava di andare a fare un giro per altri lidi, ma lui rifiutava dicendo che non ne aveva voglia: Giulia, in cuor suo, si sentì lusingata, come se quel ragazzo stesse rifiutando per lei!

Così, dunque, passarono le stagioni: in inverno sognava, provava una dolce mancanza nei confronti di quel ragazzo, di cui non seppe, peraltro, mai il nome, mentre in estate lo cercava con gli occhi pieni di paura, perché temeva di non trovarlo, di dimenticare il suo volto, di non riconoscerlo, o, magari, di non essere lei stessa riconosciuta e ricordata da lui. Per qualche estate ancora, continuò a ritrovarlo, sentendo così il suo cuore riempirsi di gioia ogni volta, e, quanto alle carezze della mamma, ora, apparivano sempre abbastanza.
Intanto, Giulia pensava solo all’attimo presente di quelle emozioni, trascurando un futuro in cui non avrebbe più avuto l’occasione di conoscere per davvero quel ragazzo: conoscerlo ben oltre un semplice, seppure profondo, scambio di sguardi. Fu così travolta, in malo modo, dallo stesso presente quando, in una mattina d’estate, nel raggiungere il mare con la sua famiglia, si imbatterono in un cartello su cui era riportata scritta la chiusura del “loro” lido. Una notizia che sommerse il cuore di Giulia in un dispiacere così forte, tanto che temette di affogarne, se non che, in quegli stessi tempi, cominciò a vedere il suo corpo poco attraente.
Non aveva più la pelle pura e liscia di quando era una bambina: erano spuntati tanti punti neri e qualche brufolo sulla pelle; sulle gambe si rendevano visibili quei peli che prima erano biondini e quasi trasparenti, ancor prima non ce ne era nemmeno l’ombra! Inoltre si vedeva grassa, brutta. Insomma, il suo corpo non era più quello bello, piatto e pulito di una bambina, ma non era nemmeno ancora quello di una donna già bella e formata. E Giulia non lo sapeva, non sapeva che di lì a poco, piano piano, sarebbe fiorita, così, nel frattempo, ne soffriva silenziosa, come silenziosamente sbocciano i fiori, di notte, sotto lacrime di brina.

In prosa & poesia

Da una scogliera

10 febbraio 2016

Sono qui, sola, seduta su una scogliera deserta,
ove di fronte a me sospira il mare in tempesta.
Vorrei chiedergli quale sia l’origine del suo male,
e delle sue infinite lacrime salate
che a spruzzi giungono sulla mia pelle
ove al Sole luccicano come fossero stelle.
Infine, però, bruciano forte sulle mie ferite.
Quindi apro gli occhi ma non vedo sangue,
solo acqua trasparente che si dimena,
per liberarsi da ogni male ed ogni pena.
E, solo allora, il cuor mio s’apre e s’allieta.

Oh, mare, il tuo invito è così dolce in confronto al tuo sapore,
son convinta che il tuo sale renda puro ogni dolore.
Chiudo gli occhi e mi attrae il profumo di salsedine
che sembra voler tacere la mia solitudine.
Sto danzando verso te e non c’è vento che mi fermi,
non ci sono impedimenti, né altri tipi di tormenti.
Il tuo canto si fa forte per cullarmi in questa notte,
la mia ultima stavolta, poco prima della morte.
Or dunque sono in te, mentre mi culli e mi disseti
guidando il mio corpo, le mie gambe ed i miei piedi.
Sembra un ballo senza fine nel profondo degli abissi,
ma giungerà ad un confine ove un tempo prima vissi.

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Versi che nacquero in collaborazione con un’altra persona che scrisse la sua parte, calandosi nel ruolo del mare; ho rimosso la sua parte, la quale mi invitava fra le sue braccia, lasciando la mia ultima battuta al suo richiamo.
Non è ovviamente una poesia realmente sentita: fu un bel gioco a quattro mani in cui mettemmo in rima le parole. Mi dispiacque un po’ solo per la fine non lieta, dato che la ragazza va in contro alla morte, così tentai comunque di farla apparire un poco carina…

In prosa & poesia

Conchiglie

15 agosto 2015

Le donne sono come conchiglie, hanno superfici lisce e forme graziose, eppure, quando provi a guardare al loro interno, ti risultano vuote. Allora, tu prova a chiudere gli occhi e accosta il tuo orecchio ad esse, ne sentirai il mare.