Poesie altrui

Un poeta è volato via…

Quando ho saputo di questa tristissima notizia tramite il suo account facebook, non ci ho voluto credere subito, perché proprio mesi fa, il poeta fece un esperimento che agitò un bel po’ di persone: si finse femmina e si inventò una storia tutta personale, molto drammatica e cruda (rabbrividii quasi nel leggere alcune di quelle poesie!), intorno alla quale creò una raccolta poetica. Quindi gli editori stavano per pubblicare questa raccolta, affascinati dalla vicenda, la quale sicuramente avrebbero trovato un vasto pubblico, tanti soldini da incassare… se non che il poeta stesso rivelò la farsa e gli editori tornarono sui loro passi.

E invece stavolta è tutto vero: Gabriele Galloni ci ha lasciati veramente, a soli 25 anni, una morte che sembra preannunciata già nei suoi versi, in qualche intervista, e sul suo account facebook dove, il 26 agosto, scriveva:

Comunque, alla mia morte, voglio come epitaffio i seguenti versi:

“Noi fummo l’immagine dell’uomo,
non la creatura breve ma la traccia.”

•••

Morire è solamente
farsi una vita altrove:

non è il Tutto né il Niente.
È intravedere il mare
dietro un canneto; e qualche
casetta sulla costa.

Scoprirsi nudi; e nudi
scoprire gli altri.

La lingua, sai, è la stessa
per tutti. E presentarsi
con il nome più semplice da dire:
ma non il proprio; un altro.

••

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

••

Campo

Un giorno la vedremo intera, questa
stagione. Basterà
un fuoco in spiaggia a memoria di festa
e il bagnasciuga a dire l’aldilà
delle conchiglie mai raccolte:

Controcampo

così tante – ricordi? – Che per tutta
la notte ci hanno tormentato. In sogno
maree su maree di conchiglie.
Il letto ne fu invaso; le lenzuola
ci ferirono per tutto il tragitto fino alla spiaggia.

••

Sono tornato qui – la stessa spiaggia
dove per caso incontrammo tuo padre
a vent’anni, più giovane di noi,
che nascondeva in una buca enorme
gli orecchini di tutte le sue amiche.

La spiaggia è sempre vuota come allora.
La domenica un paio di ombrelloni
lontani, una famiglia che passeggia
sul bagnasciuga – madre e padre nudi,
i bambini coperti dal medesimo
telo giallo che scolorisce al sole.

Vuole il cielo che tutte le parole
dette e ascoltate si perdano, adesso.
La famiglia è lontana in un fruscio
scomposto di giornale spaginato
dal vento. Il telo giallo se lo porta
via l’onda; i due bambini lo rincorrono,
ridono all’acqua e ai loro genitori.

••

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
E nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

••

Ti chiamerò a distanza di molti anni
e avrò da tempo smesso di sapere.

Dunque non parlerò; e non parlerai
nemmeno tu. Ma tornerà per tutti

e due la prima sabbia; illuderemo
l’età giovane che dorme nei nostri letti.

Condividiamo una identica estate;
diremo un corpo che non è stato mai.

••

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

••

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

••

Non so se fu realtà o visione
quello che vidi in una sera estiva
costeggiando la riva del Mignone:

l’acqua brillava come cosa viva –
in cielo sparse nubi di cotone.
Intravisto tra gli alberi, di schiena,

si specchiava un ragazzo sulla riva
del fiume; nudo intero e senza pena.
Lasciava il tempo quello che lasciava.

(inedito)

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Molte persone si creano un trauma – o anche più traumi, più fardelli – per una semplice questione di identità. Il trauma le legittima; dà loro, in qualche modo, un posto nel mondo che altrimenti non troverebbero. La vera sofferenza non è mai ostentazione; e chi vive con un trauma impiega tutto quel che può per liberarsene – non ci si crogiola, non lo mostra come biglietto da visita.
La nostra è una società in cui, volente o nolente, è la sofferenza a dettare le sue ragioni. Più soffri o dici di soffrire e più sei, almeno agli occhi del mondo, nel giusto. Conosco molte persone che, in assenza di reali traumi, si sono costruite veri e propri alter ego la cui unica ragione di esistenza è il trauma presunto. Così come ne conosco altrettante dalla parte opposta: persone che ogni giorno combattono contro il dolore, con dignità e abnegazione, senza fanfare né proclami. Io sarò sempre dalla parte di queste ultime. Dovremmo imparare a discernere; a godere del beneficio del dubbio – che non è scetticismo, ma semplice conoscenza della natura umana. Vivere *per* un trauma non è vivere *con* un trauma. Ma tante cose dobbiamo ancora scoprire; e la psicologia sociale non ha mai fatto realmente luce su questo problema pernicioso, ciclicamente contraddicendosi a seconda delle correnti ventose, dei vari hashtag di tendenza; un ciclo capriccioso come le fasi lunari. Confido nel tempo.

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Stavo constatando che per me non esiste musica allegra. Ogni canzone, anche la più felice, nasconde le insidie di una gioia già trascorsa. Una “Twist and shout”, per esempio, emblema della canzone da party, è per me il più nostalgico dei brani. Perché non canta l’allegria presente, ma quella trascorsa – forse idealizzata. E quando ballo, alle feste, e se ballo, io sono già altrove. Tutto è già ricordo in cui crogiolarsi. La mia vita emotiva è così. Il passato non mi lascia mai e tutto è gioia, dolore, abbandono e ritrovo indistinto. Vorrei amare tutti, del mio passato (benché pure serbi rancore; benché pure non sia estraneo alla vendetta), portare sempre con me l’Umano che ho vissuto. E di riflesso l’umanità intera. Scrivo per questo. Non è bontà – ma desiderio di ritrovarsi tutti, un giorno, all’ombra di pini marittimi; e in pace, trascorso ogni rancore, un po’ come in Paradiso; o in sogno. Felici.

Gabriele Galloni

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Da un’intervista:

– La poesia è una forma di sopravvivenza?

– Poesia come sopravvivenza. Uhm, è una domanda interessante e anche ironica considerando che il mio ultimo libro ha come tema una ipotetica civiltà di morti. La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa. E poi, poesia o non poesia, può darsi che io finisca ugualmente per uccidermi. Dunque per me niente sopravvivenza.

•••

Sono tanti i libri che ha pubblicato, alcune poesie recitate sono rintracciabili su Youtube, diverse le interviste sparse per il web. E sono proprio le interviste e le poesie a raccontare tanto dei suoi pensieri, più di ciò che mostrava, probabilmente.

Qui, una delle sue interviste.

Qui, ciò in cui credeva e qualche sua esperienza.

In memoria di Gabriele, da Pangea.

Addio, ragazzo…

In prosa & poesia

Voce bianca

Se il Sole è l’occhio di Dio
che illumina il giorno
per meglio osservare,
piuttosto che per
essere visto, la Luna
è la sua bocca di latte
che non parla,
ma si lascia ammirare
da coloro che scriveranno
parole dettate
dalla sua voce bianca.
Così in cielo è stagliata
una poppante, pallida,
come fosse morta,
giacché non piange,
eppure ciò basterà
ad accendere un sogno
in chi la guarda.

immagine reperita dal web