Estratti di letture

Una sana e buona volgarità (Georges Simenon)

Angèle non era una donna raffinata. Era allegra, chiassosamente allegra. Adorava il cinema. Di pomeriggio ci andava da sola, e spesso, la sera, gli chiedeva di accompagnarla a vedere un altro film. Il sabato sera andavano a ballare.
Nelle domeniche estive prendevano il treno per fare una scampagnata nei dintorni, pranzavano fuori, conoscevano coppie simpatiche con le quali bevevano un bicchiere.
Avevano caldo. Erano sudati. Facevano il bagno nel fiume.
Angèle non sapeva nuotare e sguazzava vicino alla riva.
Quando rientravano avevano in bocca un sapore strano, un misto del fritto che avevano mangiato, delle foglie calpestate, del fango del fiume. A entrambi girava un po’ la testa, perché ci davano dentro col vino. Bouin sentiva la mano della moglie aggrappata al suo braccio farsi più pesante a mano a mano che si avvicinavano a casa.
«Sono a pezzi…».
Essere ubriaca la divertiva.
«Non ti senti le gambe molli?».
«No…».
«Scommetto che ti va di fare l’amore…».
«Perché no?…».
«Anch’io ne ho voglia, ma non so se ne avrò la forza… Peggio per te se mi addormento…».
Niente aveva importanza. Niente era grave e tanto meno drammatico. Capitava che la cena non fosse pronta, che il letto non fosse rifatto.
«Figurati che ho dormito quasi tutto il giorno… È anche colpa tua… Se non mi avessi strapazzata fino alle due del mattino…».
[…]
«Mi hai mai tradita?».
«Mi è capitato…».
«Ti capita ancora?».
«Di tanto in tanto, quando si presenta l’occasione… Attorno ai cantieri gironzolano quasi sempre delle ragazze…».
«Non ti vergogni di approfittare di loro?».
«No».
«Ti fa lo stesso effetto che con me?».
«Non esattamente».
«Perché?».
«Perché ti amo… Con le altre è come bere una gazzosa…».
«Se sapessero che cosa pensi di loro…».
«Non se la prendono… A volte ce le scambiamo anche…».
Chissà se anche Angèle lo tradiva. Émile preferiva non pensarci, ma non escludeva questa possibilità. Angèle aveva i pomeriggi liberi. Andava in centro, guardava le vetrine non per comprare, perché non se lo poteva permettere, ma per il solo gusto di farlo. Tentata da una qualsiasi locandina, entrava nel buio di un cinema.
E là forse qualche uomo ci provava… E non solamente i vecchi, per i quali è una specie di malattia, ma anche i
giovani, i militari in libera uscita.
«E tu non mi hai mai tradito?».
«Perché me lo chiedi?».
«Perché mi hai appena fatto la stessa domanda».
«E credi che ti darò la stessa risposta? Sei geloso?».
«Forse sì… Forse no…».
«E perché dovrei? Non ne ho bisogno, mi basti tu…».
Non era una risposta. A volte ci pensava, aggrottando la fronte, ma non si poteva dire che ne fosse angosciato.
Forse sì, forse no. A ogni modo, era una brava ragazza che faceva il possibile per renderlo felice.
E lui lo era. Non desiderava cambiamenti. La sua vita gli piaceva. Magari un giorno avrebbe comprato un’automobile per andare a spasso la domenica con Angèle, invece di prendere il treno o l’autobus.

Georges Simenon, il gatto

Estratti di letture

Nei pensieri di Arturo Gerace (Elsa Morante)

Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.

Mi sorrise, poi, con una specie di mestizia protettrice. E intanto i suoi occhi, seri, affettuosi e consapevoli, parevano scusarsi col dirmi: io tengo una mente stupida, e vado fantasticando; però, nella mia coscienza, non dimentico mai la realtà.

Restammo in silenzio. E allora la quiete, ch’era venuta sull’isola con la sera, (il frastuono della tramontana s’era calmato quasi del tutto) s’ingrandì intorno alla camera: così che pareva di udire davvero lo scorrere presente dei minuti, attraverso le distanze favolose del tempo, come un grande respiro calmo che scendeva e poi risaliva, con ritmo uguale. Ella stava là seduta sulla sua valigia, in una posa tranquilla, piena di pace e d’ingenua maestà; e io, innanzi a lei, mezzo steso sul pavimento, ascoltavo senza pensieri quei bei suoni scorrenti della notte.

A uno non basta la contentezza di essere un valoroso, se tutti quanti gli altri non sono uguali a lui, e non si può fare amicizia.

Elsa Morante, L’isola di Arturo

In prosa & poesia

Le convinzioni

Oggi pensavo alle convinzioni, al fatto che sono come dei coltelli: puoi tenere il manico, sentirti forte, ponendo la lama nei confronti di chi ti sta di fronte, sei protetta da essa, e, in certi punti, inavvicinabile, insomma, ti senti proprio invincibile.

Ma, d’altro canto, non sei solo protetta dalle tue convinzioni, sei allo stesso tempo limitata da esse. Infatti, con il tuo coltello puntato verso il mondo, sarai impedita nell’avvicinare chiunque.

Il fatto è che, avere delle convinzioni, dà sicurezze, proprio come essere armati. Diventano le tue “leggi” che andranno a formare parte di te ma, appunto, ti formeranno e fermeranno, impedendoti una eventuale crescita… impedendoti la costruzione di una porta d’uscita/entrata sul retro, da cui fare uscire “ospiti” per accoglierne di nuovi, stavolta, dalla porta principale.

Mi dirai, allora, che non ti interessa farti avvicinare da alcuni mondi, mi dirai anzi che le tue convizioni sono proprio frutto di esperienze vissute in prima persona che ti hanno portato a conclusioni con frasi del tipo “non lo rifarò mai più in vita mia” (se già vissuto), oppure, “non lo farei/farò mai” (se ‘vissuto’ attraverso gli altri).

Ed eccola qui, la limitazione, imposta dalle convinzioni: rinunciare ad una qualche felicità solo perché si è stati feriti in passato, sia direttamente che in modo indiretto – negli occhi del vissuto dell’altro.

Invece, nel momento in cui decidiamo di abbandonare convinzioni che abbiamo fatto nostre, sia pure un abbandono della durata di un tempo breve, solo giusto per sperimentare cosa accadrebbe se camminassimo per strada senza un coltello puntato sul mondo, allora, il primo effetto positivo che percepiremmo, sarebbe un senso di libertà, forse maggiore leggerezza, mani libere, per provare a tenere quelle del prossimo… le quali si spera siano anch’esse disarmate.

Perché, sì: proprio come dei coltelli, anche le convinzioni possono uccidere… prima di tutto, coloro che le impugnano.

In prosa & poesia

Ribellione silente d’un elefante

Ancora una volta hai dato spettacolo,
ma hai cercato attenzione imitando
un grido – silente – d’aiuto umano,
come fossi un immigrato
con dentro gli occhi la sua terra natìa,
a cui, però, vorresti tornare
a costo di sfidare il mare –
un mare di gente -, pur morendo forse,
come fossi un soldato in guerra,
ma stavolta mosso senza
alcun ordine.

{dedicata alla ribellione silente di questo elefante 🌊🐘🌊💙

In prosa & poesia

Oh, la libertà!

30 luglio 2017

Libertà è non prendere le cose sul personale. E’ liberarsi del proprio sé in mezzo a ciò che lo circonda: sentirsi come cinti da un possibile abbraccio, non da una probabile corda.

In prosa & poesia

Dietro la leggerezza di un volo

11 settembre 2015

Annie ha cinque anni e mezzo, la curiosità in tasca e lo sguardo sempre perso nell’immenso.
Annie è distratta, guarda per aria, segue il vento, cerca la libertà mentre i suoi occhi si soffermano sulle ali degli uccelli e sulle piume che essi perdono a costo di prendere il volo.
Annie cammina a passo svelto, poi ancora più svelto, quasi come se l’aria che sente invaderle il viso le facesse da carburante, necessario per prendere quota e spiccare finalmente il volo.
Allora eccola, Annie che corre più forte del vento ma non ancora più forte della luce, sente la forza muoverle le gambe e spingerla fino a farla saltellare. Annie corre, corre e salta, fa passi da gigante ma le sue gambe da bimba non la aiutano molto: sono rapide però ancora troppo corte.
Oh, se solo Annie lo sapesse, che gli uccelli per volare non prendono rincorse, ma si affidano alla leggerezza delle loro ali, confidano nei venti e anche in quelli contrari, si reggono nel vuoto perché prima ancora di essere posto di nessuno, è il loro – forse unico – posto libero.
Che Annie impari dagli uccelli, oltre la leggerezza dei loro voli piumati.