I libri che ho letto

Libri letti nel 2019 – prima parte

  • Diari, Sylvia Plath (anno: 1982, scritti tra il 1950 e il 1962; genere: diario);
  • 1984, George Orwell (pubblicato nel 1949, ma iniziato a scrivere nel 1948 – da cui deriva il titolo, ottenuto appunto dall’inversione delle ultime due cifre; genere: romanzo – distopico, fantastico, drammatico);
  • Addio alle armi, Ernest Hemingway (anno: 1929; genere: romanzo – realistico);
  • La vergogna, Annie Ernaux (anno: 1996; genere: romanzo – autobiografico);
  • Caro Massimo, Matilde Hochkofler (anno: 2019; genere: biografia);
  • Gita al faro, Virginia Woolf (anno: 1927; genere: romanzo);
  • Povera gente, F. Dostoevskij (anno: 1846; genere: romanzo epistolare; primo suo romanzo che riuscì a scrivere in nove mesi);
  • Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson (anno 2018; genere: romanzo);
  • Il delitto perfetto, Jean Baudrillard (anno: 1994; genere: saggio);
  • Il libro del riso e dell’oblio, Milan Kundera (anno: 1978; genere: romanzo – umorismo nero, realismo magico);
  • Demian, Hermann Hesse (anno: 1919; genere: romanzo romanzo di formazione);
  • Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino (anno: 1947; genere: romanzo neorealista; primo romanzo di Calvino);
  • Una questione privata, Beppe Fenoglio (anno: 1963; genere: romanzo con sfondo storico);
  • La ragazza di Bube, Carlo Cassola (anno: 1960; genere: romanzo che segna una profonda cesura nella narrativa italiana del dopoguerra: benché ispirato a una vicenda realmente accaduta, il romanzo si arricchisce di elementi psicologici e lirici superando le istanze neorealiste, tanto per il linguaggio quanto per il rifiuto dei dogmatismi ideologici. “Il romanzo” sostiene infatti Cassola “viene prima di ogni interpretazione della realtà, è la ricerca continua della verità degli uomini.“);
  • L’amante di Lady Chatterley, David H. Lawrence (anno: 1928; genere: (romanzo – letteratura erotica).

APPROFONDIMENTO

Nell’approfondimento partirò dal libro che ho eletto mio preferito. E bene, dopo qualche indecisione, il preferito di quest’anno è il romanzo “Addio alle armi” , di Ernest Hemingway. Ambientato durante la Prima guerra mondiale, è la storia d’amore che nasce tra un americano, Frederic Henry, che presta servizio nei reparti sanitari dell’esercito italiano, e Catherine, un’infermiera inglese. La loro storia mi commosse, la loro passione mi fece emozionare, la loro tenerezza mi fece sorridere ed appassionare. La scrittura di Hemingway è scorrevole, attraente, leggera ma raffinata.

Subito dopo, inserisco “Gita al faro” di Virginia Woolf. Libro che si distingue fra gli altri per la profondità di cui l’autrice si serve per portare alla luce i pensieri, le emozioni e i sentimenti più reconditi di ciascun personaggio. È impressionante la maestria dell’autrice nel calarsi, e nel farti calare, nei panni di ognuno di essi! Mi ritrovai come catapultata nelle loro menti, immersa nei loro pensieri tutti diversi fra loro a seconda del personaggio a cui l’autrice dava voce. Direi che il romanzo sia mosso più dai pensieri che dalle azioni di cui credo sia povero; per questo è necessario fare attenzione ponendo particolare “ascolto” alla prosa, altrimenti c’è il rischio di perdersi in essa. La stessa Woolf scriverà del romanzo: << Il più difficile e astratto brano di scrittura che abbia mai tentato >>. Sono più di cinque i personaggi intorno cui ruota il romanzo, personaggi molto caratterizzati, tanto che sembrano avere vita propria! E non è forse questo lo scopo a cui dovrebbe giungere ogni scrittore che si rispetti? Ma Virginia Woolf si ispira ai suoi ricordi per scrivere le pagine del suo romanzo, alla sua nostalgia, alle proprie domande, con sullo sfondo una profonda solitudine.

Fra i miei preferiti, non può che rientrare anche il romanzo di Dostoevskij, Povera gente: un romanzo breve, altrettanto commovente quanto “Addio alle armi”, ma ancora più semplice e tenero, umano ed umile come è la penna di Dostoevskij. Primo romanzo dello scrittore russo, narra la storia di due persone abbastanza povere che condividono, attraverso lettere, i propri desideri, speranze, tenerezze… ma cosa ne sarà del loro amore, in mezzo a così tanta miseria?

E, tanto per parlare ancora d’amore, “La ragazza di Bube”, di Carlo Cassola, si posiziona anch’esso tra i primi posti! In particolare, ho adorato il personaggio di Mara, ovvero, la ragazza di Bube. Un’adolescente umile nella sua semplicità, ironica, forse ingenua, sognatrice ma anche ribelle.

Ci troviamo, poco dopo la Liberazione, in Val d’Elsa, dove è ancora la violenza che agita il cuore di coloro i quali sono usciti dalla guerra. Arturo Cappellini, partigiano, detto Bube, oltre che “Il Vendicatore”, entrerà nel frattempo nella vita di Mara, ma sarà altrettanto “liberazione” il loro amore? Bisogna tenere presente, però, che Arturo Cappellini porta un nome a cui deve tener conto.

Ecco, ora, per spezzare un poco questi romanzi amorosi, vi riporto due libri su cui ho trascorso molto tempo prima di terminarli, interrompendone più volte la lettura. Mi riferisco a “Diari”, di Sylvia Plath e “1984”, di George Orwell. Di quest’ultimo ho apprezzato alcune riflessioni, libro quasi profetico, ma credo mi abbia ad un certo punto annoiata tutta la sua distopia… tanto che ho avuto l’impressione di essere finita in un girone infernale da cui, io personaggio, sarei potuta uscire solo impazzita. Mi sono ripresa un pochino quando, finalmente, è subentrato un personaggio femminile che ha risvegliato dei sentimenti nel cuore del protagonista, ormai assuefatto anch’egli da tanto grigiore.
Per quanto riguarda Diari di Sylvia Plath, è stato nel bel mezzo del libro, o forse anche un poco prima, che è cominciato il declino della poetessa. Il libro è un vero e proprio diario, sono annotati pensieri frutto del quotidiano della Plath… un quotidiano che via via diventa sempre più cupo, avvolto da una disperazione che stava toccando troppo profondamente anche me. Allora non ce la feci più, riposi il libro, per mesi e mesi, fino a quando un giorno, decisa a finirlo, lo ripresi. Mi accorsi che qualche frase profonda, se non bella, ne valse comunque la pena di aver letto così tanta intimità sofferta.

Fra i libri del 2019, compare uno che mi ha deluso, e uno che dovrò probabilmente rileggere in futuro. “La vergogna” di Annie Ernaux rientra nella prima categoria: un libro in cui credevo avrei trovato di più, invece l’ho trovato poco profondo, abbastanza superficiale; ho avuto la sensazione come se l’autrice avesse scritto il libro non tanto per amore quanto più per sfogare un odio sopito. Non ho recepito in modo particolare il messaggio che l’autrice avrebbe voluto far passare.
La vergogna, titolo del libro, nasce a causa di un gesto violento di un padre nei confronti della propria moglie, un gesto a cui assiste la protagonista del romanzo, che ne sarà ferita nell’orgoglio, da qui la vergogna. Insomma, mi aspettavo un’analisi più profonda riguardo al sentimento della vergogna, ma anche della vicenda in sé da cui è stato mosso, invece è stato detto poco, poco e in modo superficiale.
Con “Il delitto perfetto”, di Jean Baudrillard, faccio riferimento al libro che dovrei rileggere in futuro. L’ho trovato molto interessante, molto astratto, se vogliamo anche filosofico, con alcuni discorsi che non sento di avere afferrato fin nel profondo. Tratta di tante cose, partendo dalla nostra realtà, allacciandosi a discorsi che definirei “universali”, tratta di come ci ha resi la realtà virtuale, il nostro mondo attuale che è vicino all’immagine e sempre più lontano dall’essenza. Beh, un libro da rileggere perché interessante, attraente, toccante a livello cerebrale ma, ovviamente, non sentimentalmente.

Mai come il libro “Caro Massimo”, di Matilde Hochkofler, che mi ha regalato emozioni e sorrisi. Il libro nasce da interviste a quattr’occhi tra Massimo e la Hochkofler; le pagine trattano la vita di Massimo, dalla nascita fino a quando è volato via, ci sono aneddoti della sua vita quotidiana e privata, testi tratti dai suoi film e dai suoi sketch, oltre ad alcune parole rilasciate da coloro che hanno collaborato con lui e lo ricordano affettuosamente. Ho inoltre letto dettagli di cui non sapevo nulla: di quando Massimo vinse un concorso e fu scelto dalla Mellin affinché il suo volto da bimbo apparisse sui loro prodotti; ho letto di quando a dodici anni hanno scoperto la malattia che prima o poi lo avrebbe ucciso – una bomba ad orologeria impiantata nel suo cuore, scoperta troppo tardi. Ho letto poi del poeta preferito di Massimo, cosa facesse nel tempo libero prima di diventare attore, e cosa lo ha spinto ad avvicinarsi al mondo dello spettacolo.
Insomma, c’è la sua vita in questo libro! C’è, soprattutto, il Massimo umano.
Nel leggere questo libro, immaginavo Massimo, comodamente seduto a casa sua, con di fronte a sé Matilde Hochkofler, giornalista che ha raccontato altri nomi conosciutissimi quali Mastroianni, Totò, Anna Magnani. E proprio così li ho immaginati: lei e Massimo in un’atmosfera tutta confidenziale, mentre sorseggiano una tazza di caffè, tra un ricordo ed un sorriso, una lacrima ed una risata.
Presi questo libro anche perché, Massimo, oltre al fatto di essere stato un attore napoletano che ha fatto ridere senza essere mai volgare, l’ho sempre sentito particolarmente vicino a me per altri aspetti, come il fatto di provenire anche lui da una periferia, di aver vissuto certi disagi, di non essere stato brillante a scuola, l’aver sempre esorcizzato le cose che non andavano, il fatto di essere stato anche molto timido (eppure, ne ha fatta di strada!), e, quello che mi fece molto sorridere, l’aver detto di sentirsi “finto” nel parlare in italiano, sensazione che anch’io ho avuto modo di provare.

Un altro libro che mi ha appassionata, è “Una questione privata”, di Beppe Fenoglio. Romanzo ritenuto il capolavoro dello scrittore, probabilmente perché non contiene solo una storia d’amore, ma si rifà alle esperienze vissute da Fenoglio stesso, quando fu partigiano. Infatti, la vicenda è ambientata nel ’44, negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, al culmine della guerra civile tra partigiani e nazifascisti. Nel corso di una ricognizione nella cittadina piemontese di Alba, Milton, il protagonista del romanzo, si ritrova di fronte alla villa di Fulvia, una ragazza torinese bella e capricciosa, occasionalmente sfollata lì da Torino, dove abitava prima della guerra. Milton, che è un giovane studente universitario, aveva cominciato a frequentare la villa di Fulvia con la quale condivide una conoscenza, Giorgio Clerici. Innamoratosi di Fulvia, comincia a corteggiarla scrivendole lettere d’amore e offrendole proprie traduzioni di amati scrittori anglosassoni, ma senza mai rivelarle esplicitamente il suo amore. Nella villa, Milton incontra l’anziana governante, la quale gli permette di rivedere i luoghi degli incontri con Fulvia e che, inavvertitamente, gli rivela che, nell’estate del 1943, quando Milton era già partito per l’esercito, Fulvia e Giorgio si frequentarono a lungo. Senza aggiungere altro, anzi, ho già detto troppo, Milton – ovviamente geloso – vorrà ritrovare Fulvia, e magari Giorgio, per capire che ne è stato di loro, e di che ne sarà dell’amore che prova per lei. Personalmente, avrei da ridire solo sul finale, per il resto, mi sono sentita partecipe e vicina durante quest’avventura alla scoperta dell’ignoto, curiosa di sapere come sarebbe finita. Un romanzo che non ti annoia, giacché abbastanza movimentato e “vivo”.

FINE PRIMA PARTE – non voglio annoiarvi con un articolone, perciò fra alcuni giorni pubblicherò la seconda parte.

Mi farà piacere sapere se anche voi avete letto i libri su citati e se siete concordi o in disaccordo riguardo le mie opinioni 🙂 e, ovviamente, accetto suggerimenti di letture.

Prossimamente parlerò dei seguenti libri restanti:

  • Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson;
  • Il libro del riso e dell’oblio, Milan Kundera;
  • Demian, Hermann Hesse;
  • Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino;
  • L’amante di Lady Chatterley, David H. Lawrence.
Estratti di letture

Sullo scrivere (Jean Baudrillard)

Tutti hanno idee, e più del dovuto. Ciò che conta è la singolarità poetica dell’analisi. Solamente questo può giustificare il fatto di scrivere, e non la misera oggettività critica delle idee. L’unica soluzione per la contraddizione delle idee è l’energia e la felicità della lingua. “Non dipingo la tristezza e la solitudine”, dice Hopper, “cerco soltanto di dipingere la luce su questo muro.” In ogni caso, è preferibile un’analisi scoraggiante in una lingua felice piuttosto che un’analisi ottimistica in una lingua infelice, deprimente per il suo carattere noioso e demoralizzante per la sua piattezza, come accade spessissimo. La noia formale che questo pensiero idealistico e volontaristico secerne è l’indizio segreto della sua disperazione: rispetto al mondo e rispetto al proprio discorso.
II vero pensiero deprimente è quello di coloro che parlano solo di superamento e di trasformazione del mondo, mentre sono incapaci di trasfigurare la loro lingua. Il pensiero radicale è estraneo a ogni risoluzione del mondo nel senso di una realtà oggettiva e della sua decifrazione. Esso non decifra. Anagramma, disperde i concetti e le idee, e con le sue concatenazioni reversibili spiega non solo il senso, ma anche l’illusione fondamentale del senso. Il linguaggio rende conto dell’illusione stessa del linguaggio come stratagemma definitivo, e tramite esso rende conto dell’illusione del mondo come tranello infinito, come seduzione dello spirito, come sottrazione di tutte le nostre facoltà mentali. Pur essendo un vettore di senso, esso è al tempo stesso un super conduttore dell’illusione e del non senso. Il linguaggio non è che il complice involontario della comunicazione -con la sua forma, si affida all’immaginazione spirituale e materiale dei suoni e del ritmo, alla dispersione del senso nell’evento della lingua.
Tale passione dell’artificio, tale passione dell’illusione, consiste nel disfare questa costellazione del senso fin troppo bella. E nel lasciar trasparire l’impostura del mondo, che è la sua funzione enigmatica, la mistificazione del mondo, che è il suo segreto. E al tempo stesso nel lasciar trasparire la propria impostura – impostore, e non obliteratore di senso. Questa passione prevale nell’uso libero e spirituale del linguaggio, nel gioco spirituale della scrittura. Laddove non si tenga conto di questo artificio, non solo si perde il suo fascino, ma il senso stesso non può essere risolto.

Tratto da “Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?” di Jean Baudrillard

Estratti di letture

Il delitto perfetto, Jean Baudrillard (seconda parte)

Qui, la prima parte.

E’ forse per sfuggire a questa terrificante oggettività del mondo che lo stiamo rendendo irreale, è per sfuggire all’ultimatum di un mondo reale che lo stiamo rendendo virtuale? Infatti, il concetto di realtà, se rinforza l’esistenza e la felicità, rende ancora più sicuramente reali il male e la sventura. In un mondo reale anche la morte diventa reale, e secerne un terrore che ha la sua stessa forza. In un mondo virtuale, invece, facciamo a meno della nascita e della morte, e al tempo stesso facciamo a meno di una responsabilità talmente diffusa e opprimente da non poter essere assunta. Probabilmente, siamo pronti a pagare questo prezzo per non dover più assolvere perpetuamente l’enorme compito di distinguere il vero dal falso, il bene dal male ecc. Forse la specie è collettivamente pronta a rifiutare l’angoscia morale e metafisica che ne deriva, e che ha finito per accumularsi fino alla nevrosi, ed è al tempo stesso pronta a rifiutare il privilegio della coscienza critica, a beneficio di una liquidazione delle differenze, delle categorie e dei valori? E’ forse essa pronta ad abbandonare la trascendenza e la metafora, a beneficio dei nessi metonimici? Non vi è più polarità, alterità, antagonismo: una superconduttività, un’elettricità statica della comunicazione, forse a questo prezzo passeremo a fianco della morte, nel lenzuolo funebre trasparente di un’immortalità su misura?
Resta il problema di sapere se il progetto tecnico della Virtualità sia una funzione ascendente della specie umana, o un momento della sua vertiginosa scomparsa (le due cose non sono incompatibili). Non abbiamo forse inventato un mezzo assai indiretto di radicalizzare la nostra esistenza dandole la possibilità di scomparire totalmente? Tutte le altre culture hanno lasciato delle tracce. Il nostro delitto sarebbe perfetto, poiché non lascerebbe tracce, e sarebbe irreversibile.
Qual è il desiderio metafisico più radicale, il godimento spirituale
più profondo? Quello di non essere presenti, ma di vedere. Come Dio.
Dio infatti non esiste, il che gli permette di assistere al mondo restando assente. Anche noi ameremmo soprattutto spurgare il mondo dall’uomo per vederlo nella sua purezza originale. In ciò intravediamo una possibilità inumana, che restituirebbe la forma piuccheperfetta del mondo, senza l’illusione dello spirito e dei sensi. Un’iperrealtà esatta e inumana, in cui possiamo finalmente godere della nostra assenza, e della vertigine del disincarnarsi. Se posso vedere il mondo al di là della mia scomparsa, è per il fatto che sono immortale. Gli Immortali stessi partecipavano episodicamente alle peripezie del mondo, per godervi del loro incognito.
Ciò può condurre persino a mettere in scena un disastro collettivo, soltanto per curiosità. Ma ciò non ha nulla a che vedere con l’istinto di morte. E’ l’astuzia di Dio, che elude il problema della sua esistenza eclissandosi dietro le proprie immagini. E’ l’astuzia dell’originale, che si eclissa dietro le sue molteplici copie. Per il semplice fatto di esistere, ci troviamo fin dall’inizio in una situazione antropologica
impossibile. In nessun luogo possiamo dar prova della nostra esistenza e della sua autenticità. L’esistenza, l’essere, il reale, sono propriamente impossibili. L’unica soluzione per questa situazione, a meno di ricorrere metafisicamente a una volontà superiore (quella di Dio, la quale però non esiste più), è il delitto. Il delitto è all’origine di tutte le culture, come l'”acting-out” per eccellenza. E in questo senso la stessa impresa tecnologica può passare per una proiezione criminale, per un acting-out sacrificale, per un esorcismo, una di quelle forme eccentriche che eludono la gravità dell’esistenza. Altre culture hanno saputo gestire questa illusione metafisica facendola circolare, ciascuno assumendosi la responsabilità della vita altrui nel corso dei rituali e delle generazioni. Noi invece, ossessionati dalla realtà oggettiva, scarichiamo la nostra illusione d’essere sulla tecnica. Probabilmente giochiamo con la morte come altre culture giocavano col sacrificio. Ma questo sacrificio non suscita più le stesse magie né gli stessi sogni.
Esso somiglia piuttosto a un assassinio sperimentale, di cui l’assassino e la vittima sarebbero solamente gli operatori tecnici.

[Continua con la terza e ultima parte…]

(Dal libro Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, di Jean Baudrillard)

Estratti di letture

Il delitto perfetto (Jean Baudrillard)

L’uomo non smette di espellere quello che egli è, quello che prova, quello che significa ai propri occhi: sia che questo accada con il linguaggio, il quale ha una funzione di esorcismo; sia che ciò capiti con tutti gli artefatti tecnici che egli ha inventato, e all’orizzonte dei quali sta scomparendo, in un processo irreversibile di transfert e di sostituzione. McLuhan considerava le tecnologie moderne delle «estensioni dell’uomo»; bisognerebbe piuttosto considerarle delle «espulsioni dell’uomo».
Il termine “acting-out” riassume nel modo migliore questa specie di energia che tende a sbarazzarsi di qualcosa, e probabilmente di se stessa, in primo luogo. Sbarazzarsi dei propri fantasmi facendoli passare nella realtà; ma non per questo essi diventano reali: il passaggio all’atto esprime semplicemente l’impossibilità per il fantasma di rimanere tale. Proiettarsi in un mondo fittizio e aleatorio, che ha per unico movente questa abreazione violenta a noi stessi.
Costruirsi un mondo virtuale perfetto per non prendere in considerazione il mondo reale. O ancora, nel caso della storia, sbarazzarsi delle sue incoerenze e contraddizioni in un solo evento
imprevedibile, di cui gli attori danno l’impressione di essere solamente le comparse: tali sono gli eventi dell’Est, che non hanno senso in sé, poiché sono soltanto la risoluzione di una situazione impossibile.
L’eccesso di positività, di stimolazione operativa dei sistemi attuali ci fa precipitare ovunque in questa specie di situazione impossibile in cui non siamo più in grado di agire, ma solo di reagire, con un’operazione riflessa e con una risposta automatica.
Non siamo più alienati nel cuore di una realtà conflittuale, siamo
espulsi da una realtà definitiva e non contraddittoria. Espropriati dei nostri desideri mediante la loro stessa realizzazione.
Contemporaneamente assorbiti, introiettati e totalmente espulsi. Lévi-Strauss distingueva due specie di culture: quelle che introiettano, che assorbono, che divorano – le culture antropofagiche, e quelle che vomitano, che espellono, che cacciano fuori – le culture antropoemiche, le culture moderne. Ma la nostra, la nostra cultura contemporanea, sembra realizzare una brillante sintesi tra le due, tra l’integrazione più spinta, quella delle funzioni, quella degli spazi, quella degli uomini, e l’espulsione più radicale, il rigetto quasi biologico – dato che il sistema ci espelle, man mano che ci integra, in innumerevoli protesi tecniche, fino all’ultimissima e alla più ammirevole: quella del pensiero nell’Intelligenza Artificiale.
“Acting-out” di tutta una società impigliata nel suo fantasma di
dissipazione di se stessa in pura energia, in pura circolazione, senza nessun altro obiettivo manifesto all’infuori di questa performance, di questa liberazione nel vuoto, di questa mobilità a ogni costo, di cui noi, le particelle viventi, i corpi vivi, non siamo altro che gli scarti satellizzati.
Ci allontaniamo così sempre più dal centro di gravità (il nostro,
quello del mondo). Raggiungiamo i sistemi galattici che si allontanano gli uni dagli altri a velocità proporzionali alla loro massa. Solamente all’interno dei sistemi regna infatti la legge di gravitazione. In qualsiasi altro luogo regna l’anti-gravitazione, l’attrazione negativa. Da dove ricaviamo la nostra energia, quella che si mobilita nelle reti, se non dalla smobilitazione del nostro corpo, dalla liquidazione del soggetto e da quella della sostanza materiale del mondo?
Forse, un giorno, tutta questa sostanza sarà trasformata in energia, e tutta questa energia in pura informazione. Sarà in qualche modo l’”acting-out” definitivo, il “total achievement”, la soluzione finale.
Tutto sarà contemporaneamente compiuto, realizzato ed espulso nel vuoto. Entreremo, liberati da noi stessi, in un universo spettrale e senza problemi. E’ questa la Grande Virtualità.

CONTINUA nel prossimo articolo...

(Dal libro Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, di Jean Baudrillard)

Estratti di letture

L’ironia del mondo (Jean Baudrillard)

L’ironia è l’unica forma spirituale del mondo moderno […].
Da quando sono passati attraverso il medium o l’immagine, attraverso lo spettro del segno e della mercé, gli oggetti esercitano una funzione artificiale e ironica a motivo della loro stessa esistenza. Non vi è più bisogno di una coscienza critica per porgere al mondo lo specchio del suo doppio: il nostro mondo moderno ha inghiottito il suo doppio e al tempo stesso ha perso la sua ombra, e l’ironia di questo doppio incorporato esplode a ogni istante in ogni frammento dei nostri segni, dei nostri oggetti, dei nostri modelli. Non vi è più bisogno di confrontare gli oggetti con l’assurdità della loro funzione, in un’irrealtà poetica, come fecero i surrealisti: le cose s’incaricano di illuminarsi ironicamente da sé, si sbarazzano facilmente del loro senso. Tutto ciò fa parte della loro concatenazione visibile, troppo visibile, che crea da sola un effetto di parodia.
L’aura del nostro mondo non è più sacra. Non è più l’orizzonte sacro delle apparenze, è quello della merce assoluta. La sua essenza è pubblicitaria. Nel cuore del nostro universo di segni, vi è un Genio Maligno pubblicitario, un “trickster”, che ha integrato la comicità della mercé e della sua messa in scena. Uno sceneggiatore geniale (il capitale stesso?) ha trascinato il mondo in una fantasmagoria di cui siamo tutti le vittime affascinate.

Jean Baudrillard, da “Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?”

Estratti di letture

Realtà virtuale (Jean Baudrillard)

Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini.

**

[La comunicazione virtuale]

Vi è una profonda incompatibilità tra il tempo reale e la regola simbolica dello scambio. Ciò che regge la sfera della comunicazione (interfaccia, immediatezza, abolizione del tempo e della distanza) non ha alcun senso in quella dello scambio, dove la regola vuole che quanto è dato non sia mai restituito immediatamente. Bisogna restituirlo, ma mai all’istante. E’ un’offesa grave, mortale. Non vi è mai interazione immediata. Il tempo è appunto ciò che separa i due momenti simbolici e ne sospende la risoluzione. Il tempo non differito, quello «diretto», è inespiabile. Tutto il campo della comunicazione virtuale appartiene così all’ordine dell’inespiabile, poiché tutto vi è interattivo, dato e restituito senza ritardo, senza quella suspense, per quanto infima, che costituisce il ritmo temporale dello scambio.

**

[Esseri senza corpi]

Nel regno delle ombre nessuno ha più un’ombra e non rischia di lacerarla camminandoci sopra, come Peter Schlemihl. Può accadere in compenso che non siano più i corpi a proiettare la loro ombra, ma le ombre a proiettare i loro corpi, i quali non sarebbero altro che l’ombra di un’ombra. E questo è già il caso della nostra realtà virtuale, che è semplicemente la rimessa in circolazione, “sub specie corporis, subspecie realitatis”, dell’astrazione e dei dati numerici della vita. Come in quell’altra fiaba in cui il Diavolo rimetteva in circolazione l’ombra dello studente che costui gli aveva venduta, sotto l’apparenza vivente del Doppio di cui lo studente non era altro che la controfigura.

(Jean Baudrillard, Il delitto perfetto)