In prosa & poesia

Cosa esprime l’odio?

Odiare esprime la presunzione di essere amati dagli altri,
poiché non si ama abbastanza se stessi.

I libri che ho letto

Libri letti nel 2017

Questi, i libri che ho letto nel 2017:

  • Le notti bianche, F. Dostoevskij (anno: 1848, genere: romanzo – romantico, introspettivo);
  • Memorie delle mie puttane tristi, G. G. Marquez (anno: 2004; genere: romanzo; l’ultimo dello scrittore);
  • L’amico ritrovato, F. Ulhman (anno: 1971; genere: romanzo di formazione);
  • L’arte di amare, E. Fromm (anno 1957; genere: saggio – psicologico);
  • Lettera ad un bambino mai nato, O. Fallaci (anno: 1975; genere: epistolario – biografico);
  • Il ritratto di Dorian Gray, O. Wilde (anno: 1890; genere: romanzo – filosofico, gotico, fantastico);
  • Orgoglio e pregiudizio, J. Austen (anno: 1813; genere: romanzo sentimentale – rosa) ;
  • Il piccolo Principe, A. de Saint-Exupéry (anno: 1943; genere: racconto – letteratura per ragazzi);
  • Undici minuti, Paulo Coelho (anno: 2003; genere: romanzo);
  • Lo Zahir, Paulo Coelho (anno: 2005; genere: romanzo – drammatico);
  • La ragazza dello Sputnik, Murakami (anno: 1999; genere: romanzo – romanzo d’amore);
  • Che tu sia per me il coltello, David Grossman (anno: 1998; genere: romanzo epistolare);
  • Le ho mai raccontato del vento del Nord, Daniel Glattauer (anno: 2006; genere: romanzo – epistolare, romantico);
  • La settima onda, D. Glattauer (anno: 2010; genere: romanzo – epistolare) ;
  • Avrò cura di te, C. Gamberale e M. Gramellini (anno: 2014; genere: romanzo) ;
  • Stanotte il cielo ci appartiene, Adriana Popescu (anno: 2014; genere: romanzo – rosa, contemporaneo);
  • Va’ dove ti porta il cuore, S. Tamaro (anno: 1994; genere: romanzo – sentimentale, epistolare);
  • L’identità, Milan Kundera (anno: 1997; genere: romanzo contemporaneo);
  • Al di là del Deserto, Igor Sibaldi; (anno: 2017; genere: saggio – metafisica);
  • I pesci non chiudono gli occhi, Erri de Luca (anno: 2011; genere: romanzo di formazione);
  • A livello del mare, Rossana Orsi (anno: 2017; genere: narrativa);
  • La padronanza dell’amore, Don Miguel Ruiz (anno: 2001; genere: manuale, libro di autoaiuto);
  • La signora delle camelie, Alexandre Dumas (anno: 1848; genere: romanzo – autobiografico)

APPROFONDIMENTO

I libri sono segnati in ordine di lettura, ma io voglio partire da quello che considero il mio preferito dell’anno 2017: La signora delle camelie, di Alexandre Dumas; composto nello spazio di un mese, il romanzo è la trasposizione romanzata della storia d’amore dell’autore stesso con Marie Duplessis e rappresenta la vita e i segreti di quello che nel dramma omonimo egli definisce “il demi-monde”. Una storia che mi ha fatto emozionare fino alle lacrime, una storia ricca di passione, ma anche di sofferenza, debolezze e tanta umanità. Sentii molto vivi i personaggi di questo romanzo, così vivi che mi ci affezionai: da un lato avevo fame di leggere le pagine successive, dall’altro mi dispiacque arrivare alla fine e terminare così il mio viaggio nei cuori di quelle vite.

Un altro libro che metterei sul podio insieme a quello sopra citato, è Undici minuti di Paulo Coelho; anche questo libro mi ha fatto commuovere, e badate che non mi toccano tanto profondamente proprio tutti i libri che leggo!
In Undici minuti si narra la storia di una giovanissima che diventa donna, per di più ha il mio stesso nome, una donna che per fuggire dalla miseria cade nelle mani di cattive persone, così si ritrova a fare la prostituta, cosa a cui ovviamente non ambiva. Sarà l’incontro con un artista, un pittore, che farà scoprire alla protagonista cosa è davvero l’amore, dove undici minuti ne rappresentano il tempo.

Un altro libro che evidenziai, perché mi fece riflettere molto e, per diversi aspetti, ritenni illuminante, fu L’arte di amare, stavolta un saggio, di Erich Fromm.

Ho poi evidenziato “Va’ dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro; “Avrò cura di te”, di Chiara Gamberale e Massimo Gramellini. Ritengo che questi due libri siano simili nella tenerezza delle parole, nei consigli, nell’affetto che emanano. Mentre nel primo vi è una nonna che parla a sua nipote, alla quale ha lasciato delle lettere, nel secondo libro c’è un angelo che soccorre una giovane, Gioconda (detta Giò), che ha difficoltà a mettere ordine nel suo cuore.

Gli ultimi due libri che evidenziai sono dei saggi: “Al di là del deserto”, di Igor Sibaldi, e “La padronanza dell’amore”, di don Miguel Ruiz. Ricordo vagamente che questo ultimo utilizzò parole molto semplici per esprimere concetti profondi riguardo l’amore. Riguardo il libro di Igor Sibaldi, invece, con il titolo del libro “Al di là del deserto”, lo scrittore fa riferimento alla storia di Mosè, uscito dall’Egitto, per spingere il lettore stesso ad uscire dalla propria cosiddetta “zona di comfort”, attraverso vere e proprie lezioncine di metafisica.

Di questa lista di libri del 2017, non ci sono altri libri su cui lasciai qualche segno particolare che mi ricordasse quanto mi piacquero. Tuttavia, non ci sono stati neanche libri che mi delusero come è successo l’anno dopo.
Comunque, a distanza di tempo, tra quelli che più mi piacquero, oggi inserirei anche Lo Zahir, di Paulo Coelho, così come Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Questo ultimo mi fece moltissima compagnia, ogni personaggio aveva le proprie caratteristiche con una personalità ben delineata. Erano così ben definiti, che in alcuni ci trovai somiglianza con persone che conosco realmente; il personaggio che sentii vicino, sia perché mi somigliava per davvero in qualcosa, sia perché avrei voluto somigliarle ancora di più, fu Elizabeth Bennet… anche se potrei somigliare benissimo anche alla sorella, Jane. Oppure, sapete che vi dico? Che, secondo me, in ogni donna potrebbe esserci sia una Jane che una Elizabeth Bennet, ma penso che ogni tanto salti fuori una delle due, a seconda della situazione!

Tornando a noi, aggiungo un pensierino per gli altri libri non ancora citati:

Il piccolo Principe mi sorprese molto, perché mi aspettavo una bella favola, ma invece c’è dell’altro che, comunque, nulla toglie alla storia. Mi commosse sul finale, inaspettato.
Lettera ad un bambino mai nato, di Oriana Fallaci, lo metterei sullo stesso piano de Il piccolo Principe, perché mi trasmise emozioni simili: lacrimucce simili, tristi e sconsolate.

“Le ho mai raccontato del vento del Nord” e “La settima onda”, libri di Daniel Glattauer, sono uno il proseguimento dell’altro.
La storia è quella di un uomo e una donna che si trovano per un errore: una mail inviata alla persona sbagliata. Nonostante questo errore, i due sono curiosi l’uno dell’altra, così continuano a scriversi via mail per moltissimo tempo, mi sembra per più di un anno. Ricordo che provai tantissima curiosità nel leggere i messaggi che si inviavano, tant’è che una pagina tirava l’altra e andavo a dormire tardi perché volevo ancora saperne delle loro confidenze. Ma, prima o poi, questo scambio di mail doveva pur finire, o no? E così i due protagonisti decidono di incontrarsi, ma non prima di tantissime paranoie, ansie, paure. E dopo essersi incontrati di persona? Chissà! Non ve lo dico, ma il bello è che nemmeno lo ricordo, a parte qualche particolare che ricordo vagamente, e assai poco bello… ma non vi dico niente, no-ne.

E, a proposito di scambi epistolari, le recensioni di “Che tu sia per me il coltello”, di David Grossman, erano molto negative, ma decisi di fare affidamento su quelle positive e così lo comprai. Mi affascinò la trama: “In un gruppo di persone, un uomo vede una donna sconosciuta che con un gesto quasi impercettibile – si stringe nelle braccia – sembra volersi isolare dagli altri. E’ un gesto che lo commuove e lui, Yair, le scrive una lettera, proponendole un rapporto profondo, aperto, libero da qualsiasi vincolo, ma esclusivamente epistolare. Più che una proposta è un’implorazione, e Miriam ne resta colpita, forse un poco sedotta. Accetta anche se spera di trasformare le parole in fatti, perché quella in cui lei crede è un’intimità assoluta… ecc.” Trovai inoltre incantevole il volto della donna, sulla copertina del libro, la quale evidentemente rappresenta Miriam.
Le lettere che si scambiano sembrano effettivamente scritte da due pazzi, forse più pazzo lui che lei, un po’ buffe, fuori dal comune, qualche volte forse pesantine, però li trovai quasi teneri. Il finale, comunque, mi lasciò senza parole, interdetta.

Allo stesso modo, mi lasciò senza parole anche il finale del romanzo di Milan Kundera, “L’identità”, ma fu però più scorrevole rispetto allo scambio di lettere tra Miriam e il suo ammiratore. Ne “l’identità” abbiamo come protagonisti due persone che si amano, stavolta non ci sono lettere di mezzo, ma l’autore del libro si pone una domanda che fa più o meno così: cosa accadrebbe se, un giorno, ti accorgessi di non avere conosciuto mai davvero la persona che hai accanto?

E, visto che non c’è due senza tre, insieme ai due libri precedenti, un altro libro che mi lasciò abbastanza spaesata, fu “La ragazza dello Sputnik”, di Murakami. Forse questo lo metterei per primo rispetto ai due precedenti, “primo nell’avermi lasciata con un punto interrogativo nel finale”, si intende.

Abbiamo, poi, “I pesci non chiudono gli occhi”, di Erri de Luca, e “Stanotte il cielo ci appartiene”, di Adriana Popescu. Li cito insieme perché credo che abbiano un comune denominatore: la tenerezza. Nel primo, però, è la tenerezza di un ragazzino alle prese con la sua prima cotta, raccontata attraverso i propri occhi ormai adulti. Nel secondo libro, quello di Adriana Popescu, vi è la storia di un’aspirante fotografa, in crisi con il suo ragazzo. Durante un evento conoscerà un giovane – Tristan, un ragazzo dolce, misterioso, riservato e, non per ultimo, tormentato – che risveglierà in lei qualcosa… ma non subito eh, perché Layla è una brava ragazza e anche un tantino in crisi con la sua relazione, però l’autrice del libro si domanda proprio questo: qual è il confine tra amicizia e attrazione?

Ho lasciato per ultimi i libri di cui ricordo poco:

Le notti bianche, di Dostoevskij: ricordo che il libricino scorreva bene, che il protagonista era un sognatore, ma anche un uomo troppo solo… ricordo che fu toccante la sua solitudine e la tenerezza con cui la esprimeva, finché sul suo cammino incrociò una donna per la quale provò un sentimento che aveva dimenticato. Poi, è risaputo: quando, dopo tanta solitudine, ritrovi un po’ di vita, ti senti di rinascere; così dovette sentirsi il sognatore, ma forse volò troppo in alto e… non aggiungo altro. È un classico, anche breve, quindi molto probabilmente lo avrete già letto, ma meglio tacere il resto!

Memorie delle mie puttane tristi, di Gabriel Garcìa Marquez. Ecco, di questo libro non ricordo le emozioni provate. Ricordo soltanto che parlava di amore, in particolare c’era un anzianissimo signore che, per il suo compleanno, si regala una notte d’amore con una giovanissima ragazza. Questo avviene in una casa adibita a tale scopo, per coloro che vorrebbero ancora vivere l’amore. Ma il bello è che questo signore anziano non toccherà mai quella giovane, ma si limterà ad osservarla e a raccontarsi, allora si accorgerà che non ha mai amato così tanto una donna come ora. Ecco, proprio adesso, mentre scrivevo, mi è tornato alla mente il finale! E mi commossi, sì.

L’amico ritrovato, di Fred Uhlman, mi lasciò con uno stato d’animo triste, ma anche un tantino intenerito. È la storia di un’amicizia, un’amicizia tra un ragazzino di origini ebree e un altro proveniente da una nobile famiglia tedesca. Due mondi diversi tra loro, ma non per questo, anzi, proprio per questo, si scoprono e si confrontano.

Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde. Un romanzo che esprime la fragilità umana davanti all’incapacità di accettare la vecchiaia. Ricordo che il finale fu per me inaspettato, ci rimasi anche un pochino male, ma probabilmente non poteva andare diversamente: il protagonista teneva più all’apparenza che alla sua anima.

E chiudo con “A livello del mare”, di Rossana Orsi. L’autrice la seguivo sulla sua pagina Facebook, e spesso mi ci trovavo nei suoi pensieri. Quando uscì il libro, fui incuriosita dai temi affrontati, e pensai che non mi avrebbe delusa, conoscendo ormai la sua penna.
Non ricordo affatto la trama, ma ho ripreso la recensione che allora mi chiese cortesemente l’autrice: “un libro che ti lascia una sensazione piacevole, proprio come quando ci si perde ad osservare il mare. Lo definirei delicato, e con quella stessa delicatezza l’autrice riesce a giungere nelle profondità dell’anima della protagonista, attraverso il ricordo dei legami affettivi che l’hanno fatta crescere ed eventualmente cambiare. È un libro molto intimo, particolare, in cui nella prosa risiede davvero tanta poesia. L’ho sentito come una ricongiunzione alla parte più vera del proprio sé, direi quella di bambina, che sta a noi tenere in vita, imparando l’arte di camminare insieme nella propria crescita interiore; è questo il messaggio che mi ha trasmesso ‘A livello del mare’.”

📚 FINE 📚

In prosa & poesia

Facce di una stessa medaglia

16 settembre 2017

E forse stavo diventando matta, giacché anche nel dolore trovavo una felicità mia. Mi rendevo conto che, se soffrivo, potevo dirmi ancora umile, ma non per questo provare compassione per la mia anima triste. Ero felice perché, soffrire, significava avere ancora tanto da imparare dalla vita, nonostante quel dolore mi costasse uno sforzo maggiore nel prepararmi ogni giorno al presunto arrivo dell’amore.

Avevo anzi paura di non provare più dolore per la sofferenza, di diventare così forte nei suoi confronti che avrei smesso di crescere.

Arrivò poi la paura che, sentirmi felice anche nella mia stessa tristezza, mi avrebbe resa fredda, insensibile alle tristezze altrui, altezzosa verso gli altri vantandomi dentro delle mie continue mancanze.

Avevo forse paura di essere felice per davvero, temendo di diventare come tutti gli altri? Superficiale, egoista nella mia propria felicità, la quale pian piano avrebbe portato via la mia ricchezza interiore, formatasi solo grazie al dolore.

Mi ostinavo così ad essere buona con chiunque, perché volevo sentirmi forse migliore rispetto alla mia vita, la quale con me buona lo era stata poco.

E iniziai a provare disprezzo verso chi si riempiva la bocca di chiacchiere vuote, verso chi era stato accecato dalla felicità e vedeva tutto rosa solo perché la vita nei suoi confronti si mostrava benevola.

Allora mi dicevo: “Venite a vivere un giorno della mia vita, e poi ditemi se continuerete a vedere tutto rosa!”.

Stavo diventando arrogante anche nelle mie mancanze e nel mio dolore, mi stavo facendo accecare anch’io ma non dalla felicità, bensì da un’amarezza scaturita dalla tristezza stessa, con l’aggiunta di una qualche cosa molto vicina all’invidia e alla rabbia.

Mi vergognai di essere così simile agli altri, di sentirmi superiore per niente; nessun buon cuore mi avrebbe mai scelta.

Non ero veramente nessuno per giudicare la presunta felicità che la vita aveva donato gratis agli altri, mentre io me la ero dovuta ricavare dal mio solo dolore – illudendomi forse, oppure ci credevo veramente.

Non stavo più abbracciando la mia vita sfortunata, tanto che la mia sofferenza ora mi appariva solo vuota e non più costruttiva.

Quel dolore sembrava avere l’altra faccia di una stessa medaglia, quella in cui dall’altra parte c’è la felicità che ti inganna e ti allontana dal sentire più sincero e spontaneo, dalla sensibilità umana.

Al fine odiai anche me stessa, per aver reso nulla la mia ricchezza interiore, dubitai anzi di averne mai avuta.

Non ero più certa di sapere chi fossi, quali verità mi stessi realmente raccontando e quali nascondendo; ma di una cosa ero sicura, non mi piaceva la persona che stavo facendo nascere.

Ecco, forse da questi pensieri e momenti non si viene mai a capo veramente, se non continuando a sentirsi umili sia nel dolore che nella gioia, senza pretendere di avere per questo il diritto ad una vita migliore, quanto più ad avere un cuore che sappia sempre guardare oltre.

In prosa & poesia

3 maggio 2017

Vorrei strapparmi la pelle,
per mostrare ciò che ho dentro.
Ma sai che dolore sarebbe:
scoprire di non avere niente,
se non quel che vede la gente.

In prosa & poesia

La natura insegna

12 luglio 2015

Osservare la bellezza della forza della natura in una tempesta, o nel mare in burrasca, e sentirla propria. Eppure non sapere, poi, accogliere egual bellezza, quando ha origine dentro noi.