La donna dai capelli corvini

Era davanti a me, però, di spalle, quando notai la sua folta capigliatura, mentre eravamo entrambe incastrate fra troppe persone in una carrozza della metropolitana, entrambe in cerca di un poco di spazio per passare e scendere alla prossima stazione.
Stavo contemplando i suoi capelli e cercando di immaginarmi il suo volto, in attesa del momento giusto per chiederle se scendesse alla prossima quando, ad un tratto, si girò a guardarmi e – come se mi avesse letta nel pensiero -, con un bel sorriso e due occhi scuri, rivolta a me, disse: “devi scendere anche tu, vero? Vedrai, ce la faremo!”, stringendo i pugni e alzando le braccia, per quanto potè, verso il cielo.
Il suo gesto così rassicurante, simpatico, carico e spontaneo, mi colse impreparata, tanto che alla sua domanda risposi anche di sì, ma, probabilmente, non sorridendole abbastanza. In ogni caso, mi sentii felice per il suo gesto, come fossimo compagni di battaglie da sempre, contenti di lasciare le trincee; non vedevo anzi l’ora di scendere dalla carrozza per cercare ancora il suo sguardo e farle capire con un sorriso od un gesto che, sì, ce l’avevamo fatta. Ecco, mi piacque il fatto che usò quel verbo al plurale, cosicché chiunque pensasse che eravamo conoscenti, se non proprio amiche, e che fra noi scorreva una certa intesa, un sentimento per il quale le persone attorno a noi, nel notarlo, ne avrebbero goduto.
Eppure, una volta scesa dalla carrozza, la sensazione fu quella di avere attraversato un’altra dimensione.
Della donna dai capelli corvini ne rimase solo l’apparenza dei suoi colori, senza più forme: tolse il sorriso dalla faccia, camminò spedita, spalle alte, diritto lo sguardo. Ed io ero lì, quasi di fianco a lei, che la guardavo, e mi chiedevo a cosa stesse pensando. Camminammo ancora un poco vicino, finché, giunte alle scale mobili, lei era ora davanti a me di nuovo; stavolta però, i suoi capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, smisero di comunicarmi emozioni.
Mi sentii forse abbandonata come lo è un soldato dal suo compagno di trincea, ma non per questo provai rancore: mi sentii abbandonata non nel senso di tradita, più che altro come se la morte – cosa da aspettarsi in una trincea – me l’avesse portata via: non vi erano colpe, solo insperate aspettative.
La donna dai capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, compiuta la sua missione, sarebbe ora andata a fare altro bene altrove.

Come fosse abbastanza

Io ed A. abbiamo frequentato la stessa classe alle scuole elementari, e per un lungo periodo siamo anche stati compagni di banco. Ma compagni di banco si fa per dire, perché A. era quel tipico ragazzino che non amava studiare, ma si divertiva ad interrompere la lezione e a infastidire gli altri. Il maestro decise di farlo sedere vicino a me perché, essendo buona e silenziosa, pensava forse che avrei contagiato anche lui.
Ricordo come se fosse ieri tutti i dispetti di A.; mi spostava la sedia quando dovevo sedermi, si prendeva la penna e la mia gomma per cancellare nascondendosele sotto il suo cappello, mi dava colpe che non avevo, mi diceva parolacce senza alcun motivo. Ricordo che mi faceva arrabbiare, ed ogni volta finivamo col dirci “ti mando all’ospedale!”, “ti faccio volare a Milano!”, e tante altre frasi che ora non ricordo, ma non arrivammo mai alle mani… o forse, al massimo, a qualche pizzicotto.
Ma A. era anche quello che se ne stava solo in classe, era quello che veniva preso in giro perché parlava balbettando, era quello che fu per lungo tempo deriso perché in inverno portava le calzamaglie. Una cosa da femminucce, dicevano. Si raccontava inoltre che la madre, divorziata dal padre, picchiasse A., e lo costringesse a fare pulizie; ma non erano solo voci di corridoio, A. portava spesso dei lividi e dei graffi sulle braccia.
Finite le scuole elementari, A. si iscrisse ad una scuola media diversa dalla mia, e so che poi si è diplomato all’alberghiero, e ora ha un lavoro.
A. abita nel mio quartiere, ed è l’unico – dei miei vecchi compagni di classe – che, quando mi incontra per strada, mi saluta. Spesso porta il cane a passeggiare dalle mie parti, e non ha mai finto di non vedermi, mi ha anzi insegnato – senza saperlo – a vincere l’imbarazzo e a salutarlo per prima!
Ricordo che, diversi anni fa, era con una comitiva, ed io ero seduta un pochino distante da loro, quando A. prese a cantare una canzone, una canzone in cui la “protagonista” aveva proprio il mio nome. Allora lui cantava, e poi si voltava a guardarmi, ma con una di quelle espressioni divertite più che romantica, ed io poi mi ritrovai tutta rossa in viso, come se la cosa mi avesse colpita! Di sicuro, affondata.
Ne è passato veramente del tempo da quella volta, come ne è passato del tempo dall’ultima volta che ci siamo detti più di uno “ciao”. Tornavo da scuola e ci trovammo a percorrere la stessa strada, così iniziò a parlarmi di lui, nello specifico di cosa aveva studiato, delle difficoltà incontrate, e del lavoro che aveva trovato, poi io gli dissi di me.
E poi? E poi niente, lo incontro per strada quasi tutti i giorni, e ci scambiamo quell’onesto e sincero “ciao”, senza aggiungere altro, solo, spesso il suo “ciao” è seguito dal mio nome, e la cosa non mi dispiace.
Questo scambio di “ciao” non è mai stanco, né obbligato: è spontaneo ed educato, umano, a volte accompagnato da un quasi sorriso… e immagino che dietro di esso ci sia un mondo inesplorato, ma che pare rimarrà tale, come se io ed A. ci fossimo già conosciuti abbastanza.

Caduto dal cielo

14 febbraio 2017

Lo osservavo dal suo profilo che mi impediva di guardarlo negli occhi e scorgere il colore delle sue iridi. Aveva una capigliatura folta con dei riccioli biondi, sembrava un angelo! La carnagione della sua pelle era bianca ma non pallida, bianca come il colore di una perla.
Poi, ad un tratto, si voltò a guardarmi, come se il mio sguardo insistente lo avesse sfiorato; come se il mio canto interiore infatuato fosse giunto alla primavera del suo viso. Mi voltai quasi subito – rinunciando al desiderio di perdermi nel colore dei suoi occhi, a me ignoto – mi vergognai, arrossii.
Dentro me mi diedi della stupida e gli chiesi scuse silenti, per la prepotenza dei miei occhi inciampati senza ritegno su di lui.
Ci fu anche un momento in cui sperai che non facesse brutti pensieri, nel guardare il mio atteggiamento così goffo ed il mio sguardo fintamente perso nel vuoto.
Pensai anche che, se avessi potuto decidere dei suoi pensieri, avrei voluto che non si domandassero il perché lo stessi osservando. Ma mi accorsi subito dopo che stavo spudoratamente mentendo a me stessa: avrei voluto che mi avesse pensata bella e avesse anzi apprezzato la mia attenzione rivolta al suo essere.
Tra noi non ci fu una parola né un sorriso, nemmeno una timida smorfia, eppure è rimasto nitido il suo ricordo; un ricordo nato dal nulla e cresciuto nella sola fantasia del mio cuore ingenuo.
A volte, nella mia mente, ancora alimento, e ormai quasi invento, l’immagine di quel giovane dai lineamenti dolci ed altrettanto decisi, chiedendomi se fosse così puro anche dentro, così come lo descrivevano i suoi tratti somatici. Pertanto mi diverto nel sognare di incontrarlo di nuovo, ma ciò non potrebbe mai accadere, se fosse realmente un angelo caduto dal cielo.