In prosa & poesia

Nell’immaginar, danzare

Non saprai ballare,
ma sai far danzare le dita
sulla chitarra che imbracci
come fosse una ballerina
che reggi con grazia.

E vorrei essere io ella
che vibri tra le tue braccia
e suoni sulle note di “Un amore
così grande”, com’è grande
il mio desiderio il quale tace,

eppur, silente t’avvolge.

“Elegant Lady with Music Score” di Fernand Toussaint (Bruxelles 1873 – 1956). Olio su tela. Collezione Privata.
Estratti di letture

L’acquavite di Napoli (Matilde Serao)

Ebbene, a questo popolo eccezionalmente meridionale, nel cui sangue s’incrociano e si fondono tante gentili, poetiche, ardenti eredità etrusche, arabe, saracene, normanne, spagnuole, per cui questo ricco sangue napoletano si arroventa nell’odio, brucia nell’amore e si consuma nel sogno: a questa gente in cui l’immaginazione è la potenza dell’anima più alta, più alacre, inesauribile, una grande fantasticheria deve essere concessa.

È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che, sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla.
Felice per l’esistenza all’aria aperta, eredità orientale, non ha aria; innamorata del sole, non ha sole; appassionata di colori gai, vive nella tetraggine; per la memoria della bella civiltà anteriore, greca, essa ama i bianchi portici che si disegnano sull’azzurro, e invece le tane dove abita questa gente, non sembrano fatte per gli umani, e dei frutti della terra, essa ha i peggiori, quelli che in campagna si dànno ai maiali; e vi sono vivande che non assaggia mai.
Ebbene, il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito.
Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, e i progetti si sviluppano, diventano quasi quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano.
Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina, la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia. Il lotto, il lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è l’idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime.
Ed è contagiosa questa malattia dello spirito: un contagio sottile e infallibile, inevitabile, la cui forza di diffusione non si può calcolare. Dal portinaio ciabattino che sta seduto al suo banchetto innanzi al portoncino, il contagio del lotto si comunica alla povera cucitrice che viene a portargli le scarpe vecchie da risuolare; da costei passa al suo innamorato, un garzone di cantina; costui lo porta all’oste che lo dà a tutti gli avventori, i quali lo seminano nelle case, nelle officine, nelle altre osterie, fino nelle chiese.
La serva del quinto piano, a destra, giuoca, sperando di non far più la serva; ma tutte le serve, di tutti i piani, giuocano, tanto la cameriera del primo che ha le trenta lire al mese, quanto la vajassa del sesto, che ne prende otto, con la dolce speranza di uscir dal servizio, così duro; e si comunicano i loro numeri, fanno combriccola sui pianerottoli, se li dicono dalle finestre, se li telegrafano a segni. La venditrice di frutta, che sta sotto il sole e sotto la pioggia, giuoca, e dal suo angolo di strada, in giù, la moglie del sarto, che cuce sulla porta, la moglie dello stagnino affogata dal fetore del piombo, la lavandaia che sta tutto il giorno con le mani nella saponata, la venditrice di castagne che si brucia la faccia e le mani al vapore e al calore del fornello, la venditrice di noci che ha le mani nere sino ai polsi per l’acido gallico, tutte queste donne credono nel lotto, giuocano fedelmente, ardentemente, al lotto.
Nella stanza stretta, dove otto o dieci ragazze lavorano da sarte, e il bimbo della sarta dorme nella culla e in un angolo frigge il lardo nel tegame sul focolare, una dà i numeri, una seconda ne ha degli altri, la maesta sa i veri, tutte costoro giuocano.
Le pettinatrici del popolo, le cosidette capere, dal grembiule arrotolato attorno alla cintura, dalla testa scapigliata, dalle mani unte, che pettinano per un soldo al giorno, portano in giro i numeri alle loro clienti, ne ricevono in cambio degli altri, sono il gran portavoce dei numeri. In tutte le officine dove gli operai napoletani sono riuniti a un lavoro lunghissimo, così male retribuito, il lotto mette radici profonde; in tutte le scuole popolari giuocano le maestre e giuocano le alunne grandicelle, in comitiva, riunendo i soldi della colazione. Dove sono riunite, a vivere di peccato, le disgraziate donne di cui Napoli ha così grande copia, il lotto è una delle più grandi speranze: speranza di redenzione.

Matilde Serao, il ventre di Napoli (1884)

Estratti di letture

Allegrie di Joana (Clarice Lispector)

La libertà che a volte sentiva non veniva da riflessioni nitide, ma da uno stato fatto come di percezioni troppo organiche per essere formulate in pensieri. Talora, in fondo alle sensazioni balenava un’idea che le dava una vaga coscienza della sua specie e del suo colore.
Lo stato in cui scivolava quando mormorava: eternità. Lo stesso pensiero acquistava una qualità eterna. Si approfondiva magicamente e si spandeva, senza un vero contenuto e una vera forma, ma anche senza dimensioni. L’impressione che, se fosse riuscita a trattenersi in quella sensazione ancora per qualche istante, avrebbe avuto una rivelazione – facilmente, come percepire il resto del mondo solo inclinandosi dalla terra verso lo spazio. Eternità non era solo il tempo, ma qualcosa come la certezza radicata e profonda di non poterlo contenere nel corpo per via della morte; l’impossibilità di oltrepassare l’eternità era eternità; com’era eterno un sentimento nella sua purezza assoluta, quasi astratto. […]
[…] L’immaginazione imparava e possedeva il futuro del presente, mentre il corpo rimaneva all’inizio del cammino e viveva con un altro ritmo, cieco all’esperienza dello spirito… Attraverso quelle percezioni – attraverso di loro Joana faceva esistere qualcosa – si comunicava a un’allegria che bastava a se stessa.
C’erano molte sensazioni buone. Salire sulla collina, fermarsi lassù in cima e, senza guardare, sentirsi dietro quella distesa conquistata, laggiù la fattoria – con il vento che faceva svolazzare i vestiti, i capelli. Le braccia libere, col cuore che si apriva e chiudeva selvaggiamente, ma il viso chiaro e sereno sotto il sole.
E soprattutto la consapevolezza che la terra sotto i piedi era tanto profonda e tanto segreta che non c’era da temere che un’invasione del capire arrivasse a dissolverne il mistero. C’era un che di glorioso in questa sensazione.
Certi momenti della musica. La musica apparteneva alla categoria del pensiero, tutti e due vibravano nello stesso movimento e nella stessa specie. Della stessa qualità del pensiero così intimo che, ascoltandola, questo si svelava. Del pensiero così intimo che, ascoltando qualcuno ripetere le leggere sfumature dei suoni, Joana si sorprendeva come se fosse stata invasa e dispersa. Quando l’armonia diveniva popolare non la sentiva nemmeno più – non era più sua. Oppure quando l’ascoltava più d’una volta, cosa che distruggeva la somiglianza: perché il suo pensiero non si ripeteva mai, mentre la musica si poteva rinnovare uguale a se stessa – il pensiero era uguale solo alla musica nel suo crearsi. Non con tutti i suoni, però, Joana si identificava profondamente. Solo con quelli puri, dove ciò che amava non era né tragico né comico.
C’erano molte cose da vedere, anche. […]

[…]

Le scoperte arrivavano confuse.

[…]


Pag. 45

Oh, c’erano tanti motivi di allegria, un’allegria senza riso, seria, profonda, fresca. Come quando scopriva qualcosa che la riguardava nel momento stesso in cui parlava e il pensiero correva parallelo alla parola.

“Vicino al cuore selvaggio”, Clarice Lispector

In prosa & poesia

Sandra e la sua realtà

25 novembre 2016

Sandra, Sandra e le sue giornate perse. Sandra è disoccupata, ma si alza presto la mattina, adora pulire la casa nella speranza che qualcuno venga a trovarla e le faccia tanti complimenti per quanto tenga alla sua piccola e accogliente dimora.
Le finestre affacciano tutte sul verde; il cielo stamane è grigio ma le foglie d’autunno – gialle, rosse, arancio – distraggono dalla tristezza del cielo.
Sandra ha sempre troppo tempo per pensare, troppo tempo per distrarsi, troppo tempo per lasciarsi andare nei pensieri più malinconici e tristi. Sandra non ha figli, non ha nipotini e sa benissimo che mai nessuno verrà a trovarla.
Tre mesi fa, ha adottato una gatta randagia che le faceva le fusa ogni volta che usciva per andare a fare la spesa. E’ una gatta bianca, con due occhioni blu ed il pelo lungo: come può passare inosservata una creatura così pura e così innocua? Soprattutto, come si può lasciarla sola?
A volte, Sandra si incanta a guardarla come se si aspettasse che le dicesse qualcosa, magari che la ringraziasse per averla tolta dalla strada. Poi torna in sé, si dice che il piacere l’ha fatto a se stessa, perché ora in casa c’è qualcosa che si muove, che fa sembrare tutto più vivo, più reale.
”Reale”, la parola che più affligge Sandra.
E’ più reale un mobile, o la gatta che si muove? E’ più reale uno stato d’animo, o le foglie che cadono? E’ più reale un sogno, o il ricordo di un momento passato?
Ed eccola, Sandra che ride, che si perde in una risata isterica e si sente così ridicola nel porsi domande così assurde, dettate dalla noia del momento, o forse dall’illusione di trovare pensieri nuovi che nessuno abbia mai ancora pensato.
”Pensieri nuovi, ma pensieri nuovi per farne poi cosa?”, si chiede Sandra, mentre sfoglia il diario dei suoi vent’anni, quando aveva dato una definizione alla realtà: ”E’ il sogno che ti tiene in vita.”
Sandra chiude quel quaderno, riscrive quella frase su di un foglio e le viene naturale chiedersi cosa sia, invece, un sogno.
Già, se è la realtà stessa un sogno, un sogno può mai essere soltanto questa misera realtà? Possiamo mai sperare in qualcosa che già ci appartiene fin da quando nasciamo?
”Non esistono i sogni”, conclude Sandra, con voce ferma, e gli occhi rivolti verso la gatta che miagola. ”Non possono esistere i sogni senza una realtà”, si ripete sempre più convinta.
Eppure continua a riempire di sogni la sua realtà che le sembra ormai morta; come se i sogni fossero dei sedativi, necessari per alleviare il dolore di una realtà che circonda, ma che sfugge sempre se la si abbraccia più forte.

Calata la sera, Sandra prende la gatta fra le braccia, la stringe forte per essere sicura che sia reale. E’ calda, morbida – come fosse il bambino che ha sempre desiderato – e stavolta non le sfugge, inizia a sognare.