Estratti di letture

Tenerezze e fragilità umane (Gabriele D’Annunzio)

Mi volsi a Maria, mi chinai trattenendo il respiro, la contemplai a lungo, ricercai a una a una le note somiglianze ch’ella aveva con me, quasi numerai le vene tenui che le trasparivano nella tempia, nella guancia, nella gola.
Dormiva sul fianco, tenendo la testa abbandonata indietro così che tutta la gola rimaneva scoperta sotto il mento alzato. I denti, minuti come grani di riso mondi, lucevano nella bocca socchiusa. I cigli, lunghi come quelli della madre, spandevano dal cavo degli occhi un’ombra che toccava il sommo delle gote. Una gracilità di fiore prezioso, una finezza estrema distinguevano quella forma infantile in cui io sentivo fluire il mio sangue assottigliato.
Quando mai, da che le due creature vivevano, quando mai avevo provato per loro un sentimento così profondo, così dolce e così triste?
Mi tolsi di là a fatica. Avrei voluto sedermi tra i due piccoli letti e riposare il capo su la sponda di quello vuoto, aspettando il domani.
– Buona notte, Edith – dissi alla governante, uscendo; e la mia voce tremava d’un tremito diverso.
Come giunsi alla mia stanza, di nuovo mi gittai bocconi sul letto. E ruppi alfine in singhiozzi, perdutamente.

(“L’innocente”, Gabriele D’Annunzio)

Estratti di letture

In una ragnatela (Milan Kundera)

La donna che ha amato di più al mondo (allora aveva trent’anni) gli diceva (era quasi disperato quando glielo sentiva dire) che era legata alla vita solo da un filo sottile. Sì, lei voleva vivere, la vita le procurava una gioia immensa, ma al tempo stesso sapeva che questo voglio vivere era tessuto con i fili di una ragnatela. Bastava così poco, così infinitamente poco per trovarsi al di là del confine oltre il quale nulla aveva più senso: l’amore, le convinzioni, la fede, la storia. Tutto il mistero della vita umana è nel fatto che essa si svolge in prossimità immediate, persino a contatto diretto con questo confine, che ne è separata non da chilometri, ma da un millimetro appena.

Milan Kundera (il libro del riso e dell’oblio)

Estratti di letture

Semplicità e fragilità come un fiore (Fëdor M. Dostoevskij)

Guarita la mamma, ebbero termine i nostri lunghi colloqui notturni. Ci accadeva di tanto in tanto di scambiare poche frasi, spesso vuote e di semplice convenienza, ma io godevo nel dare a ogni cosa un significato speciale, un valore, un sottinteso. Non avevo più nulla da chiedere alla vita, ero felice, tranquilla, guardavo con occhio sereno all’avvenire.

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Ma più di tutto mi straziarono gli ultimi momenti. Con la lingua torpida, indurita, il ragazzo chiedeva ostinatamente qualcosa, ma io non riuscivo a comprendere. Mi disperavo. Era agitato, gemeva, si sforzava di fare dei cenni con le mani già fredde, e di nuovo cominciava a supplicare, a insistere con voce sempre più soffocata; ma le sue parole non erano che suoni inarticolati, incomprensibili. Gli condussi una per una tutte le persone di casa, gli porsi da bere, ma lui non faceva che scuotere tristemente la testa. Alla fine capii. Pregava che si rimuovesse la tenda della finestra e si aprissero le imposte. Forse voleva guardare un’ultima volta il giorno, la luce, il sole. Tirai la tenda; ma anche il giorno era triste come la povera vita che si stava spegnendo. Non c’era sole. Le nuvole coprivano il cielo di una cortina grigia; il tempo era piovoso, cupo, malinconico. Una pioggerella sottile batteva sui vetri e vi colava sopra in tanti ruscelletti di acqua torbida. La luce fosca del mattino penetrava quasi paurosa nella camera e non faceva nemmeno impallidire la lampada accesa davanti a un’immagine. Il morente mi volse uno sguardo doloroso e crollò la testa. Un minuto dopo spirò.

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I ricordi, dolci o amari che siano, sono sempre tormentosi: almeno così è per me; ma quel loro tormento è anche un balsamo. E quando l’anima è oppressa, ferita, vinta dallo sconforto, allora i ricordi le sono vita e refrigerio, allo stesso modo che le gocce della rugiada nella tiepida sera che tiene dietro a un giorno canicolare, rinfrescano e ravvivano il povero fiorellino bruciato dai raggi ardenti del sole.

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Fëdor M. Dostoevskij, Povera gente