Sulla semplicità – appunto

5 aprile 2019

La semplicità non è altro che l’ignoranza di qualcosa di più grande. Ma è quella ignoranza che non ti fa male, al contrario: ti aiuta a diventare grande, se ad essa si affianca tanta curiosità umile e spensierata, come fanno i bambini, come chiunque fa per ciò che ama.

Una favola infantile

C’era una volta Finn, un amico di breve data. Il suo nome deriva dal gaelico e significa “dalla carnagione chiara”.
La storia di Finn è una storia difficile ma felice: selvatico, è fuggito dalla sua terra madre per essere confuso fra i finocchi. E vi chiederete “perché?”, perché mai farsi chiamare finocchio, e non Finn, annullando quindi la sua identità, e rischiare la pelle? Anzi, rischiare i gambi e la chioma verde? Per non parlare del suo tenerissimo cuore croccante!
Eh bene sì, Finn, sapendo che prima o poi sarebbe giunto alla sua fine, aveva comunque il desiderio di conoscere esseri viventi diversi dai suoi simili.
Così, è entrato in una casa di esseri umani per salutare, chiacchierare, conoscere, mettersi in posa e, infine, in una foto, farsi ricordare.
Perché, come bene sappiamo, non esiste la morte nel ricordo di chi ci ha amato. E Finn, sì, lui si è donato.

Ritratto di Finn

Facce di una stessa medaglia

16 settembre 2017

E forse stavo diventando matta, giacché anche nel dolore trovavo una felicità mia. Mi rendevo conto che, se soffrivo, potevo dirmi ancora umile, ma non per questo provare compassione per la mia anima triste. Ero felice perché, soffrire, significava avere ancora tanto da imparare dalla vita, nonostante quel dolore mi costasse uno sforzo maggiore nel prepararmi ogni giorno al presunto arrivo dell’amore.

Avevo anzi paura di non provare più dolore per la sofferenza, di diventare così forte nei suoi confronti che avrei smesso di crescere.

Arrivò poi la paura che, sentirmi felice anche nella mia stessa tristezza, mi avrebbe resa fredda, insensibile alle tristezze altrui, altezzosa verso gli altri vantandomi dentro delle mie continue mancanze.

Avevo forse paura di essere felice per davvero, temendo di diventare come tutti gli altri? Superficiale, egoista nella mia propria felicità, la quale pian piano avrebbe portato via la mia ricchezza interiore, formatasi solo grazie al dolore.

Mi ostinavo così ad essere buona con chiunque, perché volevo sentirmi forse migliore rispetto alla mia vita, la quale con me buona lo era stata poco.

E iniziai a provare disprezzo verso chi si riempiva la bocca di chiacchiere vuote, verso chi era stato accecato dalla felicità e vedeva tutto rosa solo perché la vita nei suoi confronti si mostrava benevola.

Allora mi dicevo: “Venite a vivere un giorno della mia vita, e poi ditemi se continuerete a vedere tutto rosa!”.

Stavo diventando arrogante anche nelle mie mancanze e nel mio dolore, mi stavo facendo accecare anch’io ma non dalla felicità, bensì da un’amarezza scaturita dalla tristezza stessa, con l’aggiunta di una qualche cosa molto vicina all’invidia e alla rabbia.

Mi vergognai di essere così simile agli altri, di sentirmi superiore per niente; nessun buon cuore mi avrebbe mai scelta.

Non ero veramente nessuno per giudicare la presunta felicità che la vita aveva donato gratis agli altri, mentre io me la ero dovuta ricavare dal mio solo dolore – illudendomi forse, oppure ci credevo veramente.

Non stavo più abbracciando la mia vita sfortunata, tanto che la mia sofferenza ora mi appariva solo vuota e non più costruttiva.

Quel dolore sembrava avere l’altra faccia di una stessa medaglia, quella in cui dall’altra parte c’è la felicità che ti inganna e ti allontana dal sentire più sincero e spontaneo, dalla sensibilità umana.

Al fine odiai anche me stessa, per aver reso nulla la mia ricchezza interiore, dubitai anzi di averne mai avuta.

Non ero più certa di sapere chi fossi, quali verità mi stessi realmente raccontando e quali nascondendo; ma di una cosa ero sicura, non mi piaceva la persona che stavo facendo nascere.

Ecco, forse da questi pensieri e momenti non si viene mai a capo veramente, se non continuando a sentirsi umili sia nel dolore che nella gioia, senza pretendere di avere per questo il diritto ad una vita migliore, quanto più ad avere un cuore che sappia sempre guardare oltre.