Piccola fiammiferaia

Oh, piccola fiammiferaia
che dimori in una scatola
fatta di carta: un abito –
abitacolo a portata d’occhio
che non brilla di luce propria.

Piccola fiammiferaia, non sei
una fiamma, ma basta così poco:
sfiorare il tuo abito
e accendere un fuoco.

Un fuoco che ti attrae,
giacché ti riscalda,
ma poi ti spaventa,
infine, ti scotta:

brucia la tua anima
e ciò che la circonda.

Piccola fiammiferaia,
sei un’anima selvatica
che trascura le leggi
della chimica.

Piccola fiammiferaia,
non si vive di soli,
effimeri, piccoli fuochi
generati da fiammiferi:
alchimie destinate a finire.

Facce di una stessa medaglia

16 settembre 2017

E forse stavo diventando matta, giacché anche nel dolore trovavo una felicità mia. Mi rendevo conto che, se soffrivo, potevo dirmi ancora umile, ma non per questo provare compassione per la mia anima triste. Ero felice perché, soffrire, significava avere ancora tanto da imparare dalla vita, nonostante quel dolore mi costasse uno sforzo maggiore nel prepararmi ogni giorno al presunto arrivo dell’amore.

Avevo anzi paura di non provare più dolore per la sofferenza, di diventare così forte nei suoi confronti che avrei smesso di crescere.

Arrivò poi la paura che, sentirmi felice anche nella mia stessa tristezza, mi avrebbe resa fredda, insensibile alle tristezze altrui, altezzosa verso gli altri vantandomi dentro delle mie continue mancanze.

Avevo forse paura di essere felice per davvero, temendo di diventare come tutti gli altri? Superficiale, egoista nella mia propria felicità, la quale pian piano avrebbe portato via la mia ricchezza interiore, formatasi solo grazie al dolore.

Mi ostinavo così ad essere buona con chiunque, perché volevo sentirmi forse migliore rispetto alla mia vita, la quale con me buona lo era stata poco.

E iniziai a provare disprezzo verso chi si riempiva la bocca di chiacchiere vuote, verso chi era stato accecato dalla felicità e vedeva tutto rosa solo perché la vita nei suoi confronti si mostrava benevola.

Allora mi dicevo: “Venite a vivere un giorno della mia vita, e poi ditemi se continuerete a vedere tutto rosa!”.

Stavo diventando arrogante anche nelle mie mancanze e nel mio dolore, mi stavo facendo accecare anch’io ma non dalla felicità, bensì da un’amarezza scaturita dalla tristezza stessa, con l’aggiunta di una qualche cosa molto vicina all’invidia e alla rabbia.

Mi vergognai di essere così simile agli altri, di sentirmi superiore per niente; nessun buon cuore mi avrebbe mai scelta.

Non ero veramente nessuno per giudicare la presunta felicità che la vita aveva donato gratis agli altri, mentre io me la ero dovuta ricavare dal mio solo dolore – illudendomi forse, oppure ci credevo veramente.

Non stavo più abbracciando la mia vita sfortunata, tanto che la mia sofferenza ora mi appariva solo vuota e non più costruttiva.

Quel dolore sembrava avere l’altra faccia di una stessa medaglia, quella in cui dall’altra parte c’è la felicità che ti inganna e ti allontana dal sentire più sincero e spontaneo, dalla sensibilità umana.

Al fine odiai anche me stessa, per aver reso nulla la mia ricchezza interiore, dubitai anzi di averne mai avuta.

Non ero più certa di sapere chi fossi, quali verità mi stessi realmente raccontando e quali nascondendo; ma di una cosa ero sicura, non mi piaceva la persona che stavo facendo nascere.

Ecco, forse da questi pensieri e momenti non si viene mai a capo veramente, se non continuando a sentirsi umili sia nel dolore che nella gioia, senza pretendere di avere per questo il diritto ad una vita migliore, quanto più ad avere un cuore che sappia sempre guardare oltre.

Da una scogliera

10 febbraio 2016

Sono qui, sola, seduta su una scogliera deserta,
ove di fronte a me sospira il mare in tempesta.
Vorrei chiedergli quale sia l’origine del suo male,
e delle sue infinite lacrime salate
che a spruzzi giungono sulla mia pelle
ove al Sole luccicano come fossero stelle.
Infine, però, bruciano forte sulle mie ferite.
Quindi apro gli occhi ma non vedo sangue,
solo acqua trasparente che si dimena,
per liberarsi da ogni male ed ogni pena.
E, solo allora, il cuor mio s’apre e s’allieta.

Oh, mare, il tuo invito è così dolce in confronto al tuo sapore,
son convinta che il tuo sale renda puro ogni dolore.
Chiudo gli occhi e mi attrae il profumo di salsedine
che sembra voler tacere la mia solitudine.
Sto danzando verso te e non c’è vento che mi fermi,
non ci sono impedimenti, né altri tipi di tormenti.
Il tuo canto si fa forte per cullarmi in questa notte,
la mia ultima stavolta, poco prima della morte.
Or dunque sono in te, mentre mi culli e mi disseti
guidando il mio corpo, le mie gambe ed i miei piedi.
Sembra un ballo senza fine nel profondo degli abissi,
ma giungerà ad un confine ove un tempo prima vissi.

●●●

Versi che nacquero in collaborazione con un’altra persona che scrisse la sua parte, calandosi nel ruolo del mare; ho rimosso la sua parte, la quale mi invitava fra le sue braccia, lasciando la mia ultima battuta al suo richiamo.
Non è ovviamente una poesia realmente sentita: fu un bel gioco a quattro mani in cui mettemmo in rima le parole. Mi dispiacque un po’ solo per la fine non lieta, dato che la ragazza va in contro alla morte, così tentai comunque di farla apparire un poco carina…