In prosa & poesia

Nel mare di Giulia

Giulia è una bambina allegra, in fondo giocherellona, seppure un po’ timida e molto silenziosa. Frequenta l’ultimo anno delle elementari, non va pazza per la scuola, tutt’altro, aspetta con ansia l’arrivo dell’estate, stagione in cui va al mare con i suoi.
In verità, Giulia non ci tiene particolarmente al mare, anzi, diciamo la verità delle verità: non le piace alzarsi presto, nonostante la bellezza della destinazione. Per fortuna, una volta in macchina, scompare la pigrizia che fa posto alla voglia di costruire castelli di sabbia, di tentare di catturare i pesciolini piccoli in riva al mare, di stare ore e ore in acqua – per uscirne poi con le dita raggrinzite – perché vorrebbe imparare, tutta da sola, a nuotare.
Arrivati al mare, è il momento di spogliarsi, e per Giulia è anche il momento di legare i suoi capelli tenedoli poi in alto con un mollettone, cosicchè la mamma possa spalmarle la crema protettiva anche lungo la schiena, dove lei non arriva. Quel momento, per Giulia, è davvero rilassante: le carezze della mamma sono lunghe e morbide, mentre sotto al naso sente il profumo delicato e penetrante della crema. Vorrebbe che quel momento non finisse mai, tanto che, alla domanda della mamma, “basta così?”, Giulia dice sempre “un altro po’!”, fingendo di averne ancora bisogno, quando invece sa benissimo che basta così, solo, sono le carezze a non bastare mai.
Nel frattempo, il papà è già in riva al mare, a saggiare con la punta delle dita dei piedi la temperatura delle acque. E prima che torni sotto l’ombrellone, per dare notizia della temperatura marina, Giulia già ne conosce l’esito, poiché è uguale per ogni estate: “È freddissima!”, esclama suo padre; dunque, assecondando il suo papà, come fosse lui ora il bambino, corre anche lei in riva al mare e, dopo aver immerso in acqua, per qualche secondo, le dita dei piedini, urla: “È vero! È proprio fredda!”, e sorride, sorniona, quasi ride sotto i baffi.
Il Sole ha appena raggiunto la metà della metà del mezzogiorno, e la spiaggia è ancora semivuota. Il papà di Giulia sparisce, disteso al sole, sulla sedia a sdraio, riapparendo, poi, solo quando gli verrà in mente di esortarla a fare un tuffo in mare; nel frattempo, lei si guarda intorno e gode di tanta pace accompagnata dal brusìo del mare in lontananza. Tuttavia quella pace è sempre rapida a morire, nell’abbraccio del vociare dei bagnanti che man mano affollano la spiaggia; allora, Giulia continua a guardarsi intorno, ma stavolta un po’ si nasconde dietro il tettuccio pieghevole della sedia a sdraio e si sente tanto protetta, al sicuro, tranquilla, quasi potente, perché può sbirciare chiunque senza essere vista.
Alcuni volti le sono ormai familiari, come il signore dai capelli brizzolati che porta con sé una donna poco più giovane, ed una bambina di colore con la quale, per ore ed ore, passa il tempo lunga la riva a raccogliere conchiglie, tanto che, all’ora di pranzo, i loro lettini ne sono pieni. Ci sono poi quelli che Giulia definisce “gli impavidi”, un gruppo, fra giovani e meno giovani, che arriva e si piazza con le sedie a sdraio lungo la riva, senza alcuno ombrellone, sotto il sole cocente.
Da due anni poi, poco più o poco meno, Giulia ha notato anche la presenza di uomo alto e slanciato, con un fisico sportivo, i capelli corti corti e gli occhi vispi. L’uomo arriva sempre in compagnia della sua donna altrettanto giovane, bruna, forse bella: ecco, Giulia si rende conto di non averne mai visto il volto. Secondo Giulia, non sembrano una coppia, perché non si parlano mai: tutto il tempo, lei sta stesa a pancia all’aria, mentre lui a pancia in giù, con lo sguardo rivolto verso l’ombrellone di Giulia, e solo ogni tanto lui rinfresca il corpo della sua lei spruzzandole dell’acqua. L’uomo guarda spesso Giulia, e lei pure, in verità, ricambia lo sguardo; quelle attenzioni un poco la imbarazzano, ma un poco sembra quasi che stia giocando ad un qualche gioco dei grandi. Percepisce qualcosa, come un potere esercitato dal proprio corpo, un potere che lei stessa ancora non sa come gestire.
Però, un giorno, in cui partecipa a quel gioco di sguardi, accade che l’uomo le fa un occhiolino e abbozza un sorriso, così, imbarazzata, Giulia distoglie lo sguardo, e decide di non giocare mai più a quel gioco che ora le appare troppo grande. Tra l’altro, nei giorni e nelle estati a seguire, non rivide più quella coppia al “loro” lido. Sì, il “loro” lido, perché è il preferito del papà da molte estati, tanto che sembra un vero e proprio ritrovo dove, però, Giulia ha la sensazione come se lei sola si ricordi degli altri, mentre nessuno sembrava ricordarsi di lei. Beh, certo, trascura comunque un dettaglio: sta crescendo, crescendo e cambiando, e, a volte, persino i volti i quali, un tempo, furono familiari, si dimenticano.

Nelle estati a seguire, Giulia non fece più caso al ricordo di quell’uomo, presa dalla presenza di un ragazzo: un giovane magro, bruno, con una pelle abbastanza chiara, che di tanto in tanto la osservava.
Allora riprese quel gioco che qualche anno prima iniziò con quell’uomo, stavolta, però, si sentiva alla pari: questo ragazzo poteva avere più o meno la sua stessa età, e, poi, non era insistente, al contrario, sembrava anche lui un po’ timido come lei.
Giulia non sentiva più quel forte desiderio di passare ore e ore nel mare, ma preferiva starsene seduta sotto l’ombrellone, a gambe incrociate, e, per darsi forse un po’ l’aria da intellettuale, prendeva una rivista fingendo di esserne interessata, oppure, quando proprio si scocciava, prendeva una penna e un foglio e abbozzava qualche profilo, mentre ogni tanto alzava un poco lo sguardo, scoprendo a volte che il ragazzo la stava osservando, altrimenti, lei comunque lo teneva d’occhio. Talvolta, i loro sguardi si incrociavano, e lei si sentiva felice quanto quasi quasi divertita.
Una volta, sentì discutere il ragazzo con un suo amico, perché l’amico gli pregava di andare a fare un giro per altri lidi, ma lui rifiutava dicendo che non ne aveva voglia: Giulia, in cuor suo, si sentì lusingata, come se quel ragazzo stesse rifiutando per lei!

Così, dunque, passarono le stagioni: in inverno sognava, provava una dolce mancanza nei confronti di quel ragazzo, di cui non seppe, peraltro, mai il nome, mentre in estate lo cercava con gli occhi pieni di paura, perché temeva di non trovarlo, di dimenticare il suo volto, di non riconoscerlo, o, magari, di non essere lei stessa riconosciuta e ricordata da lui. Per qualche estate ancora, continuò a ritrovarlo, sentendo così il suo cuore riempirsi di gioia ogni volta, e, quanto alle carezze della mamma, ora, apparivano sempre abbastanza.
Intanto, Giulia pensava solo all’attimo presente di quelle emozioni, trascurando un futuro in cui non avrebbe più avuto l’occasione di conoscere per davvero quel ragazzo: conoscerlo ben oltre un semplice, seppure profondo, scambio di sguardi. Fu così travolta, in malo modo, dallo stesso presente quando, in una mattina d’estate, nel raggiungere il mare con la sua famiglia, si imbatterono in un cartello su cui era riportata scritta la chiusura del “loro” lido. Una notizia che sommerse il cuore di Giulia in un dispiacere così forte, tanto che temette di affogarne, se non che, in quegli stessi tempi, cominciò a vedere il suo corpo poco attraente.
Non aveva più la pelle pura e liscia di quando era una bambina: erano spuntati tanti punti neri e qualche brufolo sulla pelle; sulle gambe si rendevano visibili quei peli che prima erano biondini e quasi trasparenti, ancor prima non ce ne era nemmeno l’ombra! Inoltre si vedeva grassa, brutta. Insomma, il suo corpo non era più quello bello, piatto e pulito di una bambina, ma non era nemmeno ancora quello di una donna già bella e formata. E Giulia non lo sapeva, non sapeva che di lì a poco, piano piano, sarebbe fiorita, così, nel frattempo, ne soffriva silenziosa, come silenziosamente sbocciano i fiori, di notte, sotto lacrime di brina.

In prosa & poesia

Facce di una stessa medaglia

16 settembre 2017

E forse stavo diventando matta, giacché anche nel dolore trovavo una felicità mia. Mi rendevo conto che, se soffrivo, potevo dirmi ancora umile, ma non per questo provare compassione per la mia anima triste. Ero felice perché, soffrire, significava avere ancora tanto da imparare dalla vita, nonostante quel dolore mi costasse uno sforzo maggiore nel prepararmi ogni giorno al presunto arrivo dell’amore.

Avevo anzi paura di non provare più dolore per la sofferenza, di diventare così forte nei suoi confronti che avrei smesso di crescere.

Arrivò poi la paura che, sentirmi felice anche nella mia stessa tristezza, mi avrebbe resa fredda, insensibile alle tristezze altrui, altezzosa verso gli altri vantandomi dentro delle mie continue mancanze.

Avevo forse paura di essere felice per davvero, temendo di diventare come tutti gli altri? Superficiale, egoista nella mia propria felicità, la quale pian piano avrebbe portato via la mia ricchezza interiore, formatasi solo grazie al dolore.

Mi ostinavo così ad essere buona con chiunque, perché volevo sentirmi forse migliore rispetto alla mia vita, la quale con me buona lo era stata poco.

E iniziai a provare disprezzo verso chi si riempiva la bocca di chiacchiere vuote, verso chi era stato accecato dalla felicità e vedeva tutto rosa solo perché la vita nei suoi confronti si mostrava benevola.

Allora mi dicevo: “Venite a vivere un giorno della mia vita, e poi ditemi se continuerete a vedere tutto rosa!”.

Stavo diventando arrogante anche nelle mie mancanze e nel mio dolore, mi stavo facendo accecare anch’io ma non dalla felicità, bensì da un’amarezza scaturita dalla tristezza stessa, con l’aggiunta di una qualche cosa molto vicina all’invidia e alla rabbia.

Mi vergognai di essere così simile agli altri, di sentirmi superiore per niente; nessun buon cuore mi avrebbe mai scelta.

Non ero veramente nessuno per giudicare la presunta felicità che la vita aveva donato gratis agli altri, mentre io me la ero dovuta ricavare dal mio solo dolore – illudendomi forse, oppure ci credevo veramente.

Non stavo più abbracciando la mia vita sfortunata, tanto che la mia sofferenza ora mi appariva solo vuota e non più costruttiva.

Quel dolore sembrava avere l’altra faccia di una stessa medaglia, quella in cui dall’altra parte c’è la felicità che ti inganna e ti allontana dal sentire più sincero e spontaneo, dalla sensibilità umana.

Al fine odiai anche me stessa, per aver reso nulla la mia ricchezza interiore, dubitai anzi di averne mai avuta.

Non ero più certa di sapere chi fossi, quali verità mi stessi realmente raccontando e quali nascondendo; ma di una cosa ero sicura, non mi piaceva la persona che stavo facendo nascere.

Ecco, forse da questi pensieri e momenti non si viene mai a capo veramente, se non continuando a sentirsi umili sia nel dolore che nella gioia, senza pretendere di avere per questo il diritto ad una vita migliore, quanto più ad avere un cuore che sappia sempre guardare oltre.

In prosa & poesia

Don_arsi

16 marzo 2016

Donare se stessi agli altri è esprimere il proprio valore; da ciò si deduce che, il proprio valore, può accrescere infinitamente soltanto in proporzione all’amore che si decide di donare.
L’amore è dunque come una fiamma: per tenerla in vita bisogna alimentarla, per poi trarre beneficio dal calore che emana.
Una volta colta la grandezza di ciò, una sola vita sembrerà non bastare per donare tutto l’amore possibile, ma sarà abbastanza per tenere in vita la fiamma.

In prosa & poesia

Alle origini

15 gennaio 2016

A volte torno bambina, forse per sentirmi donna. Come quando, da piccina, giocavo a far la grande.