La donna dai capelli corvini

Era davanti a me, però, di spalle, quando notai la sua folta capigliatura, mentre eravamo entrambe incastrate fra troppe persone in una carrozza della metropolitana, entrambe in cerca di un poco di spazio per passare e scendere alla prossima stazione.
Stavo contemplando i suoi capelli e cercando di immaginarmi il suo volto, in attesa del momento giusto per chiederle se scendesse alla prossima quando, ad un tratto, si girò a guardarmi e – come se mi avesse letta nel pensiero -, con un bel sorriso e due occhi scuri, rivolta a me, disse: “devi scendere anche tu, vero? Vedrai, ce la faremo!”, stringendo i pugni e alzando le braccia, per quanto potè, verso il cielo.
Il suo gesto così rassicurante, simpatico, carico e spontaneo, mi colse impreparata, tanto che alla sua domanda risposi anche di sì, ma, probabilmente, non sorridendole abbastanza. In ogni caso, mi sentii felice per il suo gesto, come fossimo compagni di battaglie da sempre, contenti di lasciare le trincee; non vedevo anzi l’ora di scendere dalla carrozza per cercare ancora il suo sguardo e farle capire con un sorriso od un gesto che, sì, ce l’avevamo fatta. Ecco, mi piacque il fatto che usò quel verbo al plurale, cosicché chiunque pensasse che eravamo conoscenti, se non proprio amiche, e che fra noi scorreva una certa intesa, un sentimento per il quale le persone attorno a noi, nel notarlo, ne avrebbero goduto.
Eppure, una volta scesa dalla carrozza, la sensazione fu quella di avere attraversato un’altra dimensione.
Della donna dai capelli corvini ne rimase solo l’apparenza dei suoi colori, senza più forme: tolse il sorriso dalla faccia, camminò spedita, spalle alte, diritto lo sguardo. Ed io ero lì, quasi di fianco a lei, che la guardavo, e mi chiedevo a cosa stesse pensando. Camminammo ancora un poco vicino, finché, giunte alle scale mobili, lei era ora davanti a me di nuovo; stavolta però, i suoi capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, smisero di comunicarmi emozioni.
Mi sentii forse abbandonata come lo è un soldato dal suo compagno di trincea, ma non per questo provai rancore: mi sentii abbandonata non nel senso di tradita, più che altro come se la morte – cosa da aspettarsi in una trincea – me l’avesse portata via: non vi erano colpe, solo insperate aspettative.
La donna dai capelli corvini, corti, lisci ma gonfi, compiuta la sua missione, sarebbe ora andata a fare altro bene altrove.

Del coraggio

17 luglio 2017

Il coraggio arriva di notte, come una luce nel buio più segreto, allora ci sentiamo di brillare. Perché la verità è che siamo stelle, ma la luce del nostro coraggio, di giorno, si confonde a quella del sole, e crediamo che in noi sia assente.