In prosa & poesia

Nell’immaginar, danzare

Non saprai ballare,
ma sai far danzare le dita
sulla chitarra che imbracci
come fosse una ballerina
che reggi con grazia.

E vorrei essere io ella
che vibri tra le tue braccia
e suoni sulle note di “Un amore
così grande”, com’è grande
il mio desiderio il quale tace,

eppur, silente t’avvolge.

“Elegant Lady with Music Score” di Fernand Toussaint (Bruxelles 1873 – 1956). Olio su tela. Collezione Privata.
Estratti di letture

Il cha-cha-cha (Dino Buzzati)

<< Cos’è? >> lui chiese.
<< È il cha-cha-cha più bello che esiste. Los cariñosos >> lei rispose con la sicurezza di chi nomina il Tristano o il Rigoletto, risaputo nutrimento di tutti.
E in una specie di infantile esaltazione cominciò a ballare da sola.
È sicura di sé. L’alterno ritmo la trasporta avanti e indietro come un’onda ma nello stesso tempo era lei padrona e dominava l’impulso. All’improvviso non ci sarà più niente di falso, di taciuto, di nascosto, di vile, di meschino. Le braccia tenute su come due piccole ali ripiegate, i fianchi ondulanti nello scatto del saltello, la faccia chiusa in un sorriso immobile che non è più suo ma della musica stessa, ingenuo pensiero di cose belle, orgoglio di sé, provocazione, offerta. Nel moto che la porta avanti e subito si ritrae, buttava indietro la testa in gesto di abbandono quasi di fronte a lei ci fosse un altare, un dio, la vita.
[…]
Si è messa a ballare. Ha un vestito color lilla di tessuto a grossa trama teso sul busto, serrato in vita da una cintura, la gonna al ginocchio corta e gonfia.
Il cha-cha-cha non le sale nelle gambe ma nel bacino e nella colonna vertebrale assoggettando il corpo a una specie di desiderosa ondulazione, di rilascio, di dare e non dare, offrire e no, come trotto a singulto per una strada che torna continuamente su se stessa, come un ostinarsi voluttuoso, come un giocare fra un’onda e l’altra, un ritmico compiersi d’amore che trascina su e giù, frenetico, misurato, preciso, stanco, insaziabile, come la febbre spirituale della sera nelle boscaglie dell’Africa quando l’animo si perde nelle immaginazioni e nei ricordi, come la livida luce del vicolo dalle cui profondità una voce chiama, come le rosse labbra ambigue che per un istante al riverbero dei fari si dischiusero mute nella promessa, come la giovinezza triste che ridendo si butta e si contorce felice nel buio che la schianterà, aspirazione, ideale anche, vibrazione profonda della materia viscerale, voce delle terre che mai conosceremo, imitazione del trionfo il quale mai si compirà, martello dolcissimo e crudele che batti a tre a tre con una breve pausa in mezzo, a tre a tre batti, batti a tre a tre e precipi giù per le cateratte del diciassette aprile battendo a tre a tre i macigni e l’acqua urtando impazzisce, diventa biscia, epilessia, arpa, perdizione ma lei sopra coi tacchi a spillo levita, fluttua, gioca e sorride con l’evidenza soverchiante di una sapiente bambina, qui ritrovando il succo irresistibile e vero della vita.

C’è, nel motivo popolaresco della musica, semplice come uno stecco eppure carico di secoli, qualcosa che precisamente diceva addio, con potenza d’amore per quello che fu e mai ritornerà e nello stesso tempo un confuso presentimento di cose che un giorno verranno, forse, perché la musica vera è tutta qui nel rimpianto del passato e nella speranza del domani, la quale è altrettanto dolorosa. Poi c’è la disperazione dell’oggi, fatta dell’una e dell’altra. E fuori di qui altra poesia non esiste.

(Dino Buzzati, Un amore)