Le convinzioni

Oggi pensavo alle convinzioni, al fatto che sono come dei coltelli: puoi tenere il manico, sentirti forte, ponendo la lama nei confronti di chi ti sta di fronte, sei protetta da essa, e, in certi punti, inavvicinabile, insomma, ti senti proprio invincibile.

Ma, d’altro canto, non sei solo protetta dalle tue convinzioni, sei allo stesso tempo limitata da esse. Infatti, con il tuo coltello puntato verso il mondo, sarai impedita nell’avvicinare chiunque.

Il fatto è che, avere delle convinzioni, dà sicurezze, proprio come essere armati. Diventano le tue “leggi” che andranno a formare parte di te ma, appunto, ti formeranno e fermeranno, impedendoti una eventuale crescita… impedendoti la costruzione di una porta d’uscita/entrata sul retro, da cui fare uscire “ospiti” per accoglierne di nuovi, stavolta, dalla porta principale.

Mi dirai, allora, che non ti interessa farti avvicinare da alcuni mondi, mi dirai anzi che le tue convizioni sono proprio frutto di esperienze vissute in prima persona che ti hanno portato a conclusioni con frasi del tipo “non lo rifarò mai più in vita mia” (se già vissuto), oppure, “non lo farei/farò mai” (se ‘vissuto’ attraverso gli altri).

Ed eccola qui, la limitazione, imposta dalle convinzioni: rinunciare ad una qualche felicità solo perché si è stati feriti in passato, sia direttamente che in modo indiretto – negli occhi del vissuto dell’altro.

Invece, nel momento in cui decidiamo di abbandonare convinzioni che abbiamo fatto nostre, sia pure un abbandono della durata di un tempo breve, solo giusto per sperimentare cosa accadrebbe se camminassimo per strada senza un coltello puntato sul mondo, allora, il primo effetto positivo che percepiremmo, sarebbe un senso di libertà, forse maggiore leggerezza, mani libere, per provare a tenere quelle del prossimo… le quali si spera siano anch’esse disarmate.

Perché, sì: proprio come dei coltelli, anche le convinzioni possono uccidere… prima di tutto, coloro che le impugnano.

L’intimità del silenzio

Mi chiese cosa avessi di diverso dalle altre, con un’aria che sembrava di sfida, o più che altro divertita se non beffarda, ma non seppi cosa rispondergli, o meglio, non volli: le parole non sarebbero bastate a di-fendermi. Confidai nella purezza del silenzio, che sentivo così mio, intimo, modesto. Ma solo io percepii la forza contenuta in quel silenzio: trascurai il fatto che l’intimità non è un linguaggio comprensibile da chiunque, e che ha bisogno di tempo per maturare ed essere colto come si fa per ogni frutto che non si voglia duro, insapore, acerbo. È necessaria una certa tenerezza per ac-cogliere l’intimità del silenzio.

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Disegnino creato con poco impegno, ma esplicativo. Il calore, proprio come il tempo, renderà maturo il “frutto”.

 

 

Più cresce, più sarà perduto

Talvolta percepisco qualcosa, qualcosa di grande, eppure mi sfugge! Qualcosa che somiglia ad una risposta, ma si materializza sotto forma di domande.
Sento la potenza, e la prepotenza oserei dire, di questa cosa senza nome, come fosse il Sole, poiché ne percepisco il calore e la grandezza, ma non si fa toccare, né posso guardarla, altrimenti, ne sono sicura, mi accecherebbe. Eppure, non è forse di questo che avrei bisogno? Essere accecata per tornare a vedere o, meglio, per vedere finalmente attraverso il buio: libera da congetture, dall’immagine di cose che si vedono e a cui l’uomo ha dato un nome o, peggio, un’etichetta, un giudizio senza condizione.
Tuttavia, nonostante questo sentire invisibile giunga a darsi voce così fortemente attraverso il mio pensiero, non mi fido completamente di esso, poiché ignoto forse, o, ancora peggio, potrebbe non essere altro che un frutto immaturo, caduto dall’albero del mio ego. E l’ego è un bambino: ci sono cose che comprenderebbe pure, se solo fosse più maturo! Ma sta proprio qui il colmo: se più cresce, più sarà perduto.