Una nuova favola infantile

Dopo la favola di Finn, oggi vi racconto la storia di Giò.

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C’era una volta Giò, un giovane orologio che dimorava intorno al braccio della sua padrona, già stanco e annoiato di stare sempre in funzione, come se nella vita avesse poi fatto altro e non ciò per cui fu ideato.
Un giorno, la sua padrona lasciò Giò nelle mani della figlioletta piccola, poiché ella insisteva per giocarci. La bambina allora correva e giocava con Giò stretto al suo polso, ma ciò non entusiasmava il giovane orologio, il quale si sentiva allo stesso modo annoiato seppure più movimentato. Ad un tratto, però, la bambina prese a giocare con l’acqua e, immergendo le sue manine in acqua, l’acqua arrivò a Giò che, in un colpo, smise di ticchettare. In un primo momento, gli sembrò strano non sentire più il suo ticchettìo, come naturalmente un cuore fa tum tum e batte di continuo, poi, cominciò a sentirsi libero dalle sue funzioni.
Ma Giò non sapeva che non era stato progettato per questo, starsene in silenzio, e dunque presto percepì il vuoto contenuto in quel silenzio; nulla più pareva avere senso, in assenza del suo personalissimo battito, in assenza del tempo e della sicurezza che quest’ultimo gli aveva sempre garantito, per il quale, di più, inconsciamente viveva. Trascorse, così, le ore più brutte della sua vita, incapace di contarle: proprio per questo contarono di più, apparendogli infinite nella loro fermezza.
Insieme al ticchettìo, Giò perse anche i sensi via via che l’acqua gli entrava dentro, fino a quando si risvegliò come nuovo, tra le calde mani di un umano che lo aveva preso in tempo, a dispetto di quest’ultimo che Giò aveva perso.
L’umano l’aveva asciugato, gli aveva anche cambiato la batteria, ridonandogli nuovamente la propria voce la quale Giò sentì cara e meravigliosa, perché non le aveva mai dato, prima d’ora, un così profondo e sincero ascolto.

Una favola infantile

C’era una volta Finn, un amico di breve data. Il suo nome deriva dal gaelico e significa “dalla carnagione chiara”.
La storia di Finn è una storia difficile ma felice: selvatico, è fuggito dalla sua terra madre per essere confuso fra i finocchi. E vi chiederete “perché?”, perché mai farsi chiamare finocchio, e non Finn, annullando quindi la sua identità, e rischiare la pelle? Anzi, rischiare i gambi e la chioma verde? Per non parlare del suo tenerissimo cuore croccante!
Eh bene sì, Finn, sapendo che prima o poi sarebbe giunto alla sua fine, aveva comunque il desiderio di conoscere esseri viventi diversi dai suoi simili.
Così, è entrato in una casa di esseri umani per salutare, chiacchierare, conoscere, mettersi in posa e, infine, in una foto, farsi ricordare.
Perché, come bene sappiamo, non esiste la morte nel ricordo di chi ci ha amato. E Finn, sì, lui si è donato.

Ritratto di Finn

Nel mare di Giulia

Giulia è una bambina allegra, in fondo giocherellona, seppure un po’ timida e molto silenziosa. Frequenta l’ultimo anno delle elementari, non va pazza per la scuola, tutt’altro, aspetta con ansia l’arrivo dell’estate, stagione in cui va al mare con i suoi.
In verità, Giulia non ci tiene particolarmente al mare, anzi, diciamo la verità delle verità: non le piace alzarsi presto, nonostante la bellezza della destinazione. Per fortuna, una volta in macchina, scompare la pigrizia che fa posto alla voglia di costruire castelli di sabbia, di tentare di catturare i pesciolini piccoli in riva al mare, di stare ore e ore in acqua – per uscirne poi con le dita raggrinzite – perché vorrebbe imparare, tutta da sola, a nuotare.
Arrivati al mare, è il momento di spogliarsi, e per Giulia è anche il momento di legare i suoi capelli tenedoli poi in alto con un mollettone, cosicchè la mamma possa spalmarle la crema protettiva anche lungo la schiena, dove lei non arriva. Quel momento, per Giulia, è davvero rilassante: le carezze della mamma sono lunghe e morbide, mentre sotto al naso sente il profumo delicato e penetrante della crema. Vorrebbe che quel momento non finisse mai, tanto che, alla domanda della mamma, “basta così?”, Giulia dice sempre “un altro po’!”, fingendo di averne ancora bisogno, quando invece sa benissimo che basta così, solo, sono le carezze a non bastare mai.
Nel frattempo, il papà è già in riva al mare, a saggiare con la punta delle dita dei piedi la temperatura delle acque. E prima che torni sotto l’ombrellone, per dare notizia della temperatura marina, Giulia già ne conosce l’esito, poiché è uguale per ogni estate: “È freddissima!”, esclama suo padre; dunque, assecondando il suo papà, come fosse lui ora il bambino, corre anche lei in riva al mare e, dopo aver immerso in acqua, per qualche secondo, le dita dei piedini, urla: “È vero! È proprio fredda!”, e sorride, sorniona, quasi ride sotto i baffi.
Il Sole ha appena raggiunto la metà della metà del mezzogiorno, e la spiaggia è ancora semivuota. Il papà di Giulia sparisce, disteso al sole, sulla sedia a sdraio, riapparendo, poi, solo quando gli verrà in mente di esortarla a fare un tuffo in mare; nel frattempo, lei si guarda intorno e gode di tanta pace accompagnata dal brusìo del mare in lontananza. Tuttavia quella pace è sempre rapida a morire, nell’abbraccio del vociare dei bagnanti che man mano affollano la spiaggia; allora, Giulia continua a guardarsi intorno, ma stavolta un po’ si nasconde dietro il tettuccio pieghevole della sedia a sdraio e si sente tanto protetta, al sicuro, tranquilla, quasi potente, perché può sbirciare chiunque senza essere vista.
Alcuni volti le sono ormai familiari, come il signore dai capelli brizzolati che porta con sé una donna poco più giovane, ed una bambina di colore con la quale, per ore ed ore, passa il tempo lunga la riva a raccogliere conchiglie, tanto che, all’ora di pranzo, i loro lettini ne sono pieni. Ci sono poi quelli che Giulia definisce “gli impavidi”, un gruppo, fra giovani e meno giovani, che arriva e si piazza con le sedie a sdraio lungo la riva, senza alcuno ombrellone, sotto il sole cocente.
Da due anni poi, poco più o poco meno, Giulia ha notato anche la presenza di uomo alto e slanciato, con un fisico sportivo, i capelli corti corti e gli occhi vispi. L’uomo arriva sempre in compagnia della sua donna altrettanto giovane, bruna, forse bella: ecco, Giulia si rende conto di non averne mai visto il volto. Secondo Giulia, non sembrano una coppia, perché non si parlano mai: tutto il tempo, lei sta stesa a pancia all’aria, mentre lui a pancia in giù, con lo sguardo rivolto verso l’ombrellone di Giulia, e solo ogni tanto lui rinfresca il corpo della sua lei spruzzandole dell’acqua. L’uomo guarda spesso Giulia, e lei pure, in verità, ricambia lo sguardo; quelle attenzioni un poco la imbarazzano, ma un poco sembra quasi che stia giocando ad un qualche gioco dei grandi. Percepisce qualcosa, come un potere esercitato dal proprio corpo, un potere che lei stessa ancora non sa come gestire.
Però, un giorno, in cui partecipa a quel gioco di sguardi, accade che l’uomo le fa un occhiolino e abbozza un sorriso, così, imbarazzata, Giulia distoglie lo sguardo, e decide di non giocare mai più a quel gioco che ora le appare troppo grande. Tra l’altro, nei giorni e nelle estati a seguire, non rivide più quella coppia al “loro” lido. Sì, il “loro” lido, perché è il preferito del papà da molte estati, tanto che sembra un vero e proprio ritrovo dove, però, Giulia ha la sensazione come se lei sola si ricordi degli altri, mentre nessuno sembrava ricordarsi di lei. Beh, certo, trascura comunque un dettaglio: sta crescendo, crescendo e cambiando, e, a volte, persino i volti i quali, un tempo, furono familiari, si dimenticano.

Nelle estati a seguire, Giulia non fece più caso al ricordo di quell’uomo, presa dalla presenza di un ragazzo: un giovane magro, bruno, con una pelle abbastanza chiara, che di tanto in tanto la osservava.
Allora riprese quel gioco che qualche anno prima iniziò con quell’uomo, stavolta, però, si sentiva alla pari: questo ragazzo poteva avere più o meno la sua stessa età, e, poi, non era insistente, al contrario, sembrava anche lui un po’ timido come lei.
Giulia non sentiva più quel forte desiderio di passare ore e ore nel mare, ma preferiva starsene seduta sotto l’ombrellone, a gambe incrociate, e, per darsi forse un po’ l’aria da intellettuale, prendeva una rivista fingendo di esserne interessata, oppure, quando proprio si scocciava, prendeva una penna e un foglio e abbozzava qualche profilo, mentre ogni tanto alzava un poco lo sguardo, scoprendo a volte che il ragazzo la stava osservando, altrimenti, lei comunque lo teneva d’occhio. Talvolta, i loro sguardi si incrociavano, e lei si sentiva felice quanto quasi quasi divertita.
Una volta, sentì discutere il ragazzo con un suo amico, perché l’amico gli pregava di andare a fare un giro per altri lidi, ma lui rifiutava dicendo che non ne aveva voglia: Giulia, in cuor suo, si sentì lusingata, come se quel ragazzo stesse rifiutando per lei!

Così, dunque, passarono le stagioni: in inverno sognava, provava una dolce mancanza nei confronti di quel ragazzo, di cui non seppe, peraltro, mai il nome, mentre in estate lo cercava con gli occhi pieni di paura, perché temeva di non trovarlo, di dimenticare il suo volto, di non riconoscerlo, o, magari, di non essere lei stessa riconosciuta e ricordata da lui. Per qualche estate ancora, continuò a ritrovarlo, sentendo così il suo cuore riempirsi di gioia ogni volta, e, quanto alle carezze della mamma, ora, apparivano sempre abbastanza.
Intanto, Giulia pensava solo all’attimo presente di quelle emozioni, trascurando un futuro in cui non avrebbe più avuto l’occasione di conoscere per davvero quel ragazzo: conoscerlo ben oltre un semplice, seppure profondo, scambio di sguardi. Fu così travolta, in malo modo, dallo stesso presente quando, in una mattina d’estate, nel raggiungere il mare con la sua famiglia, si imbatterono in un cartello su cui era riportata scritta la chiusura del “loro” lido. Una notizia che sommerse il cuore di Giulia in un dispiacere così forte, tanto che temette di affogarne, se non che, in quegli stessi tempi, cominciò a vedere il suo corpo poco attraente.
Non aveva più la pelle pura e liscia di quando era una bambina: erano spuntati tanti punti neri e qualche brufolo sulla pelle; sulle gambe si rendevano visibili quei peli che prima erano biondini e quasi trasparenti, ancor prima non ce ne era nemmeno l’ombra! Inoltre si vedeva grassa, brutta. Insomma, il suo corpo non era più quello bello, piatto e pulito di una bambina, ma non era nemmeno ancora quello di una donna già bella e formata. E Giulia non lo sapeva, non sapeva che di lì a poco, piano piano, sarebbe fiorita, così, nel frattempo, ne soffriva silenziosa, come silenziosamente sbocciano i fiori, di notte, sotto lacrime di brina.

Senso di giustizia

3 maggio 2017

Ania sembrava essere nata con il senso di giustizia conficcato nella parte destra del cuore. Fin da bambina faceva promesse segrete alla sua anima, tra le prime, ricordava quella alla nascita del suo fratellino: lo avrebbe difeso a qualunque costo, ancor prima di sapere che sarebbe nato con una deformazione che lo avrebbe reso invalido per sempre. A volte Ania si chiedeva se non fosse stata proprio la sua promessa solenne a suggellare una nascita insana, poiché Dio sapeva che avrebbe trovato protezione sicura sotto le ali di quella piccola guerriera.
Tra i tanti interventi da eroina, Ania ricordava di quella volta in cui un bambino del quartiere diede un pugno sul viso al suo fratellino, senza nessun motivo, solo per il gusto di fargli del male. Allora eccola, ecco che Ania partì, decisa, all’inseguimento del piccolo delinquente che pensava di sfuggirle nascondendosi fra i cespugli. Ania lo prese di spalle, gli diede un colpetto sulla spalla per richiamarlo all’attenzione e, guardandolo con occhi di fuoco, gli disse: “Non farlo mai più. Hai capito?”. Il bambino, spaventato come se avesse visto la morte in faccia, rispose: “sì”, facendo segno con la testa. Ma mentre Ania, orgogliosa, andava via girando le spalle a quel monello, era così fiera di sé che, camminando a testa alta, non vide uno scalino e si ritrovò tutta riversa per terra. Si alzò di scatto, rossa in viso e con la speranza di non essere stata vista da quel monello, poi prese a ridere da sola tra la vergogna e la gioia di quel momento così deciso, sfociato nel comico. Ecco, quel giorno che qualcuno mi chiederà di parlargli di Ania, racconterò questo episodio, perché non potrebbe descriverla meglio.
Ania ripercorre ancora, ormai grande, gli episodi che la resero orgogliosa di se stessa, consapevole di aver sempre seguito la giustizia anche di fronte a chi diceva di volerle bene. In particolare, ricorda quel suo atto eroico nell’aver difeso uno sconosciuto dalle parole cattive di quella che Ania reputava sua amica.
Era un giorno d’estate, lei e la sua amica sedevano su di una panchina, quando passò un ragazzino che, agli occhi dell’amica, apparve brutto perché portava due occhiali da vista grandi. Allora iniziò a prenderlo in giro urlando e ridendo, “Quattr’ooocchi, quattr’ooocchiii!!” .
Ania vide, nell’espressione del bambino indifeso, tutto il male che la sua amica gli stava procurando, tutto il male che sentì investire anche lei, come se gli occhi di quel bambino fungessero da canali di un fiume che sfociarono nel suo cuore, procurandole un dolore pari a quello che si prova quando un medico che veste di bianco – come fosse buono, un angelo, un gelataio – ti stringe quel laccio al braccio e ti toglie il respiro poco prima di un prelievo.
Così, senza esitare, Ania disse alla sua amica di smetterla; il suo tono fu così duro e distaccato, che la sua amica la smise subito, contorcendo il naso per quella pretesa fredda e inaspettata. Ma non fu certo quell’episodio a porre fine alla loro amicizia, quanto più la voglia di giustizia che continuò a perseguitare Ania anche nell’età della sua adolescenza. Fu quando la sua amica si ritrovò con una vecchia amicizia, la quale prese di cattivo occhio Ania, facendoglielo capire più volte con dispetti infantili. Ma il senso di giustizia di Ania le sussurrava che non avrebbe mai dovuto farsi mettere i piedi in testa, anche a costo di perdere un’amicizia che, di fatto, perse.

Ed è così che Ania ha continuato a vivere la sua vita, con quel senso di giustizia inseparabile dal suo cuore, quel senso di giustizia per cui a volte è stata addirittura definita insensibile e crudele.
Ci fu una volta in cui, per smentire chi la descriveva fredda, decise che avrebbe risposto all’ennesimo insulto con un sorriso e una battuta, così aspettò con ansia quel momento, quasi eccitata. Ma chissà per quale motivo, al seguito dell’insulto, sentì uscirle di bocca ancora una volta una voce imperiosa e ferma, a tratti strozzata dal pianto; come se il senso di giustizia avesse conquistato tutte le terre del suo cuore, comprese quelle volte alla voglia di prendere il male alla leggera per poterlo meglio sopportare.

Ania a volte si chiede se non abbia sbagliato qualcosa, ha paura di essere diventata come quei soldati che risultano insensibili dinanzi tutti quei caduti in guerra. E Ania si chiede se anche lei abbia fatto questa scelta, che sia partita per il fronte solo per non affrontare se stessa. Che abbia messo sempre la giustizia davanti perché, metterci il cuore, sarebbe stato come mettere in mostra il proprio tallone d’Achille. In fondo, ha sempre agito per il bene comune, quel tipo di bene che ti dona un sorriso orgoglioso, ma non per questo anche un amico.

Sandra e la sua realtà

25 novembre 2016

Sandra, Sandra e le sue giornate perse. Sandra è disoccupata, ma si alza presto la mattina, adora pulire la casa nella speranza che qualcuno venga a trovarla e le faccia tanti complimenti per quanto tenga alla sua piccola e accogliente dimora.
Le finestre affacciano tutte sul verde; il cielo stamane è grigio ma le foglie d’autunno – gialle, rosse, arancio – distraggono dalla tristezza del cielo.
Sandra ha sempre troppo tempo per pensare, troppo tempo per distrarsi, troppo tempo per lasciarsi andare nei pensieri più malinconici e tristi. Sandra non ha figli, non ha nipotini e sa benissimo che mai nessuno verrà a trovarla.
Tre mesi fa, ha adottato una gatta randagia che le faceva le fusa ogni volta che usciva per andare a fare la spesa. E’ una gatta bianca, con due occhioni blu ed il pelo lungo: come può passare inosservata una creatura così pura e così innocua? Soprattutto, come si può lasciarla sola?
A volte, Sandra si incanta a guardarla come se si aspettasse che le dicesse qualcosa, magari che la ringraziasse per averla tolta dalla strada. Poi torna in sé, si dice che il piacere l’ha fatto a se stessa, perché ora in casa c’è qualcosa che si muove, che fa sembrare tutto più vivo, più reale.
”Reale”, la parola che più affligge Sandra.
E’ più reale un mobile, o la gatta che si muove? E’ più reale uno stato d’animo, o le foglie che cadono? E’ più reale un sogno, o il ricordo di un momento passato?
Ed eccola, Sandra che ride, che si perde in una risata isterica e si sente così ridicola nel porsi domande così assurde, dettate dalla noia del momento, o forse dall’illusione di trovare pensieri nuovi che nessuno abbia mai ancora pensato.
”Pensieri nuovi, ma pensieri nuovi per farne poi cosa?”, si chiede Sandra, mentre sfoglia il diario dei suoi vent’anni, quando aveva dato una definizione alla realtà: ”E’ il sogno che ti tiene in vita.”
Sandra chiude quel quaderno, riscrive quella frase su di un foglio e le viene naturale chiedersi cosa sia, invece, un sogno.
Già, se è la realtà stessa un sogno, un sogno può mai essere soltanto questa misera realtà? Possiamo mai sperare in qualcosa che già ci appartiene fin da quando nasciamo?
”Non esistono i sogni”, conclude Sandra, con voce ferma, e gli occhi rivolti verso la gatta che miagola. ”Non possono esistere i sogni senza una realtà”, si ripete sempre più convinta.
Eppure continua a riempire di sogni la sua realtà che le sembra ormai morta; come se i sogni fossero dei sedativi, necessari per alleviare il dolore di una realtà che circonda, ma che sfugge sempre se la si abbraccia più forte.

Calata la sera, Sandra prende la gatta fra le braccia, la stringe forte per essere sicura che sia reale. E’ calda, morbida – come fosse il bambino che ha sempre desiderato – e stavolta non le sfugge, inizia a sognare.

Come un vaso di ceramica

8 agosto 2016

Alessia è una donna che ne ha passate tante, ma ne ha vissute poche: Alessia non impara dalla lezione, è questo il vero dramma.
Alessia è stanca, perché non cambia.
Ma chi dice, ad Alessia, come si indossa un sorriso? Perché lei sa che non bisognerebbe mai camminare senza uno di questi, eppure continua a scordarlo. Uscire senza un sorriso, è un po’ come camminare nudi, senza difese, mi direbbe qualcuno.
Qualche altro, invece, è convinto del contrario; uscire senza un sorriso, è come camminare con un enorme giaccone addosso, non ti si vedono le forme, non ti si vede ciò che sei veramente: la tua carne umana, la tua umanità è nascosta sotto quel giaccone.
A chi piace un vaso senza forme? Un vaso di ceramica ancora da modellare non ha forme, non trasmette emozioni, non ha alcun significato. Alessia è come quel vaso, perché nessuno le ha mai insegnato come si indossa un sorriso.
Qualcuno, un giorno, le ha detto che è una cosa che viene naturale, come spogliarsi prima di fare l’amore.
”E come lo fai, l’amore, in mezzo ad un mondo che è sempre in guerra?”, sopraggiunse Alessia.
”E’ questo il bello, dobbiamo andare in guerra, nudi, con la voglia di vestirci d’amore. E’ il desiderio d’amore che ci spoglia.”
”E se non ci riesco?”, insistette Alessia.
”Il vero amore non conosce vergogna, più che altro contagia. E’ come il calore che modella fino a dare forma alla ceramica.
Eh, lo so, sia modellare un vaso che andare in guerra ti sporcherebbe le mani, ma solo così lasceresti impronte per il mondo e nel cuore di qualcuno.
Sai come si dice? In un sorriso di un attimo, il ricordo è per sempre.”

Dietro la leggerezza di un volo

11 settembre 2015

Annie ha cinque anni e mezzo, la curiosità in tasca e lo sguardo sempre perso nell’immenso.
Annie è distratta, guarda per aria, segue il vento, cerca la libertà mentre i suoi occhi si soffermano sulle ali degli uccelli e sulle piume che essi perdono a costo di prendere il volo.
Annie cammina a passo svelto, poi ancora più svelto, quasi come se l’aria che sente invaderle il viso le facesse da carburante, necessario per prendere quota e spiccare finalmente il volo.
Allora eccola, Annie che corre più forte del vento ma non ancora più forte della luce, sente la forza muoverle le gambe e spingerla fino a farla saltellare. Annie corre, corre e salta, fa passi da gigante ma le sue gambe da bimba non la aiutano molto: sono rapide però ancora troppo corte.
Oh, se solo Annie lo sapesse, che gli uccelli per volare non prendono rincorse, ma si affidano alla leggerezza delle loro ali, confidano nei venti e anche in quelli contrari, si reggono nel vuoto perché prima ancora di essere posto di nessuno, è il loro – forse unico – posto libero.
Che Annie impari dagli uccelli, oltre la leggerezza dei loro voli piumati.