Curiosità, Lezioni da vite

Chi era la madre di Italo Calvino?

Sembravo timida ma non lo ero per niente.
Dentro di me sentivo una gran voglia di imparare.
Non avevo ancora idea di cosa avrei fatto,
però sapevo che desideravo scoprire per essere utile.
A chi o a che cosa lo ignoravo,
ma l’idea di diventare qualcuno
mi accompagnò sempre in quegli anni.

Giuliana Luigia Evelina Mameli, detta Eva, nasce il 12 Febbraio 1886 a Sassari, da una famiglia alto-borghese, quarta di cinque figli: la madre è Maria Maddalena Cubeddu, il padre Giovanni Battista è colonnello dei carabinieri. La famiglia Mameli è molto unita e l’educazione dei figli si basa su principi quali il valore dello studio e il massimo impegno nella vita e nella professione. Infatti Eva frequenta un liceo pubblico, tradizionalmente “riservato” ai maschi, e in seguito, particolarmente interessata alle scienze, s’iscrive al corso di Matematica presso l’Università di Cagliari, dove si laurea nel 1905. Alla morte del padre, alla quale è particolarmente legata, si trasferisce con la madre a Pavia presso il fratello maggiore, Efisio (1875-1957), uno dei futuri fondatori del Partito Sardo d’Azione, e già docente universitario, con il quale ha condiviso, nell’infanzia, lunghe passeggiate nei boschi e l’interesse per la natura. A Pavia Eva, ricordata come una donna brillante, appassionata, grande lavoratrice, frequenta il Laboratorio crittogamico di Giovanni Briosi (1846-1919), che si occupa di piante “inferiori”, studi ancora abbastanza unici in Italia. Eva si appassiona a tal punto da proseguire le sue ricerche come assistente volontaria anche dopo la laurea in Scienze Naturali nel 1907. Nel 1908 consegue nel frattempo il diploma presso la Scuola di Magistero e, due anni dopo, l’abilitazione per la docenza in Scienze Naturali per le scuole normali dove insegna per due anni. Ottiene la cattedra di Scienze presso la scuola normale di Foggia, chiede e ottiene il distaccamento presso il Laboratorio crittogamico dell’Università di Pavia. Vince però anche due borse di studio di perfezionamento che le permettono di continuare l’attività di ricerca. Nel 1911 le viene infatti assegnato il posto di assistente di Botanica e nel 1915, prima donna in Italia, consegue la libera docenza in questa disciplina. Il suo primo corso universitario ha come titolo La tecnica microscopica applicata allo studio delle piante medicinali e industriali.
La sua fama scientifica oltrepassa i confini nazionali, ma evidentemente non è il suo solo pensiero. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale si attiva infatti come crocerossina e viene più volte decorata.
È l’immediato dopoguerra a metterla di fronte a scelte difficili: ha 34 anni, il suo maestro Briosi è morto e il fratello Efisio è tornato in Sardegna, per insegnare Chimica farmaceutica all’ateneo di Cagliari. La svolta decisiva è rappresentata, nell’aprile del 1920, dall’incontro con Mario Calvino (1875-1951), conosciuto alcuni anni prima grazie ad uno scambio epistolare su questioni di carattere scientifico. Mario è ricordato per il carattere serio e taciturno, e per i molteplici impegni scientifici, educativi e sociali: un “apostolo agricolo sociale”, lo definirà Eva nella sua biografia.
Mario è sanremese di nascita, ma nel 1908 si trasferisce in Messico e poi a Cuba, a Santiago de las Vegas, dove dal 1917 dirige una Stazione Agronomica sperimentale per la produzione di canna da zucchero. Calvino cerca un valido collaboratore di Genetica Vegetale. Senza indugi Eva Mameli accetta sia la sua proposta di matrimonio sia il trasferimento nel nuovo mondo: i due da questo momento iniziano un cammino comune caratterizzato costantemente dalla ricerca scientifica. A Cuba il 15 ottobre 1923 nasce il loro primogenito, Italo Giovanni, seguito da Floriano, nato nel 1927, in Italia. Nel 1925 la coppia ritorna infatti a San Remo, dove si occupa della nascente Stazione sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo”. Portano con loro palme, pompelmi e kiwi, che arrivano in Italia per la prima volta. I coniugi acquistano anche Villa Meridiana, a quei tempi quasi fuori città, il cui ampio giardino viene messo a disposizione della Stazione. Qui Eva ricopre il ruolo d’assistente e vicedirettrice, ma non rinuncia ad una vita professionale autonoma. Nel 1927 infatti vince il concorso per la cattedra di Botanica presso l’Università di Catania e poco dopo presso quella di Cagliari: viene nominata “professore non stabile” e direttrice dell’Orto botanico dell’Università degli Studi.
Dopo due anni però abbandona la carriera universitaria per dedicarsi esclusivamente alla Stazione sperimentale. Durante la seconda Guerra Mondiale, Eva e Mario «amanti delle sfide scientifiche e civili» (cfr. Mameli-Calvino, 2011) mentre i due figli salgono in montagna per combattere nella Resistenza, offrono asilo ai partigiani e nascondono alcuni ebrei, ragione per la quale Mario Calvino trascorre quaranta giorni in prigione ed Eva deve assistere a due “fucilazioni simulate” del marito da parte dei fascisti. Dopo anni caratterizzati da un costante impegno anche nella divulgazione scientifica, nel 1951, alla morte di Mario, la direzione della Stazione passa nelle mani di Eva per otto anni. Sempre coltivando i suoi interessi floristici (è del 1972 il Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiore e ornamentali, opera unica tra i testi di botanica del nostro secolo), Eva, «la maga buona che coltiva gli iris» – come la chiamava il figlio Italo – muore a San Remo il 31 marzo 1978, all’età di 92 anni.

La prima di una lunga serie di pubblicazioni (oltre 200) di Eva Mameli Calvino risale al 1906. Si è occupata, con i suoi scritti, prima di lichenologia, micologia e fisiologia vegetale, poi di genetica applicata alle piante ornamentali, fitopatologia e floricoltura. Nel 1930 fonda assieme al marito la Società italiana amici dei fiori e la rivista «Il Giardino Fiorito», che dirigeranno dal 1931 al 1947. Nell’opera veramente esaustiva a cura di E. Macellari, edita a Perugia nel 2010, Libereso Guglielmi riesce a mettere bene in luce, nella Prefazione, il profilo di questa donna tenace, che ha dovuto lottare molto per affermarsi come scienziata e come accademica e in seguito per difendere la Stazione sperimentale dall’aggressione edilizia che comunque causerà una drastica riduzione della sua estensione. Ha forse dovuto lottare anche con i suoi figli, come dimostrano le parole lapidarie di Italo nel racconto La Strada di San Giovanni (1962): «Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva». O ancora sentenzia, con una imminente nostalgia: «Mia madre era una donna molto severa, austera, rigida nelle sue idee tanto sulle piccole che sulle grandi cose […] L’unico modo per un figlio per non essere schiacciato da personalità così forti era opporre un sistema di difese. Il che comporta anche delle perdite: tutto il sapere che potrebbe essere trasmesso dai genitori ai figli viene in parte perduto».
Non troppo tenero con Eva Mameli è anche Libereso Guglielmi, l’uomo dal nome esperanto, giardiniere e naturalista, allievo prediletto di Mario Calvino, quasi un sostituto dei figli che avevano preferito altre professioni. Un gran personaggio, con una barba lunga e un modo di parlare semplice e coinvolgente. Figlio di anarchici, cammina spesso scalzo, scorrazzando nel giardino di villa Meridiana, entra in casa con i piedi inzaccherati di fango, gioca con le bisce e i rospi (come lo ricorda Italo in uno dei primi racconti, Un pomeriggio, Adamo). Eva lo sgrida di continuo e infatti lui la considera una donna severa, raccontandola così, in modo ironico e sferzante, in un’intervista rilasciata a Ippolito Pizzetti: «La madre era un po’ carognetta […] Eva Mameli Calvino, una piccolina [….], con quei bei grandi rotoli di capelli,[..]. Una volta me la sono trovata davanti con tutti i capelli sciolti e mi sono spaventato: sembrava un fantasma!» Anche se poi il nostro dichiara : «Era una grande botanica […] una delle potenti, però non era proprio botanica pura, faceva più la ricercatrice, era più biologa, una delle grandi biologhe italiane (…)».
Eppure appare chiaro quanto il figlio Italo, fra i maggiori scrittori italiani del ‘900 abbia ereditato da una madre così. Come viene ricordato nel volume AlbumCalvino: «Di lei [Eva Mameli] si ricorda che parlava un italiano di grande precisione ed esattezza, immune dall’approssimazione linguistica, grammaticale e sintattica che fatalmente accompagna la comunicazione orale: e anche questo è un dettaglio importante per spiegare l’economicità espressiva del figlio, il suo rifiuto di quanto è inesatto, opaco, sfuocato».
Negli ultimi anni Eva Mameli ottiene i giusti riconoscimenti e molti sono gli studi e le pubblicazioni che valorizzano la vita, le scoperte e le ricerche di questa donna che «dal giardino, e più complessivamente dalle consuetudini, uscì spesso, e per lidi lontani». Tessitrice di competenze attraverso gli oceani, scienziata rigorosa quanto attenta agli aspetti sociali del proprio lavoro, si prendeva però il tempo per dire a una bambina: «Vieni, ti faccio vedere una chimera…», anche se si sottovaluta quanto la fama della riviera dei fiori di Sanremo in particolare debba al suo lavoro. Il 17 Marzo 1972, confidava in una lettera a Olga Resnevic – Signorelli : «Da più di due anni sto imbastendo un lavoro di etimologia botanica e ne avrò per altrettanti. Siccome ho compiuto gli 84 faccio più conto delle mie scartoffie che dei pesanti pasticci televisivi. Soltanto ciò che riguarda figli e nipotini mi attira. Ho 4 gioielli tra i 5 e i 12 anni tutti buoni e belli […]».

Eva Mameli Calvino, botanica, naturalista, ricercatrice e viaggiatrice.

Fonte: Enciclopedia delle donne

Lezioni da vite

Intervista ad Anna Maria Ortese

La zingara che amava Hugo e ha «imparato il lavoro di scrivere»
di CORRADO STAJANO
(“Corriere della Sera”, Supplem. Scuola, 27 aprile 1988, pag. 19)

Più che un’intervista, questa con Anna Maria Ortese, sembra uno strano sogno protagonista l’esistenza, la morte, l’ingiustizia, la precarietà del tempo e anche i libri della sua scuola mancata. Quando, nel 1954 [1953], uscì nei «Gettoni» einaudiani «Il mare non bagna Napoli», Vittorini scrisse nel risvolto di copertina che la Ortese era come una sonnambula, una zingara assorta in un sogno: «Ora che si è svegliata, e si è fermata, è Napoli di tutta la sua vita ch’essa si vede intorno, presenza e memoria insieme, e riflessione, pietà, trasporto, sdegno».

Dopo di allora, Anna Maria Ortese ha scritto altri libri bellissimi, «Poveri e semplici», «L’iguana», «Il porto di Toledo», «Il cappello piumato», «In sonno e in veglia»: sempre appartata, ma dentro le cose della vita, con quella sua arte di trasformare le parole in magici segni.

La scrittrice abita a Rapallo. Da un po’ di mesi ha cambiato casa e vive in un quartiere dove la gente arriva solo d’estate, senza la vista del mare, nella bruttezza del cemento. A parlare dei suoi libri di scuola è imbarazzata. Perché le suscita memorie dolorose: «Io sono nata a Roma per caso, dovevo nascere in Basilicata. La mia è una famiglia complessa, mia madre era di origine carrarese, nata a Napoli, di madre romana. Mio padre era calabrese, ma nato in Sicilia, a Caltanissetta. Una famiglia mediterranea. Io ero una bambina ritardata, capisco adesso come gli incentivi, le comunicazioni, possono svegliare un ragazzo. Avevo interesse solo per le fiabe e non ricordo nessun libro di scuola. Solo quando ho visto i libri dei miei fratelli ho cominciato a capire qualcosa, a scegliere. Non ho frequentato scuole, questo è il punto. Ho fatto le prime classi elementari a Potenza. Per me era un paese pieno di neve e di pena, uscivo col passamontagna, ricordo gli inverni rossi di geloni, da caverna, ma bellissimi».

«Non ricordo tanti nomi di bambini, uno che si chiamava Indrio, non so se fosse per caso quell’Indrio giornalista, e una bambina che si chiamava Elsa. In casa eravamo in tanti, sei figli, la nostra era una famiglia molto povera. Mio padre, la sera, ci leggeva delle dispense, di grandi romanzi, le mie prime letture: «I miserabili», di Victor Hugo. Da allora ho cominciato ad amare questo libro, l’amo moltissimo. Adesso la gente squalifica tutto, ma per me è sempre immenso. Ed è una lezione, anche se l’impasto è retorico, ma deve esserlo per forza».

«Poi mio padre, che era un modesto impiegato, si fece trasferire in colonia per guadagnare qualcosa in più. Abbiamo vissuto a Tripoli 5 o 6 anni. Una terra meravigliosa, di favola, di prima della creazione. Ricordo l’oro della sabbia, i mercati turchi, i mercatini, il mercato del pane, il cielo di un azzurro cobalto che non ho mai più rivisto. Credo fosse il ’22, ’24, ’28, ’29, non ricordo bene. Ho frequentato la III classe, l’ho ripetuta, poi la IV, poi la V, poi ho lasciato tutto. C’erano delle spese, si facevano studiare i ragazzi maschi, allora. Poi, doveva essere il ’30, siamo tornati in Italia, a Napoli, e ho visto quel mondo lacero, spaventoso. Un trauma orribile. Ho vissuto la vita di Napoli come l’inferno. A Napoli sono cresciuta, mi iscrissero a una scuola di avviamento al lavoro, San Marcellino, vicino all’Università. Ho fatto 4 o 5 mesi, poi mi sono ribellata e me ne sono andata, perché era impossibile, un antro. La disciplina era ridicola e assurda e io non imparavo niente. A casa ho cercato di imparare un lavoro, il lavoro di scrivere».

«La lettura appassionata e continua di tanti scrittori grandissimi, quelli del passato, l’aveva fatta. I miei fratelli andavano a scuola e possedevano le antologie. Ricordo un titolo, “Fior da fiore”. Dalle antologie risalivo di autore in autore. La scrittura era l’unica verità in cui credevo. Tra le poesie italiane ho subito preferito quelle del Trecento, poi sono arrivata a Leopardi, poi ho cominciato a conoscere gli scrittori stranieri, Poe, Dickens, comprati sulle bancarelle».

«Quasi tutta la letteratura anglosassone. Ancora oggi non ne amo nessun’altra. La letteratura francese mi interessa per certi autori del ‘700-‘800. E poi Puskin e poi Cecov, caro Cecov. E Tolstoi, bellissimo».

Più della Mansfield?

«No, la Mansfield è un essere soprannaturale, per me, una figura di sogno, anche se la sua arte non è totale».

Una figura di sogno come lei, signora Ortese?

«Io… lei mi commuove. Sono così sopraffatta dalla vita quotidiana».

E che cosa le piace leggere adesso?

«Tutto ciò che apre le dimensioni della vita terrestre, perché la vita terrestre è breve. Quando si è nella giovinezza, sembra infinita, poi arriva l’ultimo ponte. È talmente misterioso tutto quello che ci circonda! Possiamo sperare e disperare, anche. Non ci sono chiavi per l’ultima lettura, salvo l’amore che portiamo in noi e la passione per la giustizia. Sono queste le chiavi per aprire il mondo. Tutto il mio impegno è nel guardare questo orizzonte, morale, metafisico, che ho davanti. Come sarà domani?

Lei ha una voce così giovane…

«Stamattina mi ha fatto coraggio. Sono così piena del senso dell’ingiustizia del mondo. Vorrei intervenire in continuazione e non posso far nulla e questo mi fa star male. Vorrei dare fiato alla mia collera, non dico rabbia, ma mi sembra che la gente non voglia più persone che si arrabbiano, tutti sono vogliosi di cose tranquillizzanti. Io sono attenta a quel che accade, d’ingiusto, d’assurdo. L’altro giorno ho letto sul “Corriere” di un ragazzino fuggito dal riformatorio per rivedere la madre. Appena fuori ha avuto un incidente. Portato in ospedale, senza documenti, vestito di stracci, volevano subito togliergli il cuore. Poi gli hanno tolto un rene. Se questo ragazzino fosse stato il figlio di un potente della terra, nessuno avrebbe pensato mai di togliergli il cuore o un rene, senza avvertire la famiglia. Ma allora, cos’è una creatura umana?».

Che cosa la offende di più?

«L’ingiustizia contro natura, contro gli animali, contro gli uomini poveri, contro la gente che non ha difese. Mi offende l’uso delle persone, il disprezzo della loro dignità».

E che cosa la interessa di più?

«Sapesse quante curiosità ho per gli scrittori del passato, quei 4 o 5 inglesi dal ‘700 all’800 morti giovanissimi. Non sappiamo niente di loro, gli passiamo vicino e non sappiamo niente. Che cosa darei per sapere davvero com’era il loro viso! Non lo sapremo mai, non lo sapremo mai».

Intervista reperita dalla sua Pagina Facebook

Lezioni da vite

Alex Zanardi

Il giorno stesso in cui tornò a casa senza le gambe, Alex Zanardi volle sfidare suo nipote a nascondino.
Prima si infilò nel caminetto.
Poi avvicinò due sedie e ci si sdraiò sopra, coprendosi con un plaid.
Infine, si mimetizzò dentro il portavivande.
La sera, il nipote confidò alla madre: «Da grande voglio guidare una macchina da corsa e non avere le gambe come lo zio».
Alex sostiene che, dei tanti complimenti che ha ricevuto, quello rimane per distacco il più bello.
Il complimento di un bambino a un uomo che, per rinascere, ha saputo tornare bambino.
Zanardi suscita meraviglia in chiunque, però non hai mai fatto pena a nessuno.
Forse perché il primo a non avere mai provato commiserazione per sé stesso è lui.
Ogni volta che ci incontriamo, mi interroga sulla sua famosa Regola dei Cinque Secondi, tanto che oramai la conosco a memoria: «Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più».
Lui non si limita a declamarla.
La applica nelle corse, contro avversari che ormai hanno la metà dei suoi anni.
E la applica nella vita, da quando è nato e da quando è rinato, dopo che un incidente lo ha tagliato in due e in un letto d’ospedale tedesco è stato costretto a decidere se pensare alla metà di corpo che gli era rimasta o a quella che aveva perduto.
Nessuno più di lui avrebbe diritto di passare il tempo a lamentarsi e a maledire il destino, che per Zanardi ha sempre avuto la forma di una striscia d’asfalto: sua sorella morì in un incidente automobilistico, in un altro Alex lasciò una parte di sé, ed è su una strada in leggera discesa che ieri è andata a sbattere contro un camion quella sua adorabile testa dura.
Potrebbe lamentarsi, ma non lo fa.
Lo considera uno stupido dispendio di energie.
Alla tentazione del vittimismo ha sempre opposto lo scudo dell’autoironia: «Sono così emozionato che mi tremano le gambe» è una delle sue battute preferite e la pronuncia rimanendo serissimo, come i comici veri.

Massimo Gramellini

Alessandro Zanardi, ex pilota automobilistico, nonché uno dei più grandi azzurri paralimpici di handbike, è nato a Bologna nel 1966 e cresciuto a Castel Maggiore.

La passione di Alex per i motori, sviluppata sin da bambino, ha trovato grande opposizione in famiglia, soprattutto in seguito alla perdita della primogenita Cristina in un incidente stradale.

Dopo una brillante carriera come pilota, Zanardi ha tragicamente perso entrambe le gambe durante una gara. Pare che la perdita di controllo sia dovuta alla presenza d’acqua e olio sulla traiettoria d’uscita, causando uno scontro con l’avversario Alex Tagliani: l’impatto è stato fortissimo, tanto da spezzare in due la Reynard Honda di Zanardi.

Nonostante l’incidente, Zanardi ha scelto di non mollare, prendendo parte a diverse manifestazioni per atleti disabili. In quegli anni ha avuto inizio una carriera altrettanto importante nel paraciclismo, dove attualmente corre in handbike, categoria H4.

Alex ad oggi vanta di 8 titoli mondiali e 3 medaglie paralimpiche: nel 2012 a Londra ha conquistato due ori e un argento nella staffetta a squadre miste. E’ stato un evento di grande successo per l’atleta, che è stato scelto come portabandiera azzurro in occasione della cerimonia di chiusura, oltre ad essere stato eletto, solo qualche settimana dopo, “Atleta del mese” dal Comitato Paralimpico Internazionale.

Nel 2015 ha partecipato ai Mondiali di Nottwall, in Svizzera, dove ha vinto l’oro in tutte le gare in cui ha partecipato: crono, prova in linea e staffetta. Lo stesso anno, in occasione della serata di gala dei Gazzetta Sport Award, ha ricevuto il “Premio Legend”.

Questi sono solo alcuni dei grandi successi conquistati da un grande uomo, che non si è lasciato abbattere e che ha detto “si” alla vita.

Lezioni da vite

Ezio Bosso

Lezioni da vite

La storia di Michael Phelps

È il 1990 a Baltimora, Maryland. Un giorno la maestra d’asilo convoca d’urgenza mamma Debbie.
“Michael non riesce a stare seduto, non sta mai tranquillo, non riesce a focalizzare” dice la maestra.
“Forse è solo annoiato” risponde Debbie.
“Impossibile. Si rassegni, semplicemente suo figlio non è dotato, non sarà mai in grado di focalizzarsi su nulla” sentenzia la donna senz’appello.

Il bambino in questione, quel Michael, di cognome fa Phelps, ha 5 anni, è cresciuto senza padre in una famiglia interamente femminile, insieme alla madre e alle due sorelle, e fino a quel momento non ha quasi mai messo piede in una piscina. Quando lo fa per la prima volta, è talmente terrorizzato all’idea di bagnarsi la faccia, che l’istruttore è costretto a insegnargli il dorso. Michael ha un talento innato, ma discontinuo. A scuola non va meglio. Tutte le sue insegnanti ripetono a Debbie sempre le stesse cose: “Non riesce a concentrarsi in nessun compito”, “non è portato per questa o quella materia”, “infastidisce il compagno di banco”. Debbie allora decide di sottoporlo a una visita specialistica. La diagnosi è chiara: ADHD o DDAI, meglio noto come Disturbo da deficit di attenzione/iperattività.

Ma Debbie, oltre ad essere una mamma, è anche insegnante e preside. E si mette in testa di dimostrare a tutti che sbagliano. “Sapevo che, se avessi lavorato duro con Micheal, lui avrebbe potuto raggiungere tutti gli obiettivi che si fosse prefissato.” Lavora a stretto contatto con le insegnanti di Michael e, ogni volta che una di loro le dice “non riesce a fare questo”, lei risponde: “Bene, cosa possiamo fare per aiutarlo?” Di fronte alle sue difficoltà con la matematica, gli trova un tutor e un metodo che susciti l’interesse di Michael, con problemi di questo tipo: “Quanto tempo impieghi a nuotare per 500 metri se nuoti ad una velocità di 3 metri al secondo?”.

Trasforma i limiti di suo figlio in opportunità. Ogni volta che lui ha uno scatto di rabbia o di frustrazione in piscina, lei dagli spalti gli fa un segnale convenzionale a forma di C che, nel loro linguaggio privato, significa “Ricomponiti”.

Michael migliora a scuola, mentre in vasca è già un piccolo squalo: a 11 anni, è più forte e veloce di qualsiasi altro suo coetaneo che abbia mai nuotato negli Stati Uniti. Debbie viene, allora, convocata per il secondo colloquio più importante della vita di Michael. Questa volta non è una maestra d’asilo ma il suo allenatore, Bob Bowman. È il maggio del 1996.

“Signora, ora le dico cosa succederà” esordì. “Nel 2000 Michael parteciperà ai Trials olimpici. Non so se conquisterà la convocazione, ma sicuramente farà parlare di sé. E nel 2004 sarà senza dubbio un atleta che vincerà delle medaglie olimpiche. E saremo solo all’inizio”.

Bob sbagliava. Nel 2000, a Sydney, non solo Michael si qualificherà nei 200 metri farfalla, ma raggiungerà la finale, classificandosi al quinto posto, sfiorando il podio e una medaglia. Aveva 15 anni appena compiuti. Da quel giorno, per i successivi 16 anni, Phelps conquisterà 83 medaglie, di cui 66 d’oro, 28 olimpiche, 33 iridate, in otto diverse discipline, diventando, nel 2008 a Pechino, l’atleta con più ori (otto) in una sola edizione della storia dei Giochi e, per distacco, il nuotatore più vincente di ogni tempo, oltre a uno degli sportivi più forti di ogni sport o epoca.

Quel campione inarrivabile e icona planetaria è stato un bambino con deficit dell’attenzione diagnosticato, come decine di milioni di altri bambini come lui in tutto il mondo. Con la sola fortuna di avere avuto al suo fianco una donna e una professionista che non lo ha mai giudicato, né giustificato, ma lo ha spinto a tirare fuori il proprio talento dove altri vedevano solo disturbi, disattenzione e iperattività. Avrebbe potuto rassegnarsi, come le aveva consigliato la sua prima maestra d’asilo. Invece Debbie ha deciso di fare qualcosa di molto più lungo e faticoso: credere in suo figlio.

Forse nessuno di quei milioni di bambini diventerà mai Michael Phelps, ma, dietro lo stigma di una diagnosi e di un giudizio senz’appello, ci sono persone con talenti e capacità fuori dal comune in qualunque ambito o professione. A volte quello che manca è solo qualcuno disposto a vederli e a riconoscerli. Proprio come mamma Debbie.

Lezioni da vite

Intervista a Adam Zagajewski, di Luigia Sorrentino (Napoli, 18 ottobre 2019)

La poesia è come un volto umano,
un oggetto che può essere misurato,
descritto, catalogato, ma è anche un appello.
A.Z.

L.S. Adam Zagajewski, lei ha scritto questo esergo in calce all’antologia pubblicata con Interlinea “Prova a cantare con il mondo storpiato”. Con questi tre versi lei definisce la poesia “come un volto umano, un oggetto che può essere misurato, descritto… ma – questa è la cosa che sorprende il lettore – lei scrive dopo che (la poesia) “è anche un appello”. L’appello inteso come mezzo d’impugnazione di una sentenza ingiusta? Oppure – più semplicemente – intendeva dire che la poesia è anche una chiamata? Rispondere a una chiamata?

A.Z. … Sono sempre stato colpito dalla filosofia di Emmanuel Lévinas che si focalizza sul volto umano. Il volto umano è per lui il centro etico del mondo. Mi affascina. Non sto dicendo che la mia poesia dica la stessa cosa, ma c’è di certo un parallelismo. Le poesie ci affascinano in molti modi, cercano di renderci più consapevoli della nostra umanità, ci dicono – siate umani. Ci dicono anche – pensate, non siate oggetti, non siate stupidi.

L.S. “Prova a cantare con il mondo storpiato” è il titolo da lei scelto per questa antologia che attraversa cinquant’anni della sua poesia. Si va dagli esordi, dagli anni Sessanta, fino ai giorni d’oggi, alla sua raccolta più recente “Asimmetria”. Liriche come La valigia, Sandali, ci riconducono alla memoria della sua vicenda personale, ci riportano in Polonia nel periodo delle deportazioni di massa nei campi di sterminio nazista. Che cosa canta oggi un poeta nato dalle ceneri alla Shoah? Quale mondo ha visto?

A.Z. … Sono nato in ritardo, dopo che la guerra era finita. Inoltre la mia famiglia non era ebrea, quindi non sono stato minacciato in modo diretto dalla furia nazista. Ma sono vissuto in un mondo che aveva ancora l’odore di morte e distruzione.Ciò che scrivo ora riflette ovviamente principalmente il mondo di oggi. Nondimeno nel mio presente c’è la memoria del passato. È sufficiente trovarsi vicino al luogo in cui una volta si trovava il campo Bełżec, nella Polonia dell’est, basta visitarlo per essere colpiti nuovamente dalla sensazione di orrore e dalla certezza che non saremo mai in grado di comprendere la crudeltà delle migliaia di persone che eseguivano quegli ordini. Possiamo conservare nella nostra memoria entrambe le cose: l’interesse per ciò che è contemporaneo e il lutto per la Shoah.

L. S. In questa antologia sono diverse le sue poesie che fanno riferimento a poeti del passato. Penso a quella dedicata a Osip Mandel’štam (Mandel’štam a Feodosia) morto in un gulag prima di Auschwitz; due inferni diversi. Prima di Auschwitz le torture subite dagli ebrei non si basarono su un primato razziale, ma politico: Auschwitz invece, con le leggi razziali, fu un’ideologia impregnata di razzismo… Si potrebbe dire che il legame fra lei e Mandel’štam è l’essenza del male?

A. Z. … L’essenza del male è stata uccidere Mandelshtam che scrisse una bellissima poesia e non fece nulla di male. Odiare il despota non è crudele. In questa storia io piango un grande poeta, un semplice essere umano.

L. S. Lei è nato qualche settimana dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tra le rovine della guerra. E’ cresciuto nella Slesia polacca, molto vicino ad Auschwitz. Che ricordi ha della sua infanzia? Qual è il sentimento che l’accompagna fin da quando era soltanto un bambino?

A.Z. … Ho avuto una bella infanzia, credo che i miei genitori abbiano cercato di proteggermi da tutto ciò che di spaventoso ci circondava. Essere genitori vuole anche dire ingannare a volte: loro mi hanno ingannato nel modo più gentile possibile. C’è stato un altro trauma in famiglia: siamo stati cacciati dalla città di Leopoli, in seguito a un’operazione di “pulizia etnica”. Ho viaggiato verso ovest quando avevo solo 4 mesi.

L.S. Ha detto il grande poeta polacco, Czeslaw Miłosz, che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu». Quindi la poesia, lo scrivere versi, è la vera patria? La poesia aiuta a non sentirsi un esule, la fa sentire cittadino del mondo, o nessun luogo del mondo potrà mai davvero essere la sua patria?

A.Z. …Una domanda difficile. Vivo a Cracovia, la città dove ho fatto l’università, che mi ha visto ragazzo, studente goffo, poeta timido: è in un certo senso il mio territorio e questa città mi guarda con affetto.
Scrive della mia patria… sì, ma è solo una parte della vocazione poetica. C’è un intero mondo nella scrittura, almeno potenzialmente. L’atto della scrittura è, o almeno dovrebbe essere, un atto di emancipazione dalle superstizioni provinciali, dalla limitatezza del pensare. Allo stesso tempo, la stessa limitatezza può anche dar forza.

L.S. Lei ha una voce sommessa che parla dallo sfondo di immense devastazioni contaminate dalla crudeltà della Seconda guerra Mondiale e della Shoah. Eppure la sua poesia spesso, sembra difendere l’ardore, l’entusiasmo. Quando si lascia ispirare alla musica e alla pittura la sua voce poetica sembra avere “un dio dentro”.

A.Z. … Temo che “avere un dio dentro” sia una grande esagerazione. Ma ha sicuramente ragione nel vedere questa dualità. È curioso che queste due cose possano coesistere, la terribile sofferenza e il mondo della bellezza, della musica e della pittura. Lo stesso genere umano crea orrore e bellezza. Sono stupefatto dall’evidente scontro di queste due realtà opposte. È probabilmente la fonte maggiore della mia scrittura sia il chiedersi continuamente come sia possibile che la Terra sia stata allo stesso tempo la casa di Mozart e di Himmler, o di Stalin e Mandelshtam. Il titolo di uno dei miei libri è Misticismo per principianti, in quanto rimango un mistico che è solo agli inizi, non comprenderò mai la dualità di questo mondo.

L.S. Mi viene ora di paragonare la sua poesia a quella di Eliot che diceva che la “forma ardente del mondo” è la bellezza, la sapienza, l’ironia, ma anche l’auto-ironia. Eliot diceva, anche: «La poesia, se autentica, è un movimento di conoscenza, spesso piena di affetto.»
E’ questo che lei fa con la poesia? Trasforma l’ispirazione, «in una torcia fiammeggiante che passa di mano in mano» dallo scrittore al lettore?

A.Z. … Questo sarebbe il mio scopo, l’ha formulato in modo splendido. Ma sa, noi viviamo nel tempo dell’ironia, non dell’auto-ironia. Talvolta, piuttosto spesso direi, sento che le mie emozioni incontrano il sospetto e lo scherno altrui. Non mi lamento, poiché in generale ho diversi lettori, molti dei quali sono buoni lettori. Nonostante ciò, c’è un oceano di ironia intorno a noi, molte persone reagiscono a tutto in modo molto prudente, respingendo le emozioni e facendosi gioco di tutto.

L.S. Com’è la Polonia oggi? Cosa è rimasto nella memoria collettiva tragica di quella nazione? Si vive bene? E’ ancora un paese di poeti?

A.Z. … La memoria collettiva cerca di cancellare tutto ciò che crea disagio, soprattutto per quanto riguarda le colpe che abbiamo commesso noi. Nessuna società accetta con facilità la presa di coscienza dei crimini commessi “dalla propria gente”. Solo la Germania è stata in grado di stare nella luce della verità.
Il mio paese è terra di poeti, ma molti tra i giovani poeti amano l’ironia, più che la poesia.

L.S. Nel 2018 il premio Nobel per la Letteratura è andato a Olga Tokarczuk. Chi è Olga Tokarczuk? La sua scrittura, il suo lavoro sulla scrittura, segna una linea di demarcazione tra la Polonia di oggi e quella del passato?

A.Z. … Olga Tokarczuk è una scrittrice di talento, ha una grande conoscenza della storia e il dimenticare il passato non è di certo un pericolo nella sua scrittura.

Adam Zagajewski

Lezioni da vite

Alberto Manzi

Alberto Manzi nel 1981 si rifiutò di redigere le “schede di valutazione”, appena introdotte dalla riforma della scuola in sostituzione della pagella. La spiegazione del suo rifiuto fu semplice: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. Il Ministero della Pubblica Istruzione però non apprezzò il suo ragionamento e venne sospeso dall’insegnamento e dallo stipendio. Proprio lui che aveva reso possibile l’alfabetizzazione dell’Italia grazie alla trasmissione Rai “Non è mai troppo tardi”. Per reintegrarlo l’anno dopo il Ministero cercò di convincerlo a compilare le valutazioni. Il maestro pur non avendo cambiato idea, si mostrò favorevole a scrivere una valutazione riepilogativa. Il giudizio, uguale per tutti e posto con un timbro, sarebbe stato: “Fa quel che può, quel che non può non fa“. Dopo che il Ministero espresse il suo disaccordo nei confronti della sua scelta rispose: “Non c’è problema, posso scriverlo anche a penna“. A distanza di tanti anni la tenacia del maestro elementare deve rimanere un insegnamento per tutti i docenti di oggi. Così come l’amore per la sua professione e per i suoi alunni, evidente nella lettera da lui scritta per i ragazzi della quinta, in cui li esorta:
“ Siete capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi, se voi non lo volete. Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore “.

Di seguito, una lezione del professore, dove è commovente il suo tatto e la sua sensibilità profonda nei confronti di persone altrettanto umili e lavoratrici.

Lezioni da vite

Testimonianza di Liliana Segre

Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte.
Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare.
Era un momento terribile.
Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava.
Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata.
Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro.
Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva.
Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno.
Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice.
«Forse mi manderà a morte per questa…», pensai e mi venne il panico.
Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce, ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti.
Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile.
Poi vidi Janine.
Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo.
Voleva dire che la mandavano a morire.
Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via.
Non le dissi addio.
Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere.
Racconto sempre la storia di Janine.
È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento, che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci.
Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo.
Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano.
Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.

(Liliana Segre)