Curiosità

Come nacque il primo mascara moderno

I primi mascara moderni, formulati all’inizio del ‘900, erano delle tavolette (cake) a base di vaselina e polvere di carbone e si applicavano con uno spazzolino inumidito. Tuttavia, quando non si aveva olio di vaselina a disposizione, si sputava per sciogliere il carbone e passarlo così sulle ciglia.

La storia comincia a Chicago, quando una giovane donna di nome Mabel Williams, nei suoi vari tentativi di valorizzare lo sguardo e renderlo più seducente, mischiò polvere di carbone e vasellina. Mabel non se ne rese conto subito, ma quello che aveva appena creato era il primo mascara Maybelline di sempre! L’esperimento di Mabel spinse suo fratello – chimico farmacista – Thomas Lyle Williams, a fondare, nel 1915, un marchio per vendere un incredibile prodotto per ciglia e sopracciglia, a base di vasellina, chiamato “Lash-Brow-Ine”.

Quella che presto sarebbe diventata una gigante della cosmetica, fu chiamata Maybelline, in onore della sorella di Thomas; infatti, partendo dal nome Mabel e aggiungendo la parte finale di “vaseline”, nacque il nome che sostituì l’iniziale Lash-Brow-Ine.

Lash-Brow Ine, che divenne Maybelline nel 1917 .

La leggenda narra che il segreto di bellezza “fatto in casa” da Mabel, non solo surclassò le più importanti aziende cosmetiche dell’epoca, ma le donò anche un grande successo personale perché le permise di conquistare il cuore dell’amato Chet.

Inizialmente, la vendita avveniva solo per posta, ma le clienti iniziarono a richiederlo nelle profumerie e nei grandi magazzini: nel 1932, per rispondere all’enorme domanda, il primo Maybelline Cake Mascara fu introdotto per la vendita al dettaglio. Il prodotto si presentava sotto forma di panetto nero, in una scatoletta, dotata di istruzioni per l’applicazione e spazzolina.

Maybelline cake mascara con la star del cinema muto, Mildred Davis.

Al mascara in cialda, seguì il mascara in “crema”, proposto sotto forma di tubetto da cui si poteva “spremere” un po’ di prodotto sulla spazzolina.

Tra gli anni ’40 e ’50 il cat eye e le ciglia a ventaglio erano un vero trend ed è proprio in quel periodo che il mascara comincia a diventare sempre più simile a come lo conosciamo oggi.

Tuttavia, fino a quel momento, era ancora proposto con una spazzolina per applicarlo, risultando non facilissimo da utilizzare. Fu quindi l’imprenditrice Helena Rubinstein, fondatrice dell’omonima casa di cosmetica, che nel 1957 lanciò sul mercato il suo famoso Mascara-Matic. Venne chiamato “mascara automatico”, perché a differenza della versione con spazzolina, il prodotto veniva prelevato “automaticamente” dall’applicatore che stava nel tubetto. Fu ovviamente una rivoluzione, tanto che il mascara è ancora oggi un tubetto con uno scovolino.

Un altro nome con cui conosciamo il mascara è rimmel, che deriva da Eugène Rimmel, un profumiere francese che nel 1834 si trasferì a Londra, dove aprì la prima profumeria, quando suo padre accettò l’offerta di gestire una profumeria in Bond Street. Eugene lavorava come apprendista per il padre e affinò le proprie abilità come profumiere. A 24 anni, il giovane era ormai un esperto, oltre a essere una sorta di guru della cosmetica, e aprì il suo primo flagship store in Regent Street. Inarrestabile, scrisse una considerevole lista di svolte nel campo della bellezza prima di aver compiuto trent’anni. Dall’introduzione di cataloghi ordinabili per posta, un’idea nuova di zecca nel mondo dei profumi e dei cosmetici, ai ventagli profumati per signore da utilizzare all’opera, in teatro o al balletto e biglietti di San Valentino profumati.

La sua più memorabile e riconosciuta opera è la fontana di profumo creata per la Great Exhibition del 1851: getti profumati di acqua di colonia vengono versati nella fontana, la quale può essere utilizzata per aromatizzare i fazzoletti dei visitatori. Anche secondo gli standard odierni, la fontana è stata un’audace trovata pubblicitaria e di sicuro non ha fallito. Infatti, la sua fontana profumata catturò l’attenzione della regina Vittoria, la quale non solo divenne la patrona di Rimmel, ma lo nominò anche suo profumiere ufficiale. Questa nomina, di conseguenza, diffuse il suo nome e la sua fama in tutto il mondo.

Da vero pioniere, Eugène non si accontentò di formulare e commerciare le sue fragranze e i suoi prodotti di bellezza. Si appassionò all’idea di diventare il “Re dei cosmetici e delle fragranze”, tanto da scrivere e pubblicare il Libro dei Profumi, una delle prime “bibbie di bellezza” che documenta il fascino delle fragranze e il galateo della bellezza. Ma l’autore non si fermò certo a una sola pubblicazione: seguirono infatti l’Almanacco di Profumi di Rimmel, Memorie della Paris Exhibition del 1867 e il best seller vittoriano Scented Valentines.

Fu nel 1860 che Eugène sviluppò il primo mascara non tossico (prima conteneva mercurio), Superfin, anche se inizialmente questo prodotto fu concepito per colorare i baffi, divenendo molto in voga tra gli attori teatrali dell’epoca. Alla fine, la formula fu riadattata e, nel 1917, il prodotto venne lanciato come un mascara da utilizzare solamente su ciglia e sopracciglia.

Superfin.

Per curiosare altre immagini degli storici mascara Maybelline, qui.

Curiosità

Il rosa è davvero un colore per femmine?

Prima di diventare uno degli stereotipi più conosciuti e diffusi legati alle donne, in passato il rosa era considerato un colore forte, deciso, associato alla passionalità perché prossimo al rosso, però, a differenza di quest’ultimo era meno “bellicoso”, quindi, rimaneva mascolino ma in una variazione più adatta alla vita sociale.

Anche il rosso del sangue durante le battaglie e il colore che assumevano camicie e divise al termine delle guerre era di colore rosa, proprio per questo era considerato un colore maschile.
Nel XVIII secolo era normale per un uomo indossare abiti di seta rosa.

Le donne, invece, vestivano il celeste virginale del velo della Madonna.

I bambini vestivano tutti di bianco per questioni di praticità: era più semplice lavarlo e candeggiarlo.

Per maggiori approfondimenti:

Breve storia del colore rosa.

Il rosa, da ieri ad oggi.

Curiosità

Intervista ad Anna Maria Ortese

La zingara che amava Hugo e ha «imparato il lavoro di scrivere»
di CORRADO STAJANO
(“Corriere della Sera”, Supplem. Scuola, 27 aprile 1988, pag. 19)

Più che un’intervista, questa con Anna Maria Ortese, sembra uno strano sogno protagonista l’esistenza, la morte, l’ingiustizia, la precarietà del tempo e anche i libri della sua scuola mancata. Quando, nel 1954 [1953], uscì nei «Gettoni» einaudiani «Il mare non bagna Napoli», Vittorini scrisse nel risvolto di copertina che la Ortese era come una sonnambula, una zingara assorta in un sogno: «Ora che si è svegliata, e si è fermata, è Napoli di tutta la sua vita ch’essa si vede intorno, presenza e memoria insieme, e riflessione, pietà, trasporto, sdegno».

Dopo di allora, Anna Maria Ortese ha scritto altri libri bellissimi, «Poveri e semplici», «L’iguana», «Il porto di Toledo», «Il cappello piumato», «In sonno e in veglia»: sempre appartata, ma dentro le cose della vita, con quella sua arte di trasformare le parole in magici segni.

La scrittrice abita a Rapallo. Da un po’ di mesi ha cambiato casa e vive in un quartiere dove la gente arriva solo d’estate, senza la vista del mare, nella bruttezza del cemento. A parlare dei suoi libri di scuola è imbarazzata. Perché le suscita memorie dolorose: «Io sono nata a Roma per caso, dovevo nascere in Basilicata. La mia è una famiglia complessa, mia madre era di origine carrarese, nata a Napoli, di madre romana. Mio padre era calabrese, ma nato in Sicilia, a Caltanissetta. Una famiglia mediterranea. Io ero una bambina ritardata, capisco adesso come gli incentivi, le comunicazioni, possono svegliare un ragazzo. Avevo interesse solo per le fiabe e non ricordo nessun libro di scuola. Solo quando ho visto i libri dei miei fratelli ho cominciato a capire qualcosa, a scegliere. Non ho frequentato scuole, questo è il punto. Ho fatto le prime classi elementari a Potenza. Per me era un paese pieno di neve e di pena, uscivo col passamontagna, ricordo gli inverni rossi di geloni, da caverna, ma bellissimi».

«Non ricordo tanti nomi di bambini, uno che si chiamava Indrio, non so se fosse per caso quell’Indrio giornalista, e una bambina che si chiamava Elsa. In casa eravamo in tanti, sei figli, la nostra era una famiglia molto povera. Mio padre, la sera, ci leggeva delle dispense, di grandi romanzi, le mie prime letture: «I miserabili», di Victor Hugo. Da allora ho cominciato ad amare questo libro, l’amo moltissimo. Adesso la gente squalifica tutto, ma per me è sempre immenso. Ed è una lezione, anche se l’impasto è retorico, ma deve esserlo per forza».

«Poi mio padre, che era un modesto impiegato, si fece trasferire in colonia per guadagnare qualcosa in più. Abbiamo vissuto a Tripoli 5 o 6 anni. Una terra meravigliosa, di favola, di prima della creazione. Ricordo l’oro della sabbia, i mercati turchi, i mercatini, il mercato del pane, il cielo di un azzurro cobalto che non ho mai più rivisto. Credo fosse il ’22, ’24, ’28, ’29, non ricordo bene. Ho frequentato la III classe, l’ho ripetuta, poi la IV, poi la V, poi ho lasciato tutto. C’erano delle spese, si facevano studiare i ragazzi maschi, allora. Poi, doveva essere il ’30, siamo tornati in Italia, a Napoli, e ho visto quel mondo lacero, spaventoso. Un trauma orribile. Ho vissuto la vita di Napoli come l’inferno. A Napoli sono cresciuta, mi iscrissero a una scuola di avviamento al lavoro, San Marcellino, vicino all’Università. Ho fatto 4 o 5 mesi, poi mi sono ribellata e me ne sono andata, perché era impossibile, un antro. La disciplina era ridicola e assurda e io non imparavo niente. A casa ho cercato di imparare un lavoro, il lavoro di scrivere».

«La lettura appassionata e continua di tanti scrittori grandissimi, quelli del passato, l’aveva fatta. I miei fratelli andavano a scuola e possedevano le antologie. Ricordo un titolo, “Fior da fiore”. Dalle antologie risalivo di autore in autore. La scrittura era l’unica verità in cui credevo. Tra le poesie italiane ho subito preferito quelle del Trecento, poi sono arrivata a Leopardi, poi ho cominciato a conoscere gli scrittori stranieri, Poe, Dickens, comprati sulle bancarelle».

«Quasi tutta la letteratura anglosassone. Ancora oggi non ne amo nessun’altra. La letteratura francese mi interessa per certi autori del ‘700-‘800. E poi Puskin e poi Cecov, caro Cecov. E Tolstoi, bellissimo».

Più della Mansfield?

«No, la Mansfield è un essere soprannaturale, per me, una figura di sogno, anche se la sua arte non è totale».

Una figura di sogno come lei, signora Ortese?

«Io… lei mi commuove. Sono così sopraffatta dalla vita quotidiana».

E che cosa le piace leggere adesso?

«Tutto ciò che apre le dimensioni della vita terrestre, perché la vita terrestre è breve. Quando si è nella giovinezza, sembra infinita, poi arriva l’ultimo ponte. È talmente misterioso tutto quello che ci circonda! Possiamo sperare e disperare, anche. Non ci sono chiavi per l’ultima lettura, salvo l’amore che portiamo in noi e la passione per la giustizia. Sono queste le chiavi per aprire il mondo. Tutto il mio impegno è nel guardare questo orizzonte, morale, metafisico, che ho davanti. Come sarà domani?

Lei ha una voce così giovane…

«Stamattina mi ha fatto coraggio. Sono così piena del senso dell’ingiustizia del mondo. Vorrei intervenire in continuazione e non posso far nulla e questo mi fa star male. Vorrei dare fiato alla mia collera, non dico rabbia, ma mi sembra che la gente non voglia più persone che si arrabbiano, tutti sono vogliosi di cose tranquillizzanti. Io sono attenta a quel che accade, d’ingiusto, d’assurdo. L’altro giorno ho letto sul “Corriere” di un ragazzino fuggito dal riformatorio per rivedere la madre. Appena fuori ha avuto un incidente. Portato in ospedale, senza documenti, vestito di stracci, volevano subito togliergli il cuore. Poi gli hanno tolto un rene. Se questo ragazzino fosse stato il figlio di un potente della terra, nessuno avrebbe pensato mai di togliergli il cuore o un rene, senza avvertire la famiglia. Ma allora, cos’è una creatura umana?».

Che cosa la offende di più?

«L’ingiustizia contro natura, contro gli animali, contro gli uomini poveri, contro la gente che non ha difese. Mi offende l’uso delle persone, il disprezzo della loro dignità».

E che cosa la interessa di più?

«Sapesse quante curiosità ho per gli scrittori del passato, quei 4 o 5 inglesi dal ‘700 all’800 morti giovanissimi. Non sappiamo niente di loro, gli passiamo vicino e non sappiamo niente. Che cosa darei per sapere davvero com’era il loro viso! Non lo sapremo mai, non lo sapremo mai».

Intervista reperita dalla sua Pagina Facebook

Curiosità

Il velo delle donne

Oggi fa gran discutere ed è oggetto di grandi polemiche, riferite in particolare al velo indossato dalle donne islamiche. Leggiamo continuamente opinioni e dichiarazioni in cui appare palese come questo accessorio, spesso niente di più che un innocuo e leggero foulard, faccia discutere, susciti timori, opposizioni e reazioni persino scomposte.
Ma questo capo di abbigliamento non appartiene unicamente alla religiose musulmana. Esso ricopre la testa delle donne da millenni, nelle più diverse aree geografiche e culturali.
Prima affermazione da fare intorno a questo oggetto: il velo non ha un’unica connotazione, ma costituisce un oggetto polivalente, il cui significato e la cui funzione dipendono dal contesto in cui viene usato. Il velo sulla testa delle antiche vestali, infatti, non ha lo stesso significato di quello che oggi indossano le suore o le spose sull’altare.
Il velo che copre il capo delle donne è prima di tutto un simbolo culturale. E, come tale, concentra molteplici valenze. Nel caso delle donne islamiche, ad esempio, il velo costituisce prima di tutto un oggetto identitario, un segno che connota un’appartenenza non solo a una religione, ma soprattutto a una comunità e a una cultura.
Ma la copertura del capo delle donne non è storicamente un’esclusività dell’Islam e nemmeno delle religioni monoteiste. Il velo ha una storia millenaria e principalmente mediterranea. Proviene dalla tradizione pagana, all’interno della quale costituiva un fattore di costume. Il Cristianesimo ha ripreso quell’usanza e l’ha rifondata su basi religiose; l’ha irrigidita e istituzionalizzata facendone un simbolo di umiltà, castità e soprattutto di sottomissione all’uomo. San Paolo, nella sua prima Lettera ai Corinzi, comanda espressamente alla donna di “portare sul capo un segno della sua dipendenza” dall’uomo (dall’uomo, si badi bene, non da Dio).
Come scrive Maria Giuseppina Muzzarelli in “A capo coperto. Storie di donne e di veli”, “Il velo non è né d’Oriente né d’Occidente: è parte di un codice vestimentario diffuso oggi come in passato. […] Il velo rappresenta una tradizione, cosa insidiosissima da studiare, spiegare, giustificare, ma anche l’intenzione di inviare messaggi a chi si trova davanti una donna velata. […] Da sempre è oggetto ambivalente, anzi ambiguo: copre, nasconde, protegge ma anche allude, adorna, attrae. È elemento al quale è stato attribuito un ruolo significativo nell’ambito della definizione dell’identità: identità personale (da ragazza da maritare a maritata), ma anche sociale (da donna che vive nel secolo a monaca), e infine, ma forse soprattutto, identità religiosa (da elemento connotante la fede cristiana a simbolo della fede islamica).”
Negli ultimi secoli del Medioevo, l’imposizione (religiosa e legislativa) del velo è rigida: tutte le donne o quasi uscendo di casa, ma spesso anche in casa, devono stare a capo coperto, con veli o altri panni. In particolare, il velo, anche il semplice pannicello, è rappresentativo della dignità della donna. Il «disvelamento» viene considerato come un insulto, e pertanto punito dal sistema giudiziario.
E tuttavia, la donna ha saputo sfruttare un’arma a sua disposizione, per attuare una sorta di resistenza a questa imposizione: la moda. Scegliendo, ad esempio, al posto dei pannicelli, dei tessuti più fini e preziosi, elaborate cuffiette, merletti raffinati e veli trasparenti o intessuti di fili d’oro. La testa delle donne, da parte del corpo tramite la quale esprimere umiltà e sudditanza all’uomo, diventa un luogo di esibizione della bellezza femminile, di seduzione ed espressione della posizione sociale ed economica, in quanto il velo costituisce anche un elemento distintivo dello status familiare.
“Il velo viene esaltato sempre più come oggetto e alquanto neutralizzato sul piano simbolico: privato cioè di significato identitario cristiano è posto sul mercato e diventa acquisibile, utilizzabile, godibile in relativa libertà. In un certo senso diventa un velo e basta, almeno sulla testa delle donne di elevata condizione sociale e nella vita quotidiana, giacché nella letteratura e in pittura i veli continuano a essere metafore, semiofori, simboli” (cit.).
Col passare dei secoli le acconciature e le coperture delle donne altolocate diventano sempre più elaborate; il velo resta per lo più riservato solo a monache e a donne anziane, mentre un pannetto bianco, spesso acconciato a cuffia, orna per tradizione e funzionalità la testa delle donne del popolo. Nel Settecento si usano parrucche e cappelli. In ogni caso, nessuna donna o quasi, esce di casa a capo scoperto, e questo fino a tutto l’Ottocento.
Oggi il velo è scomparso dalla testa delle donne occidentali. E questo ci porta a sentirci autorizzati a guardare dall’alto, con un sentimento tra la compassione e la condanna, lo hijab islamico, considerandolo il residuo di un passato da cui la donna si è finalmente emancipata. Viene visto come segno di resistenza all’occidentalizzazione e di affermazione di un modello coercitivo. Provocatorio e intollerabile in quanto elemento identitario di carattere religioso in ambienti che fanno della laicità un tratto nazionale essenziale, come nel caso della Francia. Dimenticando, però, che quella laicità si è affermata di pari passo con altri principi, quelli della libertà e della tolleranza.
In Occidente, già a partire dal Medioevo, il velo è andato man mano alleggerendosi di significati etico-religiosi per diventare sempre più un segno di distinzione sociale e un elemento legato alla moda. Ora, la contemporaneità sta provvedendo a complicare di nuovo le cose, caricando questo oggetto di un peso eccessivo. E più si provvede a caricarlo di valenze culturali e religiose, più diventa un elemento identitario. Non è il velo in sé a limitare la libertà della donna, ma solo la sua imposizione da parte di qualche autorità, sia familiare che istituzionale. Il nostro sistema democratico deve ostacolare e punire il mancato rispetto della volontà e della dignità delle donne, non i simboli che scelgono liberamente di indossare.

Marisa Prete

Interviste alle donne

Materiale reperito dal suo blog con relativa Pagina Facebook

Curiosità

Le quattro leggi della spiritualità

In India insegnano “Le quattro leggi della spiritualità”.
La prima dice: “La persona che arriva è la persona giusta”, cioè, nessuno entra nella nostra vita per caso, tutte le persone intorno a noi, tutte quelle che interagiscono con noi, ci sono lì per un motivo, per farci imparare e progredire in ogni situazione.
La seconda legge dice: “Quello che succede è l’unica cosa che sarebbe potuta accadere. Niente, ma niente, assolutamente nulla di ciò che accade nella nostra vita avrebbe potuto essere altrimenti. Anche il più piccolo dettaglio. Non c’è un “se avessi fatto quello sarebbe accaduto quell’altro…”. No. Quello che è successo era l’unica cosa che sarebbe potuta succedere, ed è stato così perché noi imparassimo la lezione e andassimo avanti. Ognuna delle situazioni che accadono nella nostra vita sono l’ideale, anche se la nostra mente e il nostro ego siano riluttanti e non disposti ad accettarlo.
La terza dice: “Il momento in cui avviene è il momento giusto.” Tutto inizia al momento giusto, non prima non dopo.
La quarta ed ultima: “Quando qualcosa finisce, finisce.” Proprio così. Se qualcosa è conclusa nella nostra vita è per la nostra evoluzione, quindi è meglio lasciarlo, andare avanti e continuare ormai arricchiti dall’esperienza.

(dal web)

Taj Mahal
Curiosità

La mappa sonora mondiale della poesia🌹

È nata a Londra, da un’idea italiana, la prima mappa sonora mondiale della poesia. Un progetto digitale che fiorisce da un sogno antico della scrittrice romana Giovanna Iorio: “Ascoltare tutte le voci poetiche del mondo del presente e del passato, togliere il fruscio della carta dalle parole, restituire ai versi la purezza della voce”.

Aprendo la pagina www.poetrysoundlibrary.weebly.com, appare una carta geografica del pianeta costellata già da quasi 500 bandierine che coprono quasi tutti i continenti corrispondenti ai luoghi d’origine di altrettanti autori di cui viene proposta, oltre alla lettura dei versi in lingua madre, anche una sintetica biografia. Si sentono Alda Merini recitare tra i sospiri il suo “canto che va a morire nelle viscere della terra”, i versi recitati da Edgar Lee Masters emergere tra i mormorii di una registrazione incerta tratti da un brano dell’antologia “Spoon River”, il timbro limpido di Eugenio Montale declamare il drammatico incipit di “Forse un mattino andando”.

Spiega l’ideatrice che l’obiettivo del magico planisfero è anche “dare la possibilità di essere sentiti ai poeti sconosciuti dei più remoti angoli della terra” che possono inviare alla mail indicata sul sito un file Mp3 col loro frammento lirico. Sul web dal 4 novembre scorso, Poetry Sound Library, alla cui creazione hanno contribuito alcuni artisti del suono del Regno Unito, ha già stretto delle collaborazioni con importanti riviste francesi e inglesi che presteranno le loro “voci” all’antologia. Per diffondere l’iniziativa, Iorio, che a Londra lavora come insegnante, si fa aiutare da quelli che ha definito gli “Ambasciatori della Voce” sparsi in tutto il mondo, dalla Cina al Sud America, uno anche votato alla raccolta di poesie in dialetto.

“Stiamo ricevendo adesioni da ovunque e in Inghilterra l’annuncio dell’iniziativa, apparso su ‘Curators’ Days’, ha riscosso grande successo – racconta la scrittrice che desidera mettersi sulle spalle un intero mappamondo lirico – Non abbiamo problemi a pubblicare gli audio delle poesie perché facciamo riferimento alla legge inglese che disciplina l’uso creativo dei testi. La nostra mappa è libera, è per tutti e diventerà uno strumento anche per diffondere la poesia nelle scuole. Puntiamo ad arrivare a 1000 poeti ‘censiti’ nel 2019”.

Fonte: Agi.it

Curiosità

I diversi tipi di relazioni ed il vero amore

Sternberg, Professore di psicologia e pedagogia a Jale, ha teorizzato, suffragato da alcune sue recenti ricerche, un concetto di amore completo, sulla base di tre componenti fondamentali:
l’impegno come componente cognitiva, l’intimità come componente emotiva e la passione come componente motivazionale dell’amore.

Si può visualizzare l’amore come un triangolo in cui quanto maggiori sono impegno-intimità-passione, tanto più grande è il triangolo e più intenso l’amore. Da questa teoria scaturisce una tipologia collegata alla combinazione dei tre diversi fattori, dando luogo a otto possibili tipi di relazione.

La prima è “l’assenza di amore”: tutte e tre le componenti mancano; è la situazione della grande maggioranza delle nostre relazioni personali, casuali o funzionali.

Il secondo tipo è la “simpatia”: c’è solo l’intimità, si può parlare con una persona, parlare di noi, ci si riferisce ai sentimenti che si provano in una autentica amicizia e comporta cose come la vicinanza, il calore umano (ma non i sentimenti forti della passione e dell’impegno).

Il terzo tipo è “l’infatuazione”: quando c’è solo la passione. Quell’amore a prima vista che può nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Vi interviene una intensa eccitazione fisiologica, ma senza intimità o impegno.
La passione è come una droga, rapida a svilupparsi e rapida a spegnersi, brucia alla svelta e dopo un po’ non fa più l’effetto che si voleva: ci si abitua, arriva l’assuefazione.

“L’amore vuoto”: è il quarto tipo di relazione, dove l’impegno è privo di intimità e di passione: tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme. Un rapporto stagnante che si osserva talora in certe coppie sposate da molti anni: un tempo c’era l’intimità, ma ormai non si parlano più; c’era la passione, ma anche quella si è spenta da un pezzo.

“L’amore romantico”: è una combinazione di intimità e di passione (tipo Giulietta e Romeo). Più di una infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione fisica e dell’eccitazione, ma senza l’impegno, come un’avventura estiva che si sa che finisce.

“Amore fatuo”: è quello che comporta la passione e l’impegno, ma senza intimità . E’ l’amore da fotoromanzo: i due si incontrano, dopo una settimana sono fidanzati, e dopo un mese si sposano. S’impegnano reciprocamente in base all’attrazione fisica, ma dato che l’intimità ha bisogno di tempo per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno. E’ un tipo d’amore che di solito non dà buon esito nel lungo periodo.

“Sodalizio d’amore”: è chiamato un rapporto d’intimità e impegno reciproco, ma senza passione . E’ come un’amicizia destinata a durare nel tempo. Quel tipo di amore che spesso si osserva nei matrimoni dove l’attrazione fisica è scomparsa.

Infine quando tutti e tre gli elementi si combinano in una relazione, abbiamo quello che Sternberg chiama “amore perfetto o completo”.
Raggiungere un perfetto amore, dice quest’autore, è come cercare di perdere un po’ di peso, difficile ma non impossibile; la cosa davvero ardua è mantenere il peso forma una volta che ci si è arrivati a tenere in vita un amore completo quando lo si è raggiunto.
E’ un compito aperto, non una tappa raggiunta una volta per tutte.
In questa visione, l’indice più valido per predire la felicità di una relazione è dato dalla consonanza tra triangolo ideale passivo (i sentimenti che si desiderano dall’altro) e il triangolo percepito (i sentimenti che si presuppongono dall’altro). La relazione tende a finir male se non c’è corrispondenza tra quello che si vuole dall’altro e quello che si pensa di riceverne: chiunque ha amato senza essere ricambiato altrettanto, sa quanto può essere frustrante.
Alle volte si potrebbe consigliare di ridurre le proprie aspettative e diminuire il proprio coinvolgimento: ma è un consiglio difficile da seguire. In USA metà dei matrimoni finiscono in divorzio e anche chi non divorzia non è detto che viva in una coppia molto felice. La gente è davvero così stupida da fare sempre la scelta sbagliata? Probabilmente no: il fatto è che si sceglie troppo spesso in base a quello che conta di più nell’immediato. Ma quello che conta nel lungo periodo è diverso: i fattori che contano cambiano, cambiano le persone e cambiano le relazioni.
Nella ricerca fatta sui fattori che tendono a diventare più importanti con l’andare del tempo, si sono rilevati questi tre:
– la disponibilità a cambiare in funzione delle esigenze dell’altro.
– la disponibilità ad accettare le sue imperfezioni.
– la comunanza di valori, specie quelli religiosi.
Queste sono cose che è difficile giudicare all’inizio di una relazione: l’idea che l’amore vinca tutti gli ostacoli è molto romantica, ma poco reale.

(reperito dal web)

Curiosità

Vite cantanti

C’è una tribù, in Africa, per cui la data di nascita di un bambino coincide con il giorno in cui questo arriva come pensiero nella mente della madre.

Quando una donna decide di avere un bambino, si siede sotto un albero e ascolta finché sente il canto del suo bambino. Dopo averlo sentito, raggiunge colui che sarà il padre del bambino e gli insegna il canto. Mentre fanno l’amore, i due cantano la canzone del bambino, per invitarlo a raggiungerli.

La madre poi, durante la gravidanza, insegna il canto del bambino alla levatrice e alle anziane del villaggio, perché quando il piccolo viene alla luce esse possano innalzare quel canto per dargli il benvenuto.

La stessa canzone viene inoltre insegnata a tutta la famiglia così che ogni volta che il piccolo cade o si fa male, ci sia sempre qualcuno che possa prenderlo in braccio e rassicurarlo con quel canto.
Quando il piccolo farà qualcosa di meraviglioso o attraverserà i riti della pubertà, gli abitanti del suo villaggio innalzeranno il suo canto per onorarlo.

Ma esiste un’altra occasione in cui gli abitanti del villaggio intonano quel canto: quando un membro della loro comunità commette un crimine. In questo caso non esiste né l’accusa né il castigo, semplicemente il colpevole viene posto al centro del villaggio, mentre tutti gli abitanti si riuniscono e gli cantano la sua personale canzone.

Infatti, loro pensano che il comportamento sbagliato sia dovuto al fatto che – a volte – si dimentichi la propria canzone e quindi si perda il senso della propria vita.

La correzione dei comportamenti antisociali, quindi, non passa attraverso la punizione ma attraverso l’amore e il ricordo della propria identità.

Pare che questo sistema abbia effetto e che la criminalità tra loro sia bassissima.

Quel canto accompagnerà il bambino per tutta la vita fino a quando, ormai anziano, giacerà in un letto, pronto a morire. Tutti gli abitanti del villaggio, allora, si raduneranno intorno a lui per intonare il suo canto.

•••

Non siamo nati in una tribù africana che canta la nostra canzone nei momenti importanti della nostra vita, ma quando ci sentiamo bene, percepiamo che ciò che facciamo è in armonia con la nostra musica, con il nostro canto, mentre quando stiamo male sentiamo una disarmonia, qualcosa in noi che strida.
A volte possiamo sentirci incerti e traballanti sulla strada da percorrere.

In quei momenti, se riusciamo a cantare, se possiamo ancora sentire il nostro canto, sarà più facile trovare la strada per tornare a casa.

Fonte: dal web

mama

 

Curiosità

Intervista a Adam Zagajewski, di Luigia Sorrentino (Napoli, 18 ottobre 2019)

La poesia è come un volto umano,
un oggetto che può essere misurato,
descritto, catalogato, ma è anche un appello.
A.Z.

L.S. Adam Zagajewski, lei ha scritto questo esergo in calce all’antologia pubblicata con Interlinea “Prova a cantare con il mondo storpiato”. Con questi tre versi lei definisce la poesia “come un volto umano, un oggetto che può essere misurato, descritto… ma – questa è la cosa che sorprende il lettore – lei scrive dopo che (la poesia) “è anche un appello”. L’appello inteso come mezzo d’impugnazione di una sentenza ingiusta? Oppure – più semplicemente – intendeva dire che la poesia è anche una chiamata? Rispondere a una chiamata?

A.Z. … Sono sempre stato colpito dalla filosofia di Emmanuel Lévinas che si focalizza sul volto umano. Il volto umano è per lui il centro etico del mondo. Mi affascina. Non sto dicendo che la mia poesia dica la stessa cosa, ma c’è di certo un parallelismo. Le poesie ci affascinano in molti modi, cercano di renderci più consapevoli della nostra umanità, ci dicono – siate umani. Ci dicono anche – pensate, non siate oggetti, non siate stupidi.

L.S. “Prova a cantare con il mondo storpiato” è il titolo da lei scelto per questa antologia che attraversa cinquant’anni della sua poesia. Si va dagli esordi, dagli anni Sessanta, fino ai giorni d’oggi, alla sua raccolta più recente “Asimmetria”. Liriche come La valigia, Sandali, ci riconducono alla memoria della sua vicenda personale, ci riportano in Polonia nel periodo delle deportazioni di massa nei campi di sterminio nazista. Che cosa canta oggi un poeta nato dalle ceneri alla Shoah? Quale mondo ha visto?

A.Z. … Sono nato in ritardo, dopo che la guerra era finita. Inoltre la mia famiglia non era ebrea, quindi non sono stato minacciato in modo diretto dalla furia nazista. Ma sono vissuto in un mondo che aveva ancora l’odore di morte e distruzione.Ciò che scrivo ora riflette ovviamente principalmente il mondo di oggi. Nondimeno nel mio presente c’è la memoria del passato. È sufficiente trovarsi vicino al luogo in cui una volta si trovava il campo Bełżec, nella Polonia dell’est, basta visitarlo per essere colpiti nuovamente dalla sensazione di orrore e dalla certezza che non saremo mai in grado di comprendere la crudeltà delle migliaia di persone che eseguivano quegli ordini. Possiamo conservare nella nostra memoria entrambe le cose: l’interesse per ciò che è contemporaneo e il lutto per la Shoah.

L. S. In questa antologia sono diverse le sue poesie che fanno riferimento a poeti del passato. Penso a quella dedicata a Osip Mandel’štam (Mandel’štam a Feodosia) morto in un gulag prima di Auschwitz; due inferni diversi. Prima di Auschwitz le torture subite dagli ebrei non si basarono su un primato razziale, ma politico: Auschwitz invece, con le leggi razziali, fu un’ideologia impregnata di razzismo… Si potrebbe dire che il legame fra lei e Mandel’štam è l’essenza del male?

A. Z. … L’essenza del male è stata uccidere Mandelshtam che scrisse una bellissima poesia e non fece nulla di male. Odiare il despota non è crudele. In questa storia io piango un grande poeta, un semplice essere umano.

L. S. Lei è nato qualche settimana dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tra le rovine della guerra. E’ cresciuto nella Slesia polacca, molto vicino ad Auschwitz. Che ricordi ha della sua infanzia? Qual è il sentimento che l’accompagna fin da quando era soltanto un bambino?

A.Z. … Ho avuto una bella infanzia, credo che i miei genitori abbiano cercato di proteggermi da tutto ciò che di spaventoso ci circondava. Essere genitori vuole anche dire ingannare a volte: loro mi hanno ingannato nel modo più gentile possibile. C’è stato un altro trauma in famiglia: siamo stati cacciati dalla città di Leopoli, in seguito a un’operazione di “pulizia etnica”. Ho viaggiato verso ovest quando avevo solo 4 mesi.

L.S. Ha detto il grande poeta polacco, Czeslaw Miłosz, che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu». Quindi la poesia, lo scrivere versi, è la vera patria? La poesia aiuta a non sentirsi un esule, la fa sentire cittadino del mondo, o nessun luogo del mondo potrà mai davvero essere la sua patria?

A.Z. …Una domanda difficile. Vivo a Cracovia, la città dove ho fatto l’università, che mi ha visto ragazzo, studente goffo, poeta timido: è in un certo senso il mio territorio e questa città mi guarda con affetto.
Scrive della mia patria… sì, ma è solo una parte della vocazione poetica. C’è un intero mondo nella scrittura, almeno potenzialmente. L’atto della scrittura è, o almeno dovrebbe essere, un atto di emancipazione dalle superstizioni provinciali, dalla limitatezza del pensare. Allo stesso tempo, la stessa limitatezza può anche dar forza.

L.S. Lei ha una voce sommessa che parla dallo sfondo di immense devastazioni contaminate dalla crudeltà della Seconda guerra Mondiale e della Shoah. Eppure la sua poesia spesso, sembra difendere l’ardore, l’entusiasmo. Quando si lascia ispirare alla musica e alla pittura la sua voce poetica sembra avere “un dio dentro”.

A.Z. … Temo che “avere un dio dentro” sia una grande esagerazione. Ma ha sicuramente ragione nel vedere questa dualità. È curioso che queste due cose possano coesistere, la terribile sofferenza e il mondo della bellezza, della musica e della pittura. Lo stesso genere umano crea orrore e bellezza. Sono stupefatto dall’evidente scontro di queste due realtà opposte. È probabilmente la fonte maggiore della mia scrittura sia il chiedersi continuamente come sia possibile che la Terra sia stata allo stesso tempo la casa di Mozart e di Himmler, o di Stalin e Mandelshtam. Il titolo di uno dei miei libri è Misticismo per principianti, in quanto rimango un mistico che è solo agli inizi, non comprenderò mai la dualità di questo mondo.

L.S. Mi viene ora di paragonare la sua poesia a quella di Eliot che diceva che la “forma ardente del mondo” è la bellezza, la sapienza, l’ironia, ma anche l’auto-ironia. Eliot diceva, anche: «La poesia, se autentica, è un movimento di conoscenza, spesso piena di affetto.»
E’ questo che lei fa con la poesia? Trasforma l’ispirazione, «in una torcia fiammeggiante che passa di mano in mano» dallo scrittore al lettore?

A.Z. … Questo sarebbe il mio scopo, l’ha formulato in modo splendido. Ma sa, noi viviamo nel tempo dell’ironia, non dell’auto-ironia. Talvolta, piuttosto spesso direi, sento che le mie emozioni incontrano il sospetto e lo scherno altrui. Non mi lamento, poiché in generale ho diversi lettori, molti dei quali sono buoni lettori. Nonostante ciò, c’è un oceano di ironia intorno a noi, molte persone reagiscono a tutto in modo molto prudente, respingendo le emozioni e facendosi gioco di tutto.

L.S. Com’è la Polonia oggi? Cosa è rimasto nella memoria collettiva tragica di quella nazione? Si vive bene? E’ ancora un paese di poeti?

A.Z. … La memoria collettiva cerca di cancellare tutto ciò che crea disagio, soprattutto per quanto riguarda le colpe che abbiamo commesso noi. Nessuna società accetta con facilità la presa di coscienza dei crimini commessi “dalla propria gente”. Solo la Germania è stata in grado di stare nella luce della verità.
Il mio paese è terra di poeti, ma molti tra i giovani poeti amano l’ironia, più che la poesia.

L.S. Nel 2018 il premio Nobel per la Letteratura è andato a Olga Tokarczuk. Chi è Olga Tokarczuk? La sua scrittura, il suo lavoro sulla scrittura, segna una linea di demarcazione tra la Polonia di oggi e quella del passato?

A.Z. … Olga Tokarczuk è una scrittrice di talento, ha una grande conoscenza della storia e il dimenticare il passato non è di certo un pericolo nella sua scrittura.

Adam Zagajewski
Curiosità

Un pizzico di psicologia

Per pochi fortunati esiste qualcosa che trascende ogni classificazione del comportamento, ed è la consapevolezza; qualcosa che si leva al di sopra della rievocazione del passato, ed è la spontaneità; e qualcosa che è più soddisfacente dei giochi, ed è l’intimità.

Ma sono tre cose che possono rivelarsi insopportabili e addirittura pericolose per chi non vi è preparato. Forse costoro stanno meglio così come sono, cercando la loro soluzione nelle tecniche popolari di azione sociale, come quello “stare insieme” che è un modo di vivere con gli altri senza arrivare per questo all’intimità.

Questo significa forse che se non c’è speranza per l’umanità, c’è almeno speranza per i singoli esseri umani.

Eric Berne – è stato uno psicologo canadese, autore della teoria chiamata analisi transazionale.

Curiosità

L’altro volto di Marilyn Monroe

Quel che ho dentro
nessuno lo vede,
ho pensieri bellissimi
che pesano
come una lapide.
Vi prego:
fatemi parlare!

Marilyn Monroe

Vanity Fair prova a dare un assaggio dell’umanità della diva: “Arrivava sempre in ritardo a scuola di recitazione, di solito poco prima che chiudessero la porta. L’insegnante era molto rigoroso e non permetteva agli studenti di entrare quando la lezione era già avviata. Senza un filo di trucco, i capelli luminosi nascosti sotto il foulard, cercava di rendersi non appariscente. Di solito si sedeva fra gli ultimi posti di una delle squallide stanze del Malin Studios, sulla 46th Street, proprio nel bel mezzo del quartiere dei teatri. Quando alzò la mano per prendere la parola lo fece con un filo di voce. Non voleva attirare l’attenzione su se stessa, ma era molto difficile che gli altri studenti non si accorgessero che la star del cinema più famosa del mondo era al loro corso di recitazione. A pochi isolati di distanza, sopra il Loew’s State Theater, sulla 45th e Broadway, c’era un’altra Marilyn, quella che tutti conoscevano. Nel cartellone pubblicitario, alto 52 metri, veniva raffigurata la famosissima scena del vestito bianco di Marylin, quando un malizioso sbuffo dalla grata della metropolitana lo solleva e lo fa svolazzare.

Quando arrivò per Marilyn il turno dell’esercizio sulle tecniche di memoria, l’attrice prese la parola davanti a un piccolo gruppo di studenti. Le è stato chiesto di pensare a un preciso momento della sua vita, di ricordarsi gli abiti che indossava, ed evocare nella sua memoria luoghi e odori. Lei descrisse la sua sensazione, le sue emozioni, di quando restò sola in una stanza, anni fa, e all’improvviso entrò un uomo sconosciuto. Immediatamente il suo insegnante di recitazione la ammonì: “Non farlo, racconta soltanto quello che hai sentito, non quello che senti adesso”. Marilyn a quel punto iniziò a piangere. Era lei la vera Marilyn Monroe, un’insicura, timida, ragazza di 29 anni?”.

Fonte: America24.com

Alla sua morte, gli effetti personali di Marilyn Monroe (vestiti, quadri, ogni sorta di documento scritto) andarono a Lee Strasberg, suo mai dimenticato maestro. Molto più tardi la vedova Strasberg scoprì due scatole di dattiloscritti. Stanley Buchthal, amico di famiglia, interrogato sul da farsi, si rimise ai suggerimenti professionali di Bernard Comment. È allora che nasce questo libro di “frammenti”. Da quelle scatole Comment e Buchthal trassero poesie, pagine dattiloscritte, appunti presi su menu e fazzoletti di carta. Sono segni di una sensibilità accesa, sono note di una lettrice acuta, di una persona che, dietro la smagliante icona della donna più desiderata del mondo, e perfino dietro l’attrice intelligente, andava cercando le parole per dirsi. Scrive Antonio Tabucchi nella prefazione: “Questo libro, con tutti i suoi documenti inediti, rivela la complessità dell’anima che stava dietro l’immagine. Poesie, lettere, diari intimi, note prese a caso, testi che caricano l’immagine di quel volto bellissimo e radioso di un senso per molti insospettato e che invece è “fuori serie”, in senso contrario a come la immaginò Andy Warhol, che la fece “seriale”; tutti questi testi emergono da questo libro che riunisce non ciò che Marilyn sembrava ma ciò che pensava. Ora, coniugare le sue apparenze visibili con quello che dietro di esse si nascondeva rende il suo volto e il suo corpo ancora più belli, più sognabili: sognare quella Marilyn che sognava di essere una farfalla”.