Poesie altrui

Sei poesie di Carlo Betocchi

UN DOLCE POMERIGGIO D’INVERNO

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

DELL’OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l’ombra di un’albatrella*
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.

Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.

*albatrella: è una pianta e non un uccello, antropomorficamente semidormiente in campagna.

IL DORMIENTE

Io mi destai con un profondo
ricordo del mio sonno.
Dalla mia veglia guardavo
il mio corpo dormiente,
era giorno, era un chiaro
giorno silente.

Quando le sere d’estate
esalan profumate
tenebre sul fiume, un uomo
giace sopra la riva
addormentato dal suono
dell’onda viva.

Passano sopra il suo viso
l’ombre del paradiso
lunare, tra i flessuosi
salici e il lieve vento;
celano gridi amorosi
l’erbe d’argento.

Vento e prati fluttuando
muoiono con un blando
fiotto e là, presso il suo corpo,
come a un’isola viva
da un mare languido e smorto
il flutto arriva.

Presso il suo corpo si rompe
quell’ineffabil fonte;
e il suo respiro leggero
di creatura che dorme
scioglie nell’etereo cielo
azzurre forme.

ORA AD ALTRE SPERANZE

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena

come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.

E le attese e gli eventi
nell’alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,

e in me è tutt’uno
l’animo e questo moto, incerto e bruno.

UNA GIORNATA A GREVE

Batti la falce a freddo, lungo il taglio,
e insisti, o pazientissima mano,
lascia che echeggino i colpi,
e s’empia l’aria del mattino
d’un sottile rumore.
Ché in questo è il paese,
e quando sbagli battuta, e quando
sosti, e quando riprendi
a venare di colpi il timido acciaio
e la pietra,
come somiglia il mattino alla sera,
e il nitore dell’aria al maltito*
apparir della luna,
sui colli, purissima,
tribolata anche lei dall’amore.

*maltito: termine regionale toscano che indica l’essere ammaccato dei frutti e, in senso figurato, l’essere offuscato del cielo.

AVRÒ LA MIA TOMBA; SARAI TU CHE VERRAI

Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai,
morte procace, non squallida come quei timidi
dicono: io son tuo amante, morte, mia morte
che raccogli la vita tra le braccia e la
tramandi, dalle sue spoglie grano traendo,
e vita, nuova vita nel sole dei morti,
invisibile nella loro pace fruttifera,
da cui un’altra né mai diversa vita risorge,
nulla finisce, anzi tutto continua, o morte,
o amata morte, o amata.

~

La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.

Carlo Betocchi

BIOGRAFIA

Nato a Torino il 23 gennaio 1899, Carlo Betocchi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, nonostante poi in vita abbia ricevuto pochi riconoscimenti.

Si trasferisce a Firenze da bambino quando il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato, viene destinato al capoluogo toscano. Rimane orfano del padre nel 1911 e, dopo essersi diplomato perito agrimensore, frequenta la scuola ufficiali di Parma: viene inviato al fronte nel 1917 e tra il 1918 e il 1920 è volontario in Libia.

Successivamente si trova in Francia e in diverse località dell’Italia centro-settentrionale, per rientrare stabilmente a Firenze dal 1928 al 1938. Questo periodo corrisponde alla sua intensa partecipazione, assieme con Piero Bargellini, allo sviluppo della rivista di ispirazione cattolica “Il Frontespizio”: quest’ultima, sulla quale curò a partire dal 1934 la rubrica “La più bella poesia”, sarà il luogo dei suoi primi versi e nelle sue edizioni uscirà anche la sua prima raccolta poetica (Realtà vince il sogno in “Il Frontespizio”, Firenze, 1932).

Nel 1953 Carlo Betocchi è di nuovo a Firenze impegnato nell’insegnamento di materie letterarie presso il Conservatorio Luigi Cherubini.
Dal 1961 al 1977 è redattore della rivista “L’Approdo Letterario”.

L’itinerario della poesia e del pensiero di Carlo Betocchi va da una felice fiducia nella Provvidenza ai forti dubbi e ai dolenti ripensamenti nella vecchiaia dopo una terribile esperienza di dolore.
Lo stesso Betocchi affermava “La mia poesia nasce dall’allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall’allegria. È allegria del conoscere, l’allegria dell’essere e del saper accettare e del poter accettare“.

Dal 1932 sono numerose le raccolte poetiche di Carlo Betocchi con tanti passaggi, mai inutili, da “Realtà vince il sogno” fino all'”Estate di San Martino” del 1961 e “Un passo, un altro passo” del 1967 e a “Prime e ultimissime” del 1974, “Poesie del sabato” (1980).

Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato “Notizie di prosa e poesia” (1947), “Un ponte sulla pianura” (1953), “Poesie” (1955).

In lui l’ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei paessaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo.
È alla fine del suo percorso vitale che che il rapporto con la fede sembra allentare: “Anni di dubbi, di sofferenza e di solitudine, egli arrivò a temere di averla persa, la fede, quella sua gioiosa e spavalda comunione teologale con tutte le creature” (Leandro Piantini). Tra l’altro, Mario Luzi afferma chiaramente che se di perdita di fede si trattava, era solo che Betocchi stava perdendo la sua fiducia nella Chiesa fatta dagli uomini, ben dotata di “teologale ultra superbia”.

Poeta cristiano e popolare, poeta degli affetti e della solidarietà con le creature, scabro essenziale poeta delle cose degli oggetti, dei paesaggi per balzare direttamente sul piano emozionale della voce e del canto, con il massimo, sempre, di controllo: la situazione di vita che Betocchi canta è di povertà (non di miseria). Povertà come si può dire della cucina toscana che è cucina di “cibi poveri”: necessità essenziale, dunque, come essenziali sono le manifestazioni della natura e delle esigenze vitali. Mai il superfluo, mai l’addobbo, mai l’arredamento entrerà a turbare la linea asciutta del suo canto.

Carlo Betocchi muore a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986.

Nel 1999 è uscito “Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti” (Biblioteca Universale Rizzoli) con poesie scelte e molte poesie inedite, curato da Giorgio Tabanelli, con interventi di Carlo Bo e Mario Luzi.

APPROFONDIMENTO, che ho molto apprezzato, dalla rivista on line Nuovi Argomenti:

Poesia come preghiera.

16 pensieri su “Sei poesie di Carlo Betocchi”

    1. Sì, infatti si sente una leggera nota stonata a mettere insieme “il saper accettare” con l’allegria. L’hai “tradotta” proprio bene 🙌 “il sorriso del dolore”, oppure anche “nel dolore”

      "Mi piace"

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