Poesie altrui

Cinque poesie di Arturo Onofri con approfondimento

Le curve della tua statura bianca,
negli andamenti snelli delle gambe,
son procinto di voli; e d’anca in anca
il passo non si spicca via, ma lambe
l’erba con fluidi rivoli
di sole, su cui scivoli,
staccandoti ora a dritta ed ora a manca
dal suolo che ti stanca.
Un ritmo di movenze ardue, stellari,
benché frammisto a trascinii di rettile,
s’imprime entro i tuoi lombi involontari,
in voci chiuse; e tu, angelo, emettile
nei tuoi passi felici
in cui tacendo dici
che il cielo, anche se in cicli millenari,
muove teco, alla pari.

•••

Lungo gli omeri scende la fontana
del tuo sorriso luminoso, in forma
di dolcezza materna tutta umana,
quando il nostro-volerti più non dorma.

Ogni male, ogni morbo si risana
sotto i tuoi piedi, la cui fulgida orma
perdura anche se tu sii già lontana
in virtù della tua fulminea norma.

L’atto benedicente, che sorregge
con le tue mani il tuo divino figlio,
è amore che sorpassa ogni altra legge.

È lui la carità di tutti i mondi
che, in questo terreo militante esiglio,
al nostro involontario petto infondi.

•••

Da curve di nuvoli aleggia,
in grembo al meriggio turchino,
la voce dei mondi: è un bambino,
che guida una candida greggia
a pascer gli steli
di sole, nei cieli.

E il piccolo bimbo è il pastore
celeste, che parla e risponde
all’umili pecore monde
lungh’esse le prata sonore,
dov’erbe e mentastri
fioriscono in astri.

Con flauto d’angelico argento
dà voce alla melodia grande
che sboccia fra i mondi, e s’espande
fin dentro la terra, col vento
che in nubi sorregge
candori di gregge.

•••

Somiglia a un desiderio musicale
questo prato ammirevole di fiori.
E i suoi riposi, usciti nella luce
primaverile della nostra gioia,
respirano silenzi, innamorati
dei sentori dell’erba: erba che sogna
d’abbracciarsi all’ignuda aria distesa
fra le corolle offerte della terra
come labbra che il sole apre di baci.
I pensieri di musica, taciuti
quasi un pudore della primavera,
nascondono di fiori le sue curve
voluttuose, che la nube imita
nei suoi diafani seni galleggianti.
Si trasformano in spazio di silenzio
melodioso in bei capricci d’oro
ond’ella di soppiatto si vagheggia
negli amplessi che sognano essere donna,
benché la terra maschilmente soffra
nell’attesa che l’uomo la sollevi.

•••
Nella spera del sole, intenerite
per l’azzurro mattino che le imbeve,
s’affollano le prime margherite
a infoltir di freschezza questa lieve
ripa, che si fa prato
pel verde che le è nato.

Labili suoni, che la luce informa
in fantasie fiorite ora dal suolo
svelano che la terra, benché dorma
già primaverilmente, esala il volo
dei suoi sognanti amori
che diventano fiori;

mentre le nubi in molli atteggiamenti
imitano d’amplessi e baci d’aria
le loro stesse curve sorridenti
sdraiate in quella nudità plenaria
cui non si danno veli
nel talamo dei cieli.

Arturo Onofri

•••

“Poi egli appariva, alto, vestito di scuro, nel quadro dell’uscio. Sorrideva. Le rughe della fronte le rivedo come quelle che i cinesi tracciano sulla fronte dei loro sapienti. Occhi che guardavano e chiedevano sorridendo, mentre la bocca restava chiusa e un po’ dolente. E pure gli occhi illuminavano d’una luce fredda e calma tutto il lungo volto emaciato come quello d’un chimico solitario per anni fra le sue esperienze; e talvolta si facevano vitrei, come fissi ad arcani soggetti, oltre il nostro spazio, sguardo veggente, occhi profetici”. Così Giovanni Cavicchioli descrive il poeta nella sua biografia Arturo Onofri. Una vita breve ma intensa quella del poeta, un artista decisamente emblematico del gusto letterario italiano del primo dopoguerra.

Arturo Onofri nacque a Roma il 15 settembre 1885 e vi morì il giorno di Natale del 1928, a soli 43 anni. Compiuti gli studi classici, trovò un impiego che gli consentì di dedicarsi agli studi letterari e filosofici. Temperamento inquieto, attraversò le esperienze poetiche e culturali del primo Novecento con la precisa intenzione di ricercare l’autoconoscenza. Iniziò a scrivere poesie a soli 18 anni, e nel 1907 veniva pubblicato il suo primo volume. Oltre che poeta, fu sagace critico letterario; nel 1912 fondò la rivista Lirica, (1912-13), che rivelò alcuni giovani scrittori romani, ma collaborò anche alle principali riviste del tempo, quali la Nuova Antologia, La Voce, Le Cronache Italiane. Partendo da una formazione pascoliana e dannunziana si accostò man mano ai poeti crepuscolari, ai futuristi, ma successivamente la sua personalità emerse con decisione – a partire da Arioso (1921) – dando vita a nuove concezioni estetiche. Sull’elemento fantastico prevalse allora l’elemento spirituale.

La sua poesia ricordava inizialmente Pascoli, i poeti francesi e soprattutto D’Annunzio, (Liriche, 1907; Poemi tragici, 1908, Canti delle oasi, 1909). Già in tali libri, ma maggiormente in Liriche (1914), egli iniziò a trovare la propria forma espressiva nella ricerca e celebrazione dell’elemento spirituale. Dopo le risonanza impressionistiche di Orchestrine (1917) e l’esperimento di Ariosto (1921), Nuovo Rinascimento come arte dell’Io (1925) rappresenterà la sua prima risposta all’elaborazione dei contenuti della Scienza dello Spirito cui aderì entusiasticamente dopo l’incontro con Rudolf Steiner. In effetti Onofri – poeta molto caro ai circoli esoterici della Capitale e a Massimo Scaligero in particolare – fu sempre attratto dalla metafisica e dai misteri del trascendente e trovò limpidezza e armonia di canto solo quando trovò la risposta alle sue domande grazie alla Scienza dello Spirito; la tanto anelata visione spirituale del mondo iniziò allora a delinearsi in Le trombe d’argento (1924), e trovò la sua più alta espressione nel ciclo di liriche Terrestrità del Sole (dal 1927 ) – che comprende: Terrestrità del Sole, 1927; Vincere il Drago!, 1928; le opere postume Simili a melodie rapprese in mondo, 1929; Zolla ritorna cosmo, 1930; Suoni del Gral, 1932; Aprirsi fiore, 1935. In realtà, la poesia di Onofri indica con passione il sentiero che conduce alla Verità. Il lettore, attraverso la tessitura poetica, viene esortato a compiere la stessa trasformazione interiore che ha portato il poeta alla sua creazione. Ricercare, ritrovare e ricelebrare il divino nel terrestre diviene il segno della nuova arte poetica che Onofri rappresenta. Se durante la sua vita passò dall’essere considerato una “promessa” a venir emarginato dalla critica del tempo dopo l’incontro con Steiner e l’Antroposofia va detto che la poesia di Onofri resta sostanzialmente incompresa ancora al giorno d’oggi. Infatti, pur riconoscendo l’influenza di Onofri sui poeti ermetici, si tende a ritenere che il suo intento spiritualistico soffocasse l’espressione artistica.

Il suo aderire all’Antroposofia non gli venne perdonato.

Lo si accusò di tradurre in versi poetici le concezioni spirituali di Steiner, mentre quest’ultime erano semplicemente ciò che stimolava ed accendeva la sua creatività. Onofri riteneva che alla base della poesia dovesse esserci la manifestazione dello Spirito e la missione del poeta fosse di “toccare con la magia della parola l’essenza spirituale dell’universo… di partecipare, per amore parlante, all’atto originario del Verbo creatore”. Dunque la poesia è creatrice, in quanto partecipa all’atto creatore del Verbo che si rinnova continuamente, ma anche redentrice potendo “disincantare dal mondo materiale l’essenza plastica dello Spirito che vi si immerse foggiando la materia, e può riportare questo Spirito alla sua primitiva libertà e potenza risorta”.

Biografia a cura di Piero Cammerinesi

••• APPROFONDIMENTO

Arturo Onofri elaborò una sua poetica personale in cui confluirono diversi apporti, tra i quali quello fondamentale di Novalis. Infatti Onofri seguì l’idea del poeta tedesco che in ogni parola c’è uno spirito da lei evocata, ma tale potenza evocatrice si attiva attraverso il contributo dell’uomo in quanto egli possiede la coscienza spirituale di quell’essenza che la parola esprime. Sviluppando questa intuizione, Onofri risalì fino al vangelo giovanneo che pone il Logos come creatore di tutta la realtà. La Parola era dunque «…la stessa volontà divina allo stato creativo primordiale, e in essa era la Vita Vivente (il Cristo) che operava come articolatore (d’amore) di esseri e di mondi.» In seguito lo stesso Verbo divino si è incarnato nel Cristo ed è venuto ad abitare nel mondo per ricondurre l’umanità e l’intero universo all’amore di Dio Padre.
Dalla consapevolezza della propria unione interiore con il Cristo vivente nel cosmo, l’uomo riscopre allora lo spirito unitario della creazione universale che si manifesta nella parola poetica. Onofri affida al poeta il compito fondamentale di «toccare con la magia della parola l’essenza spirituale dell’universo… di partecipare, per amore parlante, all’atto originario del Verbo creatore.» In tal senso la poesia è creatrice, ma nello stesso tempo è anche redentrice in quanto può «….disincantare dal mondo materiale l’essenza plastica dello Spirito che vi si immerse foggiando la materia, e può riportare questo Spirito alla sua primitiva libertà e potenza risorta.»
Nell’epoca attuale, dove si assiste ad una sempre più estesa desacralizzazione che coinvolge ogni realtà, può sembrare singolare che un autore del Novecento, del secolo appena trascorso, ponesse come fondamento della poesia la manifestazione dello Spirito e anzi ritenesse che la stessa poesia partecipasse all’atto creatore del Verbo continuamente rinnovatesi. Tuttavia i poeti maggiori ci dicono sempre in modo esplicito che il compito maggiore della poesia è rinviare ad una realtà ulteriore di cui la parola poetica si fa tramite. Per evocare questa realtà il poeta ha bisogno di una mitologia la quale diventa cosmogonia se la contemplazione poetica, come in Onofri, si applica a tutto l’universo.
Il sacerdote e filosofo ispano-indiano, Raimon Panikkar, ha rilevato che dopo l’affermarsi del pensiero scientifico non esiste più una visione cosmologica del mondo che ne sveli il senso più profondo. In tale mancanza «…si proiettano le descrizioni scientifiche in una visione della realtà che è l’estrapolazione non scientifica dal mondo scientifico ». Onofri invece volle fornire all’uomo moderno una nuova cosmologia che utilizzasse un linguaggio poetico appropriato a questo scopo. Egli non solo seguì il flusso travolgente delle immagini mentali che liberamente affioravano alla sua fantasia, ma sperimentò anche una lingua poetica in cui le parole fossero sottoposte ad una serie continua di “rifrazioni” capaci di evocare la presenza armoniosa dello Spirito Uno in tutto il cosmo.
La natura diventa infatti «il vivente scenario» dove si svolge l’attività dello Spirito e tutto in lei «aspira a tornare Figura, Presenza, Apparizione e Persona..» Così il poeta scorge nella natura , ma anche nella donna l’«improvvisa dea» i cui «…Occhi diafani stellano di luna / sotto il manto ondeggiante delle chiome». E’ per mezzo di lei, archetipo della “Sposa celeste” – individuato da Elémire Zolla – «che le pietre traboccano di foglie / le flore mettono ali, e mandre brute / s’appassionano d’ansie e di pensieri…» Il poeta rappresenta in «figura di beltà» la potenza creatrice della Parola divina di cui l’uomo è consapevole nella sua interiorità, ricollegandosi ad antiche e svariate tradizioni le quali esaltano un archetipo femminile come « nei canti sciamanici siberiani, nella lirica taoista, nelle liriche tamil, negli inni indù e tibetani, nella tradizione iranica delle Vergini di luce, nell’Iside egizia, nell’amante soprannaturale del sufismo e della poesia cortese» secondo le acute riflessioni di Elémire Zolla contenute nel volume Archetipi.
Se la Beatrice dantesca (per una singolare coincidenza sia la madre che la moglie di Onofri si chiamavano Beatrice) guida il poeta fino alla contemplazione del divino, la donna della poesia onofriana diventa simbolo dell’azione vivificatrice dello Spirito nel cosmo. Tuttavia la fantasia del poeta vuole rappresentare attraverso la parola anche la «raggiante pienezza del cosmo… come un immenso intreccio di figure e di forme, come una gloriosa sinfonia di pensieri e di sogni che sono esseri, di creature che a loro volta sono sogni e ideali del cosmo. » In tale ottica allora non esiste più la separazione tra materiale e spirituale, tra visibile e invisibile e la luce del sole diviene «…ordito / d’anime che si librano in amori / immateriali nell’oceano d’angeli / del tuo torace cosmico; e il mio breve / polso è la tua battuta, e il mio pensarti / è la tua riva, e in te nutro il respiro / assiduamente del mio verbo d’uomo. » Nel continuo scambio tra realtà, apparentemente distinte, il sole evoca la luce divina che ha creato il mondo visibile, ma anche gli angeli e l’anima immortale dell’uomo al cui respiro egli accorda la propria parola.
Un’«unica voce inaudita», un unico Spirito trascorre in tutto l’universo: «…addorme o stratta / gli oceani, e scrolla i continenti. Eppure, / schiude i fiori in dolcezza …/ e crea figure / del suo divino afflato / in me ch’ella ha creato.». Nella corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo la «voce dei mondi» può divenire «…un bambino, / che guida una candida greggia / a pascer gli steli / di sole, nei cieli …» Accanto all’archetipo della donna celeste, appare anche quello del divino fanciullo, il « puer aeternus» che personifica «forze vitali al di là dei limiti della coscienza …e una totalità che abbraccia le profondità della natura », come afferma Jung, ma che in Onofri rinvia anche «al pastore celeste», al Cristo il quale ha detto di farsi piccoli come bambini per ottenere il regno dei cieli.
Il poeta è « [u]n innamorato di parentele, uno scopritore di relazioni, per quanto apparentemente lontane,…un articolatore nel suono del cuore umano, un illuminato-illuminatore per mezzo della parola d’uomo, la quale è l’immagine più alta del Verbo divino, un ministro della Parola: è questo il poeta dell’avvenire.» Per comunicare «l’unione infinita fra la terra e il cielo» il poeta non può utilizzare una lingua lineare e ordinaria, ma metterà in gioco ogni risorsa linguistica che generi un coinvolgimento non solo della coscienza ma anche dell’inconscio. Nel ciclo della Terrestrità del sole, Onofri sperimentò le più svariate strutture formali come la creazione di una serie di parole uniche composte dall’accostamento di sostantivi (turchinìo-vertigine, uomo-universo, fremito-carne) o di verbi e sostantivi (occupa-cieli, volersi-potenza, volersi-individuo) o di avverbio e sostantivo (sempre-inizio) o di interi sintagmi (balenano-mio-corpo, non-volerci-uomini-in-Dio) che stabiliscono legami non esistenti nella lingua per rappresentare le misteriose corrispondenze fra tutti gli esseri dell’universo: dagli uomini alle stelle, agli animali fino al semplice sasso «abbandonato a sé stesso sul sentiero».
Privilegiò anche il frequente ricorso a metafore («zampilli d’astri», «prati di tenerezza», «ditirambico organo dei pini», «oceani di canti») e a verbi inusuali («smiracola», «risfolgora», «alia», «trasvola» «trasento», «sinfònia», «si librano», «raggia») modalità spesso afferenti ad aree semantiche che evocano un progressivo trascendimento dal materiale allo spirituale, dagli esseri ai pensieri creatori nella incessante circolarità dell’unico Spirito vivente. Il mistero della creazione pervade l’espressione poetica la quale diventa l’ininterrotto inno di ringraziamento al Verbo creatore che agisce in ogni particella della natura e in ogni istante.

Testo di Magda Vigilante

Estratti di letture

Allegrie di Joana (Clarice Lispector)

La libertà che a volte sentiva non veniva da riflessioni nitide, ma da uno stato fatto come di percezioni troppo organiche per essere formulate in pensieri. Talora, in fondo alle sensazioni balenava un’idea che le dava una vaga coscienza della sua specie e del suo colore.
Lo stato in cui scivolava quando mormorava: eternità. Lo stesso pensiero acquistava una qualità eterna. Si approfondiva magicamente e si spandeva, senza un vero contenuto e una vera forma, ma anche senza dimensioni. L’impressione che, se fosse riuscita a trattenersi in quella sensazione ancora per qualche istante, avrebbe avuto una rivelazione – facilmente, come percepire il resto del mondo solo inclinandosi dalla terra verso lo spazio. Eternità non era solo il tempo, ma qualcosa come la certezza radicata e profonda di non poterlo contenere nel corpo per via della morte; l’impossibilità di oltrepassare l’eternità era eternità; com’era eterno un sentimento nella sua purezza assoluta, quasi astratto. […]
[…] L’immaginazione imparava e possedeva il futuro del presente, mentre il corpo rimaneva all’inizio del cammino e viveva con un altro ritmo, cieco all’esperienza dello spirito… Attraverso quelle percezioni – attraverso di loro Joana faceva esistere qualcosa – si comunicava a un’allegria che bastava a se stessa.
C’erano molte sensazioni buone. Salire sulla collina, fermarsi lassù in cima e, senza guardare, sentirsi dietro quella distesa conquistata, laggiù la fattoria – con il vento che faceva svolazzare i vestiti, i capelli. Le braccia libere, col cuore che si apriva e chiudeva selvaggiamente, ma il viso chiaro e sereno sotto il sole.
E soprattutto la consapevolezza che la terra sotto i piedi era tanto profonda e tanto segreta che non c’era da temere che un’invasione del capire arrivasse a dissolverne il mistero. C’era un che di glorioso in questa sensazione.
Certi momenti della musica. La musica apparteneva alla categoria del pensiero, tutti e due vibravano nello stesso movimento e nella stessa specie. Della stessa qualità del pensiero così intimo che, ascoltandola, questo si svelava. Del pensiero così intimo che, ascoltando qualcuno ripetere le leggere sfumature dei suoni, Joana si sorprendeva come se fosse stata invasa e dispersa. Quando l’armonia diveniva popolare non la sentiva nemmeno più – non era più sua. Oppure quando l’ascoltava più d’una volta, cosa che distruggeva la somiglianza: perché il suo pensiero non si ripeteva mai, mentre la musica si poteva rinnovare uguale a se stessa – il pensiero era uguale solo alla musica nel suo crearsi. Non con tutti i suoni, però, Joana si identificava profondamente. Solo con quelli puri, dove ciò che amava non era né tragico né comico.
C’erano molte cose da vedere, anche. […]

[…]

Le scoperte arrivavano confuse.

[…]


Pag. 45

Oh, c’erano tanti motivi di allegria, un’allegria senza riso, seria, profonda, fresca. Come quando scopriva qualcosa che la riguardava nel momento stesso in cui parlava e il pensiero correva parallelo alla parola.

“Vicino al cuore selvaggio”, Clarice Lispector

I libri che ho letto

Libri letti nel 2019 – seconda e ultima parte

Dopo la prima parte, concludo con la seconda parte che riguarda questi libri:

  • Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson;
  • Il libro del riso e dell’oblio, Milan Kundera;
  • Demian, Hermann Hesse;
  • Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino;
  • L’amante di Lady Chatterley, David H. Lawrence.

APPROFONDIMENTO

Le prime cose che ricordo del romanzo di “Storia di Ásta” sono: i tantissimi salti temporali, i diversi personaggi che si alternano raccontando i propri ricordi, le atmosfere gelide e cupe tipiche dell’Islanda e, non per ultima, la voce narrante che appare come nulla fosse tra le pagine… ed io che mi chiedevo “ma ora chi è che sta parlando?!”, poi, ho capito che era l’autore stesso. Libro che ha cercato davvero di superarsi, con anche l’introduzione di riflessioni rispetto alla poesia e accenni di musiche. Storia di Ásta inizia proprio con la sua nascita, anzi, con la passione dei suoi futuri genitori ancora molto giovani. Ma nel corso del libro si intrecceranno alla sua storia anche quelle delle persone che le sono state vicine, fra ricordi, rancori, affetti, nostalgie… insomma, un miscuglio di sentimenti e di emozioni da cui il lettore rischia davvero di farsi risucchiare! A me, personalmente, è piaciuto.

“Il libro del riso e dell’oblio”, di Milan Kundera, contiene invece una serie di racconti, ma sono racconti molto diversi fra loro a mio parere, tant’è che solo alcuni mi hanno colpita particolarmente, direi che c’è davvero tanta fantasia contenuta in essi o, almeno, è la prima cosa che mi viene da dire ripensando a questo libro. Il racconto che più mi è piaciuto è, non a caso, quello autobiografico, “gli angeli”, il quale sembra davvero staccarsi dagli altri racconti.

“Demian”, di Hermann Hesse, è un romanzo di formazione la cui lettura credo lasci riflettere, anche se, secondo me, qualche volta ha sfiorato appena la retorica. Ne ricordo l’atmosfera mistica, fatta di simboli, e misteriosa. Emil Sinclair ne è il protagonista, inizialmente solo un bambino di dieci anni. Mi piacquero in particolare le prime pagine in cui Emil piano piano scopre il confine tra due opposti che convivono insieme: il bene, che si trova entro le mura della sua casa dove respira un’atmosfera ovattata, sicura e pulita; il male, che è il mondo, oscuro, complesso e sporco, dove si trova non appena chiude alle proprie spalle la porta della sua casa, ma è un male che eccita il giovane Sinclair, è un male che lo farà crescere. E crescerà, ma non certo da solo, bensì seguendo le orme di una guida spirituale.

Anche ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, di Italo Calvino, il protagonista è un bambino. Un bambino di nome Pin, abbastanza spiritoso, oltre che molto curioso come lo si è naturalmente a quest’età, il quale vorrebbe anche lui misurarsi con coloro che maneggiano armi. Il romanzo, infatti, è ambientato durante la Seconda guerra mondiale e la Resistenza partigiana. Rispetto al libro precedente, ricordo invece particolarmente la fine… e non ve la dico eh, ma richiama un’immagine tenera la quale mi rubò anche un sorriso. Per quanto riguarda tutto il libro, sicuramente non vi annoierà! Essendo carico di azione.

L’amante di Lady Chatterley, di David H. Lawrence, all’epoca fece molto scandalo per alcune scene intime, descritte nel libro, in modo accurato. Personalmente, pensavo di trovare di peggio! Ma nel libro c’è anche altro, per esempio, attraverso questo libro ho conosciuto tantissimi nomi di fiori! E non sto scherzando. Inoltre è anche criticata l’industrializzazione, dato che ci troviamo nell’Inghilterra degli anni Trenta, quindi è anche un libro di condanna. La protagonista è Costance, detta Connie, con alle spalle una famiglia benestante, la quale sposa Clifford Chatterley.
Non lo reputo un libro superficiale, credo abbia ben descritto gli atteggiamenti e le caratteristiche dei vari personaggi, ho percepito inoltre una certa profondità di pensiero in alcune pagine. Ricordo la bellezza dell’abbandonarsi all’amore da parte della protagonista e la riscoperta di se stessa. Qualche scena si direbbe prevedibile, mentre per qualche altra non metterei così facilmente la mano sul fuoco.

📚 fine 📚

Poesie altrui

Dodici poesie di Antonia Pozzi

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –.

•••

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi/io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

•••

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo:
su ogni fronte che dolga
di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

•••

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggere
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.

•••

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

•••

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

•••

Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.

Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

(17 Settembre 1933)

•••

Vicenda d’acque

La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d’inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago
scavato nella roccia;
l’urlo della caduta è solo un vago
mormorio, dal profondo.
Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi
di glauca dolcezza:
lascia ch’io mi riposi dei soverchi
balzi e ch’io taccia, infine:
poi che una culla e un’eco
ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

(Milano, 28 novembre 1929)

•••

Largo

O lasciate lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda –

O lasciate lasciate ch’io mi perda
ombra nell’ombra –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –

E non chiedetemi – non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l’arcana folla
dei miei fantasmi –
e non cercate – non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore del cielo
m’illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare –

Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego –
Io entro soltanto
per avere un po’ di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle –
Poi ch’io sono una cosa –
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –

(Milano, 18 ottobre 1930)

•••

Sorelle, a voi non dispiace…

Sorelle, a voi non dispiace
ch’io segua anche stasera
la vostra via?
Così dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo –
per le bianche strade dei vostri pensieri –
così dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce –
così dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita più fonda
solo ascoltando le vostre anime andare –
solo rubando
con gli occhi fissi
l’anima delle cose –
Sorelle, se a voi non dispiace –
io seguirò ogni sera
la vostra via
pensando ad un cielo notturno
per cui due bianche stelle conducano
una stellina cieca
verso il grembo del mare.

(Milano, 6 dicembre 1930)

•••

Periferia

Sento l’antico spasimo
– è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere –
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi
veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,
che nello scialle si premono i seni –

E già sentiamo
a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni…

Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.

(21 gennaio 1938)

•••

Via dei cinquecento

Pesano fra noi due
troppe parole non dette
e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti –
serpeggiante per tetri corridoi
sono una siepe che geme nel vento
fra me e te.

Ma fuori,
due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose
dicono larghi sbocchi
ed acqua
che va alla campagna;

e ogni lama di luce, ogni chiesa
nera sul cielo, ogni passo
di povere scarpe sfasciate
porta per strade d’aria
religiosamente
me a te.

(27 febbraio 1938)

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Antonia Pozzi nasce il 13 febbraio 1912 da genitori molto importanti nella Milano dell’epoca: il padre Roberto è un brillante avvocato gradito al regime; la madre – Carolina (detta Lina) Cavagna Sangiuliani di Gualdana – un’aristocratica di antico lignaggio, oltretutto pronipote di Tommaso Grossi. Antonia vive dunque in un ambiente ricco e raffinato, che le consente di integrare lo studio con frequenti viaggi in Italia e all’estero, e con la pratica di vari sport, soprattutto del prediletto alpinismo.

Al Liceo Ginnasio Manzoni si innamora del suo professore di latino e greco, il grande classicista Antonio Maria Cervi; ma il rapporto con lui, iniziato nel 1930 (dopo il trasferimento del docente a Roma), è contrastato dalla famiglia Pozzi, fino a una forzata interruzione nel 1933. Il profondo dolore che gliene deriva, e che segnerà tutta la sua vita, diventa tuttavia una spinta all’intensificazione dell’attività poetica, precocemente iniziata nel 1929.

Nel frattempo Antonia ha sviluppato una profonda amicizia con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini e, su loro suggerimento, si è iscritta alla Facoltà di Lettere della “Statale”, dove studia con docenti di grande prestigio, come Giuseppe Antonio Borgese e Antonio Banfi: con quest’ultimo si laurea nel 1935, discutendo una tesi sull’apprendistato letterario di Flaubert. All’interno del gruppo banfiano stabilisce rapporti confidenziali soprattutto con Vittorio Sereni, il suo amico più caro, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e, negli anni 1937-38, con Dino Formaggio. In questo contesto è apprezzata come studiosa, ed è amata per le sue doti di gentilezza e generosità, mentre è del tutto sottovalutata sul piano della poesia. Si tratta infatti di un ambiente intellettuale aperto alla più moderna cultura europea filosofica, letteraria e artistica, ma non certo all’“alterità” femminile, e dunque a quella vibrante “differenza” di donna che trova un’originale e ardita espressione nel suo linguaggio poetico.

A partire dalla metà circa degli anni Trenta, Antonia Pozzi comincia a frequentare, con Vittorio Sereni, Dino Formaggio e altri amici, le malinconiche periferie milanesi di Piazzale Corvetto e Porto di mare, dove conosce una realtà di miseria, che, in quanto nascosta dal trionfalismo fascista, le era dapprima sconosciuta, e che suscita in lei una crescente e profonda condivisione. In quel periodo entra anche in contatto con un serpeggiante, benché ancora non ben delineato, antifascismo, Questa nuove esperienze le consentono di aprire la sua poesia, che rivela da sempre un generoso incontro con il mondo esterno, alla concreta realtà storica del suo tempo, arrivando, oltre che ad accenti di denuncia sociale, a esprimere un forte sgomento per le guerre di Etiopia e di Spagna, da lei considerate in un’ottica di morte, anziché di retorica patriottica.

Dolorosamente provata da vicende personali (in particolare da un’ultima sconfitta affettiva), ma anche dalla sottovalutazione della sua poesia nell’ambiente culturale di riferimento e dall’incupimento dell’atmosfera politica – soprattutto dalle leggi razziali che costringono alla fuga dall’Italia i suoi amici Treves – si suicida nel dicembre 1938, a soli ventisei anni, presso l’abbazia di Chiaravalle, chiedendo nell’ultimo messaggio ai genitori di essere sepolta nel cimitero di Pasturo, dove tuttora riposa ai piedi delle amate Grigne.

Nonostante la brevità della sua vita, Antonia Pozzi ha lasciato più di trecento poesie, lettere e diari (purtroppo falcidiati dalla censura del padre) e circa tremila fotografie. Da alcuni decenni la sua figura di donna e di poeta è oggetto di una straordinaria riscoperta di pubblico e di critica, sia in Italia che all’estero.

Biografia scritta da Graziella Bernabò