Poesie altrui

Nove poesie di Beatrice Niccolai

Sei in me
come trasportato dalla corrente,
in altro luogo, in altre circostanze
tutto è l’inafferrabile niente.

Volano spazzati via
i petali degli oleandri:
volano dentro al silenzio
che fa, pensando,
lo sguardo.

Una mano sorda
coglie la distrazione
di crederti qui, sempre.

L’ipocondria del vivere
non riconosce dolori,

è come fra i capelli
un vento rosso d’oriente.

Vaso di oleandri, Van Gogh

•••

L’avremmo scoperto un giorno
quel segreto che non è
ancora stato nascosto.

C’eravamo dentro
come l’aria nel vento,
il ramo fra le foglie
o la tua voce nel mio silenzio.

Forse eravamo attitudine al bisogno
o urgenza di pelle
dentro a una carezza.

Eravamo già in ritardo
per il breve incontro,
sorpresi a seminare sassi
in un ruscello senza più letto.

Ci scopriranno un giorno,
bonificare la vita
solo per sopportare voci
senza più sguardi.

Una mano nel cielo
ferma solo la brevità dell’istante,
la goccia di pioggia che fa traboccare
destini di sete
per labbra abbandonate.

Ci ritroveranno sale
in un pugnello di sabbia
e vedranno tutta la nostra sete
nell’essere niente
e voler tornare ad essere
silenzioso groviglio di schiuma
nel mare.

•••

C’è un incatesimo per ogni disgrazia
che nasce senza permesso nella solitudine.

Se tu m’avessi chiesto
cosa avrei voluto dalla vita,
t’avrei detto che avrei voluto il rumore dell’acqua
che accarezza inquietudini e rimuove certezze,
che inonda e cancella rughe di tempo
in cui ha la sua eternità l’anima.

Se tu m’avessi chiesto un sogno,
t’avrei detto quanto sarebbe stato bello
ascoltare con te accanto il rumore dell’acqua,
nell’inquietudine di una vita che passa.

Di tutto quel che è stato
rimane soltanto il rumore di un fiume che scorre.

•••

A te si arriva solo dormendo
quando finzione e sogno
tracciano lo sguardo di un bisogno.

Nulla oggi che ti somigli:
scendi dal mio dolore e cerca l’anima
che in te era dentro ai miei giorni,
quel fantasma nato dalla matita spuntata
del vento.

Quando cadono le assenze
è come aspettare il soldato
che non è mai partito per la guerra
e non sai che divisa indossi;

ogni ramo che nel vento fruscia
canta nella tua voce
melodie per non udenti.

In te diventa polvere
tutto quello che non è sparo.
Anche le allodole aspettano
dopo l’inverno

un altro richiamo.

•••

Entri dalla mia vita
giorni come fossero linfa di betulla
e lì ti distrai
nel mio golfo di donna
come fossi un giorno di festa.

Cantano nell’aia
le lunghe giornate di primavera
da sempre e per sempre
la fine dei campi
sulla viottola dell’eterno ritorno.

Abito il tuo abbraccio
nel ricordo di futura memoria
con poco più di niente, indosso.

C’è un sole che raccoglie ogni sera
carezze e promesse
fino all’inizio di me,

rosseggiando un antico pudore disperdendo al vento la femmina e riesumando dalla polvere la donna.

•••

Sono anni ormai.

Giorno dopo giorno,
un tempo sempre fertile di donna.

Il sangue mi è testimone.

Ed ho passato lunghe notti in corsia
a farmi tamponare il cuore.

Fuori
la vita correva fra la strada e i marciapiedi,
fuori ha nevicato silenzio
ed hanno ombreggiato gli alberi,
il sole.

Sono anni
che piove sempre dalla solita grondaia,
lontano dai limoni,
lontano dagli odori del mare.

Sono anni che condanno l’Amore
per non avere colpa
se non quella di Amare,
il barcollare senza meta

della Tua ombra.

•••

Fatta salva la memoria,
il resto è un tempo che passa
si increspano le onde
persino negli occhi

dove Tu
sei il vento che asciuga
e non si sposta.

il nostro veliero
ora dorme in una bottiglia,
annata straordinaria,
ricorda persino la tenerezza.

M’innamoro ogni giorno
della lentezza,
di quella cornice di sughero
in cui non so se galleggi
o se sono io
a non voler affondare
neanche con questo lancio di sassi,
il ricordo.

Sono quell’onda che sorpassi
che non vedi e in cui
sono il molo e le catene aperte
per i nostri dove.

A filo dell’acqua
fruga fra le nostre onde
un gabbiano

l’antico volo della fame.

•••

C’era freddo persino nel tepore,
c’era vento oltre gli occhi.
Solo il rumore dell’attesa
rimane a scandire il respiro del pianto.

Fra i calcinacci t’avrei fatto l’amore
che era bello Amarti anche lì.

Sulle nostre rovine
prima o poi ci nascerà un fiore.

Senza pareti,
l’anima t’accoglieva più della mia figa.
Un corridoio lunghissimo
in cui entravi e stavi.

Entravi gridando come un bambino
– Sono a casa! Sono a casa! Sono a casa!
Poi, nel nostro mare, accarezzandomi, piangevi.

Con Te
s’è aperta una persiana
sulla mia solitudine.
Ora sbatte, sbatte…

Qualche volta ancora entrano i gabbiani
a fare sui calcinacci della nostra vita,
il loro nido.

•••

Mi concedo al nulla,
girovagando per quei vicoli nascosti
del mio dentro
confondendoti spesso
con il primo pensiero distante.

Arrampicarmi sugli specchi,
dove, nel tuo riflesso,
trovo il mio cedimento
e una sconfitta
preziosa quanto l’acqua.

Tu non lo sai,
quanti morsi dà al cuore
questa sete.

George Frederic Watts (1817–1904), Ellen Terry (‘Choosing’). Il soggetto è (Alice) Ellen Terry (1847-1928). Si sposarono il 20 febbraio 1864, poco prima del suo diciassettesimo compleanno, quando Watts aveva 46 anni. Durante il suo matrimonio con Watts, si sentì a disagio nel ruolo di sposa bambina.

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Beatrice Niccolai è una poetessa toscana nata nel 1967.