Estratti di letture

Il povero (Fëdor Dostoevskij)

Il povero, vedete, è meticoloso, suscettibile; vede le cose a modo suo, si guarda attorno pieno d’apprensione, sbircia chiunque gli passa vicino, cerca di cogliere ogni parola… Che laggiù non parlino proprio di lui? Certamente dicono: ma perché è così male in arnese? E che pensa? E che sente? Lo voltano di qua e di là; com’è fatto da questo lato, com’è fatto da quest’altro? E tutti sanno, Varvara, che un pover’uomo è peggio di uno strofinaccio e non può pretendere nessunissimo riguardo da chicchessia, nonostante quello che si sbracciano a stampare nei libri. Hanno un bel fare certi scribacchini: il pover’uomo di domani sarà sempre lo stesso pover’uomo di oggi! E perché?… perché, secondo loro, il povero diavolo dev’esser tutto rovesciato come un guanto: niente di suo, di sacro, di riservato, tutto in piazza, e Dio guardi a mettere avanti la sua dignità personale. Giorni fa Emèlja mi raccontava di una colletta fatta in suo favore non so più dove; ebbene, lo credereste? Per ogni spicciolo, un interrogatorio. Dare quegli spiccioli per niente? signora no! Li sborsavano invece perché si desse loro lo spettacolo del pover’uomo. Oggi, figliola mia, anche le beneficenze si fanno in un certo modo curioso; e può anche darsi che sia stato sempre così, chi lo sa! Una delle due: o non le sanno fare o le fanno con un secondo fine. Voi forse questo non lo sapevate; ebbene, eccovi servita. In qualunque altra materia noi non si può mettere bocca, ma in questa qui siamo maestri! E perché il pover’uomo sa e pensa tutto questo? Perché?… perché l’ha provato; perché sa, per esempio, che quel signore che se ne va a pranzo in trattoria, borbotta sotto il naso: «Vedi, veh, quel misero impiegatuccio, chissà che mangerà oggi? Io mi leccherò le dita con una bella soté-papiliote* e lui forse ingollerà quattro cucchiaiate di kaša* senza burro». E che importa a lui se io mangio la kaša senza burro? Ce n’è, Varvara, di questa gente, ce n’è… E tu te li vedi girare intorno, questi caricaturisti screanzati, e aprire tanto d’occhi per spiare se posi a terra tutta la pianta del piede o se cammini sulle punte; se a quel certo impiegato, di quel tal dicastero, sbucano le dita dal rotto della scarpa o ha le maniche logore, e poi subito, penna e carta, ti stampano ogni sorta di sudicerie… Ma che importa a te se io ho i gomiti sdruciti? E io, Varvara, se mi consentite un paragone un po’ sconveniente, io vi dirò che su queste faccende qui il pover’uomo ha lo stesso pudore, diciamo così, di una vergine. Voi certo non vi spogliereste nuda, con rispetto parlando, davanti alla gente; e precisamente così al pover’uomo non piace che si guardi nel suo canile, e se ne osservi la vita, la famiglia, e via discorrendo. Perché dunque farmi quest’offesa, Varvara, d’accordo con i miei nemici che attentano all’onore e alla dignità di un galantuomo?
Oggi, in ufficio, me ne stavo rannicchiato, mi facevo piccino come un passerotto spennato, che per poco non morivo dalla vergogna. Che vergogna, amica mia! Ed è naturale, quando le maniche mostrano il lucido dell’ordito e i bottoni oscillano attaccati appena a un filo. E io, come a farlo apposta, ero così malvestito che facevo pietà a me stesso. Chi è che non si sarebbe perduto di coraggio? E figuratevi: eccoti che Stepàng Kàrlovič viene a parlarmi di una pratica in corso. Parlava, parlava, e poi di botto, quasi senza volerlo: «Ehi, signor Makàr, ma voi…» e non ha finito di dire quel che aveva in mente, ma io l’ho indovinato e mi son fatto rosso fino alla calvizie. In sostanza, capisco, è un’inezia; ma in tutti i modi non è allegra e ti dà tanti brutti pensieri. Chissà che non abbiano subodorato qualche cosa? Dio liberi!… Ma se davvero fossero informati di tutto? Io sospetto molto, lo confesso, di un certo individuo… Non hanno nessun riguardo questi bricconi! Ti mettono in piazza in quattro e quattr’otto, te e tutti i fatti tuoi. Non c’è più nulla di sacro, oggi!

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*sauté-papillote: bistecca fritta e ripassata al cartoccio.

*kaša: specie di polentina, il più delle volte di grano o di segala.

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Conoscendo voi, ho imparato prima di tutto a conoscere meglio me stesso, e così ho preso a volervi bene; prima di allora, ero come addormentato, solo come un cane, non vivevo nel mondo. Mi dicevano i maligni che non ero presentabile, mi schifavano, e naturalmente io ero venuto a schifo di me stesso; mi dicevano ottuso, e io credetti di essere ottuso; ma, apparsa voi sulla scena, ecco subito farsi giorno nella mia vita scura, sicché il cuore e l’anima mi si illuminarono e io mi sentii tranquillo, riposato, e seppi per la prima volta che non ero peggiore degli altri: non brillo, lo so, non ho smalto, non ho tono, ma ad ogni modo sono un uomo.

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Fëdor Dostoevskij, Povera gente

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