Estratti di letture

Tratto da “Lo Zahir”, (Paulo Coelho)

Esther domanda perché gli uomini sono tristi.

“È semplice,” risponde il vecchio. “Vivono imprigionati nella loro storia personale. Tutti sono convinti che l’obiettivo dell’esistenza sia quello di portare a compimento un piano. Nessuno si domanda se quel progetto sia il proprio, o se sia stato pensato da altri. Le persone accumulano esperienze, ricordi, cose e idee altrui – più di quanto possano sostenere. E così dimenticano i propri sogni.”

Esther commenta dicendo che molta gente le confessa: “Tu sei fortunata, sai ciò che vuoi dalla vita. Invece io non so che cosa desidero fare.”

“E invece lo sanno”, replica il nomade. “Molte persone passano la vita dicendo: «Non ho fatto niente di quanto desideravo, ma la realtà è questa.» Se affermano di non aver fatto ciò che desideravano, allora sapevano quello che volevano. Quanto alla realtà, è solo la storia che gli altri hanno raccontato del mondo, e di come dovremmo comportarci in esso.
Ma tanti dicono anche di peggio, e cioè: «Sono contento perché sacrifico la mia vita per le persone che amo.»
Pensi forse che coloro che ci amano desiderino vederci soffrire per loro? Pensi forse che l’amore sia fonte di sofferenza?

“A essere sincera, penso proprio di sì.”

“Invece non dovrebbe esserlo.”

“Ma se dimentico la storia che mi hanno raccontato, scorderò anche alcune cose molto importanti che la vita mi ha insegnato. Perché mi sono sforzata per imparare tanto? Perché mi sono impegnata per accumulare esperienze in modo da saper gestire la mia carriera, il rapporto con mio marito e le mie crisi?”

“Le conoscenze accumulate servono per cucinare, per evitare di spendere più di quanto si guadagna, per coprirsi durante l’inverno, per rispettare alcuni limiti, per sapere i percorsi delle linee delle corriere e dei treni.
Credi, forse, che i tuoi amori passati ti abbiano insegnato ad amare meglio?”

“Mi hanno insegnato a sapere che cosa desidero.”

“Non è questo che ti ho domandato. I tuoi amori passati ti hanno insegnato ad amare meglio tuo marito?”

“Al contrario. Per potermi dare completamente a lui, ho dovuto dimenticare le cicatrici lasciatemi dagli altri uomini. È questo che intende dire?”

“Perché la vera Energia dell’Amore possa permeare la tua anima, deve trovarla come se fosse appena nata. Per quale motivo gli uomini sono infelici? Perché vogliono imprigionare questa energia – e ciò è impossibile. Dimenticare la propria storia personale vuol dire mantenere questo canale pulito, lasciare che quell’energia si manifesti ogni giorno come desidera: significa accettare di essere guidati da essa.”

“Molto romantico, ma molto difficile. Considerando che questa energia è sempre legata a tante cose: impegni, figli, condizione sociale…”

“… e dopo un po’ di tempo, alla disperazione, alla paura, alla solitudine, e a un tentativo di controllare l’incontrollabile. Secondo la tradizione della steppa, il cui nome è «Tengri», per vivere pienamente bisogna essere in continuo movimento: solo così ogni giorno può essere diverso dall’altro. Passando per le città, i nomadi pensavano: «Sono davvero poveri quelli che vivono qui: per loro è tutto uguale.» Probabilmente, «i cittadini» guardavano i nomadi e pensavano: «Povera gente, non riesce ad avere un posto dove vivere.» I nomadi non avevano passato, ma soltanto presente, perciò erano sempre felici – fino a quando i governanti comunisti gli intimarono di smettere di viaggiare e li obbligarono a stare in fattorie collettive. Da allora, a poco a poco cominciarono a credere a quella storia che si reputava fosse la storia giusta. Oggi hanno perso tutta la loro forza.

“Nessuno, oggigiorno, può passare la vita sempre in viaggio.”

“Non si può viaggiare fisicamente. Ma è possibile farlo sul piano spirituale. Spingersi sempre più distante, allontanarsi dalla propria storia personale, da ciò che ci hanno costretto a essere.”

“Come si può fare per liberarsi di questa storia che ci hanno raccontato?”

“Bisogna ripeterla a voce alta: noi rappresentiamo i suoi dettagli principali. E così, a mano a mano che la raccontiamo, ci congediamo da ciò che siamo stati, e – te ne renderai conto quando deciderai di affrontare questo cammino – ci apriamo a un mondo nuovo, sconosciuto. Ripeteremo tante volte quella storia antica, finché non avrà più importanza per noi.”

“Soltanto questo?”

“C’è un particolare: per evitare che nasca dentro di noi una sensazione di vuoto, via via che gli spazi si liberano, dovremo colmarli rapidamente, seppure in maniera provvisoria.”

“Come?”

“Con altre storie, con esperienze che magari non osiamo o non vogliamo avere. È in questo modo che noi cambiamo. È così che l’amore cresce. E quando l’amore cresce, noi diventiamo grandi insieme a lui.”

“Ma, facendo in quel modo, possiamo smarrire alcune cose importanti.”

“No, questo mai. Le cose importanti restano per sempre. Si perdono solo le cose che noi ritenevamo importanti, ma che in realtà erano inutili – come il falso potere di controllare l’energia dell’amore.”

“Lo Zahir”, Paulo Coelho

Estratti di letture

Due vite (Anton Cechov)

Lui aveva due vite: una chiara, visibile a tutti e nota a tutti, come doveva essere, piena di verità convenzionali e di convenzionali inganni, simile in effetti alla vita dei suoi conoscenti e amici, e poi un’altra che si svolgeva in segreto. E per una strana coincidenza delle circostanze, forse casuale,tutto ciò che per lui era importante, interessante, insostituibile, ciò in cui era sincero e non ingannava se stesso, ciò che costituiva il seme della sua vita, si svolgeva di nascosto agli altri, e ciò che era la sua menzogna, l’involucro di cui si avvolgeva, per nascondere la verità, come, per esempio, il proprio impiego in banca, le discussioni al circolo, la sua “razza inferiore”, il presentarsi con la moglie ai giubilei, – tutto ciò era visibile.
E lui, partendo da se stesso, giudicava gli altri, non credeva a quel che vedeva e supponeva sempre che in ogni persona sotto il manto del segreto, come sotto il manto della notte, si svolgesse la vera vita, quella interessante. Ogni singola esistenza restava segreta, e, forse, in parte è per questo motivo che l’uomo civilizzatosi adopera tanto nervosamente per preservare la propria vita privata. […]

Per lui era evidente che questo loro amore non sarebbe finito presto, sarebbe durato chissà quanto. Anna Sjerghjevna si era attaccata a lui sempre più fortemente, lo adorava, e sarebbe stato inconcepibile dirle che tutto questo alla lunga sarebbe giunto ad una qualche fine; e poi lei non lo avrebbe creduto.

Le si avvicinò e la prese per le spalle, per accarezzarla, scherzare, ma in quel momento si scorse nello specchio.

La sua testa cominciava a diventare grigia. E gli sembrò strano che negli ultimi anni fosse così invecchiato, così imbruttito. Le spalle su cui poggiavano le sue mani erano calde, erano calde e fremevano. Provò pietà per quella vita, ancora così calda e bella, ma, senza dubbio, già prossima ad illanguidirsi e ad appassire, come la sua vita.
Per quale motivo lei lo amava così? Lui da sempre appariva alle donne diverso da quello che era e loro amavano in lui non la persona stessa, bensì la persona creata dalla loro immaginazione e che loro avevano cercato febbrilmente, per tutta la vita; e poi, quando si accorgevano del loro errore, continuavano ad amarlo comunque. Eppure nessuna di loro era stata felice con lui.
Il tempo passava, si conoscevano, si accostavano, si separavano, ma lui non aveva amato neppure una volta; era stato tutto quello che volete, ma non era stato amore.
E solo adesso, quando il capo gli stava diventando grigio, aveva amato come si deve, autenticamente, per la prima volta in vita sua.

“tutto in questo mondo è meraviglioso, tutto, all’infuori di quello che noi stessi operiamo e pensiamo quando dimentichiamo i fini ultimi dell’esistenza, la nostra dignità umana.”

Del passato gli era rimasto impresso il ricordo di donne spensierate, benevole, rese allegre dall’amore, che gli erano grate per quella sia pur brevissima felicità; di altre – come ad esempio sua moglie – che amavano senza sincerità…; e di altre ancora, molto belle, fredde, sul cui volto balenava d’un tratto un’espressione rapace il desiderio caparbio di prendere, di strappare alla vita più di quanto potesse concedere, e queste erano donne non più giovanissime, capricciose, irragionevoli, autoritarie, poco intelligenti.

Qui, invece, sempre quella timidezza, la goffaggine della gioventù inesperta, un senso d’imbarazzo; e un’impressione di smarrimento, Anna Sergeevna, la «signora col cagnolino», spirava la purezza della donna onesta, ingenua, inesperta.

Anton Cechov, La signora col cagnolino

Estratti di letture

Chi sono io? (Haruki Murakami)

Ogni volta che mi accingo a parlare di me, vengo colto però da una leggera confusione. A mettermi in difficoltà è il classico paradosso che si racchiude nella domanda «Chi sono io?». Ovviamente, dal punto di vista della quantità di informazioni sull’argomento, non esiste al mondo nessuno che possa saperne su di me più di me stesso. Ma quando io mi trovo a parlare di me, è inevitabile che il mio io narrato sia filtrato, manipolato, censurato dal mio io narrante, dalla sua scala di valori, dalla sua sensibilità, dal suo spirito di osservazione, nonché da una serie di interessi concreti. Perciò, che grado di verità oggettiva possiederà mai questo io che si racconta da sé? È un problema, questo, che mi sta molto a cuore. Che mi è sempre stato a cuore, fin da quando ho memoria.
Sembra però che la maggior parte della gente non abbia questa preoccupazione. Le persone, se ne hanno l’occasione, parlano di sé usando espressioni di una franchezza sorprendente, del tipo: «Io sono uno talmente sincero e aperto da rendermi ridicolo», «Io sono troppo sensibile per trovarmi bene in un mondo come questo», «Io sono bravo a leggere nel cuore degli uomini». Ma mi è capitato molte volte di vedere persone «troppo sensibili» ferire gli altri senza alcuna necessità. E ho visto anche persone «sincere e aperte» usare la logica per imporre i propri interessi, senza neanche esserne consapevoli. Ho visto infine persone «brave a leggere nel cuore degli uomini» lasciarsi ingannare senza sforzo da adulatori visibilmente insinceri. A questo punto mi sembra naturale chiedersi che cosa ognuno di noi alla fin fine conosca di se stesso.
A forza di ragionare in questo modo, mi sono convinto che sia meglio evitare il più possibile di parlare di me (anche quando potrebbe sembrare necessario). Mentre è cresciuto in me l’interesse a conoscere fatti obiettivi che riguardano altri, altri diversi da me. Ho pensato che imparando a conoscere il posto che questi episodi e personaggi occupano dentro di me, e trovando un equilibrio personale che comprende anche loro, sarei riuscito a cogliere nel modo più oggettivo possibile anche qualcosa della persona che sono io.
Queste sono le idee, o per dirla in modo un po’ più pomposo, la visione del mondo che ho coltivato nella mia adolescenza. Come un operaio che mette un mattone dopo l’altro, usando il filo a piombo per farli coincidere, costruii dentro di me questo modo di vedere. Basandomi più sull’esperienza che sulla teoria, più sulla pratica che sul ragionamento.
Ma non era facile spiegare agli altri il mio modo di vedere le cose: dovetti impararlo a mie spese in molte situazioni.
Forse per questo, a partire da un certo momento nella mia adolescenza ho cominciato a tracciare un’invisibile linea di confine tra me e gli altri. Stabilivo sempre una precisa distanza tra me e la persona con cui avevo a che fare e, stando sempre attento che quella distanza non si riducesse, studiavo l’atteggiamento dell’altro. Cominciai a non abboccare più a tutte le cose che mi dicevano. L’unico spazio nel quale esprimevo un entusiasmo incondizionato era quello dei libri e della musica. E così, come forse era inevitabile, ho finito col diventare una persona piuttosto solitaria.

La ragazza dello sputnik, Haruki Murakami

Curiosità

Intervista a Adam Zagajewski, di Luigia Sorrentino (Napoli, 18 ottobre 2019)

La poesia è come un volto umano,
un oggetto che può essere misurato,
descritto, catalogato, ma è anche un appello.
A.Z.

L.S. Adam Zagajewski, lei ha scritto questo esergo in calce all’antologia pubblicata con Interlinea “Prova a cantare con il mondo storpiato”. Con questi tre versi lei definisce la poesia “come un volto umano, un oggetto che può essere misurato, descritto… ma – questa è la cosa che sorprende il lettore – lei scrive dopo che (la poesia) “è anche un appello”. L’appello inteso come mezzo d’impugnazione di una sentenza ingiusta? Oppure – più semplicemente – intendeva dire che la poesia è anche una chiamata? Rispondere a una chiamata?

A.Z. … Sono sempre stato colpito dalla filosofia di Emmanuel Lévinas che si focalizza sul volto umano. Il volto umano è per lui il centro etico del mondo. Mi affascina. Non sto dicendo che la mia poesia dica la stessa cosa, ma c’è di certo un parallelismo. Le poesie ci affascinano in molti modi, cercano di renderci più consapevoli della nostra umanità, ci dicono – siate umani. Ci dicono anche – pensate, non siate oggetti, non siate stupidi.

L.S. “Prova a cantare con il mondo storpiato” è il titolo da lei scelto per questa antologia che attraversa cinquant’anni della sua poesia. Si va dagli esordi, dagli anni Sessanta, fino ai giorni d’oggi, alla sua raccolta più recente “Asimmetria”. Liriche come La valigia, Sandali, ci riconducono alla memoria della sua vicenda personale, ci riportano in Polonia nel periodo delle deportazioni di massa nei campi di sterminio nazista. Che cosa canta oggi un poeta nato dalle ceneri alla Shoah? Quale mondo ha visto?

A.Z. … Sono nato in ritardo, dopo che la guerra era finita. Inoltre la mia famiglia non era ebrea, quindi non sono stato minacciato in modo diretto dalla furia nazista. Ma sono vissuto in un mondo che aveva ancora l’odore di morte e distruzione.Ciò che scrivo ora riflette ovviamente principalmente il mondo di oggi. Nondimeno nel mio presente c’è la memoria del passato. È sufficiente trovarsi vicino al luogo in cui una volta si trovava il campo Bełżec, nella Polonia dell’est, basta visitarlo per essere colpiti nuovamente dalla sensazione di orrore e dalla certezza che non saremo mai in grado di comprendere la crudeltà delle migliaia di persone che eseguivano quegli ordini. Possiamo conservare nella nostra memoria entrambe le cose: l’interesse per ciò che è contemporaneo e il lutto per la Shoah.

L. S. In questa antologia sono diverse le sue poesie che fanno riferimento a poeti del passato. Penso a quella dedicata a Osip Mandel’štam (Mandel’štam a Feodosia) morto in un gulag prima di Auschwitz; due inferni diversi. Prima di Auschwitz le torture subite dagli ebrei non si basarono su un primato razziale, ma politico: Auschwitz invece, con le leggi razziali, fu un’ideologia impregnata di razzismo… Si potrebbe dire che il legame fra lei e Mandel’štam è l’essenza del male?

A. Z. … L’essenza del male è stata uccidere Mandelshtam che scrisse una bellissima poesia e non fece nulla di male. Odiare il despota non è crudele. In questa storia io piango un grande poeta, un semplice essere umano.

L. S. Lei è nato qualche settimana dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tra le rovine della guerra. E’ cresciuto nella Slesia polacca, molto vicino ad Auschwitz. Che ricordi ha della sua infanzia? Qual è il sentimento che l’accompagna fin da quando era soltanto un bambino?

A.Z. … Ho avuto una bella infanzia, credo che i miei genitori abbiano cercato di proteggermi da tutto ciò che di spaventoso ci circondava. Essere genitori vuole anche dire ingannare a volte: loro mi hanno ingannato nel modo più gentile possibile. C’è stato un altro trauma in famiglia: siamo stati cacciati dalla città di Leopoli, in seguito a un’operazione di “pulizia etnica”. Ho viaggiato verso ovest quando avevo solo 4 mesi.

L.S. Ha detto il grande poeta polacco, Czeslaw Miłosz, che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu». Quindi la poesia, lo scrivere versi, è la vera patria? La poesia aiuta a non sentirsi un esule, la fa sentire cittadino del mondo, o nessun luogo del mondo potrà mai davvero essere la sua patria?

A.Z. …Una domanda difficile. Vivo a Cracovia, la città dove ho fatto l’università, che mi ha visto ragazzo, studente goffo, poeta timido: è in un certo senso il mio territorio e questa città mi guarda con affetto.
Scrive della mia patria… sì, ma è solo una parte della vocazione poetica. C’è un intero mondo nella scrittura, almeno potenzialmente. L’atto della scrittura è, o almeno dovrebbe essere, un atto di emancipazione dalle superstizioni provinciali, dalla limitatezza del pensare. Allo stesso tempo, la stessa limitatezza può anche dar forza.

L.S. Lei ha una voce sommessa che parla dallo sfondo di immense devastazioni contaminate dalla crudeltà della Seconda guerra Mondiale e della Shoah. Eppure la sua poesia spesso, sembra difendere l’ardore, l’entusiasmo. Quando si lascia ispirare alla musica e alla pittura la sua voce poetica sembra avere “un dio dentro”.

A.Z. … Temo che “avere un dio dentro” sia una grande esagerazione. Ma ha sicuramente ragione nel vedere questa dualità. È curioso che queste due cose possano coesistere, la terribile sofferenza e il mondo della bellezza, della musica e della pittura. Lo stesso genere umano crea orrore e bellezza. Sono stupefatto dall’evidente scontro di queste due realtà opposte. È probabilmente la fonte maggiore della mia scrittura sia il chiedersi continuamente come sia possibile che la Terra sia stata allo stesso tempo la casa di Mozart e di Himmler, o di Stalin e Mandelshtam. Il titolo di uno dei miei libri è Misticismo per principianti, in quanto rimango un mistico che è solo agli inizi, non comprenderò mai la dualità di questo mondo.

L.S. Mi viene ora di paragonare la sua poesia a quella di Eliot che diceva che la “forma ardente del mondo” è la bellezza, la sapienza, l’ironia, ma anche l’auto-ironia. Eliot diceva, anche: «La poesia, se autentica, è un movimento di conoscenza, spesso piena di affetto.»
E’ questo che lei fa con la poesia? Trasforma l’ispirazione, «in una torcia fiammeggiante che passa di mano in mano» dallo scrittore al lettore?

A.Z. … Questo sarebbe il mio scopo, l’ha formulato in modo splendido. Ma sa, noi viviamo nel tempo dell’ironia, non dell’auto-ironia. Talvolta, piuttosto spesso direi, sento che le mie emozioni incontrano il sospetto e lo scherno altrui. Non mi lamento, poiché in generale ho diversi lettori, molti dei quali sono buoni lettori. Nonostante ciò, c’è un oceano di ironia intorno a noi, molte persone reagiscono a tutto in modo molto prudente, respingendo le emozioni e facendosi gioco di tutto.

L.S. Com’è la Polonia oggi? Cosa è rimasto nella memoria collettiva tragica di quella nazione? Si vive bene? E’ ancora un paese di poeti?

A.Z. … La memoria collettiva cerca di cancellare tutto ciò che crea disagio, soprattutto per quanto riguarda le colpe che abbiamo commesso noi. Nessuna società accetta con facilità la presa di coscienza dei crimini commessi “dalla propria gente”. Solo la Germania è stata in grado di stare nella luce della verità.
Il mio paese è terra di poeti, ma molti tra i giovani poeti amano l’ironia, più che la poesia.

L.S. Nel 2018 il premio Nobel per la Letteratura è andato a Olga Tokarczuk. Chi è Olga Tokarczuk? La sua scrittura, il suo lavoro sulla scrittura, segna una linea di demarcazione tra la Polonia di oggi e quella del passato?

A.Z. … Olga Tokarczuk è una scrittrice di talento, ha una grande conoscenza della storia e il dimenticare il passato non è di certo un pericolo nella sua scrittura.

Adam Zagajewski
Poesie altrui

Quattro poesie di Adam Zagajewski

[La fanciulla di Vermeer]

La fanciulla di Vermeer, ora famosa
mi guarda. La perla mi guarda.
La fanciulla di Vermeer ha labbra
rosse, umide, lucenti.

Fanciulla di Vermeer, perla,
turbante azzurro: tu sei luce,
e io sono fatto d’ombra.
La luce guarda l’ombra dall’alto,
con indulgenza, forse con rimpianto.


Ragazza col turbante, Johannes Vermeer

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[La morte di un pianista]

Mentre gli altri facevano guerre
o negoziavano la pace, oppure giacevano
in scomodi letti di ospedale
o su qualche campo, lui per giorni interi

eseguiva le sonate di Beethoven,
e le sue magre dita, come quelle di un avaro,
toccavano grandi ricchezze
che non erano sue.

●●

[Prova a cantare il mondo storpiato]

Prova a cantare il mondo storpiato.
Ricorda di giugno le lunghe giornate
e le fragole, le gocce di vin rosé,
e le ortiche implacabili a coprire
le dimore lasciate dagli esuli.
Devi cantare questo mondo storpiato.
Hai visto navi e yacht eleganti
Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,
ad attendere altri era solo il nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare da nessuna parte,
hai sentito cantare di gioia i carnefici.
Dovresti cantare il mondo storpiato.
Ricorda quegli attimi in cui eravate insieme
e la tenda si mosse nella stanza bianca.
Torna col pensiero al concerto, quando esplose la musica.
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco
e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra.
Canta il mondo storpiato
e la penna grigia perduta dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.


Opera di Remzi Taskiran

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[Sandali]

I sandali che ho comprato molti anni fa
per venti euro
nel villaggio Theologos
sull’isola greca di Thassos
non si sono consumati affatto,
sono ancora come nuovi.
I sandali d’un anacoreta, d’un santo,
di certo mi sono toccati
in maniera del tutto casuale.
Chissà come soffrono adesso
ai piedi di un peccatore qualsiasi

Adam Zagajewski

Poesie altrui

Sette poesie di Adam Zagajewski

[Ciò che]

Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere pietra
o àncora.

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[All’alba]

All’alba dai finestrini del treno vedevo città
disabitate, spopolate dal sonno,
aperte e indifese come grandi
animali sdraiati sul dorso.
Per le vaste piazze camminavano
solo i miei pensieri e un vento freddo,
sulle torri perdevano i sensi bandiere di lino,
nelle chiome degli alberi si svegliavano gli uccelli,
nelle folte pellicce dei parchi scintillavano
occhi di gatti selvatici,
nelle vetrine dei negozi si specchiava
la timida luce del mattino, eterno debuttante,
le giostre, finalmente assorte,
pregavano il loro invisibile centro,
i giardini fumavano come le rovine di Varsavia,
e alle mura brune del macello
ancora non era arrivato il primo camion.
All’alba le città non sono di nessuno,
non hanno nomi
e neppure io ho un nome,
sul far del giorno, quando svaniscono le stelle
e il treno corre sempre più veloce.

●●

[Rifugiati]

Curvi sotto pesi che a volte
si vedono a volte no,
si trascinano tra fango o sabbie del deserto,
ingobbiti, affamati,

uomini silenziosi in giacche pesanti,
vestiti per le quattro stagioni,
donne vecchie con visi accartocciati,
stringono in mano – un bimbo, la lampada
di famiglia, l’ultima forma di pane?

Potrebbe essere la Bosnia oggi,
la Polonia nel settembre del ’39, la Francia
otto mesi dopo, la Germania nel ’45,
la Somalia, l’Afghanistan, l’Egitto.

C’è sempre un carro o almeno una carriola
piena di tesori (una coperta, una tazza d’argento,
un residuo sentore di casa),
un’auto a secco abbandonata in un fosso,
un cavallo (presto abbandonato), neve, molta neve,
troppa neve, troppo sole, troppa pioggia,

e sempre quell’andatura speciale,
quasi protesi verso un altro pianeta, migliore,
con generali meno ambiziosi,
meno neve, meno vento, meno cannoni
meno Storia (ma quel pianeta non
esiste, c’è solo l’andatura).

Trascinando i piedi,
si muovono lenti, molto lenti
verso la patria di nessun dove,
e la città di nessuno
sul fiume del mai.

●●

[Vedere]

Mia città muta, città ambrata e d’oro,
sepolta in forre dove i lupi correvano
in silenzio lungo un freddo meridiano;
se ti dovessi raccontare, città
assopita sotto un cumulo di foglie morte,
se dovessi descrivere la pelle dell’oceano
su cui le navi tracciano lunghe scie di versi luminosi
e gli yacht come pavoni ostentano le loro alte vele,
e il Mediterraneo, assorto in un rapimento salino,
e le città dalle torri aguzze che brillano
nel sole intenso del mattino,
e la forza selvaggia degli aerei che forano le nubi,
l’eterno disprezzo dei burocrati per noi, gente comune,
le viuzze dell’Umbria, cisterna
in cui è fermo il vecchio tempo che sa di vino dolce,
e una certa collina dove cresce
l’albero più quieto;
Parigi grigia, attraversata dal fiume del perdono,
Cracovia di domenica, quando persino le foglie dei castagni
paiono stirate da un ferro invisibile,
i vigneti in cui fanno incursioni l’avido autunno
e le autostrade piene di sgomento;
se dovessi descrivere la solennità della notte
in cui ciò avvenne,
e il fragore del treno che avanzava verso il nulla,
e il barbaglio della lama d’acciaio su una pista di ghiaccio improvvisata;
scrivo viaggiando – perché volevo vedere,
e non solo sapere – vedere chiaramente
incendi e scorci di quell’unico mondo,
e tu, città immobile, pietrificata,
i miei fratelli nella piatta sabbia;
su voi la terra continua a ruotare
e avanzano le legioni romane,
la volpe artica tende l’orecchio al vento
nel deserto bianco dove i suoni svaniscono.

●●

[In memoria di Iosif Brodskij e Krzysztof Kieslowski]

Il sole era così fragile, così giovane,
che un po’ temevamo per lui; un gesto distratto
poteva scalfirlo, persino un grido – se qualcuno avesse
gridato – poteva minacciarlo; solo alle rondini in volo
dalle ali temprate, come fuse in uno stampo di ghisa,
era concesso stridere forte, poiché la loro infanzia
era stata breve, colma d’affanno, in nidi d’argilla,
insieme ai fratelli, minuscoli, folli pianeti,
neri come more silvestri.

Nel piccolo caffè un cameriere assonnato – sotto i suoi occhi
confluivano le ultime ombre della notte – cercava spiccioli
in una tasca fonda, e il caffè profumava solenne
d’inchiostro di stampa, di dolcezza, d’Arabia. Nel cielo turchino
la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito.
Ti guardavo come se fosse la prima volta.
Persino le colonne del Palladio
parevano sorte in quell’istante, emerse dalle onde dell’alba
come Venere, la tua sorella maggiore.

Iniziare di nuovo, contare le perdite, contare i caduti,
iniziare un nuovo giorno, anche se non ci siete più, tu,
che due volte abbiamo seppellito e pianto
– hai vissuto due volte più degli altri, in due continenti,
in due lingue, nella realtà e nella fantasia –, e tu, dal viso affilato,
e dallo sguardo che ingrandiva oggetti e cuori (sempre troppo minuscoli).
Non ci siete e per questo noi ora condurremo una duplice vita,
nella luce come nell’ombra, nell’abbagliante sole del giorno
e nel freddo dei corridoi di pietra, nel lutto e nella gioia.

●●

[Nella bellezza altrui]

Solo nella bellezza altrui
vi è consolazione, nella musica
altrui e in versi stranieri.
Solo negli altri vi è salvezza,
anche se la solitudine avesse sapore
d’oppio. Non sono un inferno gli altri,
a guardarli il mattino, quando
la fronte è pulita, lavata dai sogni.
Per questo a lungo penso quale
parola usare: se lui o tu.
Ogni lui tradisce un tu, ma
in cambio nella poesia di un altro
è in fedele attesa un dialogo pacato.

●●

[Valzer]

Sono così sgargianti i giorni, così chiari,
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakovič; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.

Adam Zagajewski

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“Nato nel ’45 a Leopoli, odierna città ucraina di L’viv, Zagajewski alla fine del secondo conflitto mondiale, fu costretto con la sua famiglia ad abbandonare la Galizia e a trasferirsi nella Slesia sottratta alla Germania per essere annessa alla Polonia. Di fatto Zagajewski è stato sempre considerato polacco più che ucraino, studiando e formandosi a Cracovia, dunque partecipando attivamente e rappresentando a pieno titolo la Generazione letteraria della Nowa fala, ovvero la Polish New Wage del “68. Ma più di tutto Zagajewski, così come il Miłosz di “Citta senza nome”, si definisce cittadino dell’Europa dell’Est, ovvero di quel mondo di frontiera in cui confini, appartenenza e disappartenenza sembrano sottostare al susseguirsi di vicende storiche in cui la forza e la violenza trascendono ogni cosa, come un destino ineluttabile che si ripete di vincitore in vincitore.”

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Trovo estremamente sensibili queste sue poesie: sono volte al prossimo e alla bellezza, più che alla propria personale sofferenza.