Poesie altrui

Sei poesie di Roberto Carifi

Lo sai, amore, che mi congedo in fretta,
che tocco terra con troppa leggerezza,
che ho un destino nelle tasche vuote
e un angelo spoglio che di sera
mi piange livido sul petto.
E passo sotto le mura di novembre
con un messaggio da portare
non so né a chi né dove,
scritto a singhiozzi come una preghiera,
e vo quasi fratello nella notte
guardando ombre sorvegliate,
certi lumini accesi
e l’occhio spento di anime perdute.

***

Cos’è, creatura amata,
questa luce arata dal destino,
la trasparenza dove continuo a vederti,
che inchioda la mia anima al tuo viso?
Lo bacio nell’assenza, l’accarezzo
come nei sogni si sfiora il nostro desiderio,
quello che nella veglia si sottrae.
Se chiudo gli occhi
e vorrei soffocarmi nel cuscino
i tuoi si accampano nel sonno
e in questa specie di morte fanno il nido.
Al mio risveglio li ritrovo,
principio della luce.
Così i tuoi occhi
sono la notte e il giorno,
la mia fuga nei sogni e il mio ritorno.
Se non fossero lì, custodi del silenzio,
chi mai difenderebbe il labile confine
che sta tra il sonno e la mia fine?

***

A volte l’azzurro è una piaga
che rompe il quadrato
dove il mondo riposa ed ognuno
ha una gloria da condurre
nel seno della terra, una ferocia
orfana che chiama amore
e stringe chi lo separa
dalle stagioni, il buio.

***

Una lampada, tra noi, una lanterna fredda
febbraio oppure capodanno, tesse qualcosa la tua mano
o forse disfa, rovina qualcosa la tua mano
e tesse. Che filo, che filo di lana,
che pianto porta la tramontana.
Chi tesse, chi disfa con la sua mano,
qualcuno tiene la lampada,
il sangue dorato della lucerna,
qualcuno è andato e c’è chi torna
con un buio mortale sulla bocca.
Una lampada, tra noi, una lanterna fredda,
narra qualcosa la parola, qualcosa che consuma.
Chi porta questa parola consumata,
chi parla, chi parla in questa lingua arata.

***

Magari cadessero in ginocchio
e si sfiorassero le mani,
senza contesa
uno si abbandonasse all’altro
e un volto deciso alla pietà
li radunasse dove non c’è radice,
dove conta soltanto il dono.
Magari fiorisse la frontiera spoglia
e per ogni bandiera ammainata
sventolassero scialli di madri sui pennoni
e la neve tardiva si sciogliesse
come gli occhi si sciolgono al perdono.

***

Padre, padre
la colpa fiorisce dove secca il seme
tu sei quel male che ho visto nelle case
nella luce che separa il desco,
nella voce che non ama:
sia fatta la tua volontà
in questo esilio,
nell’ombra che sorveglio
e sangue sarà chiamato il frutto
grazie per la preghiera che mi acceca,
per le ginocchia devastate.

***

Carifi Roberto. – Poeta, filosofo e traduttore italiano (n. Pistoia 1948). Voce tra le più potenti nel panorama culturale italiano del secondo Novecento, si è laureato in Filosofia presso l’Università di Firenze nel 1972 e successivamente è stato allievo di J. Lacan, che insieme a G. Deleuze ne hanno influenzato il pensiero e la poetica, come attesta già la prima raccolta di versi, Simulacri (1979), seguita – tra le numerose altre – da Infanzia (1984), Obbedienza (1986) e Occidente (1990). La produzione poetica di C., caratterizzata da un linguaggio sobrio e diretto che traccia orizzonti di sensibilità e riflessione, è intervallata da quelle di saggista (La carità del pensiero, 1990; Il segreto e il dono, 1994; Le parole del pensiero, 1995; Il male e la luce, 1997) e di narratore (Nome di donna, 1993; Victor e la bestia, 1996). Traduttore di autori quali Rilke, Trakl, Hesse, Bataille, Flaubert, Racine, Prévert, negli anni successivi la sua produzione in versi è proseguita con felici esiti nelle raccolte Il figlio (1995), Amore d’autunno (1998) e, tutte pubblicate nel 2003, Il gelo e la rosa, La pietà e la memoria e Le domande di Masao. L’anno successivo, colpito da ictus, C. ha aderito alla filosofia buddhista e il suo pensiero si è orientato verso i temi dell’abbandono e dell’accettazione, come si rileva nella raccolta di pensieri Ossessione e memoria (2006) e nell’antologia di versi D’improvviso e altre poesie scelte (2006). Tra le sue opere più recenti, segnate dal tema del dolore e della sofferenza, va citata la raccolta di rime Il segreto (2015), in cui sublima con vitalità ed estremo rigore intellettuale il dramma esistenziale della malattia.

Fonte: Treccani.

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